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Ritagli su Tommaso Sotto Corona

Marco Tamaro esalta la figura di Tommaso Sotto Corona, imprenditore capace di risollevare l'intera zona di Dignano, unitamente a una buona parte dell'Istria, dalla depressione in cui era caduta, a metà Ottocento, per effetto della crittogama. Partito da «una piccola industria libraria», si concentrò ben presto sulla bachicoltura, conseguendo in breve successo e fortuna.

Non di rado la fortuna ed il benessere d'una cittaduzza, più che dal complesso dei suoi abitanti, dipende dall'attività, dalla solerzia e dal senso pratico d'un uomo. [...]
In mezzo a quel generale invilimento economico che è durato, dal 1850 in poi, quasi un ventennio, sorse provvidenziale o meglio si generalizzò, e fino ad un certo punto anche fiorì, la coltivazione del baco da seta - coltivazione che, in qualche periodo, si era resa anche molto rimuneratrice, in principalità allora che quasi in tutto il resto d'Italia il filugello era stato colto da non so quale accidentato malore, mentre rimasero immuni i filugelli istriani. Ed ecco che il bozzolo giallo nostrano era addivenuto una merce molto ricercata, e quindi profumatamente pagata.
Allora parecchi sorsero in provincia a speculare sull'articolo ricercato; ma chi più d'ogni altro ci vide dentro con occhio perspicace, si fu il sig. Tomaso Sotto Corona. Ecco l'uomo cui ho accennato di sopra. E questa fu proprio una fortuna per la nostra città. [...]
Venuto dalla Carnia e piantatosi a Dignano con una piccola industria libraria, quando capitò il suo tempo abbandonò ogni altra occupazione, e tutto si dette alla coltivazione dei bachi da seta, fino a creare il «Premiato Stabilimento Bacologico per la riproduzione della razza indigena a bozzolo giallo».
Ma prima di far questo, ebbe il coraggio di spendere i pochi quattrini che aveva in tasca pur di recarsi dove s'insegnava a coltivare razionalmente il baco da seta e s'apprendeva trattar col sistema di selezione il seme bachi. Così s'impossessò dell'industria, cui, ritornato a Dignano, si dedicò con molto impegno. E fece fortuna. Quindi non trascurò mai d'intervenire a tutti i congressi bacologici del vicino Regno, d'appropriarsi le riforme che i nuovi studî aveano recato nella coltivazione del prezioso verme, e nella scelta del suo seme. Ed ecco che, nelle esposizioni fu più volte premiato il povero alpigiano, cui un po' alla volta si fecero tributarie in questo nuovo articolo quasi tutta l'Istria, Trieste e Gorizia. E poiché non gli bastava più tutta questa regione, estese il suo commercio in varie provincie del Regno vicino, che in tal modo e per parecchi anni fu tributario all'Istria in questo ramo industriale.
Iniziata una volta l'industria, e riuscita bene, cercò subito di allargarsi creando a poco a poco un magnifico stabilimento -- quello accennato sopra -- che del genere può dirsi proprio un modello. 
TAMARO Marco, Le città e le castella dell’Istria (Rovigno - Dignano), Tipografia di Gaetano Coana, Parenzo, 1893, vol. 2, pp. 629-631.

Il «coccodrillo» uscito su «L'Istria» pochi giorni dopo la sua scomparsa si sofferma più o meno sugli stessi elementi considerati da Marco Tamaro, in più fa intravedere un allargamento della sua azione in campo economico, «egli si dimostrò in appresso espertissimo anche nel commercio e nell'agricoltura», oltre a informarci che l'«on. dott. Cleva assessore provinciale» e futuro sindaco di Dignano era suo genero.

