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260. San Lenàrt [in -]   Q1335, ✧NO. Bosco resinoso e pascolo in medio pendio [id.]. Per san v. Agâr dal Sant; Lenàrt è friulanizzazione di Leonardo.

Il toponimo si deve ad una piccola ancona inchiodata ad un abete e dedicata a san Leonardo, patrono dei pastori nonché dei prigionieri e dei carcerati.
Il luogo si trova poco sopra Bevòrcjos, lungo la vecchia strado des ùolğos (oggi sentiero segnalato per Plumbs). Da san Lenàrt la strado raggiunge con ripida ascesa i prati di Cjìolos e Temós per poi proseguire, ormai ridotta a sentiero, verso Plumbs.

261. Sarmuàlos [in -]   Q1450, ✧SO. Prato [id. inselvatichito]. Sta forse con il friul. salmàzze o sarmàzze = bassure con paludelle e pozze ecc. (NP918) da una radice preceltica sar, ser = corso d’acqua.

Il toponimo proposto è in accordo con lo stato del luogo (o di una parte di esso) prima della captazione delle sorgenti che vi si trovano. Le acque sorgive di Sarmuàlos furono infatti captate agli inizi del secolo scorso per alimentare l’acquedotto che a sua volta rifornisce entrambi gli abitati di CG e CP.
Tipico prato di mont, Sarmuàlos è sito lungo l’alto corso del Riù di Cuéštos (le sorgenti sono però distinte dal corso del rio) sotto i prati del Ruédol.

262. Scjalòts [ti -?]   Q?, ✧S. TU Scjalats o Scjalots (CAT1801). Prato [prob. inselvatichito]. Pl. di scjalòt = gradino (manca in Sc e NP)310, dal lat. scala (REW7637).

Di questo toponimo rubricato nel 1801 davvero sappiamo poca cosa: l’etimologia, certamente frutto di un terreno a gradini (o gradoni) o a fasce orizzontali, nonché una generica collocazione (“prato in tavella”), anch’essa ricavata dal catasto del 1801.
Dell’ignoto luogo possiamo ragionevolmente ipotizzare solo una generica esposizione a S o a SE (tutta la “tavella” lo è), e nulla più.

262bis. Scovaçâr [dal -]   Q1225, ✧E. Pendio ripidissimo, briglie [id.]. Assai poco aulicamente, il termine sta per l'italiano “deposito d’immondizia o spazzatura” (Sc291, manca in NP), derivato di scopacearium, a sua volta da scopa- (REW7734).

In corrispondenza della strada che da Collina procede verso la testata della valle, al di sotto della strada stessa l’Agâr di Macìlos forma una scarpata nella quale, fin oltre la metà del XX secolo, gli abitanti di CM311 usavano liberarsi dei (pochi) rifiuti prodotti. Nulla di paragonabile ai quantitativi del giorno d’oggi: pressoché inesistenti gli imballaggi (e poi, persino le scatole di conserva di pomodoro erano riciclate come vasi…), gran parte dei rifiuti erano costituiti da quella che oggi è d’uso definire con il termine di “frazione umida”, la quale era riciclata ieri più e meglio di oggi, a mezzo di una efficientissima macchina detta purcìt. Anzi, lo scarto umido non bastava mai ed era necessario integrarlo, ma il ritorno dell’”investimento” era garantito!
Di ritorno allo Scovaçâr, la scarpata provvedeva a togliere dalla vista il pattume: a completare il lavoro (si fa per dire) provvedevano le piene dell’Agâr di Macìlos e del sottostante Riù di Morarìot. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore…

263. Secóuf   Q2552, ✧✧. TU Monte Capolago o Seekopf (tutti, tranne IGM 1913). Roccia nuda. Si tratta di una friulanizzazione del tedesco Seekopf, lett. “testa del lago” o “capo del lago”, da cui anche il Capolago della TU.

Fa il paio con Kellerspitz (v. alla voce Flurîts) questo oronimo che riprendo dal lavoro di L. di Caporiacco312 e del quale non v’è traccia né memoria a Collina. È probabile che, al pari del primo, anche questo oronimo tedesco sia stato introdotto a Collina da coloro – probabilmente cramârs – che muovevano attraverso la Volàjo o Monte Croce Carnico da e per le aree germanofone.
Anche questo monte non è ben individuabile dall’abitato e dal versante N della valle, in quanto in larga parte nascosto alla vista dall’antistante m. Canale, mentre è perfettamente visibile dal fondovalle del Runc e del Plan di Valebós come pure, ma a quote più elevate, dall’intero versante S della valle. La caratteristica forma piramidale del versante meriodionae del m. Capolago è anche ben visibile dal fondovalle del Degano, da Villa Santina e Ovaro.

