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1. Agadòrio [in -]   Q1400, ✧SE.   Prato ripido [id. inselvatichito]. Agadòrio è termine generico per indicare il canale o solco naturale di scorrimento d'acqua (Sc2), per lo più di piccole dimensioni. Sta con il lat. aquatoria = fosso d'irrigazione (REW579).

Sembra trattarsi di toponimo comune, che si riscontra anche altrove in Carnia1.
Il luogo è così detto per il piccolo corso d’acqua che attraversa il prato, sito fra Sôro Stâli e Creşadìço. Il ruscello, peraltro senza nome, discende quindi in Fontànos, per gettarsi infine nel riù di Morarìot in prossimità della Cjalcinêro di CG.

2. Agâr [in -]  Q1220, ✧SE.  Coltivi in declivio dolce [orti e prato inselvatichito] poco sotto l’abitato (S) di CG, in direzione della chiesa. In lingua friulana è detto agâr il solco formato dai corsi d’acqua (Sc2), dal latino aquarium = solco d'acqua, acquaio (REW576)2.

Nei documenti e regesti notarili la prima menzione del toponimo è della fine del XVI secolo: “A di 24 sembrio 1595. jacomo fiolo di antonio barbolan è debitor alla … Giesia di santo michiael di contadi per li ficti lire cioè L.8 obliga … in agar3.
Agâr ricompare in un documento notarile di oltre un secolo più tardi: “il soprascritto S.r Nicolò di proprio judicio … sotto speranza di futuro esborso et per assicuratione e manutentione d'essi d.tti 80 … ha sotto posto … un pezzo di Pratto chiamato d'agar situato in dete pertinenze appo li suoi confini4.
Nel linguaggio corrente e nella toponomastica l’agâr è sempre inteso come il solco di scorrimento delle acque meteoriche, di dimensioni variabili ma per lo più privo d'acqua in assenza di piogge o di fusione delle nevi. È pertanto termine generico, a cui di volta in volta sono associati aggettivi o altri elementi identificativi.
“Firmati” o anonimi che siano, il numero di agârs nel territorio di Collina è davvero considerevole. Comprensibilmente, verrebbe da dire, vista la morfologia del territorio e le abbondanti precipitazioni: ripidi e stretti in mezzo al bosco (A. Scûr, A. dal Cjavàl), autentici canaloni rocciosi larghi decine o centinaia di metri (A. dal Furlàn e A. di Róndoi), interamente erbosi e quasi inavvertibili (A. di Macìlos e questo stesso toponimo, Agâr), gli agârs solcano numerosi i pendii della valle, accompagnati dall’attributo che ne richiama le caratteristiche.
Tuttavia, forse per maligno contrappasso, forse per rivincita di etimologia violata, certo per paradosso, la presunta antonomasia di questo toponimo privo di attributi – in Agâr –, proprio quello che potrebbe e forse dovrebbe rappresentare tutti gli agârs di Collina, …non c’è. In Agâr è o certamente fu un aquarium, ma non è un agâr lontanamente simile ai suoi numerosi omonimi dei quali non possiede, se si eccettua la concavità, alcuno dei principali requisiti.
Al contrario dei suoi omonimi variamente aggettivati, quasi sempre rocciosi e a regime bizzarro almeno quanto la meteorologia locale, in Agâr individua un’ampia area entro l’abitato di CG5, un tempo coltivata e oggi prativa, dalla caratteristica forma concava, che dall’abitato scende in direzione della chiesa6.
L’area sottostante Agâr (Valgèlo) è caratterizzata da numerosi fenomeni di risorgiva e da una diffuso reticolo di ruscelli, mentre il terreno identificato dal nostro toponimo sta ben all’asciutto, tanto da farne un’eccellente area a coltivi e orti, a dispetto di tutti gli agârs di questo mondo.
Siamo insomma in presenza di una delle non rare contraddizioni apparenti che popolano la toponomastica di Collina, e a cui si è già fatto cenno nella parte introduttiva. La prima contraddizione, non certo l’ultima: altre ne incontreremo nel prosieguo di questo lavoro.