Siamo dolenti di annunciare, che martedì scorso, 22 corr., cessò di vivere in Dignano, il signor Tomaso Sottocorona. Sebbene egli contasse 69 anni, tuttavia il suo esteriore, di uomo vegeto e robusto, sembrava sfidare la vecchiaia, da lui ancora remota. Ma, pur troppo, da ultimo una malattia acuta lo trasse in breve al sepolcro.
Sottocorona fu un bell'esempio di intelligenza naturale, di attività straordinaria, di acume pratico; mercè le quali doti egli seppe conquistarsi una posizione sociale molto onorevole, e un'estesa di affari che molti potrebbero invidiargli. Ed è per tal modo che egli era popolarissimo in tutta la nostra provincia, ed anche più oltre dei suoi ristretti confini. Sebbene nato nelle parti superiori della Carnia, tuttavia era da molti anni che aveva fissato il suo domicilio in Istria, e stabilmente a Dignano. A tutta sua lode convien soggiungere, ch'egli amò questa seconda sua patria, come la prima, di intenso affetto; né v'era istituzione, sacra al nostro cuore ed al nostro patriottismo, alla quale egli non partecipasse con generoso impulso di ottimo cittadino, con vivo slancio di buon italiano.
Ma dove si rese veramente benemerito, si fu nel campo industriale. Bisogna portarsi col pensiero a quel periodo fatale, che intercedette fra il 1850 e il 1870 circa, quando la nostra provincia, per la crittogama della vite che ancora non si sapeva combattere, si trovava in assai tristi condizioni economiche.
Fummo colpiti nel principale nostro prodotto, né eravane altro che adeguatamente lo sostituisse. Un qualche sollievo lo avemmo in quel tempo nella coltivazione del baco da seta, specie quando nel resto d'Italia il filugello era stato colto dalle note malattie parassitarie. Ebbene, si fu allora che il sig. Tomaso sviluppò un portento d'attività e di intelligenza, e, senza badare a sacrifizi, fondò con razionali criteri, il suo Stabilimento bacologico per la riproduzione della razza indigena a bozzolo giallo. - Stabilimento che ebbe tanta fortuna e recò sì vasti benefici a tutta la provincia, che venne anche più volte premiato. Ed egli stesso venne insignito della croce del merito. In tal modo, un po' alla volta, gli si fecero tributarie in codesto articolo tutta la regione Giulia ed anche qualche paese affine. - Questo fu l'inizio della sua ben meritata fortuna.
Né l'industri bacologica l'assorbì completamente. Ché egli si dimostrò in appresso espertissimo anche nel commercio e nell'agricoltura; così da diventare apprezzato consigliere della Camera di Commercio dell'Istria e del Consiglio agrario provinciale. Ed altrettanto ricercata era l'opera sua nei consigli della Rappresentanza comunale, in seno alla quale, come nei diversi circoli cittadini, fu sempre elemento di concordia, di intelligenza e di attività. Epperciò la sua memoria resterà cara a tutti, tanto a Dignano che nell'Istria intera.
Alla spettabile Famiglia ed al genero on. dott. Cleva assessore prov. le nostre sentite condoglianze.
L’Istria, XXI (1902), 1044 (26 luglio), p. 4.

Il necrologio delle Alpi Giulie, rivista della Società Alpina delle Giulie, non manca di sottolineare i meriti e il ruolo di Tomaso in seno all'associazione e, in particolare, la messa a disposizione del rifugio alpino sulle pendici del Monte Maggiore; in chiusura vi è anche un riferimento ai suoi fratelli, uno residente a Pola e l'altro a Trieste, ai quali si è accennato all'inizio.