264. Sidìn [tal -?]   Q?, ✧S. TU Sidìn (CAT1801). Prato [prob. inselvatichito]. Sidìn è il basamento degli edifici (NP1038, manca in Sc) in particolare degli edifici diroccati, dal lat. sedimen = basamento, terreno (REW7784).
Un altro toponimo desueto, desunto dal solito catasto di epoca napoleonica, del quale si è persa traccia e memoria. Solo l’etimologia è del tutto trasparente, con preciso riferimento a rovine di edifici preesistenti in loco o nell’immediato intorno.
 
265. Sièlo [su la -]   Q2190, ✧O. Roccia nuda e prateria alpina [id.]. Dall'it. sella = sedile che si fissa sul dorso della cavalcatura.

La Sièlo è situata in posizione assai evidente, interrompendo a metà la lunga cresta del Cogliàns che dalla vetta scende ripida a SO a separare nettamente gli scoscesi canaloni rocciosi della parete O dalle forme più arrotondate del versante S e dal paesaggio un po' lunare dei Monumènts.
Sebbene il termine “sella” sia largamente adottato nella toponomastica alpina – anche con il diminutivo “selletta” – per indicare un passaggio, per lo più ampio e spesso erboso, che mette in comunicazione valli e bacini idrografici, tale accezione appare del tutto inadatta qui, luogo pressoché totalmente privo di tutti i requisiti di una “sella” normale313.
Eppure, basta guardare la Sièlo per comprendere, immediatamente, tutto: un arcione perfetto per Polifemo, per Briareo, o persino per Gulliver (posto che Collina sia Lilliput e non Brobdingnag…). Un sedile per giganti, morbido di erbe e fiori alpini e dall’elegante profilo: una sella perfetta, insomma.
L’attraversamento della Sièlo è oggi parte integrante e punto più elevato del bel percorso alpinistico del sentiero Spinotti.

1957. Interno della Siēo
1957. Interno della Siēo.
266. Siēo [de -]   Q1225, ✧SO. TU Bar Edelweiss. Area circostante una segheria ad acqua sul Riù di Morarìot [id., dopo aver funto per diversi periodi da bar-ristorante, l’edificio è oggi una privata abitazione AP263]. Siēo sta per sega o segheria (Sc284) dal lat. seca (REW7762a).
 1957. La Siēo
1957. La Siēo.

Fino al secondo dopoguerra, la denominazione completa recitava Siēo di Riçòt, ovvero “segheria di Ricciolo”, o Ricciuto, o Ricciolino314.
La segheria rimase in attività fino al 1960 circa, quando fu convertita (conservando tuttavia la struttura dell'edificio) in osteria con la denominazione di Bar Edelweiss. Appellativo ufficiale, beninteso, e mai entrato nell’uso comune dacché da chiunque era conosciuto come de Siēo o tuttalpiù, per i foresti italianofoni, alla Segheria (denominazione quest'ultima che per un breve periodo assunse anche al rango dell'ufficialità). Completamente ricostruito in tempi più recenti (1996), l'edificio è oggi un moderno bar-ristorante. Fine della biografia della Siēo.
E no! Onomasti ed etimologi, toponomasti e filologi, saltate pure queste poche (anzi, molte) righe che seguono e che proprio nulla hanno a che fare con la toponomastica, e muovete al lemma che segue. Io mi fermo de Siēo a bere un tai, ancorché solo virtuale (purtroppo).
Molto più di un luogo o di un semplice edificio, la Siēo è una autentica tranche de vie di molti di noi, figli del baby boom postbellico che vi abbiamo speso i nostri anni migliori, o almeno buona parte delle sere di quegli anni che ci piace ricordare come “migliori”.
Taverna e dancing in parte sotto le stelle e aperto ai temporali agostani, polento e craut e lujanio e frico come ormai non se ne trovano più da un pezzo, juke box tutta l’estate e musica live a ferragosto, militari di leva (troppi) e “foreste” villeggianti (troppo poche), interminabili partite a carte al tavolino e brevi, troppo brevi cheek to cheek in pista hanno animato (dal latino anima: capito?) i nostri roaring sixties. And more, much more than this…, come qualche anno più tardi avrebbe cantato Frank Sinatra, avendo egli appreso his way, a modo suo, da noi viveurs della Siēo
Ho a Collina amici di gioventù – di quei tempi, insomma – che a distanza di oltre mezzo secolo ricordano a memoria le nostre parodie delle canzoni del juke box, arlecchinate che riscrivevo in perfetta rima e metrica (figlie illegittime della metrica latina che ci ammannivano a scuola) cucendole addosso ai personaggi che movimentavano la pista da ballo e i dintorni – allora come oggi assolutamente privi d’illuminazione… – della Siēo315. Il tutto sotto lo sguardo fra il complice e il compiaciuto dei soggetti dei dipinti di soggetto inequivocabilmente alcolico che decoravano le pareti del locale316.
Ma la Siēo è anche un pezzo di vita di Collina, che appena in quegli anni si risvegliava dal torpore dei secoli. Sotto il profilo sociantropologico (ma sì!), la Siēo ha più che decorosamente riempito la troppo breve transizione dal torpore e dal tepore del guscio villico-alpino (sic!) alla narcosi da etere (semper sic!) fino all’attuale e irreversibile coma televisivo, da TV di stato e non.

