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164. Palàto [te -]   Q1480, ✧SE. Prato molto ripido [id. inselvatichito]. Spregiativo di palo: v. Pàlos.

Il toponimo è davvero esplicito su questo ripido pendio, incombente sul versante dx dell’Agâr Balt al di sotto della traccia di sentiero che da Frints porta in Cjailìot.
Inclinazione, malagevolezza e scarsa qualità del terreno giustificano pienamente il significato, esplicitamente spregiativo, del termine.

165. Pàlos [in -]   Q1190, ✧SO/SE. Prati e bosco misto in forte pendio [bosco]. Nella parlata di Collina, palo = pala (Sc208, pàlos ne è il pl.), dall’omonimo lat. pala (REW6154), termine che già in epoca tardo romana assume anche il significato di “prato in ripida discesa” (REW6154a). Quest’ultima (presente anche nell’it. “pala”) è precisamente l’accezione del termine nei numerosi toponimi – tanto semplici che composti – che lo contengono210.

Le pale di questo toponimo sono quelle che scendono da Caròno, raggiunte e attraversate nella loro parte superiore (insòm Pàlos, in cima a Pàlos), all'inizio dell'abitato di CG.
Insieme all’ineliminabile attraversamento del Riù di Cuéštos, su par Pàlos è l’ostacolo principale da superare per qualsiasi percorso che unisca CP e CG evitando il lungo giro dalla chiesa. E infatti tutti i percorsi di qui transitarono, e transitano tuttora.
Attraversato il rio inRiù, il percorso prendeva quindi a sx per l’area oggi occupata da alcuni fienili, tagliando quindi la clèvo diPàlos211 – in diagonale prima, e con alcuni tornanti la parte più ripida poi – per ricongiungersi infine all’attuale tracciato in corrispondenza della Caròno, poco prima dell’edifico ex stâli di Flèch e oggi casa d’abitazione (AP96).
Nel 1889 fu costruita la nuova strada, con importanti modifiche rispetto al tracciato precedente212. In particolare, la costruzione di un nuovo ponte in pietra, qualche decina di metri a monte di quello lungo la via della chiesa, eliminò la necessità di discendere dal borgo al rio per poi risalire interamente l’erta china delle Pàlos, con ciò praticamente dimezzando il dislivello dell’intero percorso.
Infine, nel 1969-70 fu costruita la nuova strada alta sopra CP e fu edificato l’attuale ponte, pochi metri a monte del precedente (ponte che fu successivamente demolito perché pericolante, ma le spalle sono ancora in piedi e ben visibili dal ponte nuovo). Anche il punto di confluenza delle due strade insom Pàlos è ben identificabile, in quanto sotto l’attuale piano stradale è tuttora visibile la massicciata della strada del 1889, esattamente là dove si trovava il punto d’arrivo (oggi pressoché inavvertibile, a sx di chi sale) della strado des ùolğos che dal Frantûl scendeva in Antîl e di qui a CP.
L’ultima modifica del tracciato ha anche addolcito la salita di su par Pàlos: oggi la china non è più ripida com’era ante 1970, quando fra i modesti divertimenti dei ragazzi di CP v'erano anche le scommesse su corriere e trerò – i grandi camion che andavano a caricare il legname – e sulle probabilità che i pesanti mezzi riuscissero a superare, ansanti ma indenni, l’erta china. Agli autocarri riusciva quasi sempre: non altrettanto a bus e torpedoni turistici, mezzi di pianura poco avvezzi a quel genere di imprese alpine.
E pensare che la china sarebbe dovuta essere ben più ripida di quanto già non fosse! Il ponte del 1889 fu infatti progettato e costruito un metro e mezzo più basso del necessario, e fu fatto rialzare solo in corso d'opera.
Dalla postazione dei critici osservatori di 50 anni fa, sul nuovo percorso oggi si vedono i bikers diretti al Marinelli che salgono come schegge! Altro che trerò

166. Pàlos [tes -]   Q1250, ✧SO. Bosco resinoso in pendio ripido [id. in parte disboscato per dar luogo al passaggio dei cavi dell’elettrodotto], frana.

Rispetto al toponimo precedente è identico il nome, diversa la preposizione213, lontanissimi i luoghi. Queste Pàlos sono individuabili altrettanto facilmente delle loro quasi-omonime, seguendo il percorso dell’elettrodotto che taglia per l’appunto il ripido pendio delle Pàlos per raggiungere, sciaguratamente214, il Runc di Cuàl.
Oltre che dai cavi dell’alta tensione, le Pàlos erano percorse da un ripido (e faticoso) sentierino che dal Mulìn di Nino consentiva di raggiungere direttamente il Runc di Cuàl: il tracciato è stato cancellato dalla frana scesa nell’autunno 2013, che ha sostanzialmente modificato la morfologia del luogo.

167. Pàlos di Marinè [tes -]   Q1450, ✧SE. Prato pensile circondato da roccia nuda [id.]. V. Pàlos; con il nome Marinè si identifica Marina Bellezza (1885-1952).

Pàlos di Marinè sono detti alcuni praticelli pensili sui primi contrafforti della Crèto di Cjanâl, sopra i Circinùts, un tempo detti Pàlos di Tamât di Tûš215.
Questi piccoli prati, di resa modesta e in posizione davvero ripida e disagiata, erano di proprietà comune, a disposizione di chiunque avesse necessità di integrare la propria provvista di fieno. Evidentemente la frequentazione di Marinè su queste pàlos fu tale da far loro acquisire, dopo quello di Tamât, il nome della donna.
Mariné fu dunque solo l’ultima in ordine di tempo a salire quassù, in queste Pàlos come in Pessùol, fra le rocce del m. Canale: tuttavia, prima di lei – o insieme a lei – la schiera dovette essere lunga negli anni delle vacche magre (sic), per procurarsi quel fascio di fieno in più, buono per quando il fienile cominciava a diventare luşìnt216.

168. Pàlos di Sèrgjo [tes -]   Q1590, ✧S. Prato in pendio ripido [id.]. V. Pàlos, mentre Sèrgjo è la denominazione di una casa-casata di CG (AP238)217.

Fazzoletti di terra pensili al margine orientale della Crèto di Cjanâl, poco al disotto della imponente e ripidissima lastronata che caratterizza il versante S del monte, certamente fra i “prati” più elevati e probabilmente i più disagiati e oggettivamente pericolosi di tutta Collina. Un altro esempio, se mai ve ne fosse bisogno, delle autentiche acrobazie (anche fisiche), a cui si sottoponevano i Collinotti pur di portare a valle un fascio di fieno.
Come per altri toponimi in analoghe condizioni (Pàlos di Marinè), il riferimento al patronimico non è indice di proprietà ma piuttosto di uso del terreno, certamente di proprietà demaniale o comunque pubblica.

169. Palù [in -]   Q1190, ✧SE. Prato umido [id. inselvatichito]. Palù sta per palude (Sc209), dal lat. palus, palude (REW6183), intesa come area molto umida, con acqua immediatamente sottostante la cotica erbosa.

Nulla di nuovo sotto il sole, giacché siamo in presenza di un toponimo assolutamente ubiquitario, certamente diffuso in tutte le lingue e i paesi del mondo. In mezzo a cotanta universalità, il nostro modesto prato di Palù è situato immediatamente a E della chiesa, più precisamente fra il cosiddetto cimitero nuovo e Cjasarîl.
Il terreno ebbe storia travagliata (ma non fu certo il solo) fra pignoramenti, divisioni ereditarie e passaggi di proprietà, un percorso che ha lasciato ampie tracce documentali e toponomastiche.
Alla fine del XVI secolo Palù è di proprietà privata, sebbene in pegno alla chiesa di san Michele a fronte di un debito con essa contratto. Infatti “A di 24 di semmbrio 1595. Catarina con li suoi figli sono debitori alla giesia di sancto michiael di contadi per in L.8 obliga un prato in palu confina con lenardo de tamossis e altri confini218. Un secolo più tardi, il luogo ha mutato proprietà e nome, volto in “Vidrina (o Vedrina) di Palù”: “… la terza parte della Vidrina di Palù cioè di sopra verso sol levado…”219, e “... Item un pezzo pratto chiamatto la Vedrina di Palù confina da sol levado con Leonardo Tamusino …”220.
Posto che con certezza si tratta dello stesso luogo (posizione e confini non lasciano dubbi), l’unica spiegazione plausibile è l’esazione, da parte di san Michele, del pegno di Palù, e la conseguente imposizione di gravami sul terreno (v. Vidrìnos). Conseguentemente quest’ultimo assume il nome di Vidrìno di Palù che si ritrova nei documenti notarili seicenteschi.
Denominazione temporanea, giacché un altro secolo più tardi il toponimo è nuovamente, e definitivamente, Palù tout court.
Come sempre, non è dato sapere lo stato del luogo al tempo di questi accadimenti, anche se non è difficile supporre una situazione migliore di quella odierna, grazie ad opere di captazione e irreggimentazione delle acque superficiali peraltro abbondanti nei dintorni.
La condizione attuale è certamente eloquente, almeno quanto il toponimo, al punto di rendere ridondante ogni descrizione dello stato del terreno in abbandono. Basti dire che lo scorrimento delle acque su un substrato argilloso, impermeabile e alla profondità di pochi metri, in anni non lontani (1980) causò non pochi problemi all’atto dell’allargamento verso SE dell’area del sottostante cimitero. Inutilizzabile la nuova area, in attesa della bonifica tramite intercettazione delle acque a monte, fu necessario ricorrere al žimitéri vècju, il cimitero vecchio nel sagrato, dismesso un secolo prima.

170. Part [te -]   Q1225, ✧SE. Prato in pendio ripido [prato inselvatichito in via di rimboschimento, strada comunale, abitazione221]. Part = parte (Sc213), dal lat. pars, partis (REW6254), termine generico (part di -) a indicare una frazione (parte) di terreno di proprietà comune data in concessione o in uso ad una determinata famiglia222.

Attraversato dalla strada che sale insòm Pàlos, fra CP e CG, questo luogo era più precisamente detto la Part di Betàn (“parte di terreno di proprietà di –“), dove Betàn è a sua volta un’antica famiglia di Collina, cognome oggi scomparso come tale ma tuttora esistente come nome di casa-casata a CG (AP91)223.
La più recente modifica di percorso della strada comunale (1970) ha completamente stravolto il luogo, oggi in parte occupato dalla sede stradale e dagli altissimi muraglioni di sostegno a monte. È scomparsa anche la cirisario, uno dei due ciliegi di tutta Collina che di notte ospitava una civetta chiacchierona e di presunto malaugurio (in quest'ultima veste, davvero con scarso successo).

171. Pas di Bóuš [lu -]   Q?, ✧?. Pas è il passo (anche nell’accezione di valico, Sc213) dal lat. passus (REW6271); bóuš è plurale di bóuf = bue (friul. bo, NP60, manca in Sc), dal lat. bos (REW1225).

