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Note


  1. Dalla domanda di beneplacito per l'istituzione della mansioneria inoltrata dai collinotti, nel 1729, alla Serenissima, nella trascrizione riportata in Fortunato Molinaro, La cura di Sopraponti e le sue ville (Carnia), Tipografia Doretti, Udine 1960, p. 82; il passo è citato, in forma lievemente diversa, probabilmente più aderente all'originale, da Enrico Agostinis in un articolo che lo richiama esplicitamente nel titolo, Enrico Agostinis, Nella più alpestre situazione. Il territorio di Collina in Carnia spiegato da un culinòt, in «Tiere furlane/Terra friulana», n. 1 (2009), p. 87. La Provincia a cui si accenna corrisponde alla «Cargna» del periodo veneto. 

  2. Sia la «coppia contrastativa» grande/piccola, sia i toponimi legati a «collina» costituiscono evenienze toponomastiche frequenti e diffuse. «Collina e Collinetta: due nomi facili da spiegare, il che, come avvertito, non succede spesso nelle nostre zone», osserva Cornelio Cesare Desinan, Cornelio Cesare Desinan, Osservazioni sulla toponomastica del Canale di Gorto, in «Memorie storiche forogiuliesi», vol. LXXV (1995), p. 145. Enrico Agostinis, che stigmatizza la variante friulana Culinète dello «sfortunatissimo Collinetta della toponomastica ufficiale», richiamandosi ad un'antica attestazione, «Aculine parve», osserva: «E se fosse figlia, quella antica lezione Aculine, di un ad collem con riferimento al già citato Cogliàns-collis? Oppure, e va benissimo lo stesso, ad-colles al plurale, a indicare l'insieme dei monti che chiudono la valle e incombono su Collina stessa. Avremmo infine la vera evidenza: Collina non già "sulla collina", ma villa "tra i monti" o "vicino ai monti"», Enrico Agostinis, I luoghi e la memoria. Toponomastica ragionata e non della Villa di Collina, Territorio della Carnia, Agostinis Enrico 2007, pp. 78-79. Sulle origini, e la leggenda fondativa, di Collina si veda Enrico Agostinis, Le anime e le pietre. Storie e vite di casa e casate, di uomini e famiglie. Piccolo grande zibaldone della villa di Culina in Cargna, Sagep, Genova 2001, pp. 7-14. 

  3. Le citazioni sono tratte da Giovanni Marinelli, Guida della Carnia, G. B. Ciani, Tolmezzo 1906; rist. Arnaldo Forni Editore, Bologna 1981, p. 327, secondo cui «le informazioni riguardanti gli alberghi ecc. e le guide, generalmente si riferiscono all'inverno 1905-06», ivi, p. 40. 

  4. Ivi, p. 329. Parecchi anni dopo, intorno al 1933/34, Ugo Pellis si soffermerà sugli stessi particolari: «Il paesaggio è quanto mai pittoresco. Le costruzioni del villaggio sono caratteristiche. Parecchie case sono coperte di paglia di segale senza fumaioli perciò il fumo uscendo dalla porta e dalla finestra affumica e annerisce la case all'esterno. Sono stato in una casa: il soffitto è tutto una cappa nera. Quando fuma, devo uscire un po' che mi bruciano gli occhi…», Ugo Pellis, Pagine inedite, in «Ce Fastu?», vol. XXI (1945), n. 1-6, a cura di Tita Brusin, p. 23. 

  5. Marinelli, Guida della Carnia, cit., p. 308; si tratta della «popolazione presente» al censimento del 10.2.1901; la «popolazione residente» era d'un pelo superiore, 373 abitanti, 226 a Collina e 147 a Collinetta -- Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, *Censimento della popolazione del Regno d’Italia al 10 febbraio 1901, Tipografia Nazionale di G. Bertero e C., Roma 1902, vol. I, p. 376. Il giudizio sulla sua scarsità genera stupore oggi, abituati come siamo a ben altre consistenze. Secondo la prima edizione della «Guida», qualche anno prima, nel 1896, le due borgate contavano 301 abitanti -- Giovanni Marinelli, Guida della Carnia (Bacino superiore del Tagliamento), Società Alpina Friulana, Udine 1898, p. 458; il censimento del 1871 ne aveva rilevati 250 -- Accademia udinese di scienze, lettere ed arti, Annuario statistico per la Provincia di Udine, Tipografia di Giuseppe Seitz, Udine 1876, vol. I, p. 166; nel 1881 la popolazione si aggirava sui 300 abitanti («Collina […] contava nel 1871 poco più di 250 abitanti, e nel 1881, come popolazione residente, suppergiù 300 abitanti», Giovanni Marinelli, La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi, in «Bollettino del Club Alpino Italiano per l’anno 1888», vol. XXII, n. 55 (1889), p. 131); nel 1811, secondo il primo «ruolo generale della popolazione», allora istituito, i residenti erano 221 -- Tullio Ceconi, Forni Avoltri, 1800-1915: avvenimenti, risorse locali e mobilità delle persone, Comune di Forni Avoltri, Forni Avoltri 2011, p. 12; il «Compartimento territoriale» del 1802 conteggiò 209 abitanti (Compartimento territoriale delle città, terre, castella, borghi, ecc.ed anagrafi della popolazione delle provincie austro venete - Formato con il fondamento delle note manoscritte spedite dalle provincie l'anno 1802, Archivio di Stato di Venezia, Biblioteca legislativa, b. 351). 

  6. Marinelli, Guida della Carnia, cit., pp. 327-328. Sul friulano parlato a Collina vedasi Giuseppe Scarbolo, Collina e il suo dialetto, in «Sot la nape», vol. II, n. 5 (1950), pp. 44-49 (basato sulla sua tesi di laurea -- Il dialetto di Collina, Università di Padova a.a. 1947/48), che ricorda la sensazione provata da Ugo Pellis intorno al 1933/34: «A Collina la parlata rivelando le antiche vestigie dell'anima friulana mi procura un godimento particolare…», Pellis, «Pagine inedite», cit., p. 22. 

  7. Marinelli, Guida della Carnia, cit., p. 328. 

  8. In precedenza era stata illustrata con queste parole: «Fenomeno vitale per la Carnia è quello della emigrazione all'estero, che è quasi esclusivamente emigrazione temporanea. Nell'anno 1901 emigrarono temporaneamente 6657 individui dal distretto di Tolmezzo e 1347 dal distretto di Ampezzo, quindi nell'elevatissimo rapporto medio del 14% della popolazione. La Carnia è infatti la plaga che, in Italia, presenta la massima emigrazione temporanea. Gli operai che emigrano all'estero sono muratori, braccianti, boscaiuoli, tagliapietre, arrotini, segatori di legname, fornaciai, falegnami, fabbri, tessitori, sarti, ecc. I paesi esteri più frequentati sono la Germania, l'Austria-Ungheria, la Bosnia, gli stati Danubiani», ivi, p. 12. 

