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140. Mainùto [de -]   Q1190, ✧SE. Piccolo prato in ripido declivio [id., attraversato da strada comunale]. Màino (mainùto ne è il diminutivo) è l’ancona (Sc169) dal lat. imago, -inis = immagine (REW4270)181.

Piccola porzione di terreno in corrispondenza della biforcazione della strada in entrata a CP per chi proviene da Forni Avoltri, appena oltre Vidàrios, ove sorgeva un’edicola dedicata a un santo oggi ignoto.
Durante i lavori di costruzione o ampliamento della strada, forse nel 1920 o forse in epoca ancora antecedente, il piccolo edificio fu rimosso e se ne persero le tracce: fino alla metà del secolo scorso nella parlata corrente rimase radicata l’espressione de Mainuto a indicare – in verità con molta approssimazione – l’area ove si sarebbe trovato il tempietto.
La posizione esatta è stata ricavata dalla Kriegskarte di von Zach, che inoltre consente di datare la presenza certa dell’edicola in questo luogo alla fine del XVIII secolo.

141. ⇑ Mainùto [sôro la -]   Q1200, ✧SE. Coltivo in media pendenza [prato inselvatichito]. V. il lemma prec. + la prep. sôro-sopra.
Sovrasta di poco la Mainùto, al di sopra della nuova strada comunale che conduce a CG (costruita nel 1969) e più in alto, fino al costone erboso che costituisce il limite occidentale della campagna di CP.
 
142. Malìot [tal -]   Q1650, ✧O. Area prativa in medio pendio, con stavolo [prati inselvatichiti e boscaglia, dello stavolo non v’è più traccia]. Detta anche al plurale, ju Malìots, a ricomprendere il contiguo Devóur lu Malìot, v. il lemma seg.), è probabile fitotoponimo da meléš = sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia, Sc179), con il consueto e tipico collettivo in -ìot182.

Già in prima stesura di questo lavoro ero uscito dall’incertezza circa la possibile origine di questo toponimo (avevo anche ipotizzato una comunque compatibile radice preromana *mal-/*mel-, con il significato di “monte” o “altura”) grazie al soccorso – tanto imprescindibile quanto mai sufficientemente apprezzato – della memoria e dell’intuizione di chi i luoghi ha visto “ancora in tempo” (nella fattispecie, mio fratello Giorgio). Una volta di più si ha la misura di come e quanto l’assenza di fonti e di una conoscenza diretta del territorio in situazione pristina – o almeno quasi tale… – possa occultare soluzioni tanto semplici quanto esaustive.
A ulteriore e definitiva conferma, nel corso di un altro recente lavoro mi sono imbattuto in una definizione quattrocentesca della contigua vallata di Morarìot (cui ju Malìots appartengono almeno per metà, e il toponimo seguente per intero) come Val de Melesijs183, il che davvero elimina ogni residuo dubbio.
L’ampia fascia prativa che porta il nome di Malìot comprende l’intera parte superiore del versante più occidentale del Pic di Gòlo, displuviale fra la valle di Morarìot a N e la valle di Plumbs a S, sovrastando così la fascia dei prati di Cuél di Ğulìgn, Cjìolos e Temós, fino al boscoso Palòn di Plumbs a SE. Prati di mont, dunque, e forse più di ogni altro degni di questo nome: ju Malìots sono forse i prati in assoluto più lontani dagli abitati di CP e CG, e certamente fra quelli a quota più elevata di tutta la valle.
Lo sfalcio di questi prati si può bene immaginare con quanta determinazione e quanto sacrificio, e soprattutto mosso da quale stato di necessità proseguì fin verso il 1960. Da allora solo qualche raro cacciatore passa di quassù, e ju Malìots stanno lentamente ritornando al loro stato primigenio al quale solo lo stato di necessità e la volontà dell’uomo l’avevano temporaneamente strappato.

143. ⇑ Devóur lu Malìot   Q1650, ✧N. Bosco resinoso [id.]. V. il lemma prec. + la prep. devóur-dietro.