È uno dei toponimi di cui ci è rimasto solo il nome, ricordatomi da mio padre, senza poterne trovare collocazione sul territorio.
Per induzione, si può collocarlo in prossimità dei ricoveri o lungo il percorso che porta ai pascoli estivi dei buoi, forse un passaggio particolarmente problematico nella salita alla casera di Cjanaleto oppure lungo il sentiero che conduceva in Ğùof. Ma forse è più corretto arrendersi…

172. Pecìot [in -]   Q1280, ✧SE. Coltivi in medio pendio [prato inselvatichito]. Pecìot è il collettivo in -ìot di péç = abete rosso (Abies excelsa, Sc217), dal lat. piceum (REW6479-2)224. Lett. “pecceta” o “bosco di abeti rossi”.

Da secoli non v’è ombra di abeti in Pecìot, fino a pochi decenni addietro prezioso terreno a coltivi, ma dovettero pur essercene un tempo. E non pochi. Forse numerosi, forse speciali, gli abeti rimangono inequivocabilmente scolpiti nel piacevole fitotoponimo che identifica l’ampia fascia (oggi prateria) che si stende sotto le propaggini orientali del Bošc de Navo.
Il limite superiore dei coltivi era costituito da una fascia di prato e di noccioli che separava i campi dal bosco soprastante, mentre a valle il pendio terminava digradando più dolcemente tra i fienili e le case dell'abitato di CG.
Il prato, già inselvatichito (alcune ombrellifere raggiungono il metro e mezzo di altezza), è da qualche decina d'anni minacciato dalla continua e rapida avanzata del bosco, già avvicinatosi all'abitato di decine e decine di metri.

173. Pecói [ti -]   Q1380, ✧NO. Ripido bosco di conifere [id.]. Pl. di pecól (v. il lemma succ.).
È una lunga sequenza verticale di sporgenze, più o meno ripide, nel bosco sopra Plan des Cìdulos, verso il Plan de Argìlo. Nulla a che vedere con i Pecói veri dei lemmi che seguono, alti anche centinaia di metri.
 
174. Pecól (dabàs) [tal -]   Q1480, ✧O. TU Pecol di sotto. Prateria alpina, mughi e rocce [id.]. Nella parlata di Collina pecól sta per “gamba di sedia” o di mobile, oppure “salita fortemente inclinata” (Sc218), dal latino ped(i)cullus = stelo, picciolo (REW6351), a sua volta diminutivo di pedus = piede225; dabàs = di sotto.
1916. Gli imponenti baraccamenti militari di Pecól dadàlt
1916. Gli imponenti baraccamenti militari di Pecól dadàlt.

“Salita” o “pendio” è il significato toponomastico di pecól nel territorio di Collina, dove non fanno certo difetto i pendii di ogni forma e inclinazione. In particolare, il termine si riferisce ai dossi sporgenti solcati dai sentieri che li percorrono, prevalentemente in diagonale o con lunghe serpentine per ridurre inclinazione e gravosità del percorso.
La toponomastica ufficiale riprende la denominazione in uso durante il primo conflitto mondiale, quando il linguaggio militare tradusse Pecól d’abàs in “Pecol basso” e, analogamente Pecól d’adàlt (v. il lemma succ.) in “Pecol alto”. I Pecóldabàs e dadàlt costituiscono gli estremi risalti – inframmezzati dai brevi pianori di Puint dal Muš e dei Trio Rès – della ciclopica scala rocciosa che dal Plan di Valebós conduce a Volaia.
La posizione particolarmente esposta del Pecól dabàs – ai piedi dei Lastròns del Lago e del Cogliàns e compreso fra l’Agâr di Róndoi e Clevomàlo – ne fa un autentico balcone sulla intera vallata di Collina e oltre, fino alle Dolomiti Pesarine. Alle spalle, nascosta la vetta del Cogliàns dai suoi stessi ripidi contrafforti, incombe l'impressionante lastronata e la tricuspide della cima Lastròns del Lago, mentre a destra appaiono in tutta la loro grandiosa evidenza i canaloni del gruppo m. Canale-Capolago. Tutto ciò dà ragione di come nella toponomastica quotidiana dei Collinotti questo sia il Pecól per antonomasia, per lo più indicato tal quale e privo dell’attributo dabàs.
Secoli addietro il Pecól fu sede di una modesta casera, già diruta agli inizi del ‘900: fin quassù e oltre si spingevano anche al pascolo quotidiano (partendo da Collina!) le vacche dell'ormènt e i buoi, abbeverandosi dell'acqua che si raccoglieva in una pozza rocciosa in corrispondenza dell'attraversamento del fondo del canalone (oggi c'è anche una vaschetta in cemento, opera militare del 1960 circa, quando il sentiero fu allargato sino a farne l'ampia mulattiera attuale).
Durante la prima guerra mondiale nel “Pecol Basso” era situata la stazione di partenza della teleferica, adibita al trasporto dei materiali fino alla seconda linea del fronte di Volaia, al “Pecol alto” o Pecól dadalt (v. il lemma che segue).

175. Pecól dadàlt [lu -]   Q1885, ✧E. TU Pecol di Sopra. Risalto quasi pianeggiante a prateria alpina, ghiaie e rocce [id.]. V. rispettivamente il lemma prec. e la prep. dadàlt-di sopra.

Il gradone di Pécol dadàlt costituisce la prosecuzione verso il basso della conca di Volajo, sede prima di una casera (già diroccata nel 1899) e poi di ampi baraccamenti durante la prima guerra mondiale di cui si intravedono ancora i ruderi e di cui si intuisce l’estensione.
Al margine occidentale del Pecól, quasi incombente sui sottostanti Trio Rès, si trova ancora la casermetta della Guardia di Finanza, edificio relativamente moderno (circa 1960) ma anch’esso ormai in disuso. Nel corso degli eventi bellici in corrispondenza della casermetta era posta la stazione d'arrivo della teleferica militare, proveniente da Pecól dabàs (v. il lemma prec.).
Il luogo, chiuso fra le alte pareti del Lastròns del Lago (Seewarte) e del Capolago (Seekopf), ha caratteristiche gspiccatamente alpine. Tuttavia, anche quassù si conducevano i buoi al pascolo, in cerca della rada prateria in quota.

176. Pecolàt [tal -]   Q1195, ✧SE. Prato in pendio ripido [prato inselvatichito]. V. Pecól, di cui è forma spregiativa.

Questo sì che è un vero pecól: tanto vero che necessita dello spregiativo suffisso -at! L'attributo si deve proprio al pendio, particolarmente ripido se confrontato agli altri dossi che lo fiancheggiano a E, elemento che aggiungeva altra fatica alla fatica della fienagione.
Il Pecolàt appare in tutta la sua evidenza dai prati di Glèrio: volgendo lo sguardo verso N in direzione di Vidrìnos e Caròno, si notano chiaramente le prominenze del terreno la cui pendenza aumenta da destra a sinistra. Il più a sinistra (O), più ripido e pronunciato, l’ultimo prima del risalto che segna il limite d’impluvio del Riù di Cuéštos, è appunto il Pecolàt226.
Quando l'anfiteatro sottostante CG, appunto verso Glèrio, si trasformava in un unico campo di sci (piste rigorosamente non battute227, e risalite ovviamente con sci in spalla), la discesa dal Pecolàt lungo la linea di massima pendenza costituiva una prova di coraggio e di tecnica riservata a pochi, tanto più che il brusco raccordo del pendio con il pianoro finale metteva a dura prova l’equilibrio degli ardimentosi. La sfida non terminava che in fondo al Pecolàt, possibilmente con una scïoro a regola d’arte. Sempre in agguato, una caduta vanificava ogni ardimento, e facilmente mutava da servo encomio in codardo oltraggio il commento degli interessati spettatori-concorrenti.

177. Péçs [ti -]   Q1530, ✧SE. Roccia nuda e pochi abeti [id.]. Péçs è pl. di péç (v. Pecìot), e dunque ti Péçs = negli abeti.

Un toponimo ti Péçs (altrimenti detto la Caròno di Péçs) può sembrare curioso in un luogo dove i péçs si contano a milioni. Dove mai, e soprattutto perché, sarà collocato un toponimo apparentemente tanto comune, e perciò stesso straordinario?
E il saggio Collinotto d’antan piazza il toponimo, curioso finché si vuole, precisamente dove deve stare, a definire e individuare un luogo dove di abeti – ovviamente – ce ne sono. Ma pochi, e soprattutto non ce ne dovrebbero stare, o giù di lì.
È dunque, ti Péçs, un’area di modeste dimensioni sovrastante Ornella, una piccola fascia di abeti che, in mezzo alla roccia nuda e al prato magro, si spinge fin sul bordo del canalone dell'Agâr di Róndoi. Luogo di camosci e di stelle alpine, fors’anche buono per qualche larice solitario. Non certo – ragionevolmente – per un gruppo di abeti ostinatamente attaccati alla roccia e dimenticati dalle valanghe.
Ed ecco a voi i Péçs.

178. Pessùol [a -]   Q630, ✧S. Prato pensile fra rocce molto inclinate [id.]. Probabile agglutinazione di = piede (Sc217) dal lat. pes (REW6439), e sùol = solo (Sc319) dal lat. solus (REW8080). Dunque “piede solo”.

Il termine dovrebbe dunque essere un’iperbole per rappresentare la ripidità o la pericolosità del luogo, ove appunto “si sta in equilibrio su un piede solo”.
Non è certo se l’origine del toponimo, che identifica un prato abbarbicato alle rocce pericolosamente inclinate della Crèto di Cjanâl, ai piedi della Vèto, sia di origine venatoria o se, come pare, qualcuno venisse davvero a falciare sin qui (v. Palos di Marinè).
Quel che è certo è che da decenni nessuno mette piede quassù. Almeno per lo sfalcio, ché non è da escludere che qualche cacciatore si spinga talvolta su questi fazzoletti pensili sulla pista di un camoscio fuggitivo (al quale camoscio, beninteso, auguro di cuore di morire di vecchiaia, esattamente come auguro al cacciatore).

179. Peštòn di Pio [dal -]   Q1200, ✧SE Prato ripido in fondovalle [prato inselvatichito e ruderi di edificio]. Peštòn è il mulino a pestelli per la pilatura dell’orzo, deverbale di pištâ = battere i cereali per ridurli in farina (Sc220), a sua volta dal tardo lat. pistare (REW6536); Pio è soprannome di persona.

Titolare del mulino a pestelli, e oggi del relativo toponimo, è Pietro di Qual (1849-1925), detto Pio (nulla a che fare con la devozione: è una derivazione canzonatoria del nome di battesimo del titolare).
L'edificio era situato nel fondovalle di Clap de Scjàlo, quasi di fronte al Mulìn di Nino sulla sponda opposta del riù di Morarìot di cui entrambi i mulini sfruttavano l'acqua come forza motrice. Analogamente al dirimpettaio e a tutti i mulini di Collina, anche il Peštòn di Pio concluse le sue fatiche in concomitanza con l'avvento dei mulini industriali, anticipando di qualche decennio l'abbandono della coltivazione di granaglie a Collina.
Oggi il mulino è qualche cosa meno di un rudere: è solo un mucchietto di sassi già difficile da identificare come edificio, prima ancora di intuirne la funzione.

180. Pic [lu -]   Q2158, ✧✧. Erta roccia nuda, sfasciumi frammisti ad erbe alpine [id.]. Pic è termine generico a indicare qualcosa di appuntito, dal picco roccioso al pungiglione degli insetti (Sc225), dall’onomatop. *pikkare = pungere (REW6495)228. Qui sta proprio per “punta rocciosa”.