  9. Giovanni Battista Ciani e Giovanni Battista Seccardi, Guida commerciale, industriale ed amministrativa della Carnia e del Canale del Ferro, Stab. tip. G. B. Ciani, Tolmezzo [1902], p. 83. 

  10. Marinelli, Guida della Carnia, cit., p. 327. Sulla gura di Eugenio Caneva vedasi Enrico Agostinis, Fu la prima a nascere… Vita e opere di Caneva Eugenio da Collina, in «Tiere furlane/Terra friulana», n. 2 (2010), pp. 53-60. 

  11. Giovanni Marinelli, «Note sulle condizioni degli abitanti di Sauris e Collina. Sopra 1300 m», in Cesare Lombroso, Pensiero e meteore. Studi di un alienista, In risposta ai quesiti posteriori del prof. Lombroso, Fratelli Dumorald, Milano 1878, pp. 213-227. 

  12. «L'altimetria della valle è varia. Comincia a 750 m.; finisce a 2000 m., colle selle, a 2800 m., colle vette. Però il paese di Collina è a circa 1255 m.; mentre quello di Collinetta è circa 50 metri più basso. Una nuova livellazione da me praticata quest'anno mediante il barometro Fortin mi diede appunto questi risultati», ivi, p. 223. 

  13. Ibidem

  14. Ivi, p. 224. 

  15. Giovanni Marinelli osserva come, nonostante l'isolamento geografico, gli abitanti «si mescolano però coi confinanti molto più che non facciano quelli di Sauris», ibidem

  16. E questo nonostante con esse negasse «il rapporto tra "pensiero e meteore" sollecitato dal Lombroso, sostenendo che […] l'azione barometrica non appariva influire sulla statura o sulla moralità», Francesco Micelli, «I geografie l’esplorazione scientifica della montagna friulana», in La montagna veneta in età contemporanea. Storia e ambiente. Uomini e risorse, a cura di Antonio Lazzarini e Ferruccio Vendramini, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1991, p. 329, come del resto lo stesso Lombroso aveva riconosciuto. 

  17. Marinelli, «Nota sulle condizioni degli abitanti», cit., pp. 225-227. Riguardo agli «esercizi muscolari», richiamati al punto 4., si veda Andreina Ciceri, Le portatrici di fieno, in «Sot la nape», XXVII (1975), 2, pp. 45-47, che riporta alcune note di consegna di fieno (febbraio 1851, marzo 1854) a Valentino Vidale da Forni Avoltri da parte di Antonio Di Tamer da Collina. I pesi medi trasportati da ciascun portatore (in prevalenza donne) superano le 100 unità d'una misura che non viene specificata (Libbre? Chilogrammi?). 

  18. Si veda la breve nota biografica riportata in appendice. 

  19. Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., p. 75. Nelio Toch ha osservato che nel Novecento, almeno in fatto di vocazioni religiose femminili, le cose cambiarono: «Ma nel secolo scorso ci sono state […] ben cinque vocazioni femminili tutte emigrate: Noemi a Torino, le cugine Grazia e Mafalda in Liguria, Dorina a Parma e la più anziana Marina "di Betan" in Argentina, prima a Buenos Aires e poi a San Julian in Patagonia, nell'estremo sud del paese», Nelio Toch, Cento anni di emigrazione femminile a Collina, dal 1870 al 1970, in Donna ed emigrante. Storia di vita femminile tra stanzialità ed emigrazione nella comunità di Forni Avoltri, a cura di Tullio Ceconi, Comune di Forni Avoltri, 2011, p. 200. 

  20. Notizie su Daniele Di Sopra/Oberhauser, emigrato a Lubiana, socio ed esecutore testamentario di Mattio Tamer, deceduto a Lubiana, e il suo lascito del 1728 finalizzato all'istituzione della mansioneria in Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., pp. 72-73 e Giancarlo L. Martina, «Nella città di Lubiana sotto il stato imperiale». I Tamer di Collina ed i cramari settecenteschi di Forni Avoltri, in Cramars. Atti del convegno internazionale di studi Cramars. Emigrazione, mobilità, mestieri ambulanti dalla Carnia in Età Moderna, a cura di Giorgio Ferigo e Alessio Fornasin, Arti Grafiche Friulane, Udine 1997, pp. 335-340. 

  21. Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., p. 77. Nel 1886 era stata costruita una nuova canonica a Collina grande e nel 1890 venduta quella di Collinetta. 

  22. Si veda la collezione de' «La Provincia dell'Istria», digitalizzata e resa disponibile sul sito www.dlib.si, dalla quale si desume che fu membro attivo e influente della Società Agraria Istriana; in occasione del VII congresso (1873), svoltosi a Dignano ne divenne vicepresidente: «Venne eletto a presidente il Dr. Milossa di Rovigno, uomo di molta capacità, e che perciò tutti desiderano di vederlo prender parte attiva alle pubbliche cose; a vice-presidente l'egregio Sottocorona di Dignano, noto in provincia, per i suoi studi di bachicultura. A direttori i prestantissimi signori Tommaso Bembo di Valle, Antonio Cecon e Federico Spongia di Rovigno», La Provincia dell’Istria, VII (1873), 24 (16 dic.), p. 1375. In occasione dell'VIII congresso (settembre 1875), venne eletto direttore e lesse un «referato sulla bachicoltura» riportante «le conclusioni dei quattro congressi bacologici internazionali con alcune proprie osservazioni che assoggetterà al giudizio dei sigg. soci convenuti», La Provincia dell’Istria, IX (1875), 20 (16 ago.), p. 1731; in seguito, fino alla morte, lo troviamo sempre nel direttivo dell'organizzazione; nel 1893 è confermato vicepresidente dalla Camera di commercio: «Il ministro del commercio ha confermato la rielezione del sig. Domenico Candussi-Giardo a presidente e del sig. Tomaso Sottocorona a vice-presidente della camera di commercio ed industria dell'Istria per l'anno 1893», La Provincia dell’Istria, XXVII (1893), 8 (16 apr.), pp. 64-65. 

  23. Congresso bacologico, Atti e memorie del VII Congresso bacologico internazionale tenuto in Siena nei giorni 15, 16 e 17 agosto 1881, Bargellini, Siena 1882, pp. VII, 74-77. 