Un altro dei numerosi toponimi dove il devóur significa assai più del semplice “dietro”, in quanto la preposizione sottolinea anche la sostanziale diversità di aree fisicamente contigue. Questa volta, a separare fisicamente il Malìot dal suo corrispettivo devóur peraltro entrambi accorpati nel collettivo Malìots c’è il breve costone NO184 del Pic di Gòlo, crinale che separa i prati a meridione (oltre al Malìot, Cjìolos, Temós e numerosi altri) dai pascoli e boschi del fianco N che scende ai pascoli di Morarìot.
Devóur lu Malìot è precisamente questo, l’intero versante N del Pic di Gòlo fino al fondovalle del Riù di Morarìot. Un’area boscosa fra le più vaste di Collina e di proprietà del locale consorzio185, area che al suo interno comprende anche le tre piccole radure corrispondenti al Plandes Palùs, P.des Laštros e P.des Misérios.

144. Manàrio di Nuži [la -]   Q1670, ✧E. Prato in pendio ripido [id. inselvatichito]. Manàrio è la scure (Sc172), dal lat. man(u)arius-a = manuale, azionato a mano (REW5332, 3); Nuži è un’antica casa/casata di Collina (AP82). Pertanto, la “scure di Nuži” è un particolare antropotoponimo.

La curiosa denominazione si deve alla bizzarra forma di un prato di mont di proprietà di casa Nuži.
Il terreno sale stretto e allungato affiancando l’alto corso del riù di Cuéštos, per poi allargarsi a sin. (destra orogr.) nelle Cjanalètos in forma tozza e squadrata.
Visto da lontano in epoca di fienagione, il contrasto del prato falciato con i prati confinanti intonsi (o viceversa) richiamava la forma di una grossa scure, con la lama in testa al manico lungo e stretto: lamanàrio di Nuži.

145. Maşério [in -]   Q1320, ✧SE. Campi, poi prato con fienile i medio pendio [id. inselvatichito, boscaglia e ruderi]. Maşério è la maceria (Sc178) dal lat. maceria = muro intorno all’orto (REW5204), per estensione “mucchio di pietre”, in particolare di edificio diruto186.

Alto sopra Stalatòn e Fìtos e sito al limitare del bosco, Maşério deve il proprio nome alla presenza di pietre da costruzione, ruderi di un edificio sconosciuto di cui due generazioni fa erano già allora ignoti tanto l’autore che il destino d’uso. Probabilmente erano residuo di un fienile con stalla, anteriore di secoli a quello poi costruito in loco e a sua volta demolito intorno al 1980 perché pericolante.
Evidentemente di buona fattura e di qualche pregio, le pietre di Maşério furono prelevate e impiegate anche nella costruzione di una casa d’abitazione a CG nei primi anni del 1900. Si racconta come per il trasporto delle pietre in paese fosse impiegato in questa occasione una sorta di ascensore ante litteram (almeno per Collina): in pratica, un saliscendi con la ùolğo, la slitta carica di pietre che, scendendo a valle, con il suo peso riportava a monte l’altra slitta, scarica.
Sempre in tema di trasporti a fune, intorno al 1970 Maşério divenne stazione di arrivo del primo skilift costruito a Collina, con partenza in Sopóç. Come altri suoi successori, l’impianto ebbe vita breve, condannato dalla quota modesta e dalla splendida esposizione a solatio.

146. Mïói [ti -]   Q1780, ✧SE. Prato e pascolo in medio pendio [prateria alpina]. Forse da un lat. metula (REW5554) e *metulus = piccolo mucchio di fieno187.

Anche i Mïói fanno parte del discreto numero di prati e praticelli posti nella parte superiore dx del bacino d’impluvio del Riù di Cuéštos, sotto i Bùrgui e dirimpetto a Cjampēi: prati in genere molto piccoli, e di resa necessariamente modesta (il che è pure coerente con l’etimologia proposta).
Mïói come plurale di Mïól188, dunque, come sembra sottolineare un documento tardo seicentesco che riporta testualmente “La mittà del prato di Miol verso sol à monte conforme li termini posti dall'arbitri…189.

