« Prev
3/5 Next »

La decisione di partire

Il 17 febbraio 1927 Ferdinando scrisse una lettera al fratello Giacomo, che, evidentemente, si trovava in quel momento a lavorare da qualche parte, dalla quale si desume un suo recente rientro in Casador, avvenuto, con molta probabilità, assieme al fratello Daniele.

Rispondendo ad una richiesta d’informazione sul recupero della legna da ardere, egli sostiene, infatti, che “non sia potuto perché subito che siamo arrivati è venuta la neve e nemmeno la lavina non è venuta giù per poter buttarle giù dietro”. Prosegue ricordando che “di novità non ce niente tutto calmo solo comincia a cessare il freddo e fa belle giornate”, e lo informa che “adesso sono a fare un poche di legne su in talm ma ce molta neve ancora lasù”. Conclude con “così quando è il momento mi farai sapere sono già stanco di stare a casa. Termino con salutarti caramente, saluti da Bepino e nipoti e fratello... saluti a Lina se la vedi... tuo fratello Puschiasis Ferdinando”.

Dunque alla fine di febbraio del 1927 sia Daniele che Ferdinando si trovavano in Casador. Progetti concreti per l’Argentina probabilmente non esistevano ancora, come lascia intendere la frase conclusiva “così quando è il momento mi farai sapere sono già stanco di stare a casa”. Cosa successe nei sei/otto mesi successivi per convincerli a partire?

PassaportoA

Di certo Daniele, Ervino ed Ermenegildo s’imbarcarono a Trieste sul transatlantico Atlanta il 3 agosto 1927, mentre Ferdinando li raggiunse qualche mese dopo, viaggiando sul Conte Verde, salpato da Genova, assieme ad almeno altri sei compaesani. Ferdinando contrasse debiti legati al viaggio, per complessive Lit. 3.300, ancora tra il ventisette settembre e il primo ottobre 1927 (i finanziatori erano tutti compaesani: Beniamino Fruch, Giuseppe Durigon, Giovanni Battista Puntil, Riccardo Candido e Giuseppe D'Andrea; i tassi d'interesse osciallavano tra il sei e l'otto per cento; in tre casi dalla somma erogata erano stati trattenuti gli interessi del primo anno).

Le ragioni generali della scelta argentina appaiono sufficientemente chiare. Dopo la prima guerra mondiale si erano, infatti, chiusi gli sbocchi di lavoro tradizionali, già in precedenza percorsi dagli stessi fratelli, verso la Germania e l’Austria1. L’esistenza stessa di Casador presupponeva fonti di reddito diverse da quelle locali, insufficienti a garantire un livello, anche minimo, di sussistenza per l’intera comunità. Quelli che mancano sono i particolari.

In base a quale presupposti decisero, in un lasso di tempo così breve, di partire per l’Argentina e non, per esempio, per la Francia? Perché scelsero la provincia di Entre Rios?

È plausibile che qualcuno abbia fornito delle indicazioni, almeno sommarie, dei punti d’appoggio, degli indirizzi, se non dei veri e propri contratti di lavoro. Rimane, inoltre, sconosciuto il loro orientamento in merito alla presunta durata del periodo d’emigrazione. Pensavano di rientrare, magari anche dopo un periodo relativamente lungo, o pensavano di farsi successivamente raggiungere anche dagli altri componenti delle rispettive famiglie? Insomma, pensavano di allontanarsi temporaneamente oppure erano, già allora, orientati per un’emigrazione definitiva? La durata della traversata oceanica e l’impegno finanziario necessario per il viaggio e la prima sistemazione (che era, per quel tempo, notevole) rendono più probabile l’ipotesi di una permanenza di medio/lungo termine, se non definitiva. Anche l’età di Daniele e Ferdinando, rispettivamente di 47 e 43 anni, fa propendere per questa ipotesi; per loro, infatti, si trattava di ripartire completamente da zero in un periodo della vita in cui, normalmente, si tende, per lo più, a consolidare e conservare quello che si è già raggiunto o comunque ad evitare scelte radicali e temerarie, con rischi eccessivi e non ben quantificabili.

