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295. Val [in -]339   Q1160, ✧S. TU Val di Collina? (CAT1801)340. Coltivi in medio pendio, poi prato [prato inselvatichito]. Dal lat. vallis = valle (REW9134) per la forma concava a forma di valle, oppure con il significato di “in valle”, e quindi per estensione “in basso, sotto (il villaggio)” (NP1255, manca in Sc)341.

Era, questa, l’area dei coltivi sottostante l’abitato di CP, destinata prevalentemente a orzo e segale prima di essere declassata a prato e, infine, all’obsolescenza e al pascolo temporaneo dei bovini in transito verso le malghe.
Durante la prima guerra mondiale, nella parte inferiore di Val fu costruita la stazione di partenza della teleferica di Belvedère, come pure si attestò qui per breve tempo una batteria di artiglieria. Una mia zia, classe 1902 e testimone oculare dell'evento, mi raccontava di tiri di artiglieria effettuati da quaggiù verso la cresta dei monti a N, nell'intento di oltrepassare il crinale che va dal Sasso Nero al m. Canale e così colpire i baraccamenti austriaci nella retrostante conca di Volaia.
Tutti i tiri si infransero inesorabilmente contro i fianchi rocciosi dei monti, e non un solo proiettile riuscì a superare il crinale, 1300 metri più in alto. Evidentemente non esperta di artiglieria (la zia), commentava l’accaduto con un ipercritico “cui sa ce ch’i credevo di cumbinâ di ventijù!” (chissà che credevano di combinare di laggiù!).

296. ⇑ Sót Val Q1140,   ✧SO. Prato in forte pendio [prato inselvatichito, latifoglie]. V. il lemma prec. + la prep. sót-sotto.

Così definito per la posizione sotto Val, in quanto prosecuzione di quest’ultimo verso il basso, dopo un cambio di pendenza del terreno che si fa decisamente più ripido volgendo verso il Fulìn.
La ridotta esposizione al sole e il ripido pendio ne hanno determinato tanto il cambio di destinazione d’uso rispetto al terreno soprastante (Val a coltivi, Sót Val a prato da sfalcio) quanto il precoce abbandono di ogni attività agricola.

297. Val di 'Sót [in -]   Q1160, ✧S. TU Val di Sotto (CAT1801). Coltivi [prato inselvatichito]. Per l’etimologia, v. il toponimo precedente: lett. “Val di Sotto”, come tradotto nella toponomastica d’epoca napoleonica.

Un altro dei numerosi giochi semantici della nostra toponomastica, Val di 'Sót ha nulla a che fare con i pur numerosi toponimi legati a Val (Val p.d., Sót Val, Valegoto). Lontano da questi, Val di ‘Sót individua la discesa dai prati di Glèrio allo stretto pianoro di Plan, lungo la sponda destra del Riù di Morarìot.
Ciò detto, la Val del toponimo risulta essere la stessa valle di Collina, e il sót gioca un ruolo diverso da quello letterale di attributo della valle per assumere il significato di avverbio a sé stante. Dunque non è, questa, una inesistente “Valle di sotto”, ma bensì il “Sotto della valle” a CG, esattamente come il toponimo precedente a CP.

298. Valantùgnos [in -]   Q1670, ✧SO. Prato e pascolo, poi abbandonato [prateria alpina]. Agglutinazione di Val-di-Antùgnos. V. Val; antùgno al sing. è probabilmente la annuitas = annualità, rendita o rata annuale (REW486b), qui con il significato di fitto o canone.

Il toponimo definiva i prati intorno alla malga di Cjampēi, prima della costruzione di quest’ultima e la conversione del terreno a pascolo.
La grafia seicentesca, più vicina dell’attuale alla radice etimologica, si rifà ancora alla forma non ancora agglutinata, Val d’Antugnas: “Intendendo Ms. Nicolò fig.lo di Ms. Osualdo Barbolano della Villa de Culina granda vuoler recuperare per virtù d'Agratione il Prato chiamato Val d'Antugnas…342. 200 anni più tardi, E. Caneva redigerà invece un assai più sbrigativo quasi-italiano Valantugni. Nulla di particolarmente significativo, beninteso, dacché abbiamo ripetute testimonianze di grafie divergenti anche all’interno del medesimo documento.
Come già insinuato alla voce, non è da escludere che in origine si identificasse con Valantùgnos l’intera valle di Cjampēi stesso, o almeno la sua parte più elevata. Induzione, questa, che fonda su presupposti non del tutto dimostrati (l’etimologia di Valantùgnos e, ancor più, l’interpretazione già data a quella di Cjampēi) ma proprio perciò affascinante e tutt’altro che inverosimile.
In breve. La valle con una piccola malga (probabilmente monticata con pecore) è proprietà della chiesa di s. Michele, che per il diritto di pascolo percepisce una rendita o fitto (annuitas). Forse c’è anche qualche prato, nella Vallis annuitas (o annuitatis?). Con il tempo, la malga e il suo Cjampēi rubano scena e nome (forse scompare anche la rendita), e nasce Cjampēi, mentre Val des Anuitâts si rannicchia in un prato o due. Sparita la malga (capita, come capiterà ancora) e siamo pronti a ricominciare il giro, a nomi invertiti.