147. ⇑ Plan di Mïói [tal -]   Q1740, ✧SE. Prato e pascolo in pendio moderato [prateria alpina]. V. Plan e il lemma prec.
Un altro dei numerosissimi plans di Collina, a rinnovare il fondatissimo luogo comune che tutto è relativo190. Per la gioia dell’onomasta, il Plan di Mïói sta esattamente sotto… i Mïói e le Bergjarìos.
 
148. Mònt [te -]   Q1340, ✧NO. Casera e pascolo pianeggiante [pochi ruderi e bosco resinoso]191. Mont, con evidente origine dal lat. mons = monte (REW5664), ha in generale il duplice significato (Sc186) di monte o montagna da un lato, e di prato o pascolo alpino con casera e ricoveri per gli animali dall’altro. A quest’ultimo significato si rifà il nostro toponimo. V. Còmpet.

Detta anche mont dal Còmpet, la malga vide la luce nel 1881, quando fu costruito il primo ricovero per il bestiame, in coincidenza con l’inizio dell’attività della neocostituita Latteria di Collina192.
Davvero curioso questo termine (prima ancora che toponimo) mont, dal duplice significato letterale e dalla duplice anima, ad un tempo minacciosa e sorridente, per il quale propongo una chiave di lettura quasi esistenziale per l’abitante della montagna, riprendendo alcuni concetti già espressi nella parte introduttiva.
Con questa sorta di sineddoche – la mont prato, pascolo e malga per la mont montagna – il contadino sembra portare a compimento, almeno sotto il profilo semantico, il suo esorcismo nei confronti della mont-matrigna, origine di frane e valanghe e causa di miseria e di morte, riducendola e inglobandola nella mont-madre, apportatrice di fieno e latte e vita. Una specie di sintesi, insomma, del rapporto fra montanaro e montagna, con il primo costretto ad una difficile convivenza tra il potente freno della santa paura (talvolta autentico terrore) e l’ancor più imperativo acceleratore della fame o, quanto meno, della impellente necessità di disporre di nuove risorse193.
Nel 1881 il Còmpet è proprietà comune delle famiglie di Collina quando queste decidono di procedere alla costruzione di una casera di appoggio alla neonata Latteria Sociale, la struttura fondata – prima in Carnia – nel 1879 e già operativa l'anno successivo. Nei progetti, scopo della neonata casera Còmpet è quello di fornire alloggio alle vacche rimaste a valle nel periodo della monticazione, così da consentire la mungitura e l’immediato conferimento del latte alla Latteria Sociale stessa.
La casera ha tuttavia vita difficile, e soprattutto breve: pochi anni dopo la sua costruzione i conflitti interni alla Latteria fanno venir meno la sua ragion d’essere, e quando i contrasti sono superati (dopo un avvio travagliato la Latteria prospererà, e sopravviverà fino al secondo dopoguerra) per la casera è già troppo tardi. Altre e più funzionali strutture prendono il suo posto, e la Mont-ricovero si avvia a un rapido declino. Cancellato anche il sedime, a testimonianza di ciò che fu rimane solo il toponimo. Dopo tutto, siamo qui per questo…
Di ritorno alla nostra toponomastica, mont è evidentemente termine generico – al pari di riù, di agâr, plan e altri consimili – che di volta in volta è associato a toponimi specifici per rendere il nome compiuto dell’alpeggio e delle sue pertinenze. Abbiamo dunque la mont di Morarìot, quella di Plumbs, di Cjampēi, e altre ancora. Tuttavia, come accade anche per quasi tutti gli altri, il termine generico rimane per una volta solo, senza altri elementi identificativi, e mai come in questa occasione si può parlare di antonomasia.
Sì, perché nel breve arco della sua esistenza la mont dal Còmpet fu laMont, la casera della Latteria, una delle massime espressioni – se non davvero la più importante e manifesta – della comunità di Collina194.