  24. Dario Alberi, Istria. Storia, arte, cultura, Lint, Trieste 2001, p. 957, che probabilmente si rifà a Camillo de Franceschi, il quale nel suo studio sui castelli della Val d'Arsa non mancò di ringraziare «il signor Sottocorona» che «con la squisita cortesia che lo distingue, mise a mia disposizione tutti i documenti da lui posseduti riguardanti l'antica signoria di Lupoglavo», Camillo de Franceschi, I Castelli della Val d’Arsa. Ricerche storiche, in «Atti e Memorie della Società di Archeologia e Storia Patria», vol. XIV, fasc. 1.º e 2.º (1898), p. 194, oltre a riassumere le ultime vicende del castello in questo modo: «La signoria di Lupoglavo, che nel 1814 fu sottoposta per gli affari giudiziari al neo-istituito Commissariato distrettuale di Bellai, veniva negli ultimi tempi amministrata da un gerente (che si disse anche governatore) delegato dai Brigido. Questi ne ricavavano un utile netto di circa 10 mila fiorini all'anno. Giuseppe Ferdinando Brigido (1816-1840), unico figlio del conte Paolo, premorì al padre in conseguenza di una ferita riportata in duello a Vienna. Dalla consorte Carolina baronessa de Hackelberg-Landau non ebbe che due figliuole: Paola andata sposa ad un cugino materno e Ferdinanda, le quali — eredi testamentarie del nonno — vendettero nel 1883 il castello di Lupoglavo e gli annessi beni allodiali, al signor Tomaso Sottocorona di Dignano», ibidem. Il 20.5.1888 Tomaso Sotto Corona ospita nel suo castello il VII convegno alpino della Società alpina delle Giulie: «Domenica 20 maggio, alle ore 10.30 ant., congresso generale dei soci nel castello di Lupolano, cortesemente concesso dal proprietario sig Tomaso Sottocorona, col seguente ordine del giorno : […] 2. Alpe grande. (Planik, 1273 m.). Domenica 20 maggio, ore 3 pom. Partenza dal luogo del convegno (403 m.) per la malga Sottocorona (1000 m. circa), ove si arriva alle ore 7 pom. circa e si pernotta. --- Lunedi 21 maggio, ore 3 ant. Partenza per la vetta del monte ove si giunge alle ore 4 aut. Scioglimento del convegno», La Provincia dell’Istria, XXII (1888), 6 (16 mag.), p. 75. Il castello venne rimesso in vendita da Tomaso Sotto Corona nel 1895, almeno stando a un documento formato da «tre pagine in lingua italiana, composto con grafia bella e comprensibile […] accompagnato da un disegno dettagliato, in scala 1:2880, del castello e della sua area, che rappresenta l'intera struttura: piano terra, primo piano e secondo piano» (da una scheda bibliografica, tradotta con Google, relativa a Slaven Bertoša, Osebujno mjesto austrijske Istre: lupoglavski kraj u srednjem i novom vijeku). 

  25. Almanacco italiano, Almanacco italiano. Piccola enciclopedia popolare della vita pratica e annuario diplomatico amministrativo e statistico, Anno IX, R. Bemporad & Figlio, Firenze 1904, p. 660, dove si precisa che morì a Dignano d'Istria nel luglio 1902. A commento di una tabella sulla produzione istriana di bozzoli nel periodo 1870-1889, Eugenio Pavani si dichiara debitore per i dati esposti verso il «sig. Tommaso Sottocorona di Dignano, solerte riproduttore del seme serico della razza indigena a bozzolo giallo. Egli prepara annualmente circa 8000 oncie di seme a selezione cellulare Candoni-Pasteur», Eugenio Pavani, Cenni storici intorno alla seta in Gorizia, nell’Istria e in Trieste, in «Archeografo triestino. Raccolta dimemorie, notizie e documenti particolarmente per servire alla storia di Trieste, del Friuli e dell’Istria», vol. n.s. XVI (1890), p. 105. «Villa Francesca del sig. Tomaso Sottocorona a Dignano» è ricordata come luogo di deposito e custodia di reperti archeologici provenienti nell'agro polese, Piero Sticotti, Relazione preliminare sugli scavi di Nesazio, in «Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria», vol. XVIII (1902), p. 144. È autore di diversi articoli e pubblicazioni; ricordiamo almeno Tommaso Sotto Corona, Cure pratiche raccomandate da T. Sotto Corona in Dignano agli allevatori di bachi a bozzolo giallo, Tip. A. Coana, Rovigno 1881. 

  26. E in particolare del comitato permanente del suo consiglio agrario -- Era nuova, n. 7 (7.6.1901), scaricabile dal sito web www.dlib.si/. 

  27. «Alla deputazione Comunale di forni Avoltri. Avendo il figlio Tomaso deta danni 13 la sorte di poter entrare in un negozio a Dignano nell'Istria così si prega la Deputazione Comunale d'accompagnarlo favorevolmente all'autorità per fargli avere un Passaporto à Gratis per potersi bentosto Recarsi colà. Collina li 6 Ottobre 1847. Giuseppe Sotto Corona», una copia fotografica dell'istanza è pubblicata in Ceconi, Forni Avoltri 1800-1915, cit, p. 104. 

  28. La citazione è tratta da una copia manoscritta del «Promemoria per ricordare Date - Fatti - Avvenimenti», elaborato dal maestro Eugenio Caneva, fornitaci da Enrico Agostinis, che ringraziamo. Dalla stessa fonte s'apprende che «1867 – Furono venduti i prati: Zovo, Chiampei, Valantugni, Miol ecc. all’avvocato Grassi di Tolmezzo, che comprò a lire 20 il settore e ridusse all’attuale malga Chiampei. Fù per acquistarlo il signor Sotto Corona Tomaso di Dignano d’Istria (nato a Collina). Il Grassi voleva avere £ 22.000, e il Sotto Corona gli offrì £ 15.000 ed infine ne pagava 16.000. Non si misero d’accordo. Dopo morto l’avvocato, le figlie vendettero a Pascolin Nicolò (Culau) di Sigilletto a £ 9000» -- passo già in parte citato in Agostinis, I luoghi e la memoria, cit., p. 55. 

  29. Marinelli, La più alta giogaia, cit., p. 129. A queste tre vie va poi aggiunta quella che sale, quasi perpendicolarmente, dalla località di Ponte Coperto a Sigilletto, tagliando Basulin, Lurinz e Navo, e prosegue per Collina (ore 2 circa), come ricorda, forse non senza un pizzico di malizia verso i neifiti, condensata nel giudizio sulla sua «comodità», il programma dell'inaugurazione del ricovero Giovanni Marinelli (22.9.1901): «Da Rigolato a Collina per Sclinghin (680) o Givigliana, il sentiero è buono e discretamente comodo. Altrettanto bello e ancora più comodo è quello che sale da Ponte coperto, e una piccola passeggiata con poca salita è la via da Forni Avoltri», In Alto, XII (1901), 6, p. 42. 