Modesta cimetta rocciosa, la più settentrionale del gruppo dei Flurîts, che incombe sulla Fòrcjo di Morarìot e sul vicinissimo rif. Marinelli. Il Pic è in sé certamente insignificante sotto il profilo orografico, e sale agli onori della toponomastica solo in virtù della adiacenza al rifugio che sovrasta con la sua ingombrante presenza.
Il toponimo si deve certamente ai primi gestori e ospiti del rifugio, che ebbero la ventura di osservare da vicino – certo non senza qualche apprensione – le frankliniane performances (oh yes!) del Pic: durante i frequenti temporali, sul cocuzzolo cade infatti un numero impressionante di fulmini, a beneficio degli spettatori in rifugio. Rifugio di nome e di fatto in queste circostanze, e comprensibilmente più caldo e accogliente che mai.

181. Pic di Gòlo [sul -]   Q1938, ✧O. TU monte Gola. Boscaglia e prateria alpina [id.]. Per pic v. il lemma prec.; gòlo è la gola anatomica, ma anche un canalone scosceso o la gola fra due monti (SC98), dal lat. gula (REW3910).

Da Collina verso E il Pic di Gòlo appare come una piramide isolata e verdeggiante, con tre pronunciate gibbosità lungo il suo crinale SO (quella più in basso è il Cuél di Ğulìgn), mentre fra le sue pendici meridionali e il m. Crostis si apre una profonda gola boscosa (la gòlo del toponimo).
La prospettiva è ingannevole, giacché la “gola” è in realtà la valle di Plumbs, sufficientemente ampia per ospitare una malga con relativi pascoli, mentre il Pic di Gòlo stesso altro non è che il semplice punto terminale a O del lungo crestone erboso e pressoché orizzontale che si stacca dal crinale che congiunge il Cogliàns al m. Crostis e scende a separa le valli di Plumbs e Morarìot.
A giugno l’ampio pendio erboso che dal crinale scende verso malga Plumbs muta in un rosso mare di rododendri fioriti, uno spettacolo autenticamente mozzafiato paragonabile solo a quello dei non lontani Flurîts.
Per quota e posizione il Pic di Gòlo costituisce un punto panoramico d'eccezione, tanto verso il Cogliàns e i suoi satelliti che verso Collina, la valle del Fulìn e le Dolomiti Pesarine. Durante il primo conflitto mondiale qui presero posizione alcuni pezzi dell’artiglieria italiana che tenevano sotto tiro soprattutto la zona di Volàjo, a supporto delle truppe che presidiavano il Passo229. La postazione risultava defilata rispetto agli osservatori dell’artiglieria austriaca e ai pezzi attestati sul Maderkopf e sullo Judengras, ma furono le valanghe a causare un gran numero di vittime: nella notte fra il 20 e il 21 novembre 1916 una valanga travolse e seppellì i baraccamenti della truppa, causando la morte di 31 soldati (v. Plumbs).

182. ⇑ Riù di Gòlo [lu -]   Q1775-1495, ✧O. Ripido corso d’acqua attraverso bosco resinoso e prati [id.]. V. rispettivamente Riù e il lemma prec.

È un modesto ruscello che nasce sotto il Pic di Golo e si getta nel Riù di Plumbs all’altezza di Sot Temós.
Il rio, in parte visibile da CP, si attraversa salendo per la vecchia strada di Plumbs nel fondo di un’ampia conca oltre Temós e dietro l’ampia costa boschiva che scende dal Pic di Gòlo.

183. Piço(s)štuàrtos [in -]   Q1170, ✧S. TU Pizza Stuarta (CAT1801). Coltivi [prato inselvatichito]. Composto da spìço e stuàrto, entrambi al plurale (nella pronunzia cade la s iniziale cade, e la s finale di spìços viene agglutinata per un risultato molto simile a Piçoštuartos). Spìço è letteralmente la cima acuta di monte (Sc302), dal tedesco Spitze (v. pits, REW6645); stuàrto è femm. di stuàrt = storto (v. Stuàrts).
Il termine individua un’area a coltivi a S dell’abitato di CP (al di sotto di Sót ju órts) dove la frammentazione della proprietà fondiaria ha portato ad appezzamenti di terreno paralleli a sviluppo orizzontale e di forma allungata (come già in Còdos, v.), con l’estremità rastremata (di qui l’analogia con il significato originale di spìço) e apparentemente “storta” a causa del cambio di pendio verso Insòm Bùros (E).
 
184. Piçóul [a -]   Q1620, ✧SO. Ripido prato di mont [id. inselvatichito]. Toponimo di origine oscura. Parrebbe l’equivalente del friulano pizzûl = cece (NP772, manca in Sc), senonché a Collina di ceci si sa davvero poco, o nulla del tutto (per di più, quand’anche se ne sapesse, il nesso semantico fra il nostro Picóul-prato di mont in quota e i ceci medesimi è merce del tutto rara, e indigesta assai).

Detto dei ceci e confermata l’oscurità circa le origini di Piçóul, non si può tuttavia fare a meno di sottolinearne la tanto curiosa quanto strettissima somiglianza (identità?) con quel Pizolus-Pizolo da Collina che verso la metà del Trecento, insieme a Candido da Forni Avoltri, Biagio da Frassenetto e Matteo da Sigilletto, si recò presso l’Abate di Moggio ad implorare la concessione di un proprio sacerdote che potesse celebrare gli uffici divini, amministrare i sacramenti e tenere la cura delle anime nei quattro villaggi230.
A quanto sembra il privilegio fu concesso, di fatto portando così alla nascita della parrocchia di Sopraponti: concessione successivamente confermata nel 1467, anno al quale risale il documento citato in nota e che riprende la supplica trecentesca.
Va da sé che tutto l’amplissimo excursus si fonda sul fatto, non certo ma tutt’altro che irragionevole, che Pizolus altro non sia che la latinizzazione di Piçóul, ciò che darebbe al nostro toponimo il senso di un nome o, più probabilmente, di un soprannome. L’anello mancante, il nesso semantico con pizzûl = cece? Abbiamo corso molto, siamo già andati molto lontano: teniamo come punto fermo il fatto che la denominazione è tutt’altro che moderna, risalendo almeno alla fine del ‘600, come risulta dalla breve citazione “… il prato del Pizoul con la mittà del prato…”231.
Di ritorno al territorio, è così detto – a Piçóul – il prato ripido e malagevole che separa il Plan di Cjampēi dai pascoli della malga Cjampēi stessa. Il luogo è inconfondibile per chi da Collina salga ai pascoli della malga Cjampēi lungo il sentiero segnalato 141 (da Collina alla Fòrcjo di Ombladìot e a Pierabech). A Piçóul il sentiero si infossa profondamente nel terreno, sino a sprofondare ad altezza d’uomo e a privare totalmente il viandante della visibilità laterale: solo cielo e i bordi del sentiero. Sono solo pochi metri, ma posso garantire che la sensazione è decisamente sgradevole.

185. Pìçulo Ròjo [de -]   Q1220, ✧SE. Piccolo corso d’acqua [id.]. Pìçulo v. Culino Pìçulo; ròjo è il ruscello o fosso (Sc260)232 dal lat. arrugius (REW678) di identico significato.
1955. La Pìçulo Ròjo in Clap de Scjalo
1955. La Pìçulo Ròjo in Clap de Scjalo (F. Gino Del Fabbro)

Il toponimo indica un ruscello privo di particolari caratteristiche, situato nel bel mezzo di Clap de Scjàlo. Il suo nome è tramandato ai posteri in quanto in occasione della macellazione del maiale si recavano qui, lontano dall’abitato, gli abitanti di CG a lavare e preparare le interiora per l’insaccaggio delle carni233. Condotta sensibile e commendevole che trovava speculare riscontro a CP, dove i preziosi precursori di indimenticabili e indimenticati salams e lujànios erano mondati nella Rujùto.
La Pìçulo Ròjo è ancora ben visibile lungo la strada fra CG e la Siēo grazie al bel pozzetto in pietra che ne raccoglie acque.

186. Pièrtios (di Vereòns) [in -]   Q1270, ✧SE. Campi in pendio moderato e prato su pendio ripidissimo, con fienile e stalla [prato inselvatichito, il fienile è stato convertito in chalet]. Pièrtio è la pertica, dall’omonimo lat. pertica (REW6432)234: vereòns sembra essere accrescitivo plurale di vieri = maggese, terreno lasciato incolto (NP1274, manca in Sc) dal lat. veter = vecchio (REW9403)235.

Il luogo è solitamente detto in Pièrtios senza altri attributi.
La pertica è l’antica unità di misura romana della lunghezza, in seguito unità di misura agraria di lunghezza e di superficie diffusissima in Italia settentrionale e nei paesi anglosassoni, seppure con valori assai diversi nei vari paesi e località236. Per estensione, il termine assunse, oltre a quello di unità di misura, anche il significato più generico di “pertinenza”.
Nel nostro caso, il significato di pièrtios sembra essere quello generico di “superficie” o “area”: non è nota alcuna specifica relazione semantica fra luogo e toponimo, a meno che non si ipotizzi l’esistenza qui di una sorta di campione (ad es. il terreno stesso, la distanza fra due elementi fissi come pietre o altro). Pure congetture.
Quanto ai vereòns, giusto l’etimologia proposta si può solo pensare che le “pertiche incolte” fossero numerose oppure – e più probabilmente – incolte da molto tempo.
L’edificio che vi si trova, posto su un breve pianoro a lato del ripido prato che scende in Clap de Scjalo, era dotato anche di fienile e stalla, quest’ultima impiegata per tenervi una parte del bestiame nella tarda estate e quindi provvedere al concime per il prato. Il piccolo mišilìn (il letamaio) è ancora ben visibile davanti all’edificio.
La dislocazione del bestiame in stalle poco lontano dall’abitato durante l’autunno (stalle provvisorie, ma pur sempre in muratura e di buona fattura) era prassi consueta, finalizzata alla disponibilità di concime e quindi all’ampliamento dell’area dei coltivi anche lontano dal centro abitato, oppure alla concimazione dei prati. L’intera valle è punteggiata di stâlis (v. Stâli) su entrambi i lati, e fino alla testata della valle stessa.
La posizione è quanto mai amena, poco discosta dalla strada ma da essa totalmente invisibile: visto dal Runc di Cuàl, quasi dirimpetto, ai bambini dell'asilo in gita en plein air il fienile di Pièrtios era contrabbandato per la casetta dei Sette Nani…

186bis. Piràmido [te -]   Q1900, ✧SO. Prateria alpina in pendio ripidissimo, rade conifere [id.]. Piràmido è voce locale per l’it. piramide (manca in Sc e NP), da cui peraltro deriva.
Il Cogliàns in veste autunnale
Il Cogliàns in veste autunnale. Dalla vetta verso dx, il Coston di Stella e la forma evidente della Sièlo con la Piràmido (foto dell'autore).

