Enrico Agostinis

Ancora a proposito della “scomparsa” di santa Sabida

Piccolo contributo di date e dati, con poche certezze ma alc al è miêi cu nujo. Il tutto condito con un poco di fiction

Questo scritto, già pubblicato con poche varianti ne Il Barbacian, vol. 36, 2 (1999) pp. 29-32, prende a sua volta spunto dall'articolo di Gianni Colledani, Santa Sabida? Non abita più qui, in Sot la Nape - Rivista della Società Filologica friulana, n. 1, Març 1999, pp. 13-17, dove l'Autore analizza dottamente, ma con grande levità e una buona dose di humour, la parabola di santa Sabida nel culto e nell'onomastica del Friuli rurale, letteralmente dall'onore degli altari a un oblio pressoché totale (l'articolo è scaricabile dall'infoteca della Società Filologica Friulana digitando nella casella di ricerca la parola chiave "sabida").
Analogo percorso ha seguito santa Sabida nell'anagrafe collinotta, da cui l'idea di integrare le già cospicue annotazioni di Colledani con un piccolo contributo cargnello a base di dati e date, ma condito anche con un pizzico di fantasia (anch'essa tuttavia non priva di agganci alla realtà dei fatti…
L'autore ringrazia sentitamente la Pro Loco Spilimbergo e la Direzione de Il Barbacian per la gentile autorizzazione alla ripubblicazione dell'articolo su alteraltogorto.org.

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Scarica questo file (santaSabata.pdf)Ancora a proposito della “scomparsa” di santa Sabida[© 1999/2015 Enrico Agostinis]242 Downloads

 

Anche a Collina il nome proprio Sabata e sue varianti (v. più oltre) per più secoli godette di una certa popolarità, per poi improvvisamente scomparire dall'anagrafe. Dove oggi santa Sabida sia finita non v’è modo di sapere: certo è ben nascosta, e si mostra assai raramente.

D’altra parte non è neppur certo dove realmente sia nata, né se sia mai stata effettivamente beatificata: dove invece è “cresciuta”, o per lo meno dove è attecchita la sua venerazione è più facile dire, e la pista porta diritto in Friuli. Certo sarebbe interessante sapere anche come e perché ciò sia avvenuto: in ogni caso Sabida — santa o no che fosse — ha tutta l’aria di un prodotto peculiare, come molti (ottimi) prodotti di questa terra. DOC o, ancor meglio, Tipicamente Friulano

In Italia i cognomi aventi origine in “sabato” e con popolazione statisticamente rilevante non sono poi molti. Quelli volti al maschile si riducono nella sostanza a Sabato e Sabbadini, quest’ultimo con le sue varianti Sabadini, Sabbadin, Sabadin, Sabbatini, Sabatini. Uno solo risulta volto al femminile: De Sabbata e relativa variante De Sabata.

Premetto che non intendo addentrarmi in dissertazioni sui diversi percorsi di sviluppo delle due tipologie onomastiche citate: tuttavia, il sospetto che anche De Sabbata sia riconducibile alla comune radice “sabato”, necessariamente attraverso il nome proprio “Sabbata”, è assai forte. Se così fosse, la nostra Sabata sarebbe proprio friulana (e se no, pazienza…).

Infatti, mentre Sabbadini con le sue varianti è in Italia pressoché ubiquitario — seppure con ampie concessioni alle varianti regionali — e la sua presenza in Friuli non è statisticamente significativa, l’80% dei De Sabbata ed il 72% dei De Sabata è invece proprio in Friuli: percentuali importanti, che se non indicano un vero e proprio endemismo poco ci manca1. Ma abbandoniamo il terreno un poco infido dell’onomastica per fare un salto all’indietro nel tempo, sulla pista delle autentiche Sabide friulane o — meglio — carniche.

Le nostre tracce partono dalla villa di Collina, Cura di Sopraponti, Pieve di Gorto: al secolo Collina di Forni Avoltri, alto Gorto per l’appunto (chêi ch’i favelo cu’la “o”). La Cura, propriamente di san Giovanni di Frassenetto, era detta di Sopraponti (Soropuinz, oggi si scriverebbe Soropuints) in relazione ai ponti sul torrente Degano e sul rio Fulin che costituivano la malagevole porta d’accesso al suo impervio e scosceso territorio. Ieri come oggi realtà marginale e periferica come poche altre nella già periferica Carnia, e forse proprio per ciò tuttora un bel laboratorio etnoantropologico. E linguistico, naturalmente, come testimonia la caratteristica parlata locale, oggi in via di progressiva e inarrestabile contaminazione, e quindi a fortissimo rischio di perdita d'identità e di scomparsa. Ma anche questo è un argomento che porterebbe lontano, e il tema di oggi è altro…