299. Valegòto [in -]   Q1130, ✧S. Prati sotto Val [prato inselvatichito, cespugli]. Agglutinamento di Val de Gòto, v. rispettivamente i lemmi Val e Gòto.
Valegòto è la prosecuzione al basso di Val, da questa divisa da un considerevole cambio di pendio e delimitata a destra (or.) da un netto ciglio (gòto) che la separa dai dirupi che scendono direttamente al rio Fulìn. Beninteso, non una gòto importante come quella del toponimo-antonomasia, ma pur sempre sufficiente allo sconosciuto Collinotto per includerla nella sua nuova definizione del terreno “…alajù, in Val de gòto343.
 
300. Valgèlo [te -]   Q1200, ✧SE. Prato umido quasi pianeggiante con stavolo [id. inselvatichito e impaludato, dello stavolo è scomparsa ogni traccia]. Da vallicella, dim. di vallis (v. Val) oppure, più probabilmente, da vallis gela(ta), nel senso di “valle ghiacciata”.

Ittem di piu uno pezo di pratt chiamatte la Valzella con la staipo questa per ducati (...) 32344.
Prato con stavolo in piena tavella di Collina, posto a poche decine di metri a NO della chiesa e dunque assai prossimo a CG, la Valgèlo parrebbe dunque essere terreno di gran pregio. Tuttavia, così non fu e non è.
Al contrario dei terreni soprastanti (Agâr e Spàdolo), piuttosto inclinati e con substrato impermeabile abbastanza profondo, la Valgèlo è assai meno inclinata e costituita da terreni con substrati argillosi che vengono quasi a nudo. L’area di contatto fra i diversi terreni è quindi caratterizzata da numerosi e abbondanti fenomeni di risorgiva, da cui la presenza di abbondanti e diffusi fenomeni di ruscellazione.
La prima etimologia proposta si rifà dunque ai piccoli solchi (vallicelle) derivanti dalla ruscellazione superficiale, un tempo accuratamente regolata allo scopo di minimizzare il sempre presente rischio di impaludamento.
La seconda interpretazione si rifà invece al congelamento dei ruscelli nel periodo invernale, e agli effetti che ne sortiscono. I primi geli impediscono il regolare deflusso delle acque correnti, che perciò tendono a esondare e a gelare a loro volta, formando ampie superfici di ghiaccio vivo.
Quest’ultimo fenomeno è particolarmente evidente oggi, dopo l’abbandono di ogni attività agricola. Venuto meno lo sfalcio, abbandonato lo stavolo e la manutenzione del prato ormai abbandonato al pascolo brado, la natura ha anche qui ripreso il suo corso: le erbe raggiungono il metro d’altezza, e i ruscelli si spandono liberi per i prati e per la strada interpoderale che da CP conduce alla chiesa. Complice la totale assenza di manutenzione delle canalette di scolo, ogni inverno la strada si trasforma in una pista di pattinaggio in discesa (o in salita…), con decine di metri di ghiaccio vivo sulla sede stradale. Viene da pensare che l’ignoto inventore del toponimo Valgèlo-vallis gelata (se questa fosse l’autentica origine del toponimo) avesse capacità di preveggenza…

301. Valgèlos [tes -]   Q1060, ✧S. Prato (id. inselvatichito). Plurale del lemma prec., del quale condivide le alternative etimologiche.

Le Valgèlos, che pure si trovano altrove rispetto a Valgèlo, di questa riprendono non solo i possibili percorsi etimologici, ma anche parte dei tratti morfologici peculiari che supportano le due diverse interpretazioni.
Le Valgélos sono lungo il rio Fulìn, comprese fra Ruvîš dabàs e Foranùtos, in posizione del tutto priva di insolazione fino a primavera, e pertanto con temperature assai basse e conseguenti gelate del rio che vi scorre.
D’altra parte, la conformazione del terreno a solchi longitudinali ammette anche la prima etimologia… Avanti, ad libitum

302. Vals [tes -]   Q1120, ✧N. Bosco e rocce affioranti [id.]. Pl. di Val (v.).

Il nome Vals suona persino un po’ eccessivo per la modesta sequenza di piccole infossature, niente più che piccoli agârs digradanti dal sentiero del Ğùof alla strada dei Créts. Lungo una di queste Vals, opportunamente esboscata, correvano i Reticolâts.
Poste fra i Créts e il Rìmer, le Vals non hanno altro compito che quello di convogliare direttamente al rio Fulìn gli eccessi delle precipitazioni meteoriche che il bosco non è in grado di assorbire.