Il toponimo identifica precisamente il ripidissimo prato di approssimativa forma triangolare, ben visibile dal fondovalle da Collina ai Runcs, che si spinge fin sotto il “corno” della sella-Sièlo. La denominazione è certamente “invenzione” dei cacciatori locali, ma non per ciò è di origine recente, essendo largamente in uso già nella prima metà del ‘900.
Se l’etimologia è evidente, non è altrettanto chiaro se l’origine sia da ricercarsi nella forma triangolare del prato stesso, con un vertice slanciato verso l’alto, o nel soprastante “corno” della Sièlo, esso sì di forma quasi perfettamente piramidale per chi lo osservi da Collina.
Il luogo, “servito” da un sentierino da capre, oltre che dai cacciatori era anche raggiunto dai valligiani per la raccolta di legna da brucio che, in assenza dell’attuale strada che conduce alla Fòrcjo di Morarìot e al rif. Marinelli, era calata a mano fino alle Cjàsos, quasi 500 m più in basso, e di qui con la slitta a Collina. Resta (oggi) un mistero come gli stessi raccoglitori di legna avessero poi voglia di tornare lassù a caccia…

187. Pišàndolo (dal Landri) [de -]   Q1390, ✧O. Roccia viva con salto d'acqua [id.]. Dal lat. pisciare (REW6544, Sc228) nel senso di “cascata d’acqua”.

Nelle sue varianti il termine è frequentissimo e ubiquitario, a indicare cascate vere e proprie, salti d’acqua ecc. La nostra è un salto perfettamente verticale di una decina di metri.
In qualità di cascata vera e propria, la Pišàndolo è purtroppo del tutto occasionale, legata com'è agli eventi meteorologici: dopo un temporale pomeridiano, ad esempio, la cascatella è bellissima, tanto ricca d'acqua da essere… inavvicinabile, e così pure in primavera, in tempo di disgelo.
D'altra parte, il bacino di raccolta delle acque meteoriche è enorme, e con pochissima capacità di assorbimento: l'agâr a monte della cascata (Riù Landri) è normalmente secco, ma durante i temporali estivi può mettere in moto un mostro dalla potenza inarrestabile, che si scarica interamente nella gola della Pišàndolo.
La parte superiore della forra è formata da tortuosi e ripidissimi salti in stretta successione, una sorta di toboga quasi verticale (alcuni tratti sono percorribili solo con discesa a corda) che fa prendere velocità all'acqua prima della cascata vera e propria, dalla quale l'acqua esce come un getto ad alta pressione frammista a pietre, rami, talvolta a tronchi interi. In regime normale, invece, la cascata altro non è che un rivoletto che saltella e scorre lungo il muschio abbarbicato alla roccia, per terminare in un'ampia pozza d’acqua cristallina.

188. Pišàndolo (di Plumbs) [de -]   Q1260, ✧NO. Salto d'acqua [id.]. V. lemma prec.

Delle due note a Collina con questo nome questa è la più ricca di acqua in condizioni normali, ma con salto meno marcato e verticale dell’altra.
È formata da un salto d’acqua di pochi metri del Riù di Plumbs, poche decine di metri a monte della confluenza di questo nel Riù di Morarìot.

189. Plaço [in -]   Q1190, ✧S. Centro abitato [id.]. La Plaço altro non è che la piazza (Sc230)237 dal lat. platea (REW6583).

Un toponimo come “in Piazza”, per di più riferito ad uno spazio in un abitato, può sembrare una ovvietà indegna di menzione. In questo lavoro, come è già stato sottolineato all'inizio, non è compresa l'analisi della toponomastica ufficiale: non via Stretta, e neppure scalinata san Michele o piazza degli Alpini. Coerentemente con questo approccio, abbiamo incluso la piazza che non c'è o, meglio, non esiste nella TU.
Secondo questo criterio, non si tratta dunque della piazza di CG, intitolata agli Alpini, che coerentemente è detta plaço a CG. È invece la plaço di CP, da sempre così definita nel linguaggio locale e mai come tale ufficialmente battezzata. Nella realtà, le cose sono un poco più complesse, e vediamo se ci riesce di dipanare l'intricata matassa. Il “dove”, anzitutto.
Contrariamente a quanto la quasi totalità dei foresti (e buona parte dei Collinotti under 50) crede, la Plaço non è lo spazio di forma approssimativamente quadrangolare che funge, per intenderci, da parcheggio centrale (!) di CP.
Fino al 1950 circa, questo era luogo di fienili, uno spiazzo senza muro di sostegno a valle e quindi neppure pianeggiante. La Plaço originale si trova invece 15 metri indietro lungo la strada che proviene da Forni Avoltri, in uno slargo della strada appena percettibile e lontanissimo da una qualsivoglia idea di “piazza”.
Bisogna infatti ammettere che per come appare oggi il luogo è alquanto impersonale: tre case, una scalinata che scende e una che sale, due garages che si aprono nel muro a settentrione che, a sua volta, sostiene un orto. Ma non fu sempre così.
Fino al 1960 circa, in luogo degli attuali garages ci fu l'àip, l'abbeveratoio al quale non solo si abbeverava il bestiame, ma dove pure i cristiani andavano ad attingere l'acqua con cjaldéirs e buvìnç (i secchi di rame stagnato, portati a spalla a due a due con l'archetto), oppure a lavare i panni. Ciò, naturalmente, fino all'ingresso dell'acqua corrente nelle abitazioni, verso la metà degli anni '50, o piuttosto fino all’arrivo della lavatrice, 10 anni più tardi.
Inoltre, sulla piazza si affacciava l’osteria con locanda “Alla Corona”, l’unica di CP e soprattutto dotata dell’unico posto telefonico pubblico e unico telefono di CP, oggi casa privata d'abitazione (Caminòn, AP60).
Con linguaggio moderno, si può certamente affermare che il sito e le sue pertinenze (compresa una panchina) costituivano l'autentico luogo d'aggregazione di CP. Da cui, con un pizzico di comprensibile enfasi, la denominazione di Plaço, vero e autentico topos di CP!
Quanto al tempo in cui collocare l’origine dell’appellativo, non abbiamo certezze: certamente non recente, come parrebbe suggerire l'associazione di Plaço a Caròno (v. il lemma che segue) e quindi, in epoca certamente posteriore, al cognome Di Corona. Quest'ultimo è già presente a CP agli albori dell'anagrafe moderna, alla fine del XVI secolo: una presenza che già allora ha tutta l'aria di essere ben radicata. La Plaço coeva delle prime case di CP, dunque, o di poco successiva? Non sappiamo, e probabilmente non sapremo mai.
D'altra parte, piccola o grande, è comunque importante che anche i “Collinotti Piccoli” abbiano (avessero!) il proprio punto di riferimento al centro della villa. Oggi, deprivata la Plaço di àip e osteria, il centro cittadino si è spostato di ben 15 metri verso E, in corrispondenza del piccolo parcheggio che dà sulla Carònodi Plaço (v. il lemma succ.).

190. ⇑ Caròno di Plaço [su la -]   Q1190, ✧SE. Abitato con strada urbana [id.]. V. Caròno e il lemma prec.

La Plaço a cui deve la denominazione la caròno è quella del toponimo precedente, luogo dal quale la caròno stessa dista – giustamente – non più di 15 metri in direzione di CG.
Dissimulata dai numerosi edifici costruiti e ricostruiti in ogni epoca intorno alla strada che la attraversa238, oggi la caròno non è topograficamente d'immediata percezione: a prima vista, una curva qualsiasi, e assai lontana dal corso d’acqua a cui una caròno è generalmente associata. Il toponimo la individua e la identifica invece con precisione chirurgica, fino a costringere l’occasionale topografo al classico “eh, già!”.
La curva a gomito (la denominazione corrente è la voltado di Caminòn, dal nome attuale della casa/casata d'angolo l'angolo della casa un tempo detta di Caròno239) che oggi costringe gli autisti a procedere a passo d'uomo è precisamente l'erede della caròno topografica, lungo il limite d'impluvio del riù di Cuéštos. Il costone è meglio percepibile transitando lungo la strada più alta che evita l'abitato, ma la sua prosecuzione verso il basso passa inequivocabilmente di quaggiù.
Seppure oggi topograficamente misconosciuta, la nostra Caròno ha lasciato a Collina segni indelebili nell'onomastica: due abitazioni a CP (una delle quali proprio sulla caròno) e due cognomi, Di Corona e Sotto Corona, entrambi originatisi proprio dal nostro toponimo oltre 500 anni fa240.
Per completezza, diremo che prima della costruzione della variante alta della strada comunale, che transita ai margini del paese, la Caròno di Plaço fu per lungo tempo un'autentica corona di spine per gli autisti di autocarri e corriere: per superare la curva erano sistematicamente necessarie manovre su manovre le cui testimonianze rimanevano indelebilmente impresse tanto sui veicoli quanto sui muri laterali.
Salvo, beninteso, interventi di venali carrozzieri e muratori, ignari obliteratori della storia e delle sue testimonianze.

191. Plan [in -]   Q1140, ✧NO. Prato pressoché pianeggiante [id. inselvatichito]. Dal latino planus = piano, piatto (REW6581), con identico significato (Sc230) o, meglio, “pianoro”.

Plan è termine assai frequente e ubiquitario in toponimi composti, a indicare una porzione più o meno vasta di terreno piatto o pressoché pianeggiante. Beninteso, sul territorio montano e di Collina in particolare le cose vanno un po' diversamente, dal momento che la morfologia del terreno non concede praticamente nulla sotto questo profilo. Pertanto, nella parlata di Collina il termine topografico plan può essere inteso solo come antagonismo o negazione di ribo, il pendio ripido che caratterizza gran parte del territorio della villa.
Il nostro Plan per antonomasia si trova lungo il corso del rio Fulìn, poco a valle della confluenza del riù di Plumbs nel riù di Morarìot, su entrambe le sponde di quest’ultimo. Tanto ampio e boscoso il plan in sx del rio quanto ristretta e prativa la parte in riva dx, posizione davvero poco fortunata tanto per l’angustia del prato quanto per la modesta insolazione.
Nulla di pur lontanamente paragonabile alla Bassa friulana o al plat pays, insomma, ma una sorta di segnale o messaggio: tanto qui che negli altri numerosi plans di Collina almeno si riesce a falciare senza las çàfos, i ramponcini sempre presenti nella gerla di chi va a seâ. Più in plan di così…

192. ⇑ Agâr di Plan [lu -]   Q1350-1145, ✧NO. Solco di scorrimento d’acqua [id.]. V. rispettivamente Agâr e Plan.
Nulla più che un modesto ruscello, visibile solo a breve distanza, il cui corso si sviluppa interamente nel folto del bosco. L’agâr confluisce nel rio Fulìn in corrispondenza di Plan (di qui il nome), sulla sponda opposta (sx) del rio.
 
193. Plan de Argìlo [sul -]   Q1330, ✧NO. Radura erbosa in pendio moderato, bosco resinoso [boscaglia in bosco resinoso]. V. Plan; argìlo è la comune argilla (Sc9), dal greco árghilos, da cui il lat. árgilla e argìla (REW641) e lo stesso it. argilla.