267. Siēo di Cjanóuf [de -]   Q1130, ✧S. Prato e ghiaie [id.]. V. rispettivamente il lemma che precede e Cjanóuf.

Come di consueto per le attività artigianali, con il tempo il nome della segheria è venuto a identificare tutta l’area circostante, posta lungo la sponda destra del riù di Morarìot prima della confluenza del riù di Cuéštos.
E il nome è tutto ciò che resta di molte attività simili a questa: come altri mulini e fucine, anche la segheria ad acqua della famiglia di Cjanóuf è da tempo scomparsa, al punto di non lasciare altra traccia di sé che il proprio nome.

268. Soclàp [in -]   Q1740, ✧NE. Prato [id. inselvatichito]. Agglutinazione di sót-sotto e clap (v. Clap), e pertanto si ha “sotto il sasso”. Etimologia a parte, Soclàp non ha tuttavia nulla da spartire con Clap.

Il termine si riferisce alle soprastanti rocce di Belvedère, che incombono su questo terreno.
Anche Soclàp è costituito da prati di mont, al pari di Cjanalètos e Bergjarìos fra i quali si trova e dei quali ha condiviso il declino e l’obsolescenza, e infine l’oblio: davvero, oggi da queste parti non passa più nessuno.

269. Socuàl   Q1210, ✧SE. TU Sot Cual (CAT1801). Coltivi e quindi prato in medio pendio [id. inselvatichito]. Come per il precedente, Socuàl è agglutinazione di sót-sotto e cuàl-colle (v. Runc di Cuàl) e pertanto “sotto il colle”.

E qui anche i pochi dubbi espressi alla voce Runc di Cuàl scompaiono: la famiglia Di Qual non c’entra, ed è dunque Cuàl e non Qual.
Il toponimo era già in uso nella seconda metà del XVII secolo, prima della venuta del primo Di Qual a Collina agli inizi del secolo successivo: pertanto, è da escludere ogni relazione con la famiglia317.
L’area, un tempo a campi e successivamente a prato, si trova infatti immediatamente sotto l’abitato di CG, in corrispondenza di un cambio di pendenza del terreno che qui addolcisce l’inclinazione e si fa meno ripido. A ciò potrebbe rifarsi il toponimo, intendendo “sotto il colle” come “sotto il pendio”.
Il terreno è facilmente identificabile, trovandosi immediatamente a dx (or.) di quella che fu la Scalinata S. Michele, fino al 1975 circa principale via d’accesso alla chiesa. La scalinata constava di 101 ampi gradini ad acciottolato, opera non del tutto priva di pregio ma soprattutto significativa testimonianza di devozione popolare,e oggi ridotta a scivolo di cemento. Delle migliaia di ciottoli che la costituivano, teoricamente messi da parte anni addietro per una ipotetica e mai concretizzata ricostruzione, non si conosce (ma s’immagina facilmente) il destino.

270. Sopecól   Q1130, ✧SE. Campo, quindi prato in pendio ripido [inselvatichito]. Agglutinazione di sót-sotto e Pecól (v.).