303. ⇑ Plan des Vals [tal -]   Q1050, ✧N. Prato [id. inselvatichito]. V. Plan e il lemma prec.
Stretto fra le Vals, che scendono dalla soprastante strada dei Créts, e il rio Fulìn, il Plan des Vals non è che un piccolo prato da sfalcio, a grande distanza dall’abitato di CP (e notevolmente più in basso di questo). A parziale compensazione di tante difficoltà (e per la felicità delle falci), il prato è totalmente privo di pietre: da queste parti, quasi una rarità.
 
304. Valùtos [tes -]   Q1580, ✧NE. TU Casera Valuttis. Bosco resinoso e radure in pendio moderato, con casera [bosco resinoso, ruderi]. Il classico diminutivo femm. friulano in -uto applicato al lemma prec. Vals, che risulta in un letterale “vallette” o “piccole valli”.

Sul terreno, le Valùtos del toponimo si rivelano nulla più di una serie di modesti avvallamenti successivi e digradanti nel bosco soprastante il Bevorcjàn, lungo la strada forestale che conduce alla malga di Plumbs. Il luogo rivestì una certa importanza intorno al 1880 quando le Valùtos divennero sede di una casera con relativo pascolo, in appoggio alla neocostruita casera Còmpet.
L’iniziativa ebbe tuttavia poca fortuna, e nessun seguito: l’edificio o gli edifici sono oggi del tutto scomparsi, letteralmente cancellati dal tempo e dall’irresistibile lavorio della foresta.

305. Véspoi [ti -]   Q1700, ✧E. Prato in forte pendio [ id. inselvatichito]. Véspoi è plurale di véspol (v. Plan dal Véspol).

Pur presente con molti esemplari sparsi nella foresta di abeti, il faggio non è certo presenza dominante – o anche solo numericamente significativa – fra le piante d’alto fusto dei boschi di Collina.
Di qui la relativa sorpresa dell’incontro con un gruppo di véspoi non sappiamo quanto numeroso, ma comunque abbastanza nutrito da colpire la fantasia dei valligiani e dettare la denominazione del corrispondente terreno. Beninteso, non una faggeta, come pure se ne trovavano numerose in Carnia345, ma solo una piccola isola di faggi entro il mare dell’abetaia.
E i véspoi ci sono ancora, qui, seppure in misura probabilmente inferiore al passato: pochi esemplari a dare, a distanza di secoli, senso compiuto ad un toponimo tanto caratteristico quanto inequivocabile.
Faggi a parte, il toponimo corrisponde ad alcuni prati fra Ğùof dabàs, Cuéštos e le Cjanalètos, sul versante destro del Riù di Cuéštos.

306. Vèto [te -]   Q1980, ✧S. Dirupo roccioso molto inclinato [id.]. Dall’it. “vetta”, con identico significato.

Balza rocciosa lungo le pendici meridionali della Crèto di Cjanâl, la Vèto è toponimo di origine quasi certamente venatoria, giacché la via di salita al m. Canale che transita di qui è assai poco frequentata346.
Nonostante sia tutt’altro che “vetta” (si trova anzi decisamente in basso sul fianco del monte) la forma triangolare della lastronata di roccia richiama tale forma, da cui il nome stesso347. La Vèto p.d. è il culmine della lastronata, là dove questa si restringe e va a terminare sul grande crestone SSE del m. Canale, che qui piega decisamente a S.

307. Vïàçs [ti -]   Q1830, ✧E. Pascolo, quindi prato in pendio ripido [id. inselvatichito]. Etim. v. Vìo, di cui Vïàçs è, almeno letteralmente, una sorta di plurale masch. spregiativo348. Il termine indica le fasce orizzontali formate dal calpestio degli armenti nei pascoli alpini (NP1271, manca in Sc).

Il luogo è così detto per la morfologia del terreno a fasce inclinate, verosimilmente originate dal pascolo del bestiame che si spingeva quassù dalle sottostanti e non lontane Bergjarìos. Il toponimo corrisponde infatti a un’area nell’alta valle del Riù di Cuéstos in dx or. di questo, fra Belvedère e Cjampēi.
Anche a prescindere dai vïàçs, per la fienagione si trattava di terreno impervio e difficile, oltre che assai lontano dall’abitato, tanto che pochi si spingevano quassù a falciare349. Anche il poco fieno che se ne ricavava andava trasportato fino a Ğùof dabàs per la mèdo e per il definitivo trasporto a valle.

