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Figlio di Andrea, ordinato sacerdote nel 1903. Prima cappellano mansionario di Forni Avoltri (1903-1905), poi economo di Sopraponti (1906-1910, 1914-1917 e 1918-19), «Ecomomus perpetuus» come si autodefinì nel saggio storico dedicato alla parrochia di Frassenetto (La cura di Sopraponti e le sue ville (Carnia), Tipografia Doretti, Udine 1960, p. 102), medaglia di bronzo al valor militare per il comportamento tenuto nel corso dei bombardamenti di Forni Avoltri del luglio 1916:
«Durante un bombardamento nemico, sviluppatosi un incendio che minacciava di estendersi a tutto il paese, fu tra i primi ad accorrere ed a gareggiare coimilitari del Presidio nell’incuorare la popolazione civile e soprattutto nel concorrere con essi all’opera di estinzione ed al salvataggio di persone, di bestiame e di materiali. Pur sotto il nutrito, preciso tiro di interdizione dell’avversario, dimostrò no all’ultimo calma, serenità ed ardire a tutta prova, esponendosi dove era maggiore e più evidente il pericolo e destando in tutti l’ammirazione pel suo contegno esemplarmente cristiano e coraggioso. Già distintosi in altre occasioni per abnegazione, patriottismo e coraggio», Giuseppe Del Bianco, La guerra e il Friuli, Libro IV - Sull’Isonzo e in Carnia, Del Bianco Editore, Pradis di Colloredo di Montalbano 2001, vol. II, pp. 270-271.
Così l'ha ricordato Guglielmo Biasutti:
«Molinaro d. Fortunato di Andrea, n. 1877, o. 1903, ✞ in Cornino il 13-3-1965, sepolto nel mezzo del cimitero. Mansionario di Forni Avoltri fino al 1919, vicario di Peonis fino al 1925, quindi a Cornino fino al 1936, occupò poi incarichi di rilievo per qualche anno su istanza dell’arcivescovo mons. Nogara. Parroco di Mels dal 1939 al 1962 donde si rititò quiescente nel paese natio. In seminario fu segretario del circolo democratico murriano, di cui era presidente d. Beniamino Alessio di Buia. Nel primo decennio del secolo corr. fu uno dei maggiori esponenti del cosiddetto modernismo sociale tra il clero udinese. Nel 1919 l’arcivescovo mons. Rossi lo voleva direttore spirituale del seminario, ma egli declinò l’invito. Di ingegno sottile, di grande pietà. Pubblicò due opuscoli sulla sua attività in Cornino e uno sulla storia della parrocchia d’Oltreponti (Frasseneto) e di Forni Avoltri», Guglielmo Biasutti, Forgaria - Flagogna - Cornino - S. Rocco, Arti Grafiche Friulane, Udine 1977, p. 475.
Questo il necrologio apparso sul periodico Friuli nel mondo col titolo Ricordo di don Fortunato Molinaro mite e instancabile apostolo della bontà:
«Si è spento a Cornino, a quasi 88 anni d’età, don Fortunato Molinaro, eccezionale figura di sacerdote, che la popolazione del luogo (e, con essa, altre del nostro Friuli) ricorderanno con gratitudine e con affetto indelebili. Non si esagera certo dicendo che c’era in lui uno spirito d’iniziativa sorprendente, una naturale disposizione a dare con slancio il meglio di sé per il bene degli altri senza attendere altra ricompensa che la pace con la propria coscienza e l’aiuto della Provvidenza divina che non lo abbandonò neppure nelle ore più buie. Fu proprio, anzi, la sua incrollabile fede nella bontà, la sua certezza che il male non può prevalere nel mondo, a rendere così generosa la sua mano nel dare, così intrepido il suo fervore nel soccorrere. Nel 1903, appena consacrato sacerdote, fu destinato in qualità di cappellano a Forni Avoltri, dove rimase (salvo la parentesi di un anno ad Ovaro: e qui riuscì a costruire un campanile, in tempi oppressi da mille bisogni e da inniti disagi) sino alla primavera del 1909. Al paese di cui gli era stata a›data la cura spirituale dedicò un libro, «La Cura di Sopraponti», che è un autentico monumento per i documenti, le notizie, le chiose che raccoglie e che danno un quadro quanto mai efficace ed esatto della vita del paese, che ha trovato in quelle pagine il volto della propria storia. Ma a Forni Avoltri don Fortunato Molinaro fece anche il dono dell’asilo parrocchiale, e ancor oggi c’è chi lo ricorda recarsi con la gerla sulle rive del Degano a raccogliere sabbia e ghiaia per portare a termine l’opera iniziata con tanto spirito di sacrificio e con tanto apostolico zelo. Successivamente, per un lustro, fu parroco a Peonis di Trasaghis e più tardi ancora raggiunse Cornino, il suo paese natale, soprattutto per erigervi la chiesa in luogo della medievale cappella ormai insufficiente alle necessità del culto. Quanta fatica, quanti silenziosi eroismi per tirar su i muri del tempio! Il girovagare di don Fortunato sul greto del Tagliamento per affastellare giunchi e vepri, il suo raccogliere «baràz» per venderli onde ricavare qualcosa a favore della chiesa, il suo far incetta di uova e di cianfrusaglie per pagare i debiti (ed erano gli anni in cui la crisi economica aveva fatto la sua trista apparizione in ogni casa d’ogni nostro paese) sono ricordi ancora vivi nella mente di molti parrocchiani, anche se per i più giovani quegli episodi acquistano già il sapore della leggenda. Il venerato arcivescovo mons. Nogara avrebbe voluto fare di quel sacerdote d’eccezione, in cui lo zelo apostolico si sposava mirabilmente alla vastità e profondità del sapere, un vicario foraneo: e lo destinò, in qualità di economo, ad Ampezzo, a Varmo e a Mortegliano. Ma don Fortunato era tanto schivo di onori quanto geloso della propria umiltà, che fu il segno caratteristico ed inconfondibile di tutta la sua vita. Si ritirò pertanto come parroco a Mels, dove rimase 23 anni e dove si dedicò interamente alla formazione delle anime, alla preghiera, allo studio, alla spirituale unione con il Signore. Poi la morte nel paese natale: un commiato quasi improvviso, in punta di piedi, per non disturbare nessuno. Ma Cornino, Forni Avoltri, Ovaro, Peonis, Ampezzo, Varmo, Mortegliano, Mels – e tutti, tutti quanti conobbero di don Fortunato Molinaro la povertà, la semplicità e la mortificazione — non dimenticano il santo sacerdote ansioso di giustizia e di verità, e ne tramanderanno il nome come quello di un’anima che in tempi squallidi e disordinati seppe conservare intatta in sé, e trasmettere luminosa negli altri, la fiducia nell’invincibile forza del Bene», Friuli nel mondo, IX (1965), 145 (dicembre), p. 7.
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