Martedì 21 u.s. cessava di vivere, dopo breve malattia, a Dignano, sua patria adottiva, l'egregio nostro consocio signor Tommaso Sotto-Corona. Nato a Collina, nella Carnia, fino dalla sua prima gioventù egli venne a stabilirsi a Dignano, dove con un lavoro assiduo, con intelligenza e con intraprendenza, che gli fece sempre onore e ne fa a tutti i bravi figli della Carnia, riescì a formarsi una brillante posizione. Con l'industria della bachicoltura, allora quasi sconosciuta ne' nostri paesi, superando in principio grandissime difficoltà, fece il bene suo e de' suoi, e quello de' cittadini della sua seconda patria, che l'amarono, finché visse, come fratello, come padre.
Stimato e tenuto in buon conto da tutta la provincia, per il senso pratico nelle cose commerciali e agricole, coprì parecchi importanti posti nella Camera di Commercio, ne' Consorzi Agrari, dappertutto distinguendosi e facendosi amare per un'attività seria, proficua e produttiva.
Socio della nostra Alpina da molti anni, egli si mostrò, nato fra i monti, nella sua diletta Carnia, verso di lei largo di ogni buon consiglio e aiuto.
Il rifugio dell'Alpe Grande che porta il nome suo, perché posto in una malga di sua proprietà, venne da lui messo a disposizione della nostra Società che l'arredò a comodo de' nostri alpinisti per la salita dell'Alpe Grande, m. Braico, m. Sìa o Seiano, m. Aquila, m. Maggiore ecc. ecc. - Fu parecchie volte compagno a' nostri alpinisti, nelle salite dell'Alpe Grande, e parecchie volte li accolse ed ospitò nel suo castello di Lupogliano.
Buono, gentile, caritatevole, franco d'una franchezza rude quando si trattava di correggere, di consigliare il bene; egli lascerà in tutti i suoi concittadini, e in molti de' nostri alpinisti, ch'ebbero la fortuna di conoscerlo, una memoria incancellabile.
A' funerali, che ebbero luogo a' 23 u.s. nella sua Dignano, la nostra Alpina venne rappresentata dal suo direttore signor N. Cobol.
A' fratelli, a' figli, alla moglie, agli altri parenti, la Società Alpina delle Giulie, a mezzo nostro, porge la sue più vive condoglianze.
Alpi Giulie, VII (1902), 4, p. 44.

Domenico Rismondo data il suo impegno nel settore bacologico al 1860, quando aveva 26 anni, e ci spiega che Villa Francesca, dove risiedeva, era posta in località «Babos», così come lo Stabilimento bacologico.

La via FRANCESCO CRISPI già via Pola, che si stende in prossimità della linea della Ferrovia, incomincia presso l’edificio dell’ex teatro sociale. Da questa via si accede alla scuola elementare Vittorio Emanuele III, già caserma austriaca, ove pure ha sede il corso serale per apprendisti.
Dopo non lungo percorso su questa via, a sinistra, prospetta la Villa-Francesca*, che fu già dei Sottocorona, nei tempi prebellici, qui prosperava lo Stabilimento Bacologico “Tomaso Sotto Corona“ con estese piantagioni di gelsi. Già nel 1860 egli, venuto da poco dalla Carnia (da Collina), offre all’agricoltore di Dignano cure ed intelligente abilità per allargare l’industria agraria a favore del campagnuolo. Tenta con zelo ogni razionale lavoro agricolo, esperimenta rimedi per la malattia della vite e prende l’iniziativa alla piantagione dei gelsi in vaste proporzioni, portando così la speranza d’introdurre l’industria serica nel nostro paese. Infatti riuscì nell’intento e per molti anni, fino alla sua morte (22-7-1902), fu a capo del primo moderno stabilimento bacologico della provincia.
*La “Villa Francesca” che fu dei Sotto Corona è posta nella località “Babos”, vecchia denominazione campestre. Prima di giungere in questo sito, s’incontra la “Crosiera de san Domenego" (Chiesa demolita), là ove ora è la barriera ferroviaria, sulla strada campestre che conduce alla Madonna Traversa, rispettivamente al castellier “Monte Molin". 
RISMONDO Domenico, Dignano d’Istria nei ricordi. Nel bimillenario di Augusto, Società tipografica editrice, Bagnacavallo, 1937, pp. 43-44, 53.