308. Vidàrios  Q1190, ✧S. Coltivi in medio pendio [prato con abitazione AP101, attraversato da strada comunale]. Vidàrios è agglutinazione di vi-des-àrios, dove àrios è plurale dell’aria di Collina, e cioè di àrio (Sc9) dal latino aer (REW376). Vi- sta per “là”, mentre dès è la preposizione articolata “alle”, per un insieme che suona come “là alle arie”350.

Il luogo è così detto per i venti che vi spirano insistentemente, non di rado con forte intensità351.
Trovandosi al margine occidentale della campagna di Collinetta, il sito è infatti particolarmente esposto alle brezze di valle. La percezione della corrente d'aria è subitanea: anche nei giorni più afosi, giungendo qui dalla conca di CP – al riparo dei venti – si avverte immediatamente il moto della brezza.
Talvolta, la brezza si trasforma in vero e proprio uragano: nel 1992 la violenza del vento fu tale da asportare il tetto dell'edificio che si trova precisamente in questo luogo (AP54) e da radere interamente al suolo un fitto boschetto di abeti nel contiguo Devóur Àrios (v . il lemma che segue).
Vidàrios è l’autentica “porta” di Collina provenendo da Forni, e da questo accesso sono transitate e tuttora transitano tutte le vie di comunicazione che da là provengono352. E, come ogni porta che si rispetti, cela accuratamente ciò che si trova oltre: solo da qui, ormai alla fine del viaggio, la conca che racchiude gli abitati e i monti che la sovrastano diventano visibili al viaggiatore che giunge da Forni per la carrozzabile.

309. ⇑ Devóur Àrios   Q1190, ✧SO. Prato e bosco ripido [rovi e boscaglia, bosco]. Per àrios v. il lemma prec. + la prep. devóur-dietro.

È la continuazione verso O di Vidàrios: il devóur-dietro è riferito al costone che separa nettamente i due luoghi e che, scendendo al Fulìn, limita a O la campagna di CP. Devóur Àrios prelude all’ampia frana della Ruvîš, dalla quale è separato da un piccolo e del tutto anonimo agâr.
L’attuale aspetto brullo e poco attraente della parte superiore del luogo – caratterizzato da evidenti opere di contenimento di frana – è recente, e frutto del già ricordato uragano del 1992 (v. il lemma prec.). La parte inferiore, al confine con Val, è stata rimboschita intorno al 1960 con abeti oggi fittissimi, e costituenti una barriera quasi impenetrabile.

310. ⇑ Sót Àrios   Q1150, ✧SO. Prato in medio declivio [bosco fitto da rimboschimento] a E di Val. V. i due lemmi prec. + la prep. sót-sotto.

Il toponimo si spiega da sé, definendo la porzione di terreno sottostante i due toponimi precedenti, e trova ragion d’essere nella differente morfologia del terreno e nella minore insolazione rispetto ai quasi omonimi soprastanti.
Il luogo è oggi sede di un fittissimo bosco di abeti, piantati nella seconda metà del secolo scorso con funzione di contenimento del terreno, ad evitare scivolamenti verso la parte inferiore della contigua frana della Ruvîš.

311. Vidrìnos [in -]   Q1220, ✧SE. Coltivi e quindi prato [prato inselvatichito, strada comunale, edifici]. Parrebbe il diminutivo plurale di vidrìo (friul. vidrìa = contribuzione in natura, NP1273). A sua volta vidrìa dovrebbe essere derivato di avogadrìa (o avogarìa o avvocazia, comunque dal lat. avocare = distogliere, chiamare a sé), in epoca medievale ruolo connesso – fra gli altri – al diritto di esazione dei tributi per conto del feudatario353.
 1958. Partenza di gara di sci in Vidrìnos
1958. Partenza di gara di sci in Vidrìnos (foto G. Del Fabbro).