  30. Marinelli, La più alta giogaia, cit., p. 168. 

  31. Secondo Fortunato Molinaro la strada «venne aperta nel 1885 e gli imprenditori erano da Forni Avoltri, Romanin Fridolino, Romanin Valentino e Vidale Gio. Batta. Prima per passare da Collinetta a Collina grande, si seguiva la strada che porta alla Chiesa», Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., p. 69. 

  32. Agostinis, I luoghi e lamemoria, cit., p. 109, che cita anche un estratto dai ricordi di Eugenio Caneva: «Nell'anno 1887 mi venne l'idea di costruire una strada più comoda […] per andare a Collinetta cioè ove trovasi attualmente. L'anno 1888 fu tenuta l'asta pell'appalto…», ibidem. «Infine, nel 1969-70 fu costruita la nuova strada alta sopra C[ollina]P[iccola] e fu edificato l'attuale ponte, pochi metri a monte del precedente (ponte che fu successivamente demolito perché pericolante, ma le spalle sono ancora in piedi e ben visibili dal ponte nuovo», ibidem

  33. «Importanti lavori stradali vennero portati a termine pochi mesi prima dell'entrata in guerra dell'Italia, nella zona pedemontana e montana. Va ricordato, tra l'altro, che nel 1912 era stato ultimato il tronco che collegava Comeglians a Rigolato, e nel settembre del 1914 veniva inaugurato solennemente il tratto Rigolato-Forni Avoltri. In tal modo si realizzava una grande aspirazione degli abitanti della valle del Degano e si creava un'importante via di comunicazione di interesse militare, in vista delle imminenti operazioni belliche», Gaetano Cola, Cento anni di opere pubbliche in Friuli, Del Bianco Editore, Udine 1967, p. 72. «Dichiarata provinciale di II serie nel 1875 la strada del Gorto, detta impropriamente del Monte Croce [di Comelico], questa fu cominciata a sistemare, o meglio a ricostruire di sana pianta, verso il 1880; arrivando in un primo tempo fino a Comegliàns, e soltanto molto più tardi (1914) a Forni Avoltri, mentre del tutto recente è il buon collegamento con Sappada», Michele Gortani, «Vie e mezzi di comunicazione», in Giovanni Marinelli, Guida della Carnia e del Canal del Ferro, a cura di Michele Gortani, Libreria Editrice «Aquileia», Tolmezzo 1924-25, p. 143. Riguardo al ponte Lans «sul quale la strada Rigolato Forni Avoltri, passa dalla sinistra alla destra» del Degano, don Molinaro precisa «L'attuale ponte venne costruito in cemento nel 1914. Ma si ricorda che era in legno. Era stato costruito nel 1890 da un semplice falegname, un ottimo artigiano e costruttore, Vidale Gio-Batta da Forni Avoltri. L'antecedente era stato fatto nel 1878, più basso assai, ed era stato asportato dalla piena straordinaria del 1882. Rifatto in forma provvisoria, un'altra piena, ben maggiore, nell'ottobre del 1889 lo distrusse nuovamente», Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., p. 11. L'impresa aggiudicataria dei lavori del 1890/91 faceva capo a «Giacomo Romanin di Forni Avoltri ed operai Romanin Fridolino, Romanin Valentino ed il sopraddetto Vidale Giobatta, tutti di Forni Avoltri», ibidem

  34. Cola, Cento anni, cit., p. 67. 

  35. «Alla ferrovia Carnica vengono a far capo, rispettivamente a Tolmezzo e Villasantina, la tranvia del Bût e la tranvia del Degano. Sono entrambe dovute al generale Lequio, che, sollecitando il concorso dei Comuni, riuscì ad ottenere stabile e duratura quella che doveva essere altrimenti solo una provvisoria opera di guerra», Gortani, «Vie e mezzi di comunicazione», cit., 148. Per la data d'entrata in funzione vedasi Giuseppe Nogarino, Tranvie del Degano e della Valle del Bût in Carnia - Alto Friuli, Calosci editore, Cortona 2001, p. 21. Siamo a ridosso della disfatta di Caporetto che si sarà forse ripercossa anche sulla funzionalità della tranvia del Degano. Nata per favorire l'esportazione del legname e gli scambi commerciali, non venne utilizzata per il trasporto di persone, almeno stando ai ricordi don Molinaro: «Il sacerdote Fortunato Molinaro, alla sera del 14 aprile 1919, entrò a Peonis, sua nuova destinazione. È vero che partì non accompagnato da alcuno, alla notte dal 13 al 14 aprile, a piedi, da Forni Avoltri per Comeglians, per prendere la corriera e, non avendo trovato posto, continuò fino a Villa Santina per il primo treno», Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., p. 106. 

  36. Don Molinaro accenna «ai canti che vibrarono sotto il Coglians» in tale occasione. «Quando fu concesso al paese di cotruirsi la strada del Fulin, e con denaro proprio, perché allora le frazioni avevano casse proprie, l'entusiasmo fu al colmo. Ricordo la magnifica cantoria quando c'erano i fratelli Agostinis e compagni», ivi, pp. 81-82. 

  37. Tommaso Pellicciari, Forni Avoltri, Arti Grafiche Friulane, Udine 1973, p. 221. 

  38. «Dall'ideazione della strada all'individuazione del percorso, alla progettazione (i progetti furono tanto mutevoli quanto numerosi), fino alla conclusione dei lavori, l'iter della realizzazione dura sette anni, dal 1907 (anno di ideazione della strada) al 1914 (fine dei lavori)», Agostinis, I luoghi e la memoria, cit., p. 13. «Terminata nel 1914, alla vigilia dello scoppio del primo conflitto mondiale, la strada non fa neppure in tempo a svolgere la funzione per la quale è concepita e fortemente voluta, ovvero il trasporto diretto a valle del legname. Fra i numerosi sconvolgimenti che il conflitto prima e il dopoguerra poi portano con sé vi è la rapidissima evoluzione (meglio sarebbe dire rivoluzione) delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto: una rivoluzione che si replicherà, moltiplicata, nel secondo dopoguerra», Agostinis, «Nella più alpestre situazione», cit., p. 96. 

  39. «Dopo l'avvio delle ostilità nel 1915, le esigenze belliche convinsero ben presto il comando militare della Zona Carnia della necessità di una strada che avvicinasse Forni Avoltri, sede del comando di settore, alla linea del fronte che si snodava lungo la cresta principale, dal passo Giramondo a Volaia a Monte Croce Carnico. Un percorso che mettesse in collegamento Forni con Collina, dunque, ovvero con l'immediata retrovia della prima linea che dal monte Volaia correva all'omonimo passo, per poi risalire al Cogliàns e alla Chianevate. Fu quindi dato avvio alla costruzione della strada attuale, i cui lavori furono però interrotti dalla disfatta di Caporetto e dalla conseguente ritirata del novembre 1917 da tutto il fronte orientale. La costruzione della strada fu infine portata a compimento solo nel dopoguerra, a spese del Comune di Forni Avoltri», Agostinis, I luoghi e la memoria, cit., p. 16. 