Villa Francesca custodiva reperti archeologici che confluirono per donazione nel Lapidario dignanese e nel Museo archeologico di Pola.

Dalle macerie della chiesetta di San Teodoro, i cui resti si trovano ancora lungo la strada che da Castelnuovo conduce a Carnizza, provengono due are in onore di Melesoco divinità locale istriana. Il primo blocco, molto guastato dal tempo e anche dalla mano inesperta di chi lo possedeva, che non esitò a trasformarlo in un recipiente per umettar la mola, truogo che nel dialetto di Dignano si chiama “gavassa", da Carnizza passò sotto la tettoia dello stabilimento Bacologico Tomaso Sotto Corona; fu poi donato dal figlio di questi, Augusto, a Dignano, per arricchire la raccolta di pietre sculte che andava formandosi per un eventuale lapidario dignanese. Questa pietra però non trova ancora requie, e sottratta all’umile raccolta di Dignano passò per ragioni topografiche nel Nuovo Museo archeologico di Pola. Tuttavia Melesoco non abbandonerà Dignano, ma nel nostro lapidario verrà accolto il resto sacro di un’ara, gemella al blocco, tolta egualmente dalla chiesetta di San Teodoro e che sta a dimostrare che le deità istriane abbiano goduto particolare fervore di culto nella nostra regione: Eia, divinità femminile. Essa passò pure nella casa del signor Tomaso Sotto Corona, ove il compianto Giovanni Dottor Cleva la prese in custodia con gelosia speciale; fu murata in una cavatura sotto un belvedere artificiale, fra le robinie del podere, assieme a frammenti di architettura e a un torso di statua con veste a ricche pieghe. Non so come potè rimanere a posto anche durante la guerra mentre lo Stabilimento ed il podere “Babos“ venivano occupati dalla ciurmaglia della marina austriaca (1915), dalla quale sorse il bruto che rovinò compietamente il leone veneto che ornava il municipio di Dignano. Certo è che la erede della Casa Sotto Corona, la vedova di Augusto, signora Gemma, per l’interessamento del Dott. Piero Sticotti — nell’ottobre 1922 — cedeva tutto allo scrivente per abbellire Dignano. Questa ara, raro cimelio, sarà anzi il fiore del nostro lapidario, di cui mi accingo a dire la storia. 
RISMONDO Domenico, Dignano d’Istria nei ricordi. Nel bimillenario di Augusto, Società tipografica editrice, Bagnacavallo, 1937, pp. 216-217.

Molti articoli della «Provincia dell'Istria» rimarcano il suo impegno nel settore bacologico. Estrapoliamo, a titolo esemplificativo, uno spezzone dal numero del 16 agosto 1889, nel quale si apprende, tra l'altro, che il suo opuscolo sull'allevamento dei bachi era giunto alla quinta edizione, e che gli spettava il titolo di cavaliere.

In Istria ormai non si può parlare di bacologia senza che la mente ricorra subito al benemerito signor cav. Tomaso Sotto Corona di Dignano, ed al più volte premiato suo Stabilimento bacologico per la riproduzione della razza indigena a bozzolo giallo. [...]
Abbiamo avuto già altra volta occasione d'intrattenerci su questa importantissima industria, allorquando appunto il cav. Sotto Corona, prima che incominciasse l'or cessata campagna bacologica, metteva a disposizione degli allevatori la 5.a edizione del suo Opuscolo: Cure pratiche raccomandate agli allevatori di bachi, coll'intendimento di dare il massimo sviluppo alla bachicoltura istriana, e far sì che il prodotto riesca abbondante e pregiato, e nella speranza ancora di prezzi rimuneratori sui bozzoli.
Il sig. Tomaso però non s'accontentava di diffondere le buone pratiche della coltura dei bozzoli, ma per incoraggiare sempre più gli allevatori — quelli ben inteso che si sarebbero uniformati ai precetti razionali da lui raccomandati — stabiliva 20 premi, di cinque categorie, da fior. 5 fino a fior. 25 l'uno, in tutto un importo complessivo di fior. 250. — premi ch'egli si riservava di aggiudicare a quegli allevatori che conseguiranno e spediranno in vendita alla sua Dita in Dignano il maggior quanti[ta]tivo di bozzoli ben riusciti, ottenuto con seme del suo Stabilimento. 
La Provincia dell’Istria, XXIII (1889˜), 16 (16 agosto), pp. 125-126.