Il toponimo identifica un’area al limite inferiore della campagna di CP, sotto Bùros, un tempo coltivata e successivamente utilizzata come prato da sfalcio, prima del definitivo abbandono. Già nel 1596 il cameraro registra la consueta “obbligazione” del terreno per debiti: “Lenardo macocol è debitor alla dicta giesia di sancti michiael di contadi L.6,10 obliga uno campo in sot pecol confina con …”318.
Logica vorrebbe che Sót Pecól si trovasse sotto Pecól. Naturalmente, così non è, e qualora ciò non fosse sufficiente a sottolineare le bizzarrie della nostra toponomastica, aggiungo che i due luoghi sono fra loro lontanissimi (beninteso su scala locale: più o meno, quattro chilometri).
I realtà il nostro toponimo è così detto in quanto posto sotto il pendio che sale in Bùros, ciò che può essere inteso come un generico pecól (anche se l’odierna microtoponomastica non registra nulla con questo nome).
Svelato il trucco semantico ci rimane, nuovamente, la apparente bizzarria di un “sotto” che non ha un “sopra”.

271. Sopóç [in -]   Q1235, ✧SE. Coltivi in lieve pendio [abitato, orti]. Agglutinazione di sót-sotto e póç = pozzo (Sc234), dal lat puteu(m) (REW6877), tuttavia non inteso in senso classico di scavo in profondità per estrarre l’acqua, ma forse di deposito o luogo di raccolta dell’acqua stessa319.

Come spesso accade, abbiamo un sót póç senza un póç! Con buona probabilità, il toponimo deriva da una vasca di raccolta dell’acqua forse posta, in epoca indeterminata, poco sopra il nostro Sopóç, oggi area residenziale lungo la strada che si diparte dalla strada principale, davanti alla Latteria.
Non mancano ragioni a supporto di questa ipotesi. Fino al 1873 CG non ebbe acqua corrente in paese: solo in quell’anno fu infatti costruito un acquedotto con “tubi in legno” che da Cuéštos conduceva l’acqua in piazza, condotta poi sostituita da tubi in ferro nel 1898-1905320.
Dove andassero i Culinòts di CG (le cui abitazioni, ricordiamo, erano concentrate intorno all’attuale piazza degli Alpini) a prelevare l’acqua prima della costruzione dell’acquedotto non è noto con certezza. Certamente non qui in Sopóç, dal momento che avevano almeno una sorgente a disposizione a distanza più conveniente, in corrispondenza di quello che sarebbe poi diventato l'àip di 'sot (“l’abbeveratoio di sotto”, oggi sotto la strada che dalla piazza di CG scende in direzione della Siēo) 321.
Quanto al perché un póç si sarebbe potuto/dovuto trovare proprio lì dove noi oggi lo vorremmo non possiamo sapere. Vasca per l’abbeverata del bestiame? Riserva d’acqua per gli incendi? O forse… nulla, e noi stiamo semplicemente fantasticando? Davvero non sappiamo altro che, una volta di più, abbiamo un “sotto” senza un “sopra”. Ma a queste stranezze abbiamo fatto l’abitudine…
Situato non lontano dal nucleo originario di CG, per centinaia d’anni e fino alla metà del secolo scorso Sopóç fu terreno di coltivi, come testimonia la citazione che segue, risalente alla seconda metà del 1600: “…et item un altro suo campo in luogho chiamato sotto pozi di presenali di semenza in circha vinti nella pertinenza di Colina granda…”322.
Poco dopo il 1960 nell’area furono costruite due abitazioni, rapidamente seguite da numerose altre nell’immediato circondario, fino in Balbin. Le aree rimaste libere dagli edifici furono prevalentemente convertite in orti, o lasciate definitivamente incolte.

272. ⇑ Basso di Sopóç [te -]   Q1230, ✧SE. Coltivi in pendio lieve [abitato]. V. Basso e il lemma prec.323.

Analogamente a Basso, il toponimo sta probabilmente a indicare un sentiero più basso e parallelo rispetto ad altro che muoveva nella medesima direzione: in basso il sentiero (oggi strada carrozzabile) che portava in Sopóç, in alto il sentiero (oggi strada forestale) che menava in Cuéštos.
A partire dagli anni '60 del secolo scorso anche qui si è assisitito alla progressiva urbanizzazione dell’area a scopo residenziale, e la Basso di Sopóç è in oggi in pieno centro abitato.