149. Monumènts [ti -]   Q2150, ✧N. Roccia nuda e prateria alpina [id.]. Lett. “monumento”, dall’it. Qui con il preciso significato geologico di “campi solcati”; ju monumènts = regione del gruppo del Cogliàns ove sono numerosi i campi di Karren (Sc167).

Prima ancora che toponimo, monumènts è dunque termine generico che indica i campi solcati (Karren) di origine glaciale, assai diffusi nelle rocce calcaree delle Alpi Carniche. Nel solo gruppo del Cogliàns con la denominazione Monumenz nella TU si ritrovano una Forcella, una Creta, una Casera e un Rio: tutti in comune di Paluzza ad eccezione della Forcella, posta lungo il confine fra i comuni di Paluzza e Forni Avoltri. Tutti i toponimi insistono su un'area ristretta, e comunque orograficamente facente capo alla stessa Creta Monumenz, così detta per una estesa fascia di campi solcati che ne caratterizza il versante SE.
Pur sempre situati nel gruppo del Cogliàns, i nostri Monumènts si trovano tuttavia in un'altra area, compresa fra la Sièlo e il Cjadinón, in un minuscolo acrocoro sotto (S) il Coston di Stella della TU195.
I Monumènts sono attraversati dal noto sentiero Spinotti e, insieme alle cjalderàtos (marmitte di escavazione glaciale, anch'esse abbondanti nell'area) costringono il sentiero stesso a continui aggiramenti, ad evitare rischi per chi segue il frequentatissimo percorso. In effetti il sentiero lambisce cavità talvolta assai profonde, al punto che di alcune di esse non è neppure possibile intravedere il fondo, e nelle quali non è infrequente trovare neve residua in piena estate.

150. Morarìot [in -]   Q1710, ✧O. TU Casera Morareto (IGM), Val de Melesijs (XV sec.)196. Prateria alpina, pascolo in pendio medio-dolce, con casera [id.]. Dal collettivo mòro = mirtillo (Sc187, NP633 s.v. murùcule) attraverso morâr + suff. collettivo -ìot, dal lat. morum = mora (REW5696).

A dispetto della comune etimologia friulana, il toponimo non sta dunque con Moraro e Moraràt (Fr52), nei quali si riconosce il friulano morâr per “gelso” (NP614), ma bensì con la modesta e gustosissima mòro-mirtillo (Vaccinium myrtillus) che in grande quantità popolava la conca di Morarìot, e soprattutto il suo Cjampēi Vècju (v.).
Malga e pascolo furono per secoli bene comune e indiviso, probabile enfiteusi prima della Chiesa aquileiese e poi della Serenissima. Non ci è noto a quando risalga la privatizzazione, avvenuta fra il XVI e il XVII sec.: nel '700 è documentata la negoziazione di quote della malga, ma non è chiaro se si tratti di quote di proprietà, o di usufrutto, o altro ancora. “D.no Bortolo q.m Nadal Longo oriundo nel Cadore ora domiciliante in questa Villa da me benissimo conosciuto qui presente facendo per se, ed eredi jure liberis da, cede, e per sempre vende al Sig.r Leonardo q.m Antonio di Tamer, anco di questa villa da me benissimo conosciuto qui presente facendo per se ed eredi, stipulante e comprante e accettante le rate della montagna denominata Moraretto compreso il Bosco posta, e situata in queste pertinenze, la quale rende il pro annuale di £-5:-6 in effettivi contadi e N 8 formaggio…”197. Malga e pascolo furono infine acquistati, nel 1926, dal Consorzio Privato di Collina, attuale proprietario.
Tradizionalmente l'alpeggio principe della valle198, Morarìot fu l'ultima malga ad essere abbandonata dalla monticazione “classica”, condotta con metodi plurisecolari e antecedente l'avvento della meccanizzazione dei mezzi di trasporto (insomma quando le vacche andavano a piedi...) e della lavorazione di latticini.
Mai colpita da valanga a memoria d'uomo e delle cronache, negli anni immediatamente successivi all'abbandono la malga subì, quasi a mo’ di contrappasso, per ben due volte la caduta di slavine, con grave danno agli edifici. In verità, dopo la caduta della prima valanga, casera e ricoveri del bestiame furono ricostruiti una prima volta, per poi essere ben presto e seriamente danneggiati dalla seconda slavina. Ad evitare ulteriori guai, durante la seconda ricostruzione i pendii a N, “responsabili” dei disastri, furono dotati di robusti paravalanghe. Il panorama, specialmente salendo al rif. Marinelli, ne ha indubbiamente risentito, e non certo positivamente. Tuttavia… Tuttavia, dovendo scegliere, è ben meglio un paravalanghe a protezione di una malga (purché la si usi...) che di un impianto sciistico di dubbia utilità e in rapida obsolescenza.
Poi le valanghe cominciarono a scendere anche dai pendii a SE, ma si finisce per parlare di mutamenti climatici e non se ne esce più...
Non senza qualche discontinuità oggi l'alpeggio è di nuovo popolato, e la casera svolge attività agrituristica con servizio di locanda.