In sostanza, la vidrìno-vidrìa verrebbe a configurarsi come una sorta di gravame o angaria sui terreni in questione, una contribuzione in natura dovuta al titolare del diritto di avogadria (in epoca patriarcale, il Gastaldo di Tolmezzo, v. oltre).
Sin qui le ipotesi circa lo status dei terreni. Che in Vidrìnos avesse solitamente luogo l’adunanza della vicinia di Collina è invece documentalmente certo354.
Adunanza estiva, naturalmente: quella che si teneva con la partecipazione di tutti gli uomini, compresi i cramârs di ritorno al paese. Nella stagione invernale, quando i cramârs erano lontani ad esercitare il loro mestiere e i “vicini” erano in minor numero (e soprattutto faceva un freddo cane), l’adunanza si teneva in casa di qualche maggiorente del paese: “L'anno dalla Red.ne nostra 1795 Ind.e XIII g.no di Lunedì 30 9bre nella Villa di Collina nella stua della Casa del sig.r Michiele qm. sig.r Leonardo de Tamer, ove suol radunarsi la vicinia di quest'On.do Comune nella rigida stagione..355.
Sull’istituto della vicinia (o visinanço, com’è detta a Collina) molto vi sarebbe da dire, e infatti molto è stato detto, e scritto. Molto brevemente, e mi perdonino gli studiosi dell’argomento, vicinia era anzitutto la comunità o Comune dei “vicini” (altrimenti detti “comunisti”), i capifamiglia del villaggio e i rarissimi foresti cui l’ingresso nella vicinia era concesso solo dopo anni di residenza a Collina, e solo dietro un cospicuo versamento in denaro.
Come sopra già ricordato, la visinànço era anche il momento decisionale del Comune, una sorta di parlamento o potere legislativo formato dai vicini e convocato di norma due volte l'anno, a deliberare per il bene e l’interesse comune.
Le competenze della vicinia erano vastissime, toccando praticamente ogni aspetto della vita comune con l’unica eccezione della giustizia356: dall’elezione delle cariche pubbliche del villaggio – dal meriga ai consiglieri, al cameraro (praticamente, l’intero potere esecutivo del Comune) – all’assunzione del cappellano-mansionario, all’assegnazione delle angarie, e molto altro ancora…
In anni recenti l’antichissimo istituto della vicinia è oggetto di una autentica riscoperta e di nuova e crescente attenzione. Ciò non tanto sotto il profilo accademico quanto, e soprattutto, in chiave di riscoperta e rivalutazione (e rivendicazione) delle antiche autonomie amministrative e gestionali delle piccole comunità nei confronti della moderna istituzione comunale.
All’epoca della formazione del toponimo e fino agli inizi del XX secolo il luogo si trovava al limite occidentale del centro abitato di CG357: spaziava infatti dal fienile in luogo dell’attuale Albergo Cogliàns (sopra Agâr) fino al luogo della casa detta de Pàuro, costruita nel 1902 (AP73)358 lungo la stradella che congiungeva CP e CG. Sostituito l’antico percorso dall’attuale carreggiabile (la via Corona della odonomastica urbana), e costruiti i primi edifici lungo la strada359, Vidrìnos è venuta a trovarsi interamente incorporata nel centro abitato.

312. Viganìos [tes -]   Q1220, ✧NO. Bosco di conifere [id.]. Forse da Vižo, della quale le Viganìos fanno parte, seppure al loro limite superiore360.

Il luogo, sito sul versante S della valle, oltre i Reticolâts, è effettivamente parte integrante della Vižo, e quindi soggetto a regole.
Il luogo è prossimo al crinale che funge da demarcazione fra i territori di Collina e Givigliana. Come abbiamo già avuto modo di constatare (v. Ğùof), un confine tribolato e oggetto di incontri molto, molto movimentati: oltre che confrontarsi in punta di diritto e regalarsi reciproci sgarbi e ripicche, di291 tanto in tanto Culinòts e Gjvianòts se le davano di santa ragione, l’una e l’altra parte ritenendo di essere nel giusto e di battersi (sic) per la retta causa.

313. Vìo [in -]   Q?, ✧?. Semplicemente “via”, v. Sorovìo.

Anche di questo toponimo, raccolto da mio padre e oggi in completa obsolescenza, non sappiamo nulla circa posizione e destinazione d’uso del terreno.
Né può essere d’aiuto l’etimologia, pure del tutto trasparente, dal momento che Vìo potrebbe riferirsi a qualsivoglia dei numerosissimi sentieri e stradelle che si ramificavano per l’intero territorio361.

314. Vio Montarèço [la -]   Q1200, ✧E. Sentiero in prato [id.]. Per vio v. il lemma prec.; montarèço sembrerebbe originarsi nel verbo montâ = salire (Sc186) a sua volta dal lat. montare (REW5668), forse agglutinato con l’aggettivo rét = diritto, o anche ripido (Sc255)362 dal lat. (de)rectus = diritto (REW2648, 2). Si avrebbe dunque un odonimo, peraltro semanticamente corretto, come via “che sale diritta” o, forse meglio, “che sale ripida” (ai campi soprastanti).

Interessante esempio di odonomastica alpina, Vìo Montarèço delinea il ruolo della via, altrimenti un qualunque sentiero di montagna: la nostra vìo consisteva in una rapida (e ripida) salita che superava il dislivello fra la vecchia strada fra CP e CG – in corrispondenza del ponticello sul Riù di Cuéštos in Riù – e i soprastanti terreni di Fùos e Cjamavùor e oltre, fino al Rònc e alla Grataròlo363.
Gli interventi nella viabilità locale – il primo nel 1889, il secondo nel 1970, con la costruzione delle nuove strade e dei nuovi ponti – hanno mutato sostanzialmente la morfologia del luogo, cancellando interamente la parte inferiore del sentiero.
Abbandonata l’attività agricola, il breve tratto residuo della vio è usato dai boscaioli per la calata dei tronchi alla carrozzabile.