Come per la maggior parte delle Cure, anche l’anagrafe parrocchiale di Sopraponti (nascite, morti, matrimoni) vede la luce alla fine del 1500, a seguito delle disposizioni emanate dal Concilio di Trento, per proseguire fino ai giorni nostri. Sfortunatamente, l'anagrafe di Sopraponti risulta mancante del registro delle nascite dal 1718 al 1793, proprio il periodo in cui Sabata si eclissa da Collina (che abbia asportato lei il registro…?): in qualche misura, tuttavia, morti, matrimoni e… l’informatica aiutano a colmare la lacuna, permettendo una soddisfacente ricostruzione dell’intera storia.

Sabata e Collina, dunque. In villa, Sabata (o Sabbata, Sabatha, Sabeda e quant’altro) è presente fin dalle origini stesse dell’anagrafe, e con ogni probabilità già allora da lunga data. Le prime nascite registrate sono del 1608, 1610, 1612, 1613, rispettivamente, relative a quattro diverse famiglie. Le prime menzioni fra i morti sono del 1601 (due) e del 1616, in tre famiglie ancora diverse dalle precedenti quattro. Inoltre, la quarta Sabata fra i morti (1617) è registrata come uxor Jacobi, mentre la prima Sabata nei matrimoni è del 1610. Tutte Sabate diverse, dunque, e tutto concorda nell'indicarne una presenza certamente non marginale o episodica. Inoltre, se le date di morti e matrimoni retrodatano decisamente la presenza della Nostra già al XVI secolo, l’insistenza e la diffusione ne fanno supporre un’origine ancora più lontana.

Una presenza discreta ma consolidata, dunque, nel tempo e nella consistenza. Se infatti da un lato l’assiduità di Sabata in anagrafe non può competere con quella delle varie Marie, Catarine e Margarite che la fanno da padrone, dall’altro il suo posticino (in paradiso?) se lo tiene ben stretto, almeno fin che può. Nel periodo preso in considerazione, la frequenza di Sabata è coerente nei diversi registri: 7.4% fra i nati, 7.2% fra i morti, 7.9% fra i matrimoni. Non male, per una comprimaria.

Negli undici decenni di nascite registrate (1608—1718), solo uno non vede Sabbate presenti, ma negli anni dal 1667 al 1673 oltre il 10% delle neonate è costituito da “Sabatine”: evidentemente in quel periodo la Nostra è molto trendy… Anche la presenza del nome in diverse famiglie è quanto mai ampia, distribuendosi su ben 11 diversi cognomi; ciò a ulteriore riprova che non si tratta di uno degli endemismi familiari pure abbastanza frequenti nell’onomastica delle ville dell’epoca.

Dati e cifre aride all’apparenza, ma la cui visione d’insieme (l’intero quadro anagrafico, intendo) fornisce spaccati di vita e di costume di grande vivezza ed intensità. Ma ecco che verso la metà del XVIII secolo, dopo anni di onorevole se non proprio brillante presenza, Sabata emigra — anche lei! — da Collina. E per non fare mai più ritorno, neppure per la rimpatriata cui pure i tanti emigranti carnici in Australia o nelle Americhe indulgono una volta nella vita. Quali le ragioni della scomparsa? Forse lo zelo controriformista ed uniformatore post-tridentino, come ricorda Colledani nel suo articolo? Probabile. Ma lasciamo nuovamente parlare i numeri…

L’ultima menzione di Sabata in anagrafe è del 1781, nel registro dei morti (Sabbatha, di anni 55); fra i matrimoni, l’ultima menzione risale al 1761. Si tratta, beninteso, di presenze “residuali”, dal momento che ciò che in effetti è importante ai nostri fini sono le nascite, le “nuove” Sabate.

Abbiamo fatto cenno al vuoto documentale dei battesimi, dal 1718 al 1793, per cui l’ultima Sabata riportata fra i nati è del 1713. Tuttavia, alcune provvidenziali annotazioni nei registri dei morti documentano altre nascite posteriori, fino all’ultima certa e documentata, nel 1769: con quest’ultima nata, morta infante solo un anno più tardi, si chiude il ciclo onomastico di Sabata a Collina. Anno 1769, data importante, come si vedrà più avanti.