Qualcosa di lui, del suo impegno politico filo-italiano e dello status sociale raggiunto, traspare dai ricordi di Ettore Pais su un viaggio in Istria effettuato nel 1882.

Abituato ormai a constatare che tutte le indicazioni del Luciani erano esatte, che ovunque mi fossi recato avrei trovato cuori e sentimenti italiani, rimasi stranito quando, recatomi a Dignano presso Pola visitai la dimora e la fabbrica di seta del signor Sottocorona. II nome di lui figurava nell'elenco datomi dal Luciani e andavo da lui, ben mi ricordo, per copiare una epigrafe sacra ad Eia, la divinità istriana adorata nell'antica Nesactium. Ma quale fu la mia meraviglia quando, credendo di avvicinare come sempre mi era avvenuto, un patriota, sul primo pianerottolo della casa vidi un'iscrizione di marmo nella quale il signor Sottocorona ricordava la visita con la quale S. M. l'imperatore Francesco Giuseppe aveva onorata la sua fabbrica. Mi parve evidente che in questo caso Tomaso Luciani si fosse ingannato. Ero di fronte ad un rinnegato, ad un servo umilissimo dell'Austria e naturalmente deliberai di essere più che riservato e di evitare qualunque accenno a cose estranee allo scopo strettamente scientifico che a lui mi conduceva. Tuttavia sin dalle prime parole che il Sottocorona mi rivolse e dal modo col quale mostro di gradire la mia visita, nutrii un certo sospetto sui sentimenti che avevano dettato 1'iscrizione glorificante la visita dell'imperatore austriaco. Con il più cordiale sorriso il signor Sottocorona mi accolse tosto che udì essergli stato raccomandato dal Luciani. Non solo favorì la mia ricerca scientifica, ma mi pregò di rimanere a desinare da lui e sebbene fosse uomo facoltoso non fece cerimonie con l'ospite italiano; volle che insieme alla sua famiglia desinassi con lui nell'intimità, in un vasto ambiente che faceva da cucina e da salotto da pranzo. Durante il pasto non si fece allusione alcuna di carattere politico. Il fare franco e sincero del signor Sottocorona contrastava con quella brutta iscrizione in onore dell'imperatore austriaco; ma non mi sentivo in grado di giudicare i sentimenti politici del mio ospite. A dissipare i quesiti che si formavano nella mia mente, provvide lo stesso Sottocorona tosto che il desinare fu terminato. «Desidero — mi disse — farle vedere il mio appartamento».
E salita quella scala dove era quella maledetta iscrizione austriaca, mi condusse a traverso varie stanze fino alla sua camera da letto, e quivi, additandomi un quadro che pendeva sopra il letto, mi disse: «Ecco il mio Santo».
Era un grande ritratto dipinto sotto il quale era scritto «Vittorio Emanuele II». Aveva dunque ragione — esclamai — il nostro Luciani di rivolgermi a Lei come a caldo italiano; ma allora perché quella iscrizione in onore di Francesco Giuseppe sul pianerottolo della scala? «Cosa vuole — mi rispose — l'imperatore volle per forza visitare la mia fabbrica: se non ci avessi messa quella iscrizione, me l'avrebbero chiusa e mi avrebbero rovinato. Ma io sono italiano di cuore e spero di rivedere l'Istria ricongiunta con l'Italia».
Potrei raccontare altri aneddoti relativi al mio viaggio istriano, ai sospetti dell'Austria, all'oppressione incipiente degli Slavi nemici delle memorie di Roma e di Venezia, ma nessun fatto mi rivelò così chiaramente i veri sentimenti degli istriani delle città e della costa, quanto l'incidente teste raccontato di Dignano e del signor Sottocorona. 
PAIS Ettore, Ricordi d’un viaggio in Istria (in memoria di Tomaso Luciani), in «Pagine istriane», vol. XIV (1923), n. 1-2, pp. 84-86.