Circa 1928. Il Ricovero Marinelli
Circa 1928. Il Ricovero Marinelli. La figura più a dx, appoggiata allo stipite della porta, è Vittoria Tolazzi-gna Vitòrio.
151. ⇑ Fòrcjo di Morarìot [la -]   Q2110, ✧E-O. TU Forcella Morareto (IGM, CTR), Forcella Morareet (TAB)199. Forcella a prati e ghiaie [id.]. Per fòrcjo v. Furcjìto, e il lemma prec.
1961. Al rif. Marinelli (ancora Ricovero)
1961. Al rif. Marinelli (ancora Ricovero) un gruppo di ritorno dalla "prima" (loro) al Cogliàns, con al centro i gestori Vilma e Severino Barbolan. N.B. 1) la damigiana e i bottiglioni (vuoti), sono mera decorazione; 2) le sole a sorridere sono le ragazze...

Oggi di gran lunga il più frequentato valico alpino fra le valli del Fulìn-Degano (canale di Gorto) e del Bût (canale di san Pietro), anche la Fòrcjo di Morarìot è posta lungo il crinale che raccorda il massiccio del Cogliàns al m. Crostis, con molte analogie quindi con la non lontana Fòrcjo di Plumbs ma di questa più elevata di quasi 150 metri.
Forcella Morareto era anche detta Forcjo de Plòto200 in quanto immediatamente sovrastante l'omonimo e caratteristico pianoro (la Plotta della TU) sul versante di Timau e Monte Croce.
Il luogo è frequentatissimo201 per lo più ignorandone la denominazione in tutta la regione e nel vicino Lesachtal per la presenza, nelle sue immediate vicinanze, del rifugio intitolato a Giovanni e Olinto Marinelli. Per la precisione, giungendo da Collina il rifugio si trova 30 metri oltre la forcella, e quindi amministrativamente in territorio del comune di Paluzza. Tuttavia storia, brevità degli accessi, frequentazione fanno necessariamente gravitare il Ricovero (fino a 30 anni fa il rifugio Marinelli era definito semplicemente così, quasi per antonomasia) nell'orbita di Collina.
Il rifugio, di proprietà della Società Alpina Friulana (oggi sezione del CAI), ha una storia ormai ultracentenaria, risalendo la sua prima costruzione al 1901. Non è certo questo il luogo per decantarne pregi e virtù, già ampiamente celebrati in decine e decine di volumi, non ultimo il libriccino edito nel 2001 in occasione del centenario della prima costruzione. Né questo libro è il luogo migliore per mettere in piazza ricordi e sentimenti. Ma…
La mia personale relazione con questo luogo, edificio compreso, inizia… prima ancora di nascere. Inizia già con i racconti in cui mia madre rievocava le giornate trascorse lassù (più precisamente, su e giù dal Ricovero a Collina, gerla in spalla...) con le sorelle e le cugine, tutte nipoti della zia, tutte giovani e tutte occupate in aiuto a gna Vitòrio, la zia Vittoria Tolazzi che a quell'epoca (anni '20-40 del secolo scorso, v. Sièlo di Vitòrio) gestiva il rifugio insieme al fratello Edoardo.
Narrava dunque mia madre, con malcelata nostalgia, dei viaggi al e dal Ricovero due volte al giorno con la gerla colma del necessario alla gestione del rifugio. E poi raccontava delle persone o, meglio, dei personaggi dell’alpinismo friulano d’antan: fra gli altri, a distanza di oltre mezzo secolo in mia madre era vivissimo il ricordo di Riccardo Spinotti, appassionato e abituale frequentatore dei monti di Collina e del rifugio.