Dopo di allora, è il vuoto totale: nei registri d'epoca successiva, dal 1794 ad oggi, Sabata non comparirà mai più. Zero assoluto. Che cosa accada non sappiamo. Non abbiamo prove o documenti, ma solo segni e tracce. E senza prove il processo si fa necessariamente indiziario, con incertezze e perplessità ma anche con sospetti e accuse, e… presunti responsabili.

Abbandoniamo dunque l’universo solido e sicuro della burocrazia anagrafica per inoltrarci nel terreno dell’invenzione (nel senso più… etimologico e ampio del termine). E davvero nel regno dell'invenzione-stratagemma-ricerca-scoperta potremmo trovare — se non il vero — il verosimile…

Sabata si dilegua e la sua scomparsa ha, perlomeno a Collina, tutte le caratteristiche di un fenomeno improvviso e indotto, con cause precise e localmente databili intorno alla metà del XVIII secolo. Le già ricordate pressioni ecclesiastiche2? Quasi certamente sì, ma d’altra parte anche le resistenze devono essere state non da poco per ritardare di due secoli, rispetto al resto del Friuli, la “soppressione” della santa.

In Sopraponti il periodo in questione — XVIII secolo — coincide con l'apice della querelle fra la villa di Collina ed il curato. Il conflitto ha origini lontane: da molti decenni, ormai, da un lato i villici di Collina si battono prima per l’elevazione della loro chiesa di san Michele da cappellania a mansioneria, e poi per il diritto di quest’ultima al fonte battesimale, alla messa festiva e ai sacramenti; anche per ciò, fra l'altro rifiutano ripetutamente di contribuire alle spese della parrocchiale. Sull’altro fronte, il curato lotta con ogni mezzo in difesa di prebende e prerogative già acquisite e consolidate, messe ora in pericolo dalla paventata “liberalizzazione del mercato”. In mezzo, il cappellano/mansionario di Collina, schiacciato fra il martello della gerarchia (curato-pievano-abate-patriarca) e l’incudine del suo gregge (i villici).

E se il martello usa largamente del potere della cattedra e minaccia la sanzione celeste, l’incudine fa ricorso a più prosaici e terrestri (ma non meno efficaci) mezzi di persuasione poiché, in parte o in tutto, pane e companatico del cappellano sono infatti — ahilui! — nelle mani del suo gregge. Gregge riottoso e poco incline alla disciplina, ma composto tutt’altro che da sprovveduti: oltre alla clava dei cordoni della borsa i villici non disdegnano il fioretto del diritto, con largo uso di avvocati, periti e legulei.

A partire dal 1729, fra una supplica al patriarca e un diniego alla richiesta di tributi, la contesa vive momenti di forte tensione, ai limiti del dramma: richiami della gerarchia al cappellano/mansionario di san Michele, minacce (qualcuna forse anche messa in atto) di sospensione dai sacramenti e di chiusura della chiesa. Anche le visite pastorali che si succedono, con relativi colpi al cerchio e alla botte, decreti d’istituzione di mansionerie e battisteri, non dirimono la vexata quæstio. Nel corso delle loro visite pastorali, già nel 1736 il patriarca Daniele Delfino e quindi nel 1764 l’arcivescovo Bartolomeo Gradenigo stendono decreti e concessioni formali ai Collinotti, privilegi che rimangono tuttavia nella sostanza lettera morta: a viso aperto o con un efficace ostruzionismo, il curato resiste! E sull'altro fronte resiste anche la popolazione, tutta unita insistendo sulle proprie richieste!

In questo contesto, nella nostra fiction (ma ora non sembra più un reality?) ci piace pensare che anche Sabata — la quale tuttora resiste, a duecento anni dal Concilio di Trento, nei registri parrocchiali — sia una sorta di simbolo del libero spirito della villa3. Sabata come simbolo dello spirito d’indipendenza, dunque, o molto più semplicemente della storica e pluridocumentata… “bastianaggine contraria” dei Collinotti. Ma proseguiamo.

Non c’è dubbio che alla radice del contrasto fra il curato e i villici vi sia la sempiterna contrapposizione fra centralismo — se di centro si può parlare a Sopraponti! — e decentramento o autonomia, ma confinare lo scontro esclusivamente a questo ambito appare riduttivo. Certamente c’è dell’altro, e gli indizi non mancano.