  40. «Per quasi un secolo, le scuole elementari furono dirette da due paesani ed esperti insegnanti. Eugenio Caneva (1862-1903) e Alberta Agostinis (1913-1958) che meritarono la stima generale del paese. Oltre alla scuola il Caneva s'adoperò per il perfezionamento del paese. La latteria sociale, la prima della Carnia (1881) la posta, il telefono, la stazione metereologica, le nuove scuole sono merito suo. Ebbe medaglia d'oro. Erano gli anni in cui deputato per la Carnia era Gregorio Valle, il quale favorì in tutti i modi il Caneva. La moglie del Caneva non fu da meno, perché si dedicò particolarmente ad opere di carità ed assistenza degli ammalati e moribondi del paese», Molinaro, La cura di Sopraponti, cit., pp. 77-78. 

  41. «L'attitudine e l'amore alla scuola della maestra Alberta Agostinis sono notissime. Dimostrò ammirevole sollecitudine e impegno per avviare gli scolari ad una vita giusta, che non potrà mai essere tale, se non è religiosa. E ne diede anche l'esempio. Non meno della scuola amò la chiesa», ivi, p 78. Un suo bel ritratto fotografico, risalente agli anni di guerra (16.6.1917), in Novella Del Fabbro, Vitos di paîs, Centro Culturale «J. F. Kennedy», Forni Avoltri 1999, p. 35. 

  42. Vedasi Agostinis, I luoghi e la memoria, cit., p. 48, che si rifà alle memorie inedite di Eugenio Caneva e pubblica una foto dell'edificio risalente al 1909. Sulla poliedrica figura di Amedeo Zanier, industriale, inventore, fotografo, che verrà citato di nuovo anche in seguito, si veda la breve biografia tracciata da Pieri Pinçan, Pierino Pinzan, Lu cavalir Zanier, in Vertâz. Storia, emigrazione, esperienze e caratteristiche di una comunità, ALEF, Comune di Rigolato, Scuola elementare di Rigolato, 1991, pp. 173-174. 

  43. «1892 - Oggi 1° febbraio venne aperta una Rivendita di Privativa a Collina. La gestione venne affidata a Tolazzi Michele fu Michele, che morì il 25 novembre 1904. Continuò la vedova fino al 1910. Dopo asunse tale gestione Gaier Giovanni di Valentino (Paur)», Eugenio Caneva, Memorie, copia manoscritta dell’originale riportante il timbro dell’Albergo G. Sotto Corona - Collina - Via Tors 2, sd, p. 38. 

  44. Ibidem

  45. «1905 - 20 aprile: oggi inizia il portalettere da Forni a Collina, giornaliero con residenza a Collina e retribuito con £ 300 annue. È Mazzocoli Luigi fu Daniele. Nel 1908 si fanno pratiche perché gli venga migliorata la sua condizione, che verrà portata a £ 500», ivi, p. 40. 

  46. «1907 - Fu piantata la linea telefonica da Forni Avoltri a Collina. Il primo palo fù piantato a Collina l'8 giugno, l'ultimo a Forni il 21 giugno. Servizio provvisorio il 1° luglio», ibidem

  47. Per un quadro analitico si rinvia ad Agostinis, Le anime e le pietre, cit., pp. 52-101. 

  48. Paul Grohmann, «Aus den Carnischen Alpen», in Zeitschrift des Deutschen Alpenvereins, a cura di Theodor Trautwein, Deutschen Alpenvereins, München, vol. I (1869-1870), pp. 59-60; traduzione ripresa da Melania Lunazzi, «Il “Cogliano"», in Caterina Ferri, Antonio Giusa, Melania Lunazzi e Antonio Massarutto, Alpi Carniche e Dolomiti Friulane. Itinerari alpinistici dell’Ottocento, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2000, pp. 185-189. 

  49. Grohmann, «Aus den Carnischen Alpen», cit., p. 66; traduzione ripresa da Caterina Ferri et al., Alpi Carniche e Dolomiti Friulane, cit., p. 195. 

  50. «Chi furono i pionieri? Da dove vennero? Non certo dai villaggi di montagna, i cui abitanti non si spingevano mai volentieri verso l’alto, se appena potevano evitarlo. Avevano paura delle vette, e il folclore alpino è ricco di draghi e di mostri», Claire-Eliane Engel, Storia dell’alpinismo, Giulio Einaudi editore, Torino 1965, p. 13.
    «I pionieri della montagna vennero da tutt’altra parte: furono degli scienziati. L’epoca nella quale nacquero si interessava alla ricerca scientifica più del XVII secolo, e, senza trascurare la matematica, studiava appassionatamente le scienze naturali. La botanica, le geologia e la fisica permettono all’uomo di comprendere più chiaramente la complessità della natura e la forza del proprio spirito», Ivi p. 17.
    Precursore degli scienziati-esploratori ottocenteschi delle Alpi Carniche fu Belsazar Hacquet che le visitò tra il 1781 e il 1793: «Seguii il torrente Degano in direzione della sorgente, spostandomi sempre tra imponenti monti scistici. […] Dirigendomi ora per qualche tratto verso sud, giunsi al monte Neval, composto di calcare, ma con un po’ di scisto e di serpentina alla base. Prima della località di Forno di Carnia finiscono le montagne scistiche, mentre più avanti non si incontra altro che gli alti monti brulli, addossati l’uno all’altro, di cui i più elevati sono l’Altrozo, il Tullia e Colo Mesali, ai cui piedi scaturisce il torrente Degano.», Belsazar Hacquet, «Le Alpi Carniche. Le Alpi Carniche e la loro estensione verso occidente. I singoli monti. Le miniere di Auronzo ed Agordo. Gli abitanti di questa catena alpina ecc.», in Belsazar Hacquet dal Tricorno alle Dolomiti. Un viaggiatore del Settecento, a cura di Melania Lunazzi, Nuovi Sentieri Editore, Belluno 2010, pp. 165-167. 

  51. «[…] da quando le grandi montagne si sono stagliate sull’orizzonte, un incentivo è totalmente scomparso, e si tratta proprio dell’incentivo che ha aperto la strada alle montagne: la ricerca scientifica. Con questa unica eccezione, le altre vecchie tendenze sopravvivono tuttora, sotto aspetti diversi», Engel, Storia dell’alpinismo, cit., p. 17. 