Pietro Franolich riassunse la vicenda dello stabilimento bacologico in un articolo comparso sull'Arena di Pola il 12 gennaio 196016, che si trascrive integralmente.

«Dopo non lungo percorso su questa via (via Francesco Crispi), a sinistra ,prospetta la Villa-Francesca, che fu già dei Sottocorona; nei tempi prebellici, qui prosperava lo Stabilimento Bacologico «Tomaso Sotto Corona» con estese piantagioni di gelsi. Già nel 1860 egli, venuto da poco dalla Carnia (da Collina), offre all'agricoltore di Dignano cure ed intelligente abilità per allargare l’industria agraria a favore del campagnuolo. Tenta con zelo ogni razionale lavoro agricolo, esperimenta rimedi per la malattia della vite e prende l'iniziativa alla piantagione dei gelsi in vaste proporzioni, portando così la speranza d’introdurre l'industria serica nel nostro paese. Infatti riuscì nell'intento e per molti anni, fino alla sua morte (22-7-1902), fu a capo del primo moderno stabilimento bacologico della provincia.»
Cosi scriveva Domenico Rismondo nel suo volume di ricordi di Dignano d'Istria.
La comparsa su L'Arena di Pola del 3 novembre della nota che parla della attività di Pietro Marchesi, pioniere del progresso mi spinge a parlare di un altro benemerito industriale di Dignano, ossia cli Tommaso Sottocorona e del suo un giorno fiorente Stabilimento bacologico, ora purtroppo ridotto in completa rovina!
L'imperatrice Maria Teresa, sperando che l'allevamento dei bachi da seta o filugelli, al quale i Triestini si erano dedicati sin dai tempi remoti, potesse divenire una seria fonte di guadagno, aveva fatto piantare a Trieste nel 1763 sul «Montebello» una grande quantità di gelsi. In seguito allo sviluppo di questo allevamento, ben tre vie ebbero nome a Trieste in relazione ad esso. Così si ebbe la via dei Bachi, perché sino alla meta del secolo XVIII, nelle adiacenze di questa via vi erano appositi locali nei quali venivano allevati i bachi da seta, nutriti con le foglie di quelle piantagioni e con quelle degli alberi di gelso crescevano in gran copia sui terreni già coltivati ad orti e campagne, che si trovavano nel sito ove poi andò formandosi la via dei Gelsi, che partiva dalla via Acquedotto (ora Viale XX Settembre) e terminava in quella del «Boschetto». C'era ancora la via dei «Fornelli che si dipartiva, per breve tratto, dal termine della via della Pescheria e metteva nella attigua via del «Fortino»; nella via esistevano alcuni fornelli per dipanare i bozzoli, fornelli che erano collocati sotto alcune tettoie e affittati.
Nel vicino Friuli si produceva la seta già agli inizi del Cinquecento. Dagli Atti del Parlamento della Patria si apprende che nel 1505 venivano inviati oratori alla «Serenissima» per ottenere che non venisse applicato il dazio su tale prodotto. Un apporto rilevante alla produzione serica friulana, venne dato nella prima meta del 700 dall'udinese Antonio Zanon.
L'Istria invece era quasi del tutto estranea a tale coltivazione; soltanto in qualche paese si praticava questa industria. A Dignano vi erano due o tre Famiglie che si occupavano dell'allevamento del baco da seta. Nel 1856 Tommaso Sottocorona, venuto dalla Carnia a Dignano, visto che le condizioni climatiche ed agricole erano favorevoli alla coltivazione del gelso, fu il primo che si dedicò con serietà e senza badare a spese a questo ramo d'industria. Egli incominciò a piantare alberi di gelso nelle campagne che si estendono lungo la linea ferroviaria; nel 1878 il vasto giardino ne conteneva ben 4000 di qualità eccellente. Egli poi fece costruire uno stabilimento per l'allevamento del baco da seta del tutto consono al le regole della tecnica moderna.