Il toponimo si deve ai consistenti affioramenti argillosi che caratterizzano il suolo di quest’area, situata nel bosco oltre il rio Fulìn, sopra Plan di 'Sôro.
Il Plan de Argìlo è (o, meglio, era) una delle piccole radure che si aprivano nella grande foresta di conifere che ricopre l'intero versante a bacìo della valle. Radure oggi in gran parte cancellate, per numero e per estensione, dall'incontrastato sviluppo della boscaglia e dall'avanzare del bosco stesso.
L’argilla prelevata qui era trasportata alla fornace situata sulla sponda opposta (dx or.) del rio Fulìn, in Mulìnos – più precisamente, nei pressi del Mulìn di Cjanóuf – dove era impiegata nella produzione di tegole da copertura.

194. Plan di Bóuš [tal -]   Q1700, ✧S. Pascolo alpino in medio pendio [id., inselvatichito]. V. rispettivamente Plan e Pas di Bóuš: ne risulta quindi il “Piano dei Buoi”, ma non quello della TU che situa il Piano dei Buoi sopra Morarìot.

Breve pianoro ai piedi del costone dei Bùrgui. In alcune circostanze, fra cui questa, l’uso del termine plan può apparire sorprendente se confrontato alla morfologia del territorio, ma è pur vero che tutto è relativo (o quasi). Nella fattispecie, il termine va per l’appunto inteso in senso relativo, a fronte dei ripidi pascoli che lo circondano e dei costoni che lo sovrastano.
Il Plan di Bóuš era parte dell’alpeggio di Cjampēi, esclusivamente destinato al pascolo dei buoi. Ogni categoria vaccina godeva di pascolo e ricoveri propri, distinti da quelli delle altre consorelle: così per le vacche (le più vicine alla casera, per evidenti ragioni logistiche), ma anche per i buoi, le manze e i vitelli, più lontani e periferici ma sempre fra loro distinti.

195. Plan des Cìdulos [tal -]   Q1230, ✧NO. Radura erbosa in lieve pendio in bosco resinoso [in via di rimboschimento]. Cìdulo è la rotella in senso generale, ma il pl. cìdulos identifica precisamente l’oggetto dell’antico rito del lancio dei dischi di faggio arroventati (las cìdulos) assai diffuso nelle valli carniche, e in particolare nel Canale di Gorto. Tanto per cìdulo che per il precursore cìdul (puleggia) Scarbolo suggerisce l'origine nel veneto zìdela (Sc51). Pare comunque doversi individuare la radice primigenia di cìdulo nell’onomatopeico ci (REW2451a) per il cigolio della puleggia che ruota, da cui anche civulâ = cigolare.

Il lancio des cìdulos (cìdulis in friulano medio) era rito legato al ciclo delle stagioni, in particolare alla fine dell’inverno, e si svolgeva fra l’Epifania e l’equinozio di primavera, a seconda dei luoghi.
Il lancio si svolgeva alla sera, in modo che nel buio risaltasse ancor più la traiettoria dei dischi infuocati, e per lo più era effettuato da colli o luoghi elevati al di fuori dell’abitato, a scongiurare i rischi d‘incendio. La qualità del lancio – altezza, gittata, fulgore della cìdulo– vaticinava l’esito degli messaggi augurali che accompagnavano il volo del disco.
Il lancio era spesso accompagnato da auspici per il nuovo anno o per la nuova stagione, ma soprattutto era scortato da dichiarazioni amorose alla fidanzata o alla bella di turno. Accadeva talvolta che la pulzella, non sempre edotta degli imperscrutabili percorsi e bersagli dei dardi ormai già lanciati da Cupido, solo nella circostanza apprendesse dell'esistenza di pretendenti e spasimanti, non sempre e non necessariamente benvenuti.
In alternativa alla scorta di amorini svolazzanti (dopo tutto, la disponibilità di fanciulle da marito non era poi così ampia) la cìdulo volava accompagnata da motti e frizzi indirizzati a qualche malcapitato compaesano e/o compaesana (non raramente accostati) inopinatamente alle prese con beffardi sbertucciamenti e salaci battute. Una sorta di berlina, insomma: protetto dal relativo anonimato del bosco, il dileggio poteva (e sapeva) essere anche molto, molto urticante!
Ancorché assai diffusa, la consuetudine fu come altre abbandonata nei primi decenni del secolo scorso: oggi la tradizione viene qua e là riesumata in Carnia, prevalentemente a scopo di attrazione turistica241.
Il Plan des Cìdulos era, naturalmente, il luogo ove i Collinotti si recavano per l’appunto a trai las cìdulos242. La particolare posizione del luogo, nel fitto del bosco ripido e scuro a bacìo nella valle, precisamente di fronte all'abitato, ne faceva un palcoscenico e uno sfondo ideale per ciò che era un autentico spettacolo: i dischi di faggio arroventati volavano alti sopra il bosco sottostante, per poi cadere e – importante! – spegnersi in fondovalle, nei pressi del Riù di Morarìot.

196. Plan des Gòfolos [tal -]   Q1380, ✧S. Prato, quindi bosco in medio pendio [bosco di conifere]. V. Plan; gòfolos sta con il friul. gòf o gòful = goffo, nell’accezione di “rigonfio” (NP393, manca in Sc) volto al femm. e al plurale, con etimologia nell’onomatopeico guff (REW3907) di identico significato.

A Collina gòfolos (gòfolo al sing.) è in sé termine del tutto privo di significato (a parte, beninteso, il nostro plan). Oggi è così, ma qualche cosa dovette pur significare per l’anonimo immaginifico che per primo coniò il termine, come pure dovette sembrare accettabile ad altri tanto da farlo divenire parte caratteristica di un toponimo largamente condiviso.
Chi transitasse per questo luogo al tempo giusto (non tutti gli anni, e certo non in ogni periodo dell’anno) avrà forse la ventura di notare, disseminati nel verde dell’erba, numerosi esemplari di Lycoperdon, un fungo in it. comunemente noto come “vescia” (ne esistono numerose varietà, tutte appartenenti alla famiglia delle Lycoperdaceæ). Che fossero questi funghi, tondeggianti e apparentemente rigonfi, le gòfolos del nostro plan? Forse no, ma mi piace pensarlo…
Il piccolo Plan des Gòfolos è posto poco sotto l’Avièrt, nel grande costone boscoso che sovrasta CP in direzione NO. Lo si raggiunge a mezzo di un piccolo sentiero che si diparte dalla Strado di Soldâts poco oltre Comedo’: superato il nostro plan, il sentiero sale anch’esso all'Avièrt.
Come tutti i plans suoi simili, oggi anche il Plan des Gòfolos è riconoscibile con difficoltà nel folto della foresta, sempre più piccolo e con minor respiro, ridotto com’è a minuscola isola erbosa nel mare di abeti che la circonda.

197. Plan des Làštros [tal -]   Q1570, ✧N. Pascolo e bosco resinoso in medio pendio [id.]. V. Plan; làštro è la lastra di pietra, o il vetro della finestra (Sc156), dal veneto lastra, a sua volta dall’olandese last (REW4922, 1).

Il Plan des Laštros è una delle piccole radure all’interno del bosco di Devóur lu Malìot, sulle pendici settentrionali del Pic di Gòlo. Posto fra il Plan des Palùs e il Plan des Misérios, deve il suo nome ad alcuni affioramenti superficiali di roccia compatta (làštros) che ne caratterizzano la superficie.
Terreno povero tanto per l’esposizione quanto per la qualità del suolo, il Plan des Làštros fu esclusivamente adibito a pascolo e allo sfruttamento del legname dei boschi circostanti.

198. Plan des Misérios [lu -]   Q1600, ✧N. Pascolo e bosco resinoso in medio pendio [id.]. V. Plan; misérios è pl. di misério = miseria, dall’it. (Sc185).

È quasi un controsenso etimo-logico (soprattutto logico!) che una nozione autenticamente autoctona come la misério debba derivare dall’it. Quasi uno scandalo se, a ripensarci, non venisse in mente che si tratta di un concetto talmente universale che si può ben dividere con chicchessia e con qualsivoglia lingua di questo mondo. Plan des Misérios è una specie di sintesi di tutto questo, sottolineata dal plurale misérios, miserie, quasi a far capire che di miserie non ce n’è una sola, ma infinite e d’ogni natura243.
Il nostro è il più orientale dei tre piccoli plans pascolivi entro il bosco di Devóur lu Malìot (v.) e il più prossimo al “vero” pascolo di Morarìot. Autentico nomen omen, quello des Misérios è fra i peggiori plans di Collina, ripido e con prato assai magro. Ma si pascolava anche lassù…

199. Plan des Palùs [tal -]   Q1540, ✧NO. Pascolo e bosco resinoso in medio pendio [id.]. V. Plan e Palù.

È il primo dei tre plans (v. i lemmi prec.) lungo il sentierino che da Devóur lu Malìot muove in direzione dei pascoli di Morarìot, e come i suoi simili era luogo di pascolo non particolarmente fortunato, soprattutto per lo stato del terreno egregiamente raffigurato dal toponimo stesso.
Dalle acque del Plan des Palùs prende avvio il breve corso del Rušulàn.

200. Plan di Pièrtios [lu -]   Q1250, ✧O. Bosco resinoso in pendio poco pronunciato [id.]. V. rispettivamente Plan e Pièrtios di Vereòns.

Lungo il sentiero che dal Fulìn conduce a Givigliana (oggi “autostrada” forestale, monumento all’insipienza e all’arroganza umana), poco sopra il confine della Vižo si trova(va) il Plan di Pièrtios.
La relazione semantica di pièrtios con il territorio sembra qui emergere con sufficiente chiarezza, sia che pièrtios debba intendersi come misura di lunghezza o nella già citata accezione di “pertinenza”244. Trovandosi il luogo in prossimità dei confini fra due villaggi è probabile che il toponimo faccia riferimento a misure o assegnazioni effettuate al tempo della definizione della linea di demarcazione245.

201. Plan di san Ğuàn [lu -]   Q1990, ✧S. Pascolo in alpe in medio pendio, e conca ghiaiosa [id.]. Plan (v.) = piano; san Ğuàn è san Giovanni in friulano, quindi “Piano di san Giovanni”.

Se il plan si deve alla morfologia del luogo, un breve falsopiano circondato da ripidi pascoli e ancor più ripidi sfasciumi, non è invece chiaro se l’agiotoponimo (uno dei pochissimi di Collina) si debba a un'immagine votiva collocata qui in tempi remoti e di cui si è persa traccia, oppure ad altro. Il riferimento potrebbe essere al giorno di san Giovanni Battista (24 giugno) tradizionale data di monticazione degli alpeggi246.
Il plan si trova al fondo di un solco di una valletta, rinserrato fra i ripidi versanti che scendono dal Pic a E e dal m. Chiadin a N, ed è sfiorato al suo margine sx dal sentiero che sale alla Fòrcjo di Morarìot e al rif. Marinelli, poco prima di affrontare l'erta china finale. Pur distante dalla malga e a quota sensibilmente più elevata, il luogo è parte del pascolo di Morarìot247: autentico gradino sui ripidi pendii a N della casera, nella sua minuscola conca il Plan di san Ğuàn conserva, talvolta fino ad estate inoltrata a dispetto dell'esposizione a S, i resti delle valanghe invernali e primaverili. Non è (era) infrequente imbattersi nelle vacche dell'alpeggio amenamente pascolanti in prossimità dei vasti accumuli di neve, quando non ritte nel bel mezzo del piccolo deposito candido, forse in cerca di refrigerio nei primi caldi estivi.