  52. Marinelli, La più alta giogaia, cit., p. 122. 

  53. Ivi, p. 123. 

  54. «Per una breve stagione, dunque, i massicci montuosi che circondano la bella conca del Lago Volaia contendono alle più famose Dolomiti il richiamo verso gli alpinisti e i turisti ‹alla moda›», Caterina Ferri et al., Alpi Carniche, cit., p. 162. 

  55. Melania Lunazzi, «Gli accompagnatori dei primi alpinisti. Da cacciatori a guide alpine», in La Società Alpina Friulana e le Alpi Friulane, a cura di Giuseppe Bergamini, Cristina Cristante Donazzolo e Francesco Micelli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2000, p. 50. «Per le salite “ordinarie" spettavano alla guida tre o quattro lire al giorno, per le salite di Canin, Coglians, Peralba, Clapsavòn e Pramaggiore dalle cinque alle sei lire al giorno. Ai portatori, che erano quasi sempre delle donne, spettavano normalmente, a meno che non si trattasse di “fatiche straordinarie", per le quali occorrevano tre lire, due lire al giorno. Non dimentichiamo che il ruolo di queste ultime fu altrettanto fondamentale quanto quello della stessa guida, anche se per incombenze poco “psicologiche", di pura fatica, trattandosi in quegli anni di trasportare al seguito un carico di vettovaglie assai vario, voluminoso e soprattutto pesante (coperte, fucili, barometri, apparecchi fotografici ecc.), dato che quasi mai le escursioni in montagna si realizzavano in un solo giorno», Ibidem.
    Devo a Enrico Agostinis la segnalazione di un'inesattezza presente nelle precedenti versioni di questo lavoro, consistente in una presunta salita (nel 1870) alla Creta di Collina da parte di Paul Grohmann guidato da un inesistente Nicolò Samassa (una specie di commistione tra Pietro Samassa e Nicolò Sotto Corona), ripresa acriticamente da Pellicciari, Forni Avoltri, cit., p. 97.  

  56. Sergio De Infanti, «Pietro Samassa», in Novecento. Dai monti della Carnia, a cura di ASCA - Associazione Sezioni Carniche del CAI, Edizioni Andrea Moro, Tolmezzo 2002, p. 12, che ha ripreso e accentuato quanto già esposto in Valnea Pinzan, Pietro Samassa, guida alpina (1866-1912), in «In Alto», vol. LXXVI, n. CXII (1994), p. 269, e, ancor prima, in un racconto di Pier Arrigo Carnier pubblicato nel 1957 – Pier Arrigo Carnier, Vento di Carnia. Racconti, Tipografia G. B. Doretti, Udine 1957, pp. 19-28. «Fra gli abitanti delle vallate alpine c’era chi conosceva un po’ meglio le montagne: i cacciatori di camosci e i cercatori di cristalli - e molto spesso chi era cacciatore era anche cercatore di cristalli. […] Era facile trovarli lungo tutta la catena alpina, e i racconti delle loro avventure appassionavano grandemente i viaggiatori. Si trattava sempre di racconti altamente drammatici. Per scalare le rocce a strapiombo alla ricerca della preda, essi di mettevano a piedi nudi e, per avere maggior presa sugli appigli precari, si tagliavano le piante dei piedi perché il sangue delle piaghe li facesse aderire meglio alla parete. Viene da chiedersi come mai uomini in possesso di tutte le facoltà mentali abbiano potuto inventare una storia del genere – una storia che, pure, ha continuato a essere ritenuta vera fin quasi alla fine del secolo scorso», Engel, Storia dell’alpinismo, cit., p. 15. «Per tutto il XVIII secolo e all’inizio del XIX i cacciatori di camosci hanno una parte di primo piano in tutte le opere dedicate alla montagna. Furono essi le prime guide – non c’era scelta; poi, data l’assoluta certezza dell’epoca nella fondamentale bontà della natura, si trasformarono rapidamente in idillici personaggi sempre pronti a pronunciare massime edificanti di dubbia originalità. Ma se conoscevano qualche cresta e qualche ghiacciaio dove tendere l’agguato alla preda, i cacciatori di camosci non tentavano mai di raggiungere le vette per amore puro e semplice dell’ascensione», Ivi, p. 17. «Nella sua vita di guida alpina possiamo seguire un’evoluzione che porta ad un “alpinismo obbligatorio" a cui fu costretto più per necessità che per passione, fino ad una ricerca di nuove vie di salita, indipendentemente dal tornaconto economico del suo mestiere di guida», Pinzan, «Pietro Samassa», cit., p. 267. 

  57. Ivi, p. 167. La visita di leva, cui si sottopose nel 1886, restituisce alcuni dei suoi tratti somatici: statura 169 cm; torace 93 cm; capelli castani lisci; occhi castani; dentatura sana; colorito roseo; cicatrice alla fronte - Friuli in prin, Anagrafe storica delle famiglie friulane, Samassa Pietro Antonio, Leva, 1866, e. 193, Tol. p. 389. Si sposò il 29 agosto 1894; il giorno prima Giuseppe Urbanis, intenzionato a raggiungere la Kellerspitz da uno dei canaloni della Cjanevate, lo cercò: «Arrivato a Collina, seppe che Samassa si sposava il giorno seguente; ma questi lungi dal declinare l’invito, chiese all’Urbanis di attendere solo per il giorno delle nozze, dopodiché all’alba partirono. Purtroppo l’impresa non riuscì, la guida con il suo ben noto coraggio propose di continuare da solo senza inutili pesi per portare a termine ugualmente l’impresa, ma l’Urbanis non glielo permise.», Pinzan, «Pietro Samassa», cit., p. 269. 