3. Agâr Balt [lu -]  Q1530-1465, ✧S.  Ripido solco di scorrimento d’acqua [id.]. V. Agâr; Balt è dal lat. balteum = cintura (REW), pl. baltea = muro di cinta dell’anfiteatro e, per estensione, luogo scosceso e dirupato (da cui anche l'it. “balza”).

Ripido e precipite7 nella sua parte superiore, l’Agâr Balt scende lungo il versante orientale del “monte del fieno” o mont dal fén (Creşadìço), e insieme al Riù de Cjafòlto è il precursore dell’Agâr di Macìlos: quest’ultimo continua infatti il corso dei primi due a valle della loro confluenza.
Come quasi tutti i suoi simili, l'agâr è a regime torrentizio: in condizioni normali la portata d’acqua è modesta, potendo contare solo sulla piccola sorgente detta fontano di Agâr Balt.

4. ⇑ Agâr Balt [in -]   Q1390, ✧SE.  Prati in medio pendio [id. inselvatichiti]. V. il lemma prec.

Meritevole d’interesse in sé e di denominazione da parte dei Collinotti non è naturalmente l’agâr del lemma che precede, quanto piuttosto i prati di mont la cui parte superiore affianca l’agâr stesso sulla dx orografica, e che furono sfalciati per secoli.
Negli archivi ritroviamo infatti diverse menzioni del nostro agâr a partire dal '600: “…consegnerano a Biasio minor figliolo … la mittà del prato d'Agarbarp verso sol à monte giusto li suoi confini…8.
Come pure, trent’anni più tardi: “Zuan Tamusino per nome della moglie et delli di loro H.di ha sotto posto … altro pezzo pratto locho detto Pradut in agar balp, conf.a con S.r Biasio Barbolan…9.
Prati lontani e disagiati, questi di Agâr Balt, ben presto in disuso e poi definitivamente abbandonati nel secondo dopoguerra.

5. ⇑ Insom d’Agâr  Q1560, ✧S.  Prato ripido [id. inselvatichito]. V. Agâr e insòm = in cima a.

Il toponimo non è più in uso, ed è stato desunto da un documento notarile del XVII secolo che così recita: “Per una solla fieno del pratto nel monte del fieno detto in som d'agar… Ducati X per la stima di perciò pratichatta…10.
Il prato così denominato non sta, come ci si dovrebbe ragionevolmente aspettare, sopra in Agâr, ma bensì sopra l’Agâr Balt, lungo il versante orientale del “monte del fieno” (v. Creşadìço), sotto la Cjafòlto.

6. Agâr dal Cjavàl [lu -]   Q1330, ✧NO.  Ripido solco di scorrimento d’acqua nell’abetaia [id.]. V. Agâr; cjavàl è il cavallo (Sc47), dal lat. caballus (REW1440).

Il versante meridionale della valle di Collina è solcato da numerosi agârs11, per lo più rocciosi e precipiti, che scendono al Riù di Morarìot: quello del Cjavàl è il più a dx (dirimpetto a CP), per chi osservi l’ampia fascia boscosa che fronteggia gli abitati.
Per lo più asciutti in condizioni normali, in caso di forti piogge questi agârs acquisiscono una discreta portata, tale da formare una serie di cascatelle ben visibili soprattutto dall’abitato di CP.
Il toponimo è recente, risalendo ai primi anni del secolo scorso12, e si deve al valoroso (nel senso economico del termine…) animale che vi scivolò, precipitando fortunatamente solo per qualche metro. Non casualmente, il luogo è anche detto Salt dal Cjavàl, Salto del Cavallo. Nella sua scomoda posizione, incastrato nell’agâr ripido e scivoloso, il caballus dovette essere imbragato e quindi sollevato, con non poco lavoro e fatica13.

7. Agâr dal Clap de Fàrio [lu -]   Q1380-1135, ✧NO.   V. rispettivamente Agâr, Clap, e Fàrio: il risultato è una sorta di letterale e decisamente insolito “solco del sasso dell’officina”.