315. Virùncs   Q1110, ✧SO. Campi e prati in medio pendio con stavoli [prato inselvatichito in rimboschimento]. Agglutinazione di vi- e runcs, ma il luogo è invariabilmente detto Virùncs, V. Runc, di cui runcs è plurale; vi- ha la medesima funzione svolta in Vidàrios, Viculìno ecc. ossia “là a”.

Virùncs è la naturale prosecuzione di Colarìot in direzione di Collina, oltre l’Agaràt che separa i due terreni.
E con Colarìot Virùncs divise destino d’uso e qualità dei prodotti: fieno abbondante, ma di qualità tutto sommato modesta e non particolarmente gradita al bestiame. Pure ostinatamente e talvolta disperatamente ricercati, sole e caldo talvolta non danno buoni risultati, almeno sotto il profilo qualitativo.
In comune con Colarìot oggi Virùncs ha anche l’abbandono, che proprio sole e caldo amplificano a livelli incredibili: fra gli ultimi ad essere abbandonati (circa 1970), questi terreni sembrano incolti da sempre, o quasi. Erbe altissime, cespugli e alberi a foglia caduca dilagano con velocità impensabile, fino a insidiare la stabilità dei pochi stavoli ancora presenti, a loro volta già indeboliti dal tempo e dalle intemperie, e anch'essi ormai prossimi al crollo.
Situato immediatamente al di sotto della strada comunale Collina-Forni Avoltri, anche Virùncs era attraversato dall'antico percorso periziato nel 1768364.

316. ⇑ Sót Runcs   Q1080, ✧SO. Bosco misto in pendio ripido [id.]. Sót-sotto e Runcs del lemma prec.

Detto anche Runcs di 'Sot, è il terreno sottostante l’area identificata dal toponimo precedente, con sensibile mutamento di pendio e, soprattutto, a diversa e più modesta destinazione d’uso.
Tanto la ripida pendenza quanto la modesta insolazione (a cui si aggiunge il considerevole dislivello rispetto alla strada) hanno precluso una più remunerativa utilizzazione di questo terreno.

317. Vïùto [la -]   Q1190, ✧SE. Stradella a fondo naturale [scalinata in pietra]. Diminutivo di Vìo.

Unico esempio di odotoponomastica urbana originale a Collina, la viuzza (di nome e di fatto) non era altro che la parte terminale della strado des ùolğos che dalla Furcùço scendeva a CP. All’interno dell’abitato la Vïùto consentiva alle case superiori di CP l’accesso alla strada, più in basso, e nel contempo consentiva alle case inferiori l’accesso diretto ai prati di Cjamavùor, evitando un giro più ampio verso E.
La costruzione della nuova strada "tangenziale", che lascia quasi interamente l’abitato al di sotto della sede stradale, e la risistemazione-pavimentazione della Vïùto hanno cancellato la caratteristica forma concava della via, tipica di tutte le strados des ùolğos, convertendo quest’ultima in una graziosa scalinata con il fondo in porfido.

318. Vižo [te -]   Q1210, ✧NO. TU Vizza. Bosco di conifere [id.]. Vižo è il collinotto per “vizza”, termine generico a indicare un’area vincolata da regole o norme, dal longobardo wîffa = terra bandita (De133) o wizan = pena, punizione (REW9565), attraverso l’alto tedesco wizi = vizza, porzione di terreno soggetta a regole (REW9565a, Sc352).

Si tratta di un termine abbastanza diffuso come toponimo e microtoponimo, e sempre con il medesimo significato, nelle regioni del nord est dal Trentino al Sudtirolo, al Veneto e al Friuli365.
La Vižo è “bosco di proprietà di 7 comuni, compreso fra il ‘Fulìn’ e la forcella ‘Tórs’ (la nostra Furcjìto, N.d.A.) lungo la strada che da Collina conduce a Rigolato”. Così Scarbolo nel suo glossario, aggiungendo alla trattazione del lemma la genesi del nostro toponimo e la sua precisa collocazione sul territorio366.
In senso stretto, più che toponimo la Vižo è dunque una caratteristica amministrativa dei terreni sui quali si estende, dei quali indica l’assoggettamento a particolari regole: conseguentemente, il termine abbraccia e comprende numerosi toponimi che, singolarmente, individuano ciascuno i diversi luoghi che fanno parte della Vižo.
Quanto alle origini delle regole e del toponimo, sembrano risalire assai indietro nel tempo. In un documento del 1791 a firma di “Pietro Uruzzi Nodaro” si fa riferimento a documenti antecedenti, rispettivamente del 1662 e del 1727, che regolamentavano l’uso della Vizza.
Nel documento, senza titolo e datato Tolmezzo 21 giugno 1791, si registra la comminazione di una “pena di Ducati 100” ai capi del Comune di Collina “per occasione del taglio d’arbori furtivo … fatto da ignote persone nel bosco detto Vizza in loco detto Sorepuinz posto nella pertinenza della villa di Collina367.