  58. Arturo Ferrucci, Nel gruppo del Coglians, in «In Alto», vol. IV, n. 1 (1893), p. 6. 

  59. Ivi, p. 7. 

  60. Ibidem

  61. Ivi, p. 8. 

  62. Ibidem

  63. Ivi, pp. ˜8-9. 

  64. Ivi, p. 9. 

  65. Ibidem

  66. Ivi, p. 10. 

  67. Lunazzi, «Gli accompagnatori», cit., p. 52. «Pietro Samassa morì giovane, nel pieno vigore delle sue forze, e fu una dolorosa sorpresa per noi tutti. Era stato l’uomo più ardito e sfrenato che io abbia conosciuto. Quando raccontava, con le vampe negli occhi, delle sue cacce proibite e del suo periglioso contrabbando, c’era da aver paura. Lì sapeva il fatto suo. Non mi sarei stupito di nessuna pazzia da parte sua: né del sacrificio della propria vita per un’inezia, né di una fucilata improvvisa che avesse sparato, quando gli si gonfiava la vena in mezzo alla fronte, contro un presunto avversario. Poco gli’importava: o io o tu, o la vita o la morte! Così visse la sua breve vita quest’uomo ambizioso, audace, appassionato. La mia `relazione’ arriva in ritardo. Ma nella storia dell’esplorazione della Cianevate gli compete un posto onorevole. E ci rimanga stampato, come sarà stato il desiderio di quel temerario, ostinato, impetuoso, ottimo rocciatore della Carnia!», Julius Kugy, Dalla vita di un alpinista, Lint, Trieste 2000, p. 195. Una sintesi delle imprese di Pietro Samassa anche in Pellicciari, Forni Avoltri, cit., pp. 97-98; una ritratto succinto e puntuale in Giovanni Battista Spezzotti, L’alpinismo in Friuli e la Società Alpina Friulana, Società Alpina Friulana, Udine 1963, vol. I (1974-1899), pp. 150-151; altre notizie su di lui (Piori di Toch) in Novella Del Fabbro, «’Gna Vitorio dal Ricovero Marinelli. Zia Vittoria del Ricovero Marinelli», in I cento anni del Rifugio Giovanni e Olinto Marinelli, a cura di Società Alpina Friulana sezione di Udine del CAI, SAF, Udine 2001, pp. 40-43. 

  68. Sulla loro assoluta «triestinità» non hanno avuto alcun dubbio gli estensori del Dizionario biografico dei giuliani, fiumani e dalmatiAssociazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia AnVGD Gorizia, Dizionario biografico dei giuliani, fiumani e dalmati, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2009, pp. 183-184; si vedano le note biografiche, riportate in appendice. 

  69. Le citazioni sono tratte da Umberto Sotto Corona, Cima di Sasso Nero (2466 m.). Seconda salita, in «Alpi Giulie», vol. VI, n. 6 (1901), pp. 66-67. 

  70. Aldo Sotto Corona, Salita al Collians (m. 2782) dalla parete nord, in «Alpi Giulie», vol. IX, n. 1 (1904), pp. 2-3. 

  71. Aldo Sotto Corona, Salita al Kellerspitz (m. 2775) dalla Cianevate. Prima discesa da questo versante, in «Alpi Giulie», vol. IX, n. 2 (1904), p. 37. 

  72. Ivi, p. 38. 

  73. Per uteriori dettagli si veda, in questo sito, l'articolo Collinotti a Dignano d'Istria

  74. Dal breve resoconto pubblicato sulla «Provincia» si apprende che Tommaso Sotto Corona «con questa, già per la terza volta ospita cortesemente i soci nel suo castello»; all’evento parteciparono circa 45 soci tra cui molte «signore, che vogliono non essere da meno del sesso così detto forte». «Alle 12 ore s’imbandiscono le mense con sollecitudine per mano delle amabili e ardimentose signore e signorine che ci accompagnano. Gustosi i cibi, preparati dall’oste Giombini, che da Pisa venne ad accasarsi a Lupolano non senza fortuna, squisiti i vini Sottocorona di Dignano: terrano, rosa e bianco spumante. E però allegro il simposio e brindisi infiniti e serii e faceti. […] Levate così le mense, alle ore 4 ci fu il commovente saluto tra quelli che si spargevano attorno ad attendere l’ora della partenza per Trieste e gli altri che si accingevano parte — 18, tra quali quattro signore — a salire l’Alpe grande Planik), parte — 12, tra cui una signora e la bella figliuoletta del presidente d’anni otto appena — il Monte maggiore. Questi aveano a passare la notte alla Cantoniera, quegli alla Malga Sottocorona. Dei quali ultimi fui compagno anch’io: ché il Monte maggiore lo salii altre volte. E qui fino all’arrivo alla malga, non saprei che narrare. Quello di cui mi ricordo è che alla malga io giunsi senza l’aiuto delle gambe, ma come rapito da un pallone aerostatico. E fu mercè del generoso vino. Vi giungemmo alle 8 e fummo accolti da quei villici molto amorosamente. Dove asciugammo a un buon fuoco le vesti inzuppate di sudore, mangiammo e bevemmo un altro poco e passammo la notte dormendo sul fieno del fienile. - Alle 3 del mattino suonò la sveglia… », La Provincia dell’Istria, XXII (1888), 11 (1 giu.), pp. 81-82. 

  75. «Già alla domenica del 21 un bel gruppo si alpinisti si radunava a Lupoliano nell’osteria del “Monte Maggiore" di Giuseppe Giombini […] Di questa comitiva, abbastanza numerosa, alcuni dopo le 2 pom. partivano per il rifugio Sotto-Corona dell’Alpe Grande […] Alla sera della stessa giornata, giungeva a Lupoliano il grosso de’ partecipanti, de’ quali alcuni, approfittando del bel chiaro di luna, proseguivano per il rifugio Sotto-Corona, godendo a quanto mi dissero di un paesaggio indimenticabile; altri pochi dirigendosi verso il Monte Maggiore; i più restarono a pernottare a Lupoliano, parte all’osteria del Giombini e parte nel castello del signor Tommaso Sotto Corona offertoci per quella sera con cortese cavalleria dal proprietario», Alpi Giulie, IV (1899), 4, p. 41. Si veda anche l’articolo di Mario Schiavato, Alla ricerca del castello di Lupogliano, in «La voce del popolo. Quotidiano degli italiani dell’Istria e del Quarnero», n. 3122 (9 aprile 2011), pp. 18-19, con numerose fotografie che rendono conto della condizione di abbandono in cui si trova attualmente il castello di Lupogliano. 

  76. Si veda l’«Elenco dei soci della Società Alpina Friulana a 1° gennaio 1903» allegato al numero 4 dell’annata 1903 di «In Alto». 

  77. Agostinis, Le anime e le pietre, cit., p. 78. 

  78. Marinelli, Guida della Carnia, cit., p. 327. 

  79. «1896 - Quest’anno fu costruito il Ricovero Alpino al lago di Volaja, dalla Società Austro-Germanica - Sezione di Villaco, e venne inaugurato col concorso della Società Alpina Friulana - sezione di Tolmezzo», Eugenio Caneva, Memorie, copia manoscritta dell’originale riportante il timbro dell’Albergo G. Sotto Corona - Collina - Via Tors 2, sd, p. 38. Secondo Giovanni Marinelli l’inaugurazione avvenne l’anno successivo. «La sezione dell’Obergailthal (valle superiore della Gail) del D. u. Oe. A. V., residente da Catescio, ha […] costruito colla spesa di 4700 marchi un ricovero, col titolo di Wolayerseehütte, che venne inaugurato il 10 agosto 1897. Esso consiste in un solido edificio, lungo metri 9.2, largo 6.2, alto circa 4.0, costruito in pietra rossa tratta dalle roccie circostanti. Entrando, a sinistra a pianoterra si trova prima la camera delle signore, poi quella del custode, a dritta la stanza da mangiare, poi quella da dormire per 6 o 7 persone. Nello spazio compreso sotto il tetto, al quale si accede per una scala dal salotto da pranzo, v’è posto per 6 o 7 viaggiatori e una decina di guide. Nell’estate esso è custodito da una guida autorizzata della Sektion Obergailthal e munito di provvigioni sistema Pott. La chiave del Ricovero è depositata presso Anton Rizzi a Catescio (Kötschach), Albin Ortner a Muda (Mauthen) e Johann Huber a Birnbaum», Marinelli, Guida della Carnia, cit., pp. 226-227. 

  80. «1901 - Venne costruito il Ricovero alla Forcella Moraretto, al quale fu dato il nome di Ricovero Marinelli del Cav. Giovanni fondatore della Società Alpina Friulana. Venne inaugurato il 22 settembre 1901 col concorso di molti soci e della Società Austria-Germanica», Caneva, Memorie, cit., p. 39. «Il ricovero G. Marinelli consiste in un fabbricato in muratura lungo m. 9 e mezzo, largo m. 5 e mezzo, alto circa m. 6. È diviso in due piani: il pianoterra comprende un atrio d’ingresso con scala per il piano superiore, la cucina che serve anche da stanza da pranzo, ed un’altra piccola stanza ove possono avere alloggio separato le signore; il piano superiore ha due soli ambienti, un piccolo atrio e un dormitorio che può servire per 12 alpinisti; superiormente, in una soffitta, riposano le guide. Le pareti del ricovero sono tutte rivestite internamente di legno e di legno sono le pareti che dividono fra loro gli ambienti. Da luglio a metà settembre il ricovero è aperto e vi abita costantemente un custode che fornisce agli alpinisti cibi e bevande con tariffa della S.A.F.. La tassa di soggiorno per i non soci è di L. 0.50, quella di pernottamento L. 2; esse danno diritto a lume e fuoco. Il ricovero è anche fornito di una piccola farmacia. La forcella su cui sorge il ricovero è sprovvista d’acqua; sul versante di Timau la si trova a Fontana Nera (mezza ora in salita, 15 minuti in discesa), sul versante di Collina alla prima origine del Rio Mararèt (20 minuti in salita, 10 discesa)», Marinelli, Guida della Carnia, cit., p. 204. 

  81. Per maggiori informazioni: Caterina Tamussin, «Ricordi della figlia del gestore», in I cento anni del rifugio Giovanni e Olinto Marinelli, a cura di Società Alpina Friulana sezione di Udine del CAI, SAF, Udine 2001, p. 50. 

  82. In Alto, XII (1901), 6, pp. 53-54. 

  83. In Alto, XII (1901), 6, p. 54. 

  84. Giuseppe Luzzatto, L’inaugurazione del Ricovero Giovanni Marinelli sul Coglians, in «Alpi Giulie», vol. VI, n. 6 (1901), p. 62. 

  85. In Alto, XII (1901), 6, p. 55. 

  86. Luzzatto, «L’inaugurazione», cit., p. 62. 

  87. «Il convengo di quest’anno, a quei pochi fortunati che vi assistettero, lascerà ricordi simpatici e duraturi», In Alto, XII (1 901), 6, p. 53. 

  88. In Alto, XII (1901), 6, p. 56. 

  89. In Alto, XII (1901), 6, p. 56; la corsa alla scoperta coesisteva con altre finalità «relative ai benefici dell’alpinismo sulla educazione fisica e morale della gioventù e al contributo che esso poteva dare al benessere materiale ed al perfezionamento intellettuale delle popolazioni alpine», Ibidem

  90. In Alto, XII (1901), 6, p. 57. 

  91. Ibidem

  92. Ibidem

  93. Ivi, p. 58. 

  94. Ibidem; i tre sonetti di Enrico Fruch sono trascritti nel riquadro 5

  95. Questo il saluto loro rivolto: «Ringrazio prima di tutto a nome della Società alpina friulana il colonnello cav. Oro comandante del 7° Alpini che volle farsi rappresentare dal maggiore cav. Gaetano Ruiz y Balstreros», Ibidem

  96. Hacquet, «Le Alpi Carniche», cit., pp. 165-166. 

  97. «In uno stato travagliato da profondi contrasti di nazionalità, come l’Austria-Ungheria, i reggimenti venivano normalmente stanziati in una regione lontana da quella di reclutamento e in alcuni casi avevano una composizione nazionale mista, che assicurava un maggior controllo della truppa; i legami tra il reggimento e la sua area di reclutamento erano però mantenuti con cura e i reparti sufficientemente omogenei, anche se di mobilitazione più lunga di quelli tedeschi», Giorgio Rochat e Giulio Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Giulio Einaudi editore, Torino 1978, p. 90. 

  98. Per chi volesse approfondire questi aspetti, si rimanda a Claudia De Marco, Il mito degli Alpini, Gaspari editore, Udine 2004. 

  99. Nei registri parrocchiali delle sepolture nell’Ottocento troviamo, per esempio, annotati alcuni di questi eventi: - Giuseppe Samassa da Forni Avoltri «recandosi nella vicina Carinzia nel giorno 24 gennaio 1817 fu al discender le vette del monte Volaia rapito da una alluvione nevosa che lo soffocò e coprì senzacché abbiasi peranco potuto rinvenire il di lui cadavere», con lui morì anche il compaesano Giovanni Battista Vidale (Archivio parrocchiale di Forni Avoltri (d’ora in poi Apf), Registro civile morti 1817-1863, sub die); - «Nicolò fu Giacomo Revelante di Rigolato d’anni 23, essendo alla caccia nelle cretaglie di Collina precipitò dalle medesime e restò morto sul momento nel giorno 13 xbre 1843 e nel giorno 16 detto fu sepolto nel cemitero di Collina» (Archivio parrocchiale di Rigolato, Registro degli atti di morte 1817-1846, sub die); nei registri di Forni Avoltri le «cretaglie» vengono chiamate col loro nome: «Il predetto essendo alla caccia a Collina precipitò da una rupe del monte Coglians[…]» (Apf, Registro civile morti 1817-1863, 13.12.1843); - il 26 ottobre 1854 Antonio Sotto Corona di 72 anni ritornando «dalla prossima Germania ove era stato alcun tempo a questuare giunto alla cima del monte Plumbs che conduce a Collina, colpito da una bufera di vento neve e freddo, fu trovato qualche giorno dopo morto», e con lui morì anche Maria Toch, moglie di Natale Gerometta, di 57 anni (Apf, Registro civile morti 1817-1863, sub die). 

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