Al culmine della contesa, dal 1728 al 1769 sono curati prima pre’ Giacomo Danielis e poi pre’ Pietro Antonio Danielis, zio e nipote, entrambi della stessa famiglia del Furno de Avultro (Forni Avoltri), altro borgo della cura di Sopraponti ormai avviato, con l'apertura della nuova strada di Monte Croce Comelico, a diventare il centro economico e sociale della cura stessa. Ebbene, entrambi i curati sono in perenne contrasto non solo con Collina, ma pure con la loro villa d’origine, il Furno, che avanza per la propria chiesa di san Lorenzo le medesime richieste della villa consorella. Non v’è malizia nel constatare come, dopo quattro decenni di durissima contrapposizione, alla scomparsa dei curati Danielis il conflitto si componga, e con straordinaria rapidità. Il destino vuole che sia un curato originario di Sigilletto (a metà strada fra Collina e Forni…) a fare opera di mediazione e a portare infine a soluzione l’annoso problema.

Nel 1769 (ricordate? è l’anno di nascita dell’ultima Sabata collinotta…), a pre’ Pietro Danielis succede infatti pre’ Pietro Brunasso da Sigilletto, già a Collina dal 1752 al 1768 in qualità di cooperatore. Due soli anni più tardi, con straordinaria rapidità la disputa si chiude. Nel 1771, in occasione dell’ennesima visita ispettiva del legato vescovile sono finalmente e definitivamente accolte le richieste delle vicinie delle due ville: sono concessi messa festiva e fonte battesimale sia in san Michele a Collina che in san Lorenzo a Forni (ma anche il nuovo Curato si cautela: si battezzi pure nelle ville, ma solo “… in assenza del Curato suddetto, a cui sia riservato l’emolumento solito di soldi dodici per ciascun battesimo…”).

La nostra storia, le nostre ultradecennali e forse secolari vicende e vicissitudini di Collina, di san Michele e di Sabata finiscono qui, tutte insieme e con soddisfazione di tutti i protagonisti: Collina ha il suo fonte battesimale, il curato i suoi emolumenti, il vescovo…

Già, il vescovo… In tutto questo turbinare di eventi e di coincidenze, quale bottino porta con sé in curia il legato vescovile a fronte delle sue concessioni? Ma sì, certo! Dopo due secoli porta via, finalmente!, l’esecrata costumanza “giudaizzante”, la mala pianta infine strappata dalle radici della tradizione (e se anche non in virtù di fede, ma di baratto, che importa?). Si porta via “le spoglie” di Sabata, naturalmente! Sabata, che esce così definitivamente dalla comune — e forse anche dal paradiso, se mai c’è stata — per entrare nella (nostra) storia. Davvero ora tutto, ma proprio tutto, coincide e torna e quadra per tutti gli attori di questo psicodramma: obiettivi, piani, progetti, risultati, date, tutto torna, per tutti. O quasi: veramente ci sarebbe la povera Sabida, ma si vede che non aveva santi in paradiso (sic)…

Tutte e solo coincidenze? Mah… forse sì! Però… però quel pre’ Pietro Brunasso… Che talento!

Mandi, grazie e scusait.

E buinonot.


  1. Nella versione originale dell'articolo su Il Barbacian, come variante tipicamente friulana dei cognomi con origine in “sabato” avevo indicato i cognomi Bidinost e Bidinot. Tale ipotesi è oggi da ritenersi superata, come sottolineano Enos Costantini e Giovanni Fantini ne I cognomi del Friuli, La bassa-Lihostampa 2011. Quanto a Sabbadini e varianti, Sabadin è prevalente in Veneto e a Trieste, Sabbadin ancora nel Veneto orientale (ma, abbastanza curiosamente, non a Trieste), Sabatini e Sabbatini in Toscana etc. Sabato è invece la variante tipicamente meridionale, sparsa fra Campania, Puglia e Calabria. 

  2. Quando ho avvicinato per la prima volta l’enigma di Sabata, ho anche percorso l’ipotesi di logica immediatezza di una contrapposizione e successiva sostituzione con Domenica, alla ricerca di una sorta di staffetta temporale fra le due. In prima analisi non ho tuttavia trovato elementi evidenti a supporto. Per completezza, aggiungo che la frequenza di Domenica sulla popolazione dei nati di Collina è assolutamente paragonabile a quella di Sabata. 

  3. Le obiezioni logiche a questa ipotesi sono evidentemente non poche e tutte assai valide, ancorché non inoppugnabili. Trascuro qui di esporle e di controargomentarle: fiction abbiamo detto, e fiction sia…