1916. Volaia, comando prima linea
1916. Volaia, comando prima linea.
319. Volajo [te -]   Q1975, ✧S. TU Passo Volaia, Wolayer Pass. Roccia nuda e pascolo alpino [id.]. Friulanizzazione del tedesco Wolayer, ma le grafie non sono concordi: nella letteratura d’oltralpe si trova anche Volayer, Volaia etc., e più anticamente Molaja Alpe e Molajer See (1785). Dal romanzo vallaris o vallaria = forra, vallicella368.
1916. Volaia, baraccamenti a ridosso della prima linea
1916. Volaia, baraccamenti a ridosso della prima linea.

Con la radice neolatina autorevolmente avanzata da Pohl viene dunque a cadere la mia prima ipotesi di Volaia come derivato dal tedesco voll = pieno e Aue = pascolo, con riferimento agli ampi pascoli della grande conca sottostante il passo369. Analogamente sembra venire meno anche l'ipotesi di Maurizio Puntin, fondata sulla grafia tardo settecentesca Molaja di cui alla nota 408, che vorrebbe una radice in Möll = palude e che avevo preso come sostitutiva della mia precedente.
La Volajo costituisce una profonda e importante incisione nella Catena Carnica principale, che dà luogo all’omonimo passo e che mette in comunicazione Collina e il bacino del Degano/Tagliamento/Adriatico con Birnbaum nel Lesachtal, e quindi con il sistema Gail/Drava/Inn/Danubio/Mar Nero.
Nei dintorni del valico, conosciutissimo fra gli alpinisti e gli escursionisti dei due paesi, sorgono due rifugi: uno in territorio italiano (Lambertenghi-Romanin, di proprietà del comune di Forni Avoltri), l’altro in territorio austriaco (Volayerseehütte370, di proprietà dell’ÖAV, il Club Alpino Austriaco), sulla sponda NO del grazioso laghetto di Volaia.
Più che il passo vero e proprio, nella parlata di Collina il termine Volajo individua l’intera area circostante, mentre il valico propriamente detto era un tempo denominato Caròno Ròsso (Corona Rossa), per la cospicua presenza di rocce rossastre proprio in corrispondenza del valico e immediatamente a SO di questo371.
Volàjo rimane nella parlata di Collina un termine generico, dunque, non accompagnandosi ad altri microtoponimi (il m. Volaia è invenzione recente, probabilmente risalente alla prima guerra mondiale e poi fatta propria dalla TU).
Al contrario, il termine tedesco Wolayer accompagna una mezza dozzina fra microtoponimi e idronimi: pass (passo), see (lago), bach (rio), törl (forcella), tal (valle), alpe (alpeggio, i già citati Obere e Untere, superiore e inferiore). A proposito degli alpeggi di Volaia, è interessante notare come fino alla fine del 1800 affittuari delle malghe fossero proprio i Collinotti.
Non si può dimenticare l’utilizzo del valico, ancora in tempi relativamente recenti, quale passaggio in direzione di Monte Croce attraverso la Valentina372. Percorso certamente più lungo e complesso rispetto alla via per la Fòrcjo di Plumbs, e che oltretutto comportava un'ulteriore salita d'inverno assai pericolosa da Volaia al passo della Valentina (il Valentin Törl della TU austriaca), ma che scendendo alle spalle di Monte Croce, e quindi già in territorio austriaco, evitava il transito dal valico.
Un vantaggio non da poco per chi cercasse l'anonimato (ad esempio chi fosse privo di documenti per l’espatrio), o chi portasse qualcosa da nascondere a gendarmi e finanzieri (come i contrabbandieri/cacciatori di Collina373).
Non raramente, oggetto del contrabbando era la selvaggina stessa: a parziale attenuante dei “bracconieri-contrabbandieri” non si può tuttavia dimenticare che spesso (non sempre, ma spesso) lo facevano per autentica fame, e non per diletto…
Situato lungo il confine fra il regno d’Italia e l’impero Austro-Ungarico, il passo di Volaia ebbe una certa rilevanza nel corso degli eventi bellici del 1915-1917, quando dall'inizio delle ostilità fino alla rotta di Caporetto vi si fronteggiarono gli Alpini e i Landesschützen austriaci. Alpigiani locali questi ultimi, contadini della Carinzia e della stessa Lesachtal; montanari piemontesi invece gli Alpini dei battaglioni val Stura e Dronero, mentre gli Alpini di Collina, inquadrati nel battaglione Tolmezzo, combattevano altrove, sul Pal Piccolo e Pal Grande, o in Valcanale.
