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La stagione dei rifugi

Spulciando gli elenchi dei soci della S.A.F. d’inizio Novecento ci si imbatte nei nomi di persone, come il poeta Enrico Fruch, nato a Ludaria, e l’imprenditore rigoladotto Amedeo Zanier, con radici ben piantate nelle vallate gortane77. L’alpinismo aveva ormai contagiato l’intellighenzia «locale» e favorito la nascita d’iniziative economiche connesse alla nuova, e più intensa, frequentazione delle montagne. I primi vagiti dell’«industria turistica» moderna riecheggiarono in quegli anni anche nella conca di Collina, con l’apertura dell’albergo «Di Tamer»78, erede d’una delle tre osterie con alloggio (di Giovanni Barbolan, Giovanni Faleschini e Giacomo Tamer, appunto) segnalate da Giovanni Marinelli come operanti a inizio Novecento79 e di due rifugi alpini nelle vicinanze.

Nel 1896 venne ultimata la costruzione, a ridosso del lago Volaia, del rifugio austriaco «Wolayerseehütte»80.

Ricovero G. Marinelli

Il 22 settembre 1901 s’inaugurò il «ricovero» Marinelli, collocato a Fòrcjo di Morarìot (Forcella di Morareto), nel territorio del comune di Paluzza, la cui conduzione in seguito gravitò sempre su Collina81. I gestori, da allora, furono sempre collinotti, a cominciare dal primo, Michele Tolazzi, cui seguirono la moglie Giuditta Agostinis, rimasta vedova, e, fino al 1949, altre due generazioni di Tolazzi, per giungere ai nostri giorni con Caterina Tamussin82.

L’inaugurazione coincise con il XX convegno della S.A.F.. Alla vigilia, sabato 21 settembre, quindici persone, anziché le sei programmate, tra le quali anche «Fruch maestro Enrico» e Amedeo Zanier da Rigolato, raggiunsero il ricovero, per pernottarvi; «in quella sera al Ricovero non mancò né la cena né l’allegria e tutti riposarono sulle molli piume sfalciate dal vicino prato»83. La mattina successiva, di buon’ora, un piccolo gruppo s’incamminò verso la cima del Coglians, mentre nella zona già s’inalava aria di festa.

La mattina di domenica 22 settembre alle 4 tutti al Ricovero erano in piedi. Partirono pel Coglians con le guide Umberto Caneva e Pietro Plotzer i 6, più il signor Sergio Petz e i due fratelli Rizzi. I mortaretti tuonarono e quella mattina non tralasciarono il loro lavoro. Alle 7 si vedevano a occhio nudo gli alpinisti sulla vetta del Coglians. Intanto a poco a poco giungevano al Ricovero quelli che avevano pernottato a Collina, gente con provviste e molte persone dai paesi sottostanti. Riconosco il simpatico dott. Zozzoli di Rigolato, il dott. Vazzolla di Comeglians, il signor Francesco Raber e il maestro Topan pure di Comeglians, il maestro Caneva di Collina col fratello Orazio rappresentante il Comune di Forni Avoltri, il dott. Pividori e il signor Casellato colla sua Signora di Forni Avoltri, il geometra Galante di Mieli, i signori Cantoni e Brunetti di Paluzza, Corradina da Tolmezzo, ecc. Noto infine i Reali Carabinieri e alcune guardie di Finanza. Moltissimi montanari e montanare erano presenti e tre osti improvvisati erano al loro servizio84.

La cerimonia ufficiale, a cui parteciparono delegazioni delle società alpine consorelle, italiane e austriache, rappresentanti delle istituzioni locali, del 7° reggimento Alpini e «più di 150 persone fra alpinisti, guide, portatori, abitanti delle sottostanti valli, ecc., pittorescamente aggruppate sulla spianata dinanzi al ricovero, sulla forcella e sulle alture circostanti»85, iniziò alle 10. In un breve discorso il segretario della S.A.F., Emilio Pico, dopo aver osservato che «la società nostra soddisfa oggi a due impegni: uno di data remota verso l’alpinismo, l’altro di data più recente, verso il nostro indimenticabile presidente Giovanni Marinelli», ripercorse i momenti che portarono all’individuazione del sito e alla costruzione dell’edificio «affidata, in ritardo, all’intelligente operosità del signor Amedeo Zanier di Rigolato, coadiuvato da una squadra di ottimi operai», ultimata «con una rapidità meravigliosa, considerata specialmente l’incostanza della stagione»86. Finita la cerimonia «gli alpinisti si diedero a lieto convitto attorno ad una lunga mensa preparata all’aperto»87. Una parte degli intervenuti scese quindi a Rigolato, per partecipare al convegno della S.A.F.88.

Fra le 12 e 12½ quasi tutti principiarono a discendere verso Collina e Rigolato. Il cielo andava oscurandosi e a Collina cominciò a piovigginare; finimmo la discesa a suono di dirotta pioggia. All’ingresso di Rigolato, erano le 16.30, i mortaretti annunciarono la nostra presenza; Rigolato era messo a festa e un magnifico arco verde era stato eretto dal signor Umberto Capellari vicino all’albergo Zanier. Alle 17.30 nella sede del Consiglio comunale erano radunati gli alpinisti e alquanto pubblico per udire le parole del presidente89.

Nel suo intervento il presidente della S.A.F., Olinto Marinelli, ricordando la figura del padre, tracciò una sintesi dell’evoluzione dell’alpinismo friulano. Il periodo eroico, dominato dalla scoperta delle montagne, quando «ogni anno si potevano contare nuove vette per la prima volta salite, nuove vie per la prima volta percorse»90, è ormai superato, anche se sopravvivono alcune vette vergini nelle Prealpi Clautane.