Dai racconti altrui passai presto all'esperienza diretta: a 12-13 anni in tre o quattro (quando non in 10, come in occasione della nostra prima salita al Cogliàns) già andavamo in giro per i monti; a 14 o 15 già “navigavo” in solitaria per tutta l'estate (i miei coetanei avevano cose più serie in cui impiegare il loro tempo, come il fieno o la legna), e il rifugio Marinelli era un autentico punto di riferimento.
Di tutto e di più, anche se oggi la memoria corre più spesso alla via del ritorno, la via delle discese a valle soddisfatto della giornata trascorsa: spalle al rifugio e via, giù per Morarìot. Prima di corsa (per forza, con quella pendenza!) e poi sempre più lentamente, fin quasi a fermarti attraverso i pascoli, con la calura di valle e tutti i profumi del mondo che ti investono e ti avvolgono e ti prendono.
Qualche volta mi arrestavo del tutto, sdraiato in mezzo alla prateria del pascolo quasi a possederla o a farmene possedere, in un'atmosfera così sensuale da stordire vista udito olfatto tatto gusto. Tutto!
Immobile, corpo lì e testa chissà dove. Come ora.
La testa, via…

152. ⇑ Riù di Morarìot [lu -]   Q1990-1135, ✧SO. TU Rio Morareto. Corso d’acqua [id.]. V. Riù e i lemmi prec.

L’idronimo identifica il rio che raccoglie le acque delle numerose sorgenti del largo bacino compreso fra le pendici meridionali del Pic Chiadin e l’ampio varco formato dai Flurîts a E e dal Pic di Gòlo a S202. Il rio attraversa l’intero pascolo di Morarìot in direzione E-O, per poi scendere al Plan di Valebós e piegare a SO a formare la parte superiore della valle di Collina.
Lungo il suo corso, il Riù di Morarìot raccoglie le acque di numerosi affluenti: i più importanti sono il R. Landri e il R. de Cjanalèto a dx, e il R. di Plumbs a sx. Alla confluenza con il R. di Cuéštos (dx) il rio assume il nome di Fulìn.

153. Mulìn di Codâr [dal -]   Q1150, ✧S. Prato in pendio moderato [ruderi di mulino e bosco]. Il friulano codâr è il contenitore per la cote (Sc131), dal lat. cotarius (REW2281); Per mulìn = mulino, v. Mulìnos.
Vecchie macine di mulino a CG, provenienti dal Mulìn di Codâr
Vecchie macine di mulino a CG, provenienti dal Mulìn di Codâr (foto dell'autore).

Il mulino era anche detto Mulin di Matïùto203.
Nonostante le apparenze, nel nostro caso Codâr è un antropotoponimo: si tratta infatti di GioBatta Niccolò Sotto Corona (1812-1897) detto Codâr, titolare e iniziatore dell’omonima casata (AP234) e probabile acquisitore del mulino, peraltro preesistente a Codâr stesso.
Situato all’interno della più ampia area di Mulìnos, poco a monte della Fàrio, il luogo è oggi popolato da una fitta selva di abeti che hanno quasi completamente cancellato ogni traccia del mulino. Caduto in disuso nell’immediato secondo dopoguerra, l’edificio fu totalmente abbandonato alle attenzioni di madre natura, che infatti lo ha stretto in un abbraccio così forte da stritolarlo.