I primi due decenni del secolo erano stati caratterizzati, per la Carnia nel suo complesso ed anche per il comune di Rigolato, dal proseguimento, in forma attenuata, dell’incremento demografico già in atto dalla seconda metà dell’Ottocento. Si trattava di una crescita senz’altro, almeno in parte, sostenuta dall’emigrazione temporanea, divenuta più che mai “base economica della montagna”. Ma proprio nel terzo decennio del Novecento, quando i nostri decisero di emigrare, s’evidenziano i primi segni significativi di sofferenza e di regresso demografico.

                         residenti 	 presenti
10 febbraio 1901: 	   2.271   	  2.237
10 giugno 1911:   	   2.397   	  1.913
1 dicembre 1921: 	   2.443   	  2.318
21 aprile 1931:     	   2.135   	  1.747

Mentre nel ventennio 1901-1921, nonostante l’intervallo della Grande Guerra, la popolazione residente crebbe di 172 unità, nel decennio successivo si verificò una perdita di ben 308 unità. La differenza tra il numero dei residenti e dei presenti consente di percepire, grossolanamente (tenuto conto delle distorsioni connesse alla forte stagionalità), il peso dell’emigrazione temporanea e il suo andamento altalenante e ciclico. È probabile, ma è un’ipotesi ancora tutta da quantificare con precisione, che la diminuzione dei residenti verificatasi nel terzo decennio sia da ricondurre per larga parte all’emigrazione definitiva, oltre che a una contemporanea flessione del saldo naturale (nati/morti).

Una ricerca2, condotta su un campione pari a un terzo delle schedine individuali della popolazione del Comune di Rigolato relative agli anni venti e trenta, ha evidenziato che in questo periodo “salta anche la tradizionale tipologia di una emigrazione in larga parte solo maschile. Dei 166 casi... esaminati di cancellazione per emigrazione, ben 68 riguardano donne. Più della metà dei cancellati, ovvero 86 casi, lo sono per emigrazione all’estero, ed in questo caso i maschi, 65, sopravanzano decisamente le 21 femmine. La massima parte di questi emigrati si porta in Francia (60 maschi e 20 femmine); in Argentina si recano in quattro (fra cui una femmina); uno emigra in Iran ed uno a Massaua”. Dopo aver rilevato come “17 di questi emigrati in Francia rientrino poi in Italia, e dunque siano reiscritti all’anagrafe”, gli autori della ricerca proseguono evidenziando come non si verifichi “quasi nessun rientro invece per gli emigrati in altri comuni e regioni italiane, che sono numerosissimi in un periodo in cui pure il regime aveva tentato di scoraggiare gli spostamenti interni con una legislazione che imponeva restrizioni nella circolazione delle persone ed ai cambi di residenza. La cosiddetta emigrazione interna si rileva così più influente ancora di quella all’estero nel determinare il calo demografico”. Poiché gli stessi autori notano che “nell’emigrazione interna prevalgono decisamente le donne, 50 (47 più tre rientrate dalla Francia e ripartite per destinazione ignota) sui maschi, 34 (29 più cinque rientrati dalla Francia e ripartiti per l’interno)” si tratterà di verificare quanto di questa componente femminile sia da attribuirsi a trasferimenti per matrimonio, ovvero di quantificare l’incidenza dell’emigrazione “matrimoniale”.

Anche altri studiosi hanno evidenziato tra i caratteri nuovi dell’emigrazione temporanea di questo periodo, oltre all’elezione della Francia quale paese privilegiato di destinazione, il maggior apporto dato dalla componente femminile della popolazione. La lettera di Ferdinando, lì dove accenna alla figlia Lina (16 anni), probabilmente già a servizio in qualità di “domestica” presso qualche famiglia “cittadina”, contiene, nel suo piccolo, una conferma di questo elemento.

Pur in presenza di dati insufficienti, sembra ragionevole concludere che nel Comune di Rigolato l’emigrazione transoceanica, nel periodo tra le due guerre, sia stata quantitativamente secondaria e, in qualche misura, anomala rispetto a quella continentale, orientata prevalentemente verso la Francia, e a quella nazionale.

« Prev
3/5 Next »
sei qui