202. Plan dal Sant [tal -]   Q1450, ✧S. Prato in medio pendio [id. inselvatichito]. V. Plan e i lemmi prec.

Il Plan dal Sant è una piccola area prativa all’estremo sudoccidentale di Frints, in prossimità di un fienile distrutto, probabilmente da valanga.
È possibile che l’origine del toponimo sia in relazione con la chiesa di san Michele a Collina e con le pertinenze e proprietà di quest’ultima. Il Plan dal Sant sarebbe dunque il “prato (della chiesa) di san Michele”, dato in conduzione a contadini del luogo contro il pagamento di un “fitto” convenuto.

203. Plan di ‘sôro [in -]   Q1170, ✧NO. Radura a pascolo in medio pendio [bosco resinoso]. V. rispettivamente Plan e la prep. sôro-sopra, per “Pianoro di sopra”248.

Grande radura nel versante S della valle in prossimità del riù di Morarìot, fra l’Agâr Scûr e l’A. di Plan.
Non distante dall’abitato e quasi di fronte alla chiesa sull’opposto versante (sx) della valle, Plan di ‘sôro era uno dei più noti e frequentati luoghi di pascolo, grazie alla ottima e abbondante pastura: intere generazioni di pastorelli vi hanno speso una buona parte della loro fanciullezza.
Come tutte le radure della valle anche questa è in via di rapida estinzione, assediata e sempre più costretta dall’avanzata del bosco. Nel folto indistinto e indistinguibile della vegetazione l’antico pascolo è oggi irriconoscibile: solo il pendio più dolce fa insorgere curiosità e sospetti, immediatamente fustrati dalla totale mancanza di punti di riferimento.
Il sôro e il sót che caratterizzano questo toponimo e il successivo fanno riferimento alla vasta area identificata con Plan (senza attributi, v.): sebbene chiaramente identificabili sul territorio rispetto a Plan, il P. di‘sôro e il P. di ‘sót ne sono la continuazione verso l’alto e il basso, rispettivamente.

204. Plan di ‘sót [in -]   Q1140, ✧S. Prato pressoché pianeggiante [id. inselvatichito]. V. Plan e la prep. sót-sotto, e dunque “Pianoro di sotto”.

È il contraltare di Plan di ‘sôro e la continuazione di Plan verso il basso, più a valle lungo il riù diMorarìot e sulla riva dx di questo, poco a monte della confluenza del Riù de Cuéštos.
Eccone menzione nel già citato atto di scorporo dei beni del debitore insolvente Vito Betan: “Primo il Pezzo pratto in Piani di Sot sotto la ribba posto nelle pertinenze di Culina, confina d'amattina con S. Leonardo Tamusino, a Mezzo dì col Riù, a ponente …”249.
Come tutte le aree circostanti, il terreno è di origine alluvionale, con le ghiaie quasi affioranti nella sottile cotica erbosa. Se a questo si aggiunge l’insolazione, davvero modesta, l’altrettanto modesta qualità (e valore) del terreno emerge in tutta la sua chiarezza250.

205. Plan di Trìcui [sul -]   Q1300, ✧NO. Radura e pascolo in bosco di conifere in medio pendio [id., poco riconoscibile per l’invasione del bosco]. V. Plan; trìcui è pl. di trìcul = altalena (Sc334) dall’onomatop. trik trak (REW8902a).

Il Plan di Trìcui si trova a E e a quota di poco superiore a quella di Plan des Cìdulos, fra due piccoli ruscelli.
Il curioso nome si deve ai giovani pastori che vi si recavano al pascolo, approfittando del tempo libero per dondolarsi appesi per le braccia ai rami delle piante251.
È da ritenere che per le sue caratteristiche il luogo fosse ritenuto particolarmente adatto a questo esercizio, verosimilmente assai – e non solo qui – praticato dai pastori, al punto da assurgere a termine convenzionale prima, e ad autentico toponimo poi.

206. Plan di Valebós [tal -]   Q1300, ✧O. TU Plan di Val di Bos. Bosco resinoso in pendio moderato [id., raggiunto da strada asfaltata e percorso da strade forestali]. V. Plan; Valebós è invece di origine non chiara, apparente agglutinazione di Val (v.) e bós, dove il significato di quest’ultimo è tuttavia incerto.

A prima vista l’origine sembra evidente in bós= bosso (Sc28) dal lat. buxus (Buxus sempervirens) con il che si avrebbe il “Piano della valle del bosso”. Non mancano tuttavia gli elementi di incertezza: quale la valle così caratterizzata, e dove e quanto il bosso, pianta non certo caratteristica di questi luoghi252?
Altri propone bós come variante di bóuš = buoi, ma è soluzione che pone problemi ancora maggiori della precedente253.
Da non escludere del tutto, infine, l’ipotesi di Valebós non come agglutinato ma come vallibus, ablativo pl. di vallis, ciò che darebbe “piano ove si scende dalle valli”. Ineccepibile in questo caso il nesso con il territorio, dal momento che il Plan di Valebós è precisamente il luogo dove le alte valli del Riù Landri e del Riù di Morarìot sfociano al piano254.
Siamo alla testata della valle di Collina: qui termina la carrozzabile e da qui si dipartono le mulattiere che salgono in quota, verso i rifugi e la montagna “vera”. Qui, al limite superiore del Plan di Valebós, sorge anche il primo dei Tre Rifugi dell'omonima corsa in montagna, gara di staffetta che ogni anno si tiene a Collina nella prima domenica dopo Ferragosto255.
L’attuale rifugio, edificato nel 1966 e intitolato a Edoardo Tolazzi, sostituì la ultradecennale Baita Plan di Val di Bôs (v. Bàito), ancora visibile nell’abetaia poco a lato (sx) della strada che sale al rif. Tolazzi.

207. Plan dal Véspol [a -]   Q1330, ✧SE. Prato in medio pendio [id. inselvatichito, bosco]. V. Plan; véspol è il faggio (Sc347), dal lat. vespix –ice = boscaglia fitta (REW9275b).

Certo non molti faggi quassù, nel folto dell’abetaia. Forse solo uno, o un véspol particolare, quanto basta per creare un nuovo toponimo: appunto Plan dal Véspol, nulla più che un piccolo prato tutt’altro che pianeggiante (i soliti plans di Collina!) lungo la Strado di Soldâts, poco prima di giungere al Avièrt.
Prato piccolo ma, beninteso, con faggio regolamentare! Dal luogo, ormai in via di rapido rimboschimento, l’ultimo véspol (discendente di quello del toponimo…) scomparve alla fine del secolo scorso, ridotto in legna da ardere.

208. Plumbs [in -]   Q1720, ✧SO. TU Casera Plumbs. Pascolo in alpe in pendio medio-dolce, con casera [id.]. Toponimo di origine incerta, forse dal lat. *plumbum = piombo (REW6615, friul. plòmp, Sc234) per il colore scuro delle rocce del m. Crostis che incombono sul versante S della valle. O forse attraverso plumbicare = immergere, tuffare (REW6613), ma con riferimento all’omonimo rio, scosceso e ricco di salti d’acqua (v. qui di seguito Riù di Plumbs).
1916. Attendamento militare nella valle di Plumbs
1916. Attendamento militare nella valle di Plumbs.

Giusta la seconda delle due ipotesi avanzate, la denominazione si sarebbe quindi estesa dal rio all’intera valle, in particolare all’ampia conca ove si trovano pascolo e edifici della malga.
Consorella della contigua Morarìot, Plumbs ne ha pure seguito i destini, nella fortuna come nel declino. Le vicissitudini proprietarie dei due alpeggi sono assai simili: storicamente proprietà divisa in quote fra le famiglie di Collina e quindi proprietà della ricca famiglia di Tamer256, la malga di Plumbs subì diversi passaggi di proprietà finché fu acquistata dal Consorzio di Collina negli ultimi decenni del 1900, quando l’attività di monticazione era già in via di rapido declino.
Con superficie analoga a Morarìot257 ma dotata di un pascolo considerato di migliore qualità, la malga rimase in attività fino alla metà del 1900. Dopo il 1950, al decrescere dei capi di bestiame in Carnia, anche l’alpeggio di Plumbs fu progressivamente abbandonato. Dopo un periodo di totale disuso e incuria, a seguito di una considerevole rifacimento delle strutture edilizie la malga ha ripreso un’attività a onor del vero discontinua, prevalentemente con bovini giovani di provenienza sudtirolese o cadorina.
Sebbene lontano dalla prima linea, durante il primo conflitto mondiale il settore di Plumbs ospitò un numeroso contingente di truppe a supporto tanto delle posizioni di Forcella Plumbs, lungo i Flurîts e sul Crostis, quanto delle batterie di artiglieria sul Pic di Gòlo con funzione di copertura del passo Volaia. Per facilitare il trasporto di armi e munizioni e quanto necessario fu costruita una mulattiera che dalla Siēo raggiungeva la Forcella Plumbs, sul cui tracciato fu poi costruita l’attuale strada forestale che raggiunge la malga.
Lontana dai combattimenti Plumbs ebbe le sue vittime, ma non per mano nemica: nella notte fra il 20 e il 21 novembre 1916, una valanga travolse i baraccamenti della truppa, seppellendo 31 soldati. Nei primi due inverni di guerra, e su ambo i lati, le valanghe furono il nemico principale dei soldati in alta quota, tanto da causare assai più vittime del fuoco nemico (v. Volajo).
Tuttavia, non sempre di questi infausti eventi fu unico responsabile il rio destino. Altrettanto se non più responsabili furono incompetenza e superficialità, doti evidentemente diffuse in ambo gli schieramenti belligeranti se un militare di carriera giunge a scrivere: “Baracche e rifugi erano sorti spesso in ossequio ad esigenze tattico-militari, trascurando certi elementari principi di prudenza che la legge della montagna ha insegnato da sempre. Si costruì ad esempio una grande baracca in un punto estremamente pericoloso, adducendo come motivazione un periodo di insolazione più lungo che altrove258.
Sembra la storia dei baraccamenti di Plumbs, dove ad imperizia e superficialità si aggiunse un pizzico di arroganza, deliberatamente trascurando i reiterati avvertimenti degli abitanti di Collina circa la pericolosità del luogo prescelto. Come spesso accade, il destino avverso colpì la truppa, che certamente non aveva responsabilità alcuna nella scelta dell'ubicazione di tende e baracche.
Nessuna delle vittime – né, evidentemente, dei loro comandanti – aveva dimestichezza con la montagna: per alcuni di essi era forse in assoluto il primo contatto con la neve. L'elenco dei caduti, ancora ben visibile sulla lapide commemorativa nel piccolo cimitero di Collina, è persino impietoso nel suo scandire grado, nome, luogo di provenienza. Tutte, o quasi tutte, città di pianure lontane, città di mare, del sud, delle isole: Firenze, Milano, Livorno, Massa, Pavia, Cagliari, Lecce, Salerno …

209. ⇑ Cjadìn di Plumbs [tal -]   Q1915, ✧O. Pascolo alpino, sfasciumi [id.]. V. Cjadìn e il lemma prec.