273. Sorovìo   Q1280, ✧SE. Prato in medio pendio [id. inselvatichito]. Agglutinazione di sôro-sopra e vìo = via, strada o sentiero (è il friulano vìe, NP1273, manca in Sc), dal lat. via (REW9295).

Tutto lineare e trasparente in questo toponimo indicante un prato immediatamente soprastante la strado des ùolğos (è questa la vìo a cui si rifà il toponimo) in prossimità di una caratteristica ancona dedicata a sant’Antonio, strada che da CG sale in Masério, tal Frantûl e in Ğùof.
Nelle sue varianti linguistiche Sorovìo è toponimo ubiquitario, ma anche cognome che si ritrova frequentemente nell’arco alpino, dove talvolta assume anche la veste di cognome (Soravia e Sottovia, e in aree germanofone Oberweger e Unterweger).

274. Sót la Glîşio   Q1180, ✧S. Prato ripido, quindi più dolce verso il fondovalle [prato inselvatichito]. Sót = sotto, mentre glîşio altro non è che la chiesa (Sc97), dal lat. ec(c)lesia (REW2823).

Il toponimo indica letteralmente i prati “sotto la chiesa”324, e più precisamente i terreni fra la chiesa stessa e il fondovalle del rio Morareto, dove si trova il Plan di 'Sót.
La posizione non è particolarmente pregevole, tanto per il dislivello (in salita!) che lo separa dall'abitato, quanto per la non eccelsa qualità del terreno, la cui sottile cotica erbosa ricopre a malapena le ghiaie fluviali e le pietre immediatamente sottostanti.

275. Sót ju Órts   Q1180, ✧S. Campi coltivati, poi prati in pendio dolce [prato inselvatichito]. Órts è pl. di órt = orto (Sc204), dal lat. hortus (REW4194), + sót-sotto. Dunque, lett. “sotto gli orti”.
E immediatamente sotto gli orti di CP si trovavano questi campi, fra i migliori della villa per esposizione, inclinazione del pendio e prossimità all’abitato. Ben si può comprendere, dunque, come siano stati fra gli ultimi ad essere declassati a prato, e ad essere infine abbandonati al loro destino di pascolo per il bestiame “foresto” in transito prima di essere trasferito all’alpeggio estivo.
 
276. Sovròndo [in -]   Q1600, ✧E. Prato di mont in pendio ripido [boscaglia]. È il risultato dell’agglutinazione di sòvro (forma arcaica della prep. sôro = sopra) e di òndo = onda (Sc202) dal lat. unda (REW9059).

Una volta di più, il bellissimo e inconsueto toponimo (“sopra l'onda”) si deve alla particolare morfologia del territorio, un piccolo prato quasi in bilico su (sopra) i balzi scoscesi dello spumeggiante riù de Cjanalèto (l’onda).
Siamo nell’ambito del quasi onnipresente “monte del fieno” di Creşadìço : “… ha sotto posto un suo Pratto di settori 5 C.a pertinenze di detta Villa locho detto in Sovrundo nel monte del fieno…”325. Tuttavia, a dispetto del nome poetico, si tratta di luogo malagevole, costretto fra il rio e gli scoscendimenti del versante dx del ripido corso d’acqua. Ma è la solita, vecchia storia: un fascio di fieno si portava a casa anche da Sovròndo.

277. Spàdolo [in -]   Q1210, ✧SE. Coltivi in medio pendio [prato inselvatichito]. Nella parlata di Collina, spàdolo è precisamente la “scapola” (Sc299), dal lat. spatula (REW8130, 2), laddove il friul. spadule fornisce un più generico “spalla” (NP1079).

Sul territorio, Spàdolo corrisponde allo spallone prativo che da Vidrìnos, lungo la strada principale di CG, scende al piano di Valgèlo. Alto poche decine di metri, il rilievo è tuttavia ben visibile dalla strada che da CP conduce alla chiesa: è infatti il più a E (a dx, guardando dal basso) della serie di pronunciati rilievi che caratterizzano l’area sottostante l’abitato326.
Adottando il termine “spallone” per la morfologia del terreno di Spàdolo, ho già detto tutto riguardo all’etimologia del toponimo. Si noti come, asciutto e soleggiato, il terreno fosse sede di coltivi, al contrario della sottostante Valgèlo, molto pù umida e pertanto destinata a prato.

278. Spelât [tal -]   Q1590, ✧NO. Radura in ripido bosco resinoso [id.]. Spelât è l’agg. “pelato” (Sc301), dal tardo lat. ex-pilare (REW6502).