Al periodo della scoperta è subentrato quello dell’esplorazione. Gli alpinisti agognanti a mettere l’agile piede su cime non mai tocche dovranno presto emigrare dal Friuli e, direi quasi, dall’intero sistema alpino e cercare la forte emozione dell’ignoto nelle gigantesche catene dell’Asia, nelle sterminate cordigliere dell’America91.

L’alpinista di professione si trova innanzi a un bivio; se vuole sopravvivere deve trasformarsi in scienziato.

[…] gli alpinisti di professione, devono trasformarsi se non vogliono scomparire. Dapprima servivano a discoprire le vie, a rendere accessibili le montagne, a farle ampiamente conoscere, ad eccitare la gioventù ai nobili ardimenti della montagna. Oggi il primitivo arduo compito loro è quasi cessato; si moltiplicarono le guide, si segnalarono i principali sentieri, si costruirono in molti punti ricoveri, si fecero ovunque diligenti itinerari delle più ardue salite. In questo campo, lo ripeto, tutto non è ancora fatto, ma molto non resta da fare. Il tipo classico dell’alpinista deve proprio trasformarsi e diventare scienziato, come il moderno viaggiatore ha lasciato le scoperte per le esplorazioni92.

L’ambiente montano si presta a questo passaggio ben più di quello delle «uniformi, sterminate pianure», in quanto «qui la crosta terrestre ci si mostra sviscerata; qui agevolmente ne scorgiamo (quasi gli strati terrestri fossero trasparenti) l’interna anatomica struttura; qui ne sentiamo quasi le pulsazioni»93 e «il complesso mondo alpino, mondo fisico, mondo biologico, mondo sociale presenta tanti aspetti, tanti lati, tanti problemi insoluti che chiunque cerchi in qualche modo di esaminarlo, od anche, senza volere accingersi ad uno studio, vi si affaccia o vi si accosta, si sente da esso irresistibilmente attratto»94.

Ricovero Marinelli in una cartolina di Amedeo Zanier

Il congresso si conclude con un simposio sociale all’albergo Zanier.

Alle 18.30 in una bella sala dell’albergo Zanier principiò il pranzo sociale. Nuovi venuti il socio Valentino Martina di Chiusaforte e il cappellano-maestro di Rigolato don Eugenio Taboga. Il banchetto, servito inappuntabilmente dall’infaticabile Zanier, coadiuvato dal sig. Benedetto Raber di Comeglians, che gentilmente fungeva da cameriere-direttore, è riuscito stupendamente. La sala era adornata: nella parete di fronte al Presidente col ritratto di Giovanni Marinelli coronato di alloro e di quercie, nell’altra lo stemma della S.A.F. in mezzo a quello della provincia e a quello antico di Gorto e su un’altra l’elenco cronologico dei passati convegni alpini. Allo champagne tutti ci alziamo e beviamo in onore del Presidente della S.A.F. e di quello delle Giulie e dell’impresario Zanier; l’egregio maestro-poeta Fruch legge fra gli applausi i seguenti tre allegri sonetti in dialetto, che ricordano una notte piovosa al Ricovero Marinelli, non ancora inaugurato…95

I.
Son cinc òris che si trote
Su pe montagne e no si rive mai.
Isal bon timp? l’è un soreli c’al scote
Plòvial? Sglavine. Tant pete che dai.

Ançhe il sacc tirolès, che ‘l fol lu trai,
Nus ocoreve su la schene rote.
Si rid d’istess, çhaminand come il cai
E çhantuzzand di rabie une volote.

Cu -l zei aduess e cu -l gurmàl ledròs
Dentri il vèl de fumate eco une pueme,
Un flôr çhargnell che nus console i vôi.

I dis: – Biondine, pènsistu al moròs? –
Mi rispuìnd cun che grazie e cun che fleme:
– Siorìe, siorìe, us clòpin i zenoi…


II.
Sintile su sçhandule del tett
A bati il timp e a spissulà sul pràd
La pluvisine! E voltami tal jett
Del Ricovero gnùv come un danàd!

Il gno compagn di gestre al duàr cujett
Il siun del ius, un siun dur e filàd
E chell di çampe mi cole sul pett

E mi sune il liron da disperàd.
– O çhamarute me, blançhe e cujete,
La c’’o duàr i miei siuns bessòl e in pâs,
Jetutt a sustis, coltre benedete!

Volè fò l’alpinist. Indovinade!
Cumò tu sês content, cumò tu sâs
Ce ch’è la mont, alpinist in velade!


III.
A buinore mi svei che lûs la lune,
Ch’al ientre pa -l balcon il so lusòr.
Cui varess ditt di gioldi la furtune
D’un cil stelàt, d’un magnìfic splendòr?

Dulà sono lis monts che nome una
Jess fûr dai nûi cu -l so neri color?
Sore la grande pâs regne la lune,
L’ajer no’l puarte une vôs di pastor.

Come is òndis d’un mar in tampieste
Corin i nui che cuviarzin a plèn
Da Sapade a Timau lis mont çhargnelis.

E parsore il Ricovero une creste
Taje, lampide e nete, il cîl serèn:
il Kellerpìtzen coronâd di stèlis.


In Alto, XII (1901), 6, p. 59.
Ricovero G. e O. Marinelli 1934 - Custode Vittoria Tolazzi, Collina
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