Con questo nome è definita la parte superiore del pascolo di Plumbs, una piccola conca di escavazione glaciale fra la malga e la omonima forcella soprastante, alle pendici NO del m. Cròstis.
È toponimo in via di desuetudine nella parlata corrente: il luogo tende infatti ad essere assimilato a semplice pertinenza del grande pascolo di Plumbs.

210. ⇑ Fòrcjo di Plumbs [la -]   Q1975, ✧E-O. TU Forcella Plumbs. Pascolo alpino [id.]. V. Furcjìto e Plumbs.

La Fòrcjo di Plumbs è il passaggio più diretto dall’alto Canale di Gorto (a monte di Comeglians) per il valico di Monte Croce Carnico, e quindi per Mauthen-Kötschach (rispettivamente Mudo e Chešàc in culinòt). Come tale fu per secoli attraversato dai cramârs che in autunno muovevano dai villaggi della valle verso il centro Europa, per esercitare colà la loro attività stagionale259.
Nel periodo bellico la forcella, sede di cospicui insediamenti di truppe, fu raggiunta da una mulattiera che vi saliva dalla malga Plumbs, una stradella ancora oggi ben visibile e in parte percorsa dall’odierno tracciato: oggi la fòrcjo è infatti un crocevia di sentieri escursionistici da e per Collina, il rif. Marinelli, Monte Croce Carnico e il m. Crostis (quest’ultimo lungo la sua cresta N).
Per completezza va aggiunto il transito del bestiame, soprattutto al tempo in cui le malghe del versante paluzzano del sistema Cogliàns-Crostis erano monticate dai Collinotti260. Oggi, insieme agli immancabili escursionisti (in verità qui non particolarmente numerosi), tutt'al più qualche capo vagabondo si spinge attraverso il valico in cerca di pascolo, e nulla più.
Nella Kriegskarte alla Fòrcjo di Plumbs è attribuita la denominazione di “Forca Grande”, in contrapposizione alla “Forca Piccola”, ovvero la nostra Fòrcjo des Bióucjos (v.) 261.

211. ⇑ Palòn di Plumbs [tal -]   Q1850, ✧S. Prateria alpina, pascolo con radi larici in forte pendio [id.]. Palòn è la palo (v. Pàlos) volta all’accrescitivo masch.

Così sono dette, per le grandi dimensioni, le pendici SO e S del Pic di Gòlo, pascolo della malga di Plumbs. Sebbene il nome di Palòn sia circoscritto alla sola parte più occidentale, il pendio si spinge a E fino alla Fòrcjo di Plumbs, ad abbracciare l’intera parte superiore della piccola valle.
In primavera, solitamente a giugno avanzato, il grande piano inclinato si trasforma in un immenso letto di rododendri fioriti, uno spettacolo indimenticabile per chi abbia la fortuna di assistervi. Ettari ed ettari di colore, dal rosso fuoco al ferrugineo al rosa pallido, per la gioia degli occhi e dello spirito.

212. ⇑ Plumbs [lu Riù di -]   Q1880-1173, ✧O. TU Rio Plumbs. Corso d’acqua [id.]. V. Riù e Plumbs.

Il corso d’acqua prende avvio lungo le scoscese pendici del m. Crostis, nell’alta valle di Plumbs che percorre interamente. Il rio è il maggiore affluente di sx del Riù di Morarìot nel quale confluisce, dopo un percorso ripido e incassato nel fitto dell’abetaia, pressappoco all’altezza di Devóur ju Mulìns.
Nella parte inferiore, ormai già ricco dell’acqua ricevuta dai suoi affluenti di dx (R. di Gòlo, R. di Cjìolos), il rio forma la spumeggiante Pišàndolo di Plumbs, caratteristico salto dove l’acqua, in virtù del luogo rinserrato fra ripide sponde, rimbomba e spumeggia come in nessun altro luogo nella vallata.

213. ⇑ Plumbs [a Riù di -]   Q1350, ✧NO. Attraversamento di corso d’acqua, bosco resinoso [id.]. V. rispettivamente Riù e Plumbs.
Il toponimo (a Riù di Plumbs) indica il luogo di attraversamento dell’omonimo rio lungo la pista forestale che conduce all’omonima malga, con funzione di semplice punto di riferimento.
 
214. Pòdemo [te -]   Q1760, ✧SO. Prato in forte pendio [id. inselvatichito]. La pòdemo è il recipiente in cui si mette il latte per fare il formaggio (Sc235), dal greco putina = contenitore rivestito di vimini o paglia (REW6878a).

Il toponimo, davvero curioso per un prato di mont, è di origine ignota: forse una cavità nel terreno con qualche vaga somiglianza con l’oggetto in questione.
Oppure – e più probabilmente – uno specifico evento, sconosciuto o quanto meno dimenticato, avente per oggetto la pòdemo e forse in relazione con la soprastante malga di Cjampēi (un ruzzolone dell’oggetto, partito dalla casera e arrestatosi quaggiù?).
La Pòdemo consta di un solo prato, e di modeste dimensioni, posto a sx (per chi guarda di fronte) di Prâ(t) di Àmblis, in direzione in Ğùof.

215. Pradùts [ti -]   Q1730, ✧SE. Prato in pendio ripido [id. inselvatichito]. Diminutivo di Prât (v. il lemma succ.) al plurale, e dunque “praticelli”.
C’è davvero poco da aggiungere in presenza a toponimi come questo, che davvero dicono tutto. Di questo si può solo cercare di immaginare la minuscola superficie dei prati, situati fra Cjailìot e Creşadìço.
 
216. Prât [in -]   Q1260, ✧SE. Coltivi in medio pendio [prato inselvatichito]. Dal latino pratum = prato (REW6732) con identico significato (Sc238), sempre però sottintendendo il destino a sfalcio (la prateria alpina non è mai prât).

Con i soli occhi di oggi rimarrebbe inspiegata la ragione che spinse a chiamare Prât un’area interamente a coltivi compresa fra la parte più elevata dell’abitato di CG e Pecìot.
L’accostamento fra i due toponimi contigui, Prât e Pecìot, entrambi dissonanti rispetto allo stato dei luoghi nell’ultimo secolo, può tuttavia fornire una chiave interpretativa e una datazione molto antica, forse risalente ai primi insediamenti abitativi di Collina.
Ci fu dunque un periodo, nell’evoluzione dell’insediamento e del rapporto dei coloni con il territorio, in cui Pecìot era un pecìot (pecceta), e Prât un prât, un semplice prato in attesa di divenire coltivo.

217. Prâ(t) di Àmblis [a -]   Q1780, ✧S. Prato ripido [id. inselvatichito]. V. Prât; Àmblis è plurale di àmbli = ontano verde, ontano nano (Sc5), dal lat. alnus = ontano (REW376), forse attraverso il diminutivo alnulus262. Lett. si ha dunque il fitotoponimo “Prato degli ontani”.
1951. Valanga lungo la strada Collina-rif. Tolazzi
1951. Valanga lungo la strada Collina-rif. Tolazzi.

Una menzione di questo prato si ritrova già in un documento della seconda metà del '600: “quindi è detto S. Osualdo Padre movendoli l'animo suo in ricompensa della suddetta valuta ha cautionato et assicurato detto Nicolò figliolo absente sicome fusse presente con assignarli liberamente il Prato chiamato degli Amblis pertinente di Culina, confina da sol levado con Jacomo Toch, a mezzo dì S. Lenardo di Sora, a monte S. Zuan di Tamer et a mezza notte con il monte del Canale263.
Altra menzione 35 anni dopo, forse con riferimento al medesimo prato del documento precedente: “S.r Tomaso di Tamer sud.o, per cautione, et sicurat.ne detti D.ti 80 de L. 24 riceuti per nome della moglie, et delli suoi H.di obliga, et sottomette un suo Pratto sul monte Prativo d'essa Villa di settori 5 circa locho detto il Prato d'Amblis appo li suoi confini264.
Situato nella parte superiore del grande dosso prativo di Creşadìço, fra questa e in Ğùof e immediatamente a ridosso dei soprastanti pascoli di Cjampēi, Prât di Àmblis era l’ultimo dei prati di mont ad essere falciato nel corso della stagione, ormai a settembre e con il rischio incombente delle prime nevicate.
La quota elevata è anche responsabile della abbondante e sgradita presenza degli stessi àmblis, gli ontani infestanti che, quando non debitamente tenuti a bada, rapidamente invadono ogni spazio a discapito del prato e dello sfalcio.
Il 13 febbraio 1951 di quassù prese avvio una valanga di dimensioni apocalittiche della quale ancora oggi è ben presente la memoria265.
Proseguendo la sua discesa lungo l’Agâr Balt e l’A. di Macìlos, la slavina scese al rio colmando interamente l’ampia conca del Mulin di Nino. Lo spessore del deposito nevoso sulla sede stradale era talmente consistente che la neve si disciolse del tutto solo nell’estate dell’anno successivo.

218. Prâ(t) da Cumùn [in -]   Q1150, ✧S. Prato in medio pendio [id. inselvatichito]. V. Prât e soprattutto Cumùnios per il significato storico del termine cumùnio, dal momento che la traduzione letterale “prato della comunità” risulta fortemente riduttiva266.

La comunità del toponimo è evidentemente il Comune di Collina, termine con cui fino a tutto il dominio veneto fu identificata la comunità sociale e amministrativa dei due villaggi di CG e CP. Come altri terreni anche questo bel prato di valle situato subito sotto la Puartùto era originariamente proprietà d’uso comune da parte dei comunisti267 delle due ville.
Fino ad anni non lontani il prato, ormai proprietà privata, era cintato da un muretto a secco (oggi diroccato), con un’unica apertura sbarrata da una clutòrio, una chiusura di stanghe sovrapposte orizzontalmente. Scopo della recinzione era unicamente di evitare che le vacche al pascolo negli adiacenti prati di Mulìnos (queste sì ancora destinate al pascolo libero degli ormai… ex-comunisti) si avventassero sull’erbetta del prato, rigorosamente riservata allo sfalcio268.
Una curiosità sconosciuta ai più (compresi molti collinotti d’oggidì). Disseccata con il terremoto del 1976 la sorgente di Tors (minuscola frazione del comune di Rigolato), gli abitanti del luogo rimasero senz’acqua. In Prât da Cumùn furono quindi realizzate le opere di presa dell’acqua di una sorgente che, canalizzata sotto la strada del Fulìn, raggiunge il piccolo aggregato di case di Tors, posto a valle lungo la stessa strada.

219. Prâ(t) de Cùot [a -]   Q1500, ✧SO. Prato in medio pendio [id. rinselvatichito e in via di rimboschimento]. Cùot è la cote per l’affilatura della falce (Sc149), dal lat. cos = cote (REW2275).

Come per il precedente, la pronuncia corrente è quasi agglutinata, Pradecùot.
È solo un piccolo prato incuneato fra Cjìolos e Temós, nei pressi della strado des ùolğos (non la strada forestale!) che scende a san Lenàrt. La relazione fra il prato e la cote all’origine del toponimo non è manifesta269: probabilmente deriva da una denominazione soggettiva e personale, con il tempo divenuta d’uso comune.
Cùot smarrita, spezzata? O piuttosto di uso eccessivo e smisurato in questo prato, a ripristinare il filo della falce troppo sovente compromesso da un terreno irregolare e ricco di asperità?