In altra occasione ho definito lo Spelât il “monte Calvo” di Collina, ambientandovi raduni di Maçarots,Agànos, Sbilfs, Strìos e quant’altro dell’extranaturale che popolava le valli carniche d’antan. Il luogo è una curiosa radura che spicca nettamente al culmine della fittissima foresta di abeti che ricopre interamente il versante della valle a bacìo, creando un caratteristico contrasto cromatico verde chiaro/verde scuro che d’inverno si trasforma quasi in un bianco/nero).
Circa le origini di questo “buco” nella foresta non v’è chiarezza assoluta. L’ipotesi più verosimile è quella dell’effetto delle violente burrasche di tramontana che, entrando dal passo di Volaia, vanno a colpire il versante opposto (v. Cjaso Boreàn) concentrando i propri effetti proprio sul crinale dello Spelât.
È comunque un fatto che da decenni nel luogo non vi sono interventi umani (tranne la rimozione di qualche pianta schiantata ai margini della radura) e tuttavia non si vede nulla che superi il metro d’altezza. D’altra parte, la denominazione di Spelât non sembra proprio nata ieri…

279. Spuìndos [tes -]   Q1280, ✧O. Prato ripido [id. inselvatichito, boscaglia]. Pl. di spuindo = sponda (Sc306) dall’omonimo lat. (REW8170).

Le sponde del toponimo sono quelle del Riù d’Ormèntos, verso il cui corso le Spuìndos vanno a spingersi, ben più in alto della sottostante strada e della Caròno di Colarìot.
Prati ripidi e di sfalcio non particolarmente agevole, le Spuindos avevano il vantaggio di un trasporto relativamente favorevole, trovandosi al termine del comodo sentiero che, preso avvio dalla non distante strada comunale Collina-Forni Avoltri fra l’Agaràt e Colarìot, supera la Navo des Gjàjos per raggiungere infine le Spuìndos stesse.

280. Stàipo [de -]   Q1260, ✧SE. Prato con stavolo [id. inselvatichito, dell’edificio non v’è più traccia]. La stàipo è il casolare isolato per il fieno (Sc307) interamente in legno, a differenza dello stâli, costruito parte in pietra e parte in legno) dal basso tedesco stappel = deposito, magazzino (REW8229, 2).

La stàipo-edificio è certamente all’origine della Stàipo-toponimo, probabilmente attraverso una comune forma di sineddoche originatasi all’interno della famiglia proprietaria del fondo.
La stàipo è il caratteristico ricovero ove il fieno era temporaneamente immagazzinato prima del trasporto al fienile-stalla principale, situato entro l’abitato o comunque assai prossimo ad esso; il trasferimento era effettuato prevalentemente d’inverno, quando le scorte di fieno in valle si andavano progressivamente assottigliando e quando il trasporto con la slitta diveniva più agevole.
Diffusissime su tutto il territorio, le stàipos punteggiavano numerose tanto i prati di mont che quelli in fondovalle, con tipologie edilizie che andavano dalla semplice struttura in assi di legno inchiodate alla più complessa e robusta struttura a blockbau, con le travi ad incastro.
Il toponimo identifica un piccolo prato al margine superiore dell’abitato di CG, speculare a Sorovìo trovandosi sotto la strado des ùolğos in prossimità della già menzionata e popolarissima ancona di sant’Antonio.

281. Stalatòn [in -]   Q1280, ✧SE. Coltivi e prati con fienili e stalle in pendio dolce [prato selvatico e un unico fienile]. V. Stâli al lemma seguente, di cui Stalatòn è ad un tempo spregiativo (-at, stalàt) e accrescitivo (-òn, stalatòn, v. Stalón).
1958. Mietitura in Stalatòn
1958. Mietitura in Stalatòn.

