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162. Ombladìot [in -]   Q2060, ✧NO/SE. Sfasciumi e prateria alpina [id.]. La radice Ombladìot è la medesima di àmbli = ontano (v. Prât di Àmblis), a formare un termine che suona come “ontaneto”.

Più che agli ontani presenti in loco (non ve n'è neppure uno), il toponimo si deve alla grande quantità di arbusti che si trovano più in basso, su entrambi i versanti.
La Fòrcjo di Ombladìot (comunemente detta in Ombladìot) mette in comunicazione la valle del Fulìn con quella del rio Avanza, anch’esso affluente di sx del Degano. Il valico costituisce il punto terminale verso E della cresta, prima erbosa (Bùrgui) e poi più sottile e rocciosa, che collega il gruppo isolato di Crèto Blancjo con Clanìori e i Monti di Volaia.
Il versante NO della forcella, in territorio di Forni Avoltri, scende per praterie con un pendio irregolare a gradoni inframmezzati da brevi pianori occupati dalle omonime casere (C. Ombladet di sopra e di sotto). Il versante SE scende invece ai pascoli di Cjampēi lungo un ripidissimo canalino (Gòlo di Tòni di Tamer) dove prende avvio un ramo del Riù di Cuéštos. Verso NE la forcella si allarga in un breve pianoro che gradatamente si innalza lungo le praterie del versante meridionale del Sasso Nero.
Quale via di comunicazione, la Fòrcjo di Ombladìot (Forcella Ombladêt della TU) è oggi di rilievo meramente geografico: in aggiunta al faticosissimo accesso da Collina, il valico porta giusto in the middle of nowhere, in mezzo a nessun posto, come dicono con felice espressione i figli di Albione209. La sua importanza fu soprattutto militare durante il primo conflitto mondiale, mettendo in comunicazione il fronte della val Fleòns e passo Giramondo con Collina e il fronte di Volaia.

163. Ornella [da -]   Q1450, ✧S. Roccia nuda (idem). Dall’omonimo nome proprio it.

È la parte terminale, ormai quasi nel piano del Gjarsìot, dell'Agâr di Róndoi, la forra stretta fra pareti a precipizio scavata dalle acque e dalle valanghe che precipitano dalla grande gola che separa il m. Canale dal m. Capolago. Non di rado, anche in piena stagione estiva, è possibile trovare qui la neve residua delle grandi valanghe invernali e soprattutto primaverili.
Privo di valenza nell'economia agricola o boschiva, il toponimo è di origine popolare ma recente, riferendosi alla sciagura che nel 1943 costò la vita alla diciottenne Ornella Cioni.
Di ritorno da un'escursione al passo Volaia, dove aveva lasciato la comitiva per scendere sola a valle, la giovane si allontanò dal sentiero spingendosi verso i ripidi contrafforti dei m. Canale e Capolago: vagò per i pendii erbosi e le rocce, fino a precipitare nel baratro.
Sulla tragedia si innestarono leggende e speculazioni – anche le più ardite e discutibili, oltre il limite del pettegolezzo e certamente del buon gusto – alle quali non mette neppure conto far cenno. Resta il fatto che la ragazza era del tutto inesperta dei luoghi, che sulle pendici dei monti gravava una fitta nebbia, e che a quel tempo la segnaletica dei sentieri era assai approssimativa e almeno un bivio del sentiero stesso si prestava a facili errori di percorso, specie in discesa.
Solo dopo alcuni giorni di ricerche infruttuose (le ricerche erano logicamente rivolte altrove, e certo non così lontano dalla retta via) il corpo fu casualmente ritrovato da due pastori al pascolo con l'ormènt.
In memoria della sfortunata giovane, i cui resti furono sepolti nel luogo d’origine, fu collocata una piccola edicola nei pressi del luogo del ritrovamento, da allora detto da Ornella. Una piccola croce in marmo fu posta anche nel cimitero di Collina, dove ancora oggi si trova.

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