220. Prâ(t) de Lìoro [lu -]   Q1430, ✧O. Prato ripido [id. inselvatichito]. V. Prât; lìoro è la libbra (Sc162), dal lat. libra = bilancia (RWE5015), unità di peso già in uso presso i greci e i romani, e successivamente nel Patriarcato e nella Repubblica di Venezia (pari a 333 g) prima dell’introduzione del sistema metrico.

Lìoro è dunque la caratteristica resa nella parlata di Collina del friulano lìre (NP526)270, che va a contraddistingue un prato forse sito sotto Nàvos (la collocazione non è certa, trattandosi di toponimo antico e obsoleto).
Quanto all’origine del toponimo stesso, parrebbe ricondursi al prezzo pagato per l’affitto del fondo (mi sembra di poter escludere l’acquisto), per l’appunto una lìoro di farina.
Resta da capire se fosse il fondo a valere poco, o la farina (si spera almeno di frumento) a valere molto. Interrogativo forse un poco ozioso da parte di chi, a pancia regolarmente piena, discetta di cose altrui e di persone forse alla fame e al limite della sopravvivenza. Ma tant’è: curiosità giustamente insoddisfatta.
Fiduciosi che il negozio fosse mutuamente profittevole per i contraenti, a distanza di secoli i posteri ringraziano per il curioso e gradevole toponimo che oggi riportiamo agli onori della cronaca.

221. Prâts [ti -]   Q1240, ✧SE. Prato in ripido pendio [prato inselvatichito]. Plurale di Prât.

Dopo l’apparente contraddizione di Prât (v.) recuperiamo con i Prâts la piena coerenza fra denominazione e destino d’uso: correttamente ti Prâts corrisponde a una ampia fascia prativa fra i campi di Cjamavùor e di Sôro ju Prâts.
Le ragioni dell’interposizione del prato fra due zone coltivate sono da ricercarsi nella ripidità del terreno, che oltre a renderne più problematica la lavorazione lo rende più soggetto al dilavamento da parte delle acque meteoriche.

222. ⇑ Sôro ju Prâts   Q1275, ✧S. Campi in medio pendio con stalla e fienile, poi prato [fienile e bosco misto]. Plurale di prât con la prep. sôro-sopra, e dunque di significato trasparente (“sopra i prati”).

I prati sottostanti sono quelli delle Còdos, che si interponevano fra i coltivi di Cjamavùor e Sôro ju Prâts.
Attualmente il luogo è interamente invaso dal bosco che sta progressivamente e rapidamente calando a valle. La stalla-fienile, un tempo perfettamente visibile al limitare del bosco, è oggi interamente circondata da ogni tipo di pianta, anche d’alto fusto, e ormai pressoché invisibile da CP.

223. Puàrt [lu -]   Q1110, ✧NE. Ampio slargo erboso pressoché pianeggiante [strada carrabile a fondo naturale]. Dall’it. “porto”, con il medesimo significato.

Il significato è naturalmente traslato (davvero poco probabile trovare un autentico porto ad oltre 1000 m di quota…) a significare il luogo di parcheggio e interscambio del legname.
Lo stato attuale del luogo – unico sito curiosamente ampio e pianeggiante nel fondovalle, 50 metri oltre il ponte del Fulìn a margine della strado di Créts – lascia ancora immaginare le grandi cataste di tronchi, in attesa di essere agganciati ai buoi per la faticosa salita al Ğùof. Al Puàrt i tronchi pronti per il trasporto erano incatenati ai buoi e trascinati sul Ğùof, dove erano definitivamente avviati al fondovalle del Degano per la fluitazione. Precisamente ciò che oggi si chiama interporto, o luogo d’interscambio fra diverse modalità di trasporto. Insomma, un interpuàrt (that’s internascional culinòt)271.
Dalle fatiche e dai costi di questo trasporto prese le mosse, agli albori del XX secolo, l’idea di una strada che riducesse entrambi – costo e fatica – e consentisse un più agevole trasporto a valle del legname. E fu appunto la strado diCréts, terminata nel 1914, mentre la guerra già percorreva l’Europa e i Balcani.

224. Puartùto [de -]   Q1165, ✧SE. Prato in pendio moderato [strada interpoderale asfaltata]. Puartùto è dimin. di puàrto = porta, uscio (Sc241), dal lat. porta (REW6671).

Il luogo così detto si trova nel punto più basso della via della chiesa che muove da CP, là dove il tracciato effettua una curva secca a sin., in vista della chiesa stessa. La puartùto del toponimo impediva alle vacche al pascolo nel Bušcùt l’accesso ai prati di Glèrio .
La pratica di recintare i prati da sfalcio posti nelle vicinanze dei terreni destinati al pascolo era piuttosto diffusa, a tutela tanto del fieno futuro quanto della salute immediata delle vacche, per le quali una incontrollata “abbuffata” poteva risultare assai pericolosa, se non letale.
Nelle immediate vicinanze della Puartùto era situata, fin verso il 1930, la bàito de cjanàipo (lett. “capanna della canapa”), adibita alla gramolatura delle piante della fibra vegetale, davvero preziosa nell’economia locale. Con l'esclusione della tessitura, il ciclo di lavorazione della canapa e del lino (in verità quest'ultimo coltivato in quantità modesta) era interamente svolto in paese.
Nell'insieme, la procedura era decisamente laboriosa e complessa, articolata com'era in numerosi stadi, tutti assai delicati per non compromettere le qualità – lunghezza, colore, consistenza – della fibra. Dopo la mietitura, la canapa non di rado richiedeva una ulteriore maturazione sulla graticola272 prima di passare alla fase preliminare di separazione della fibra tessile dalla parte legnosa della pianta tramite macerazione (v. Macìlos).
Seguiva l'essiccazione degli steli, che dopo la macerazione già mostravano un avanzato stadio di separazione della fibra dalla parte legnosa: quest'ultima, dura ma ormai fragile, era quindi rimossa per frantumazione, prima con il frac (gramola ad un solo dente) e poi più finemente con la gramola (la gràmolo), fino ad ottenere la sola fibra. Ça va sans dire, il tutto era effettuato manualmente, gramolatura compresa: clac, clac, clac, clac
Infine la tessitura. In origine effettuata in loco, negli ultimi anni quest'ultima operazione era commissionata fuori paese, allo scopo di ottenere tessuti meno grossolani di quelli prodotti in casa. All’inizio del XX secolo la canapa era trasportata a Comeglians, dove era tessuta secondo le necessità del committente: lenzuola, capi di vestiario, tovaglie. Fino a tempi non remoti (1940 circa), la prestazione d'opera della tessitura era barattata con prodotti agricoli, soprattutto patate e cavoli.
Tuttavia, il ciclo della canapa non terminava con la tessitura: soprattutto lenzuola e tovaglie erano lasciate per giorni e giorni nei prati stese al sole, alla ricerca di quel candore che la natura concedeva a stento e che invece di lì a pochi anni sarebbe debordato, bianco più bianco del bianco, centinaia di volte al giorno dalla magica scatola.

225. Puìnt Cuvièrt [a -]   Q794, ✧NE. Bosco misto [id.] Puìnt è il ponte (Sc242), dal lat. pons = ponte (REW6649); cuvièrt è il participio passato di cuvièrgi = coprire (Sc151), dal lat. *coopergere per cooperire = coprire (REW2205), e dunque si ha il comunemente noto “Ponte coperto”273.

Nel suo corso inferiore, il Fulìn scorre sempre più incassato fra ripide sponde, fino a formare una stretta gola, un piccolo canyon poche decine di metri a monte del Puìnt Cuvièrt e della confluenza del rio nel Degano. La denominazione Puìnt Cuvièrt si riferisce a un lontano predecessore del ponte attuale, in legno e con copertura come ancora se ne vedono nelle Alpi, incendiato e ridotto in cenere durante le guerre napoleoniche e successivamente e più volte ricostruito (ma senza copertura: oggi ve ne sono addirittura due, di cui uno dismesso).
Siamo al limite meridionale e occidentale del territorio di Collina, in un’area interamente e fittamente boscosa, lontanissima dai centri abitati e priva di qualsivoglia valenza agricola o pastorale. Anche qui, tuttavia, Gjvianòts e Culinòts definirono confini e pertinenze: “Resta, come restò fermata la Linea divisoria (…) e s'intende continuata per la medesima Gotta fino al Ponte coperto; cosicchè la pendenza situata verso Colina, sia, e s'intenda Ben comunale, Boschivo, Pascolivo, e segativo, di raggione sotto il Territorio di Colina, e l'altra pendenza parimente verso Givigliana s'intenda Ben comunale, Boschivo, Pascolivo, e segativo di raggione del Comune di Giviana274.

226. Puìn(t) dal Muš [a -]   Q1650, ✧S. Ghiaie, ontani e mughi in pendio poco ripido [id.]. Per Puìnt, v. il lemma prec.; muš è invece l’asino (Sc192), forse dal veneto musso, e comunque con radice più o meno remota nel lat. muscella =asinello (RE5767).

Tradotto in it., il toponimo suona dunque come “Ponte del somaro”, ma tanto l’origine che l’epoca di nascita del toponimo sono sconosciute. Non solo non vi sono ponti nel circondario, ma la morfologia del luogo sembra escluderne la necessità e l’esistenza anche in altri tempi, quando il sentiero che sale al Volaia era assai meno frequentato di oggi, e quasi esclusivamente da cacciatori, migranti e pastori.
E più che a emigranti o cacciatori è proprio ai pastori di Collina, che fino alla seconda metà del XIX secolo monticavano le malghe di Volaia (v. Volàjo), è probabilmente da associare l’asino. Fra le opzioni possibili la più ragionevole è proprio che il muš fosse usato per il trasporto di merci da e per le malghe, e che pertanto il toponimo risalga ad allora.
Puìnt dal Muš si trova circa a mezza via fra il rif. Tolazzi a Plan di Valebós e il passo Volaia, in corrispondenza della base del gradino roccioso dei Trio Rès che separa i balzi di Pecól dadàlt e Pecóldabàs. Qui si incontrano, unificandosi, i due percorsi che dal rif. Tolazzi salgono a Volaia attraverso, rispettivamente, Clevomàlo e Pecól dabàs.

227. Puštét [tal -]   Q1190, ✧SO. TU (CAT1801) Pustetto. Prato in medio pendio [strada comunale]. Dal lat. post tectum = oltre il tetto, non nel significato letterale ma piuttosto nel senso di “oltre le case”, “al di fuori dell’abitato”.

Come altri segnalati in precedenza, anche questo antico toponimo è stato recuperato da N. Toch dal catasto di epoca napoleonica.
La denominazione corrisponde ad un piccolo prato fra Cjanóuf e Vidàrios, in corrispondenza o pochi metri al di sotto dell’attuale strada comunale, lungo quella che fino alla fine del XIX secolo fu la via di collegamento fra Collina, la parrocchiale di Frassenetto e Forni Avoltri275.
Fino ai primi decenni del ‘900, anno di costruzione della casa di Vidàrios, l’ultima casa a O di CP era giustappunto quella di Cjanóuf, e dunque il nostro Pustét si trovava per l’appunto ben oltre l’ultimo tetto di CP.

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