154. Mulìn di Nino [dal -]   Q1185, ✧O. Prato in lieve pendio [bosco resinoso, boschina mista, prato inselvatichito]. V. Mulìnos; Nino è il nome di una casa/casata di Collina corrispondente all’attuale Albergo Volaia (AP220).

Il mulino è anche detto Mulìn di Jacomèto.
La denominazione originale si deve a Anna Maria (Marianna) Di Tamer (1802-1871) attraverso la i diminutivi Marianino-Nino. Attraverso complessi passaggi in via femm. casa e (forse) mulino pervengono a Giacomo Di Tamer (1863-1941), che porta la seconda e più recente denominazione, per l’appunto Jacomèto, al mulino e al terreno circostante.
Il luogo è situato all’interno di una marcata curva verso sinistra del Riù di Morarìot, poco prima della confluenza del Riù di Plumbs. L'ambiente si è profondamente modificato nel corso dell’ultimo mezzo secolo, e ancor più negli ultimi 20 anni: un tempo ben visibili dalla carrozzabile in corrispondenza di Cercenât e Clap de Scjalo, mulino e prato sono oggi del tutto nascosti nel folto dell’abetaia.
Già fatiscente il mulino negli anni '50 e quindi crollato negli anni '60, i suoi resti sono stati prima fagocitati dal bosco che inesorabilmente continua la sua discesa verso il corso del sottostante rio Morareto, lustro dopo lustro inglobando ampie porzioni di prato, e infine cancellati da una nuova pista forestale.

155. Mulìnos [in -]   Q1155, ✧SE. Prato in moderata pendenza con mulini e altre attività ad energia idraulica [bosco resinoso e boschina con ruderi di edifici]. Mulìnos è il femm. di mulìns (v. Devóur ju Mulìns), con funzione di collettivo a indicare l’insieme dei mulini204.

Il termine individua genericamente una ampia superficie lungo il riù di Cuéštos, dal ponte della strada che da CP conduce alla chiesa (in Riù) fino alla confluenza nel Riù di Morarìot-Fulìn.
L’area è a sua volta ripartita in altri microtoponimi, in corrispondenza dei numerosi impianti artigianali dislocati lungo il rio.Per gli abitanti di CP Mulìnos era il luogo dei mulini per antonomasia: vi trovavano posto almeno due mulini a macina (mulin de Pèto, m. di Codâr o di Matïùto) e un mulino a pestelli (peštòn di Chini).
Mulini, ma non solo: Mulìnos ospitava anche una officina di fabbro (la Fàrio) e, ormai lungo il riù di Morarìot, la fornace che impiegava la materia prima del Plan de Argìlo.
Situati su entrambe le sponde del riù di Cueštos, i mulini e il battiferro prelevavano l'acqua per generare piccoli salti da sfruttare come forza motrice. Probabilmente di antica origine (se non gli edifici in sé, quanto meno le attività: per CP era il luogo più prossimo ove insediare questo genere di industrie), le attività di Mulìnos caddero in progressiva obsolescenza già prima del secondo conflitto mondiale, insieme a tutti i loro consimili dovunque fossero situati. Fecero eccezione le segherie, differendo analoga sorte di una ventina d'anni.
Dopo l’obsolescenza, naturalmente, l’abbandono e la totale scomparsa: l’ultimo edificio rimasto in piedi205, il Mulìn de Pèto, crollò sotto il peso della neve nell'inverno del 1997. I suoi ruderi sono ancora visibili lungo la strada della chiesa, in Riù, immediatamente prima del ponticello che attraversa il rio.

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