Purtroppo, io allora studente, non ebbi mai la possibilità di visitare lo stabilimento, ma da un libretto che si trova nella Biblioteca civica di Trieste, intitolato «Cure pratiche raccomandate da Tommaso Sottocorona in Dignano agli allevatori di bachi a bozzolo giallo», edito, rispettivamente nell'anno 1881 a Rovigno, Tip. G. Coana, 160, pagg. 27, e nell'anno 1889 a Pola, Tip. Bontempo, 16o, pagg. 36, si hanno queste notizie e precisamente nella Prefazione della 5a edizione:
«Non è negli ultimi decenni solamente che nell'Istria fu importata la coltura del filugello, di quel prezioso insetto cui devono gran pane della loro floridezza molte provincie del vicino Regno (d'Italia s'intende!), ma erano esigui per numero e per grandezza i singoli allevamenti e minima la produzione (come ho detto io più sopra). Soltanto allorché la pebrina ebbe a colpire il baco ed estendendosi ai produttori obbligò principalmente i bachicultori lombardi a cercare in altre provincie un seme più vigoroso, perché più vergine, da allora soltanto si potè parlare di una bachicoltura istriana (1857-59). La quale, prodotti 23491 Chg. di bozzoli nel 1870, aumentò di tanto che nel 1878 si ebbero a contare 72032 Chg. e 123559 nell'anno testé decorso. Sono cifre eloquenti, le quali mostrano un progresso costante rilevantissimo e lasciano a sperare un successivo sempre maggiore sviluppo della bachicoltura istriana. Però non conviene illuderci: siamo ancora ben lontani dall'esserci anche soltanto avvicinati alla produzione di bozzoli, che l'Istria potrebbe e dovrebbe contribuire al mercato sericolo, e ce lo mostra eloquentemente il confronto con la consorella provincia di Gorizia, Gradisca. Questa, meno estesa dell'Istria, con un suolo non più del nostro adatto alla coltura del gelso, con un clima meno costante perché più montanino e specialmente nel marzo e nell'aprile più soggetto alle fatali brinate, produsse net 1887 Chg. 900000 di bozzoli, mentre l'Istria nostra non ne diede che 114114. Causa principale di tale mancato sviluppo della bachicoltura nell'Istria è la mancanza di gelsi, mancanza tanto più deplorevole in quanto che non pochi possidenti istriani stoltamente imprevidenti non dubitarono di sradicare intere piantagioni per estendere la viticoltura e persino per seminare, ma non sempre per mietere, un manipolo di più di frumento o di orzo. Senza curarmi di questi ultimi, i quali devono ora aver compreso come nulla affatto rimunerativa sia la coltivazione dei cereali, non posso a meno di osservare ai possidenti che hanno distrutti i propri gelsi per estendere la coltura delle viti (estese ormai tanto che i prezzi del vino sono discesi del 50% e che si vende a rilento), non sembra a quei signori che sarebbe stato ad essi più comodo realizzare in giugno di ogni anno i 100, 200 ed anche 600 Fior. di guadagno netto, prodotto dalla propria foglia e prestazioni di un mese appena nell'allevamento del prezioso insetto senza nuocere punto all'industria enologica. Quando dico che il gelso rende più di ogni altra pianta, non escluso l’olivo, il quale non dà prodotto mediocre che ogni secondo anno ed il raccolto del cui frutto è costosissimo, non intendo