Davvero complesso, il toponimo ha in realtà la sola funzione di identificare a distanza un ripido agâr in mezzo al bosco, nel versante opposto all’abitato e in luogo di non facile né frequente accesso.
Masso calcareo di grandi dimensioni, il clap de Fàrio era situato (fu fatto saltare con l’esplosivo intorno al 1960) fra il Prât da Cumùn e la Fàrio. Chissà come capitato sin laggiù, forse durante l’epoca glaciale, il clap era il punto focale dei ragazzi al pascolo nei dintorni (ma non solo: la vicinanza all’abitato di CP ne faceva comunque un punto d’incontro e luogo di gioco): una sorta di dazebao ante litteram, caotico manifesto di pietra ricoperto di scritte, iniziali e nomi senza età scolpiti nella pietra, ad immortalare generazioni di giovincelli (e giovincelle) che vi salivano a prendere il sole mentre le vacche brucavano l’erba poco distante. Quadretto bucolico certo ingentilito dal tempo e dal ricordo, ma tuttavia non privo di realismo.
Di ritorno alla toponomastica, la sola funzione del clap era quella di indicare, a chi transitava lungo la vicina via della chiesa o su par Pàlos, la direttrice lungo la quale trovare l’agâr sull’opposto lato della valle. Una sorta di enorme puntatore, insomma.
Cancellato il clap da una carica d’esplosivo, ci rimane la sua testimonianza nell’Agâr dal Clap de Fàrio, oggi un poco più difficile da identificare, senza il masso stesso. Lo si individua solo contando uno a uno (quando visibili, dopo forti piogge) gli agârs che solcano la foresta e che, a partire dal Fulìn, da dx a sx sono: A. dal Cjavàl, A.dal Gran Salt, A. dal Clap de Fàrio, A.di Plan, A. Scûr.

8. Agâr dal Furlàn [lu -]  Q2550-1500, ✧SO.  Roccia nuda [id.]. V. Agâr. Di significato trasparente (“Agâr del Friulano”).

Il nostro toponimo identifica il grande e caratteristico canalone SO del Cogliàns, spesso con neve, ben visibile da Collina e notissimo a chi percorre il sentiero Spinotti, che attraversa orizzontalmente il grande solco nella sua parte superiore.
In primavera, l’Agâr dal Furlàn si trasforma in una sorta di naturale bocca da… neve, sparando a valle la famosa (a Collina, beninteso) lavino dal Furlàn, poderosa valanga che tradizionalmente segna l’inizio della primavera14.
Non è certa l’identità del furlàn, anche se è probabile che si tratti dello stesso Riccardo Spinotti, a cui è intitolato il noto sentiero alpinistico15.

9. Agâr dal Gran Salt [lu -]  Q1330, ✧NO  Roccia e muschi in bosco resinoso [id.]. V. Agâr; salt è “salto” o “balzo” (Sc267) dal lat. saltus (REW7554).

Agâr del grande salto”, così detto per il balzo roccioso della sua parte inferiore, dove le acque meteoriche formano una cascatella, modesta per altezza e portata ma ben visibile da CP.
È il secondo da dx dei numerosi agârs nel versante a bacìo della valle. È anche uno dei pochi toponimi dettati dalla sola osservazione a distanza, in quanto corrispondenti a luoghi del tutto impraticabili e privi di qualsiasi interesse economico, e pertanto utilizzati a solo scopo di orientamento.

10. Agâr di Macìlos [in -]  Q1230, ✧S.  Prato in pendio moderato [prato inselvatichito]. V. Agâr; macìlos è derivazione del lat. maciuletum = maceratoio per la canapa (REW5214 s.v. maciulentare).

Il prato così detto è costituito dalla parte intermedia dell’omonimo Agâr di Macìlos (v. il lemma seg.), e costituisce il limite orientale della campagna di CG, dove questa lascia il posto al bosco di Clap de Scjàlo. La forma è tipica degli agârs, ovvero un solco che segna una netta discontinuità rispetto alle aree contigue, ma di forma assai più ampia e dal declivio relativamente dolce.
La parte destra (or.) dell'agâr è costituita da un ampio e concavo solco prativo (Devóur Tamošo), mentre il margine sinistro è formato da un boschetto di abeti che dal fondo dell’avvallamento si erge ripido per poche decine di metri, fino al terrazzo di Pièrtios di Vereòns. Poche le rocce affioranti, e circoscritte al fondo del solco ove, solo in caso di piogge molto intense, scorre ancora un poco d’acqua.
Proprietà comune, e ormai fruibile all’agricoltura, l’
Agâr di Macìlos
fu privatizzato e mutato in prato nella seconda metà del 180016. Il toponimo tradisce la funzione del luogo, che fino al 1920 circa ospitava le operazioni di macerazione e gramolatura della canapa coltivata a CG. Macerazione tuttavia non “classica”, ovvero per immersione in acqua, ma per semplice esposizione agli agenti atmosferici: sole e pioggia (quest’ultima notoriamente abbondante da queste parti…) si sostituivano alla immersione in vasca, tecnica ampiamente adottata in climi meno piovosi.
È assai verosimile che a Collina i luoghi destinati a questa operazione non fossero molti, ma sappiamo con certezza che erano almeno due: questo di Agâr di Macìlos per la canapa coltivata a CG, e un altro nei dintorni della Puartùto per la canapa coltivata a CP17.