L’importanza bellica del valico fu tuttavia relativa, in quanto si trattava pur sempre di un valico di alta montagna, raggiunto da una viabilità approssimativa e non praticabile d'inverno se non da truppe di montagna con armamento leggero. In sostanza, non si poteva invadere il paese nemico con carriaggi pesanti e salmerie attraverso il passo di Volaia. A riprova di ciò, i combattimenti che vi si svolsero non furono neppure lontanamente paragonabili a quelli per il controllo del valico strategico di Monte Croce Carnico. Paragonati alle carneficine del Pal Piccolo, dunque, i combattimenti di Volaia furono davvero poca cosa: tuttavia, pur sempre di fronte si trattava, e la vita dei soldati d’ambo i fronti era a rischio tutti i giorni.
Dopo i primi aspri combattimenti per la conquista e la riconquista del passo, presidiato dagli austriaci all’inizio delle ostilità e in giugno conquistato dagli italiani, nell’agosto 1915 la situazione a Volaia si stabilizza, e l’attività si riduce a scambi di fucileria e qualche tiro di artiglieria: italiana dal lontano Pic di Gòlo, austriaca dal Maderkopf o dallo Judengras. Talvolta, un infruttuoso tentativo austriaco di riguadagnare il passo o un breve scontro di pattuglie in esplorazione notturna al di là delle proprie linee illumina sinistramente il lago e le pareti di roccia dintorno. Dopo qualche ora, tutto ripiomba nel buio più profondo e in un silenzio altrettanto profondo, rotto solo dalle ghiaie smosse dalle corvées che raggiungono gli avamposti più lontani.
Nei rapporti degli ufficiali ai propri comandi ricorre frequentemente la parola “calma”. D’inverno la calma è spesso assoluta, come se anche la guerra appartenesse alla natura che, nel suo ciclo annuale, in questa stagione rallenta il suo ritmo o lo arresta del tutto. Tutto fermo e immobile, saldato nella morsa del gelo. E gli uomini che si combattono trovano un nemico comune nel freddo che li costringe – tutti – a difendersi nelle grotte e nelle baracche, al riparo dalla neve e dal vento che in montagna moltiplica il freddo. Al coperto e al sicuro… Forse.
“… La valanga è precipitata dal versante orientale del M. di Volaia, riversandosi nella conca sottostante dove ha spazzato via delle baracche e la cucina degli ufficiali; altri due baraccamenti sono stati schiacciati dal peso della massa nevosa. Iniziati immediatamente i lavori di soccorso, sono stati estratti 55 morti e 64 feriti; i dispersi sono 32. I lavori proseguono ma sussiste il grave pericolo di altre valanghe. Per il momento è impossibile effettuare il trasporto dei feriti. Si segnalano valanghe in tutto il settore con dolorose perdite, interruzione delle linee telefoniche e tenace opera di soccorso. Gruppo tenente Fasser374.
Ma anche la guerra finisce, e il silenzio torna padrone a Volaia: lo splendido, meraviglioso silenzio che la montagna sa regalare ai suoi adepti (sic) in cambio di davvero poca cosa: attenzione e rispetto, e nulla più.
Ma è destino (?) che la pace non duri a lungo lassù. Oggi, la Volajo è meta di un incessante pellegrinaggio di escursionisti, tanto che entrambi i rifugi sono stati recentemente ricostruiti o ampliati per soddisfare la crescente domanda di alpe. Nelle domeniche d’estate, l'aspetto del luogo richiama quello di una sagra di paese o, forse meglio, di una spiaggia cui manca solo il carretto degli hot dogs con relative patatine fritte per essere davvero tale. Un’iradiddio, insomma. Ma appena fuori stagione...
Appena l’aria si fa pungente e i "bagnanti" alpini muovono verso altri lidi, un altro mondo rivive, un mondo nuovo e antico dove solo il vento è compagno di chi si avventura lassù ad ascoltare.
Un mondo dove chi vuole e sa intendere la voce dei monti riesce ancora a percepire, frammisti al sibilare del vento e al lieve sciabordio delle acque del lago, il rumore sordo delle pietre smosse dal passo di vecchi emigranti, il richiamo lontano di alpinisti d’altri tempi, mormorii e suoni e canti di alpini e landesschützen che quassù hanno visto l'intero ciclo delle stagioni, e forse qui hanno vissuto anche la loro ultima, di Sbilfs e Perchten, veri e soli abitanti e proprietari di questi luoghi…
Ma questo è parte della toponomastica non ragionata… O no?

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