Stalatòn è il terreno a sx (dx orografica) dell’ampio sentiero che sale a un grande fienile nel bel mezzo del declivio, ben visibile da CP come da CG e attualmente in via di ristrutturazione.
Un tempo popolato di numerosi fienili-stâlis, il luogo deve la denominazione ad uno di questi, evidentemente grande e in cattivo stato (o di forma sgraziata), probabilmente già scomparso da tempo. Di tutte le costruzioni che punteggiavano il declivio non rimane oggi che un solo stâli, di grandi dimensioni e di una certa grazia nella sua tipica architettura dell’alto Gorto (v. il lemma seguente).
Insieme a Cjamavùor a CP, Stalatòn e i terreni circostanti a CG godono di posizione (vicino all’abitato) ed esposizione (SE) assai favorevole, con buona insolazione tutto l’anno. Inoltre, la modesta inclinazione del pendio ne agevola la lavorabilità, facendo del luogo una delle aree più appetibili e appetite della Collina rurale.
Ben si comprende dunque il già citato, esasperato grado di frammentazione della proprietà fondiaria, che trova in Stalatòn e nei terreni circostanti (Antîl, Fontagnèlo, Navo, Balbìn, Sopóç) la sua massima espressione in tutta Collina, al punto di essere dotato delle già citate “Còdos”: “Pretendendo Ms. Nicolò fig.lo di Ms. Osualdo Barbolano voler recuperare et riavere … il pezzo campo chiamato chiamp de coda sora stallaton stato alienato dalli Curatori…”327.
Come pure: “Confesso io Sotto Scrito di aver fatto Conto con Mio Sig. Cogino Leonardo Warbolan Per via del Canpo di Nava con la Coda di Stallaton…”328.

282. Stâli [in -]   Q1300, ✧SO. Coltivi e prato con fienile in medio pendio [id., prato inselvatichito]. Stâli è il fienile posto al primo piano della stalla (Sc307)329 dal lat. stabulum = stalla (REW8209).

Analogamente alla Stàipo, l’edificio è certamente all’origine dello toponimo, probabilmente attraverso una identificazione dell’uno con l’altro da parte della famiglia proprietaria di entrambi. L’edificio, anch’esso diffusissimo all’interno o ai margini delle aree prative e coltivate, aveva la duplice funzione di temporaneo magazzino per il fieno e di ricovero – anch’esso temporaneo – del bestiame, il cui stallatico era impiegato nella concimazione del fondo.
In Stâli è in realtà un runc, ricavato alla base della foresta di conifere che dal riù di Morarìot sale in Creşadìço. Il percorso del sentiero che lo lambisce, tracciato che prende avvio dalla strada comunale poche decine di metri a O della Siēo, costituisce una bellissima passeggiata nel bosco che consente di raggiungere la Fontano nêro, di fronte al fequentatissimo punto di ristoro Staipo da Canòbio, evitando la strada asfaltata e il relativo traffico.

283. ⇑ Sôro Stâli   Q1340, ✧SE. Foresta e prato in ripido pendio [bosco resinoso]. V. il lemma prec. + la prep. sôro-sopra.

Secondo logica il luogo si trova sopra Stâli, fino a sovrastare la Ruvîš del lemma prec.
Il prato d’un tempo è stato pressoché interamente sostituito da conifere d’alto fusto: solo qua e là magri spiazzi con erbe alte, già popolati di giovani larici lasciano intuire (molto più che vedere) l’antica mano dell’uomo.

284. ⇑ Ruvîš di Stâli [de -]   Q1260, ✧S. Rio e terreno di frana [id.]. V. rispettivamente Ruvîš e il lemma che precede.

La ruvîš del toponimo è la frana lungo il piccolo rio – evidentissimo per le imponenti opere di irreggimentazione e contenimento effettuate intorno al 1930 – che scende poco più di un centinaio di metri a O della Siēo330. È detta di Stâli in quanto rio e frana hanno origine poco sopra quest’ultima località.
L’aspetto del luogo è stato radicalmente modificato dai lavori eseguiti oltre 70 anni fa, le cui dimensioni (nel genere, i lavori più imponenti di tutta Collina, e ad oggi non si è mossa una pietra) lasciano tuttavia intuire l’originale estensione della frana.

285. Stalón [dal]   Q1180, ✧S. Prato con fienili [id.]. Accrescitivo di Stâli (v.).

Il toponimo ha certamente origine da un fienile di grandi dimensioni posto lungo la strada che da CP conduce alla chiesa, poco oltre il ponticello sul Riù di Cuéštos.
L’area è ancora oggi a fienili (ovviamente non più in uso come tali), anche se è assai improbabile che il toponimo si riferisca a uno degli edifici attuali, tutti costruiti ex novo dopo il secondo conflitto mondiale.
Analogo toponimo si riscontra in prossimità di Tors, già citata frazione del comune di Rigolato, lungo la strado di Créts là dove questa scende dalla Furcjìto alla statale in fondovalle.