11. ⇑ Agâr di Macìlos [lu -]   Q1465-1190, ✧S.  Solco d’acqua [id.]. V. il lemma prec.

È il lungo solco formato dalla confluenza dell’Agâr Balt e del Riù de Cjafòlto, che scende fino a confluire nel Riù di Morarìot all’altezza del Mulìn di Nino.
Nel corso dei secoli la morfologia dell’
agâr
, dal corso ripidissimo nella parte iniziale e terminale, ha necessariamente subito considerevoli cambiamenti. La sua parte mediana, decisamente ampia e di pendenza modesta (v. il lemma prec. e Devóur Tamòšo), lascia supporre in origine una portata d’acqua considerevole, almeno in occasione delle piene stagionali. Oggi l’alveo è pressoché asciutto, tranne in caso di forti piogge, e nel tratto mediano il terreno non è ghiaioso, ma è invece ricoperto di una consistente cotica erbosa già destinata allo sfalcio. Dunque (forse a causa di un terremoto o di una frana nella parte superiore, o entrambe le cose), le acque meteoriche non scorrono più a valle nel solco originale, ma sono disperse o inghiottite a monte della parte terminale.

11bis. Agâr dal Plevàn [lu -]   Q1250-1080, ✧S.  Ripido solco di scorrimento d' acqua, arbusti, bosco misto [id., in terreno di frana]. V. Agâr e i lemmi precedenti; plevàn = parroco, curato (Sc233), dal lat. plebs = pieve (REW6591, 2) + suffisso -anus.

Agâr quasi solo di nome (l'acqua vi scorre solo in caso di forti piogge) che attraversa la strada Forni-Collina, è parte integrante della Ruvîš di CP.
L'Agâr dal Plevàn è il luogo preciso ove il 29 agosto 1894 cadde e trovò la morte il curato di Sopraponti, pre’ Pietro Longo, evento già richiamato nella parte introduttiva a proposito delle vie di comunicazione. La costruzione della strada e il rimboschimento della frana hanno profondamente alterato lo stato dei luoghi, al punto che oggi un osservatore stenta davvero a comprendere come qui una persona potesse letteralmente lâ a bródol - andare a ruzzoloni - e perdere la vita. Eppure, come abbiamo visto, il plevàn fu solo l'ultimo di un elenco decisamente nutrito.
Fino alla fine dell'800 e all'avvio della bonifica la frana della Ruvîš non solo fu veramente tale, ma era per di più attraversata, in luogo della attuale strada, da un sentiero che proprio qui era largo in qualche loco piede uno et in qualche altro piede mezzo18. E un piede (intero) significava qualcosa meno di 35 cm...

12. Agâr di Róndoi [lu -]   Q1780-1340, ✧SE/S.   Ripidissimo canalone di roccia nuda [id.]. Il ròndol è il brontolio, in particolare dei tuoni, dal verbo rondolâ = rombare sordo e diffuso.
Agâr di Róndoi
1916. La parte superiore dell’Agâr di Róndoi, fra il m. Canale (a sx) e il m. Capolago (a dx).

Il rondolâ19 del nostro agâr è dei tuoni, delle acque che vi precipitano con grande violenza, delle valanghe primaverili. E delle streghe.
Streghe e, beninteso, personaggi consimili d’ogni genere e fattura, giacché quassù era il regno del bestiario extranaturale, tutto insieme proteso a far danno agli incauti o temerari che di giorno osassero avventurarsi ventissù, