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L’ALPINISMO A COLLINA


L’alpinismo moderno arrivò a Collina negli anni Sessanta dell’Ottocento ad opera degli austriaci.

Nel settembre 1865 Paul Grohmann, co-fondatore del Österreichischer Alpenverein, intenzionato a raggiungere la cima della Cjanevate (Kellerwand), si sentì offrire da un, non meglio identificato, signor Hofer di Birnbaum d’accompagnarlo invece sul Cogliàns, dove egli era già salito e dove sapeva «che i cacciatori veneziani ci erano saliti piuttosto spesso». Il 29 settembre, assieme a quest’ultimo, approdò a Collina, dove, sorbito «un vino italiano dal forte odore, una misera zuppa di riso nella quale ci saranno stati a stento cinquanta chicchi e un salame mezzo andato a male» nella locanda di Michele Sottocorona, ingaggiò come guida «il falegname Niccolò Sottocorona che aveva un’ottima fama come cacciatore e alpinista». Il 30 settembre il gruppetto raggiunse la cima del Cogliàns «in tre ore e dieci minuti […] più velocemente di quanto non avessero previsto i cacciatori di Collina, che ne avevano auspicate quattro»48. In seguito il «falegname Niccolò Sottocorona» mantenne i contatti con Paul Grohmann, tanto da spedirgli nel 1867 una lettera per informarlo «che gli era riuscito di salire un’altra cima presso la Kellerwand e che solo la neve gli aveva impedito di salire oltre, che egli aveva comunque trovato la via della Kellerwand»49, ma l’informazione, alla verifica sul campo effettuata l’anno stesso, risultò errata.

L’alpinismo nacque in ambiente urbano, tra le élites intellettuali cittadine. Agli albori s’ammantava di motivazioni conoscitive di natura scientifica50, tinteggiate a volte nel nazionalismo post-risorgimentale, che si diluirono in breve, fino a sparire col prevalere di quelle puramente «sportistiche» ed edonistiche, più o meno guarnite con argomentazioni ascetico/religiose, filosofiche, salutistiche, tipiche dei nostri giorni51.

Per gli alpinisti italiani «l’epoca semieroica dell’alpinismo», coincidente col «periodo delle scoperte»52, arriva nell’Alto Gorto relativamente tardi.

[…] per le Alpi Venete e specialmente Friulane, proprio il periodo delle scoperte, almeno per conto degl’Italiani, s’aggira appunto fra il 1873 e il 1880, allorché furono per la prima volta saliti (o almeno si credette che fosse la prima volta) ed illustrati il Canino, il Jôf del Montasio, il Sernio, il Clapsavon, il Coglians e il Kellerwand, le cime più interessanti e difficili delle nostre montagne. Per taluna delle cime friulane eravamo veramente stati preceduti dagli alpinisti tedeschi e in ispecie dagl’inglesi, e prima di noi il Ball avea più volte percorse le nostre vallate, e il Tuckett fin dal 1873 avea visitato il Cansiglio e salito il monte Cavallo e li avea descritti, e il Gilbert e il Churchill colle loro Dolomite Mountains (1865) aveano tracciato degli efficacissimi abbozzi di alcune fra le più caratteristiche montagne delle Carniche e delle Giulie, e dal Mojsisovics e dal Grohmann erano già stati esplorati e descritti i gruppi del Peralba e del Coglians. Ma, com’erano ignorate le cime e le giogaie, così era poco nota o mal nota la loro storia e la loro bibliografia […] Fu, ad esempio, soltanto nel 1873 che io presi conoscenza con quella che poi adesso da tutti si giudica la più alta giogaia del Friuli e delle Alpi Carniche53.

L’«epoca d’oro» dell’alpinismo a Collina cade negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento54. In questo periodo, per la prima volta, l’attività di «guida alpina» tende a farsi professione e, benché destinata a svolgere un ruolo economico marginale, con un orizzonte già segnato dall’affermazione di ascese ed escursioni solitarie o autonome, arriva ad esprimere alcuni nomi ed individualità: Nicolò Sotto Corona, Antonio Gaier, Pietro Samassa ( si veda la tabella in appendice ). A metà degli anni Settanta Giovanni Marinelli segnalerà Niccolò Sotto Corona e Antonio Gaier per le salite di Cogliàns, Crostis e Volaia56.

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