286. Stèlo [la -]   Q2200, ✧O. Prateria alpina e rocce fortemente inclinate [id.]. Stélo è detto lo spiovente anteriore e posteriore del tetto (Sc309), dal lat. stella (REW8242).

Il lat. stella è all’origine di numerosi termini connessi al significato di “fronte”, al quale è da associare anche il nostro stèlo.
Il curioso toponimo, forse di origine venatoria ma più probabilmente derivante dall’osservazione a distanza, definisce la parte inferiore del Coston di Stella della TU, immediatamente sovrastante la Sièlo a E di questa. La denominazione si rifà alla forma del costone, che per profilo e inclinazione (certo non per dimensione…) richiama lo spiovente dei tetti del Canale di Gorto331.

287. Sterpìot [in -]   Q1310, ✧SE. Prato in pendio ripido [boscaglia]. Da stérp = nocciòlo o folto arbusto (Sc309), dal lat. stirps, stirpe = tronco, ramo (REW8268) con suffisso collettivo –ìot caratteristico dei fitotoponimi (v. i vari Colarìot, Morarìot ecc.). Il termine stérp è prevalentemente (ma non esclusivamente) usato a indicare il nocciolo (Corylus avellana).

Altro toponimo non infrequente332, inequivocabile circa lo stato del terreno, un fondo non particolarmente pregiato né degno di essere incluso fra i migliori di Collina.
Erano principalmente i noccioli (stérps) a creare problemi in questo prato, posto immediatamente al di sotto del bosco della Navo, fra Roncjadìço e Pecìot. Oggi Sterpìot è nuovamente coerente con il nome che porta, al punto da rendere persino difficile ritrovare l’antico prato nel folto degli stérps e sul terreno coperto di foglie secche.

288. Strado di Soldâts [la -]   Q1190-2255, ✧E/S. Mulattiera [id., in parte rimboschita]. Lett. “Strada dei soldati”, dall’it.

Così fu detta, e ancora oggi porta questo nome, la mulattiera di servizio alla postazione di artiglieria collocata in vetta a Crèto Blancjo.
Costruita all’avvio delle azioni belliche nel 1915 seguendo in parte un preesistente tracciato ad uso agro-silvicolo, la mulattiera prendeva avvio a CP e risaliva interamente la dorsale boscosa a NO fino alla Furcùço333. Da qui, ormai al di sopra dell’abetaia, la mulattiera proseguiva in terreno libero risalendo, con percorso assai ardito, prima il fil di cresta che separa il bacino del Riù di Cuéštos dal Riù d’Ormèntos, e poi il ripido fianco orientale di Crèto Blancjo fino alla vetta.
Del percorso è ancora perfettamente fruibile (e godibile, vista la pendenza moderata in confronto alla ripidissima strado des ùolğos che qui e là l’interseca) la parte nel bosco e poco sopra questo, fino alla Furcùço e a Ğùof dabàs.
Più oltre il percorso, pur perfettamente visibile e in buono stato di conservazione, è letteralmente invaso dagli àmblis, gli ontani infestanti che ne occupano interamente la sede, formando un’autentica barriera e impedendone di fatto qualsiasi percorribilità334.
Un vero peccato. Il percorso meriterebbe una manutenzione (manutenzione tanto semplice quanto… radicale: in sostanza, il taglio degli ontani sul sentiero), consentendone la riapertura e la percorribilità escursionistica. In tal modo la Strado di Soldâts costituirebbe, insieme alla salita di Crèto Blancjo e al sentiero che transita dalla casera Mont di Bóuš, uno splendido itinerario ad anello percorribile in ambo le direzioni.

289. Stuàrts [ti -]   Q1530, ✧O. TU (CAT1801) Prato in pendio ripido [id. inselvatichito e in via di rimboschimento. Plurale di stuàrt = storto (Sc315) dal lat. extorquere = torcere (REW3094).

A Gonârs (UD) si ritrova un analogo toponimo Stoarz, la cui origine è ricondotta all’andamento irregolare dei terreni compresi fra due filari non rettilinei di gelsi335. Non avendosi quassù filari di alcun genere, probabilmente il toponimo si rifà allo sviluppo diagonale e non rettilineo dei prati rispetto alla linea di massima pendenza.
Posti fra Nàvos e l’Infiér, anche gli Stuàrts erano attraversati dal sentiero che da Cjalgjadùor muoveva verso O tagliando in quota l’ampio costone sovrastante la strada fra CP e Riù d’Ormèntos.

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