condannare neppure la soverchia estensione della viticoltura, sebbene l'oidio e Ia peronospera ne diminuiscano grandemente il prodotto, il quale poi per lo zolfo, solfato di rame e mano d'opera, viene a costare abbastanza e coi prezzi ormai troppo bassi del vino lascia poco benefizio; non posso a meno di raccomandare l'impianto dei gelsi nelle terre nude, nei cortili, nei prati e viali il più possibile. Nelle terre nude, da cereali il danno cagionato dai gelsi e inconcludente in confronto alla rendita ogni anno ascendente dai rendibilissimi móri. Se la filòssera, che ha già invaso alcune plaghe dell'Istria, avesse sciaguratamente a dilatarsi sempre più di qual grande giovamento sarebbe la bachicoltura, se fino ad oggi si pensasse ad estendere la coltura dei gelsi? Del resto anche colle piante di mori esistenti attualmente in provincia, si dovrebbe ottenere ben più dei 123559 Chg. di bozzoli prodotti nell'ultima scorsa campagna, se i coltivatori si tenessero strettamente alle cure razionali prescritte dalla pratica, mercé le quali, con un'oncia da 30 grammi di seme seletto al microscopio, si possono facilmente raccogliere 70 e più Chg. di bozzoli. In tal caso non può essere seria l'obbiezione che i prezzi bassi dei bozzoli nell'ultimo decennio (media fior. 1.71) non furono rinumerativi anche a chi fu obbligato a comperare tutta od in parte la foglia necessaria. Ciò premesso, offro ai bachicoltori istriani il mio opuscolo «Cure pratiche raccomandate agli allevatori di bachi» che ristampo nella 5a edizione, persuaso di contribuire con ciò al prosperamento di questa industria agricola, fonte di indubbia ricchezza futura per la nostra provincia, specialmente se i nemici, ahi! troppo numerosi della vite avessero, com'è a temersi, a guadagnare sempre più terreno nell'Istria nostra.»
Lo stabilimento di Dignano di Tommaso Sottocorona dopo la sua morte venne guidato dal compianto dott. Giovanni Cleva, il quale era pure amante appassionato della storia patria. Tanto che il caro defunto suo figlio, Renato Cleva, nelle nostre spesse amichevoli ed affettuose conversazioni mi diceva che suo padre gli aveva lasciato una libreria di ben duemila volumi, che i nuovi Unni predoni avevano completamente distrutta! Chi sa quanta storia sarà stata ivi, amorosamente custodita, dello stabilimento bacologico del signor Tommaso Sottocorona, che era, prima della immane sciagura che colpì l'Istria, ancora in piena efficenza. Questo lo si desume dalla Enciclopedia Italiana Treccani, Vol. XII, pag. 843, ove si legge, sotto la parola «Dignano», le seguenti righe: «Dignano d'Istria: Cittadina dell'Istria occidentale, in provincia di Pola, di fronte alle isole Brioni, a metri 135 s. m. D'origine romana (lat. Attinianum) e di aspetto veneto, è oggi attivo centro agricolo, e sede d'uno stabilimento bacologico».
Oggi, tutte le cure, tutte le premure ed i sacrifici dell'appassionato Tommaso Sottocorona, per fare rifiorire questa «fruttuosa industria» non solo a Dignano, ma in tutta la «nostra Provincia», sono ridotte ad un cumulo di... rovine e di desolazione del prosperoso stabilimento bacologico. 
FRANOLICH Pietro, Provvida iniziativa di Tomaso Sottocorona. Lo stabilimento bacologico di Dignano. Cento anni fa veniva introdotta in Istria l'industria dei bozzoli con estese piantagioni di gelsi, in «L'Arena di Pola», n. 1206 (12/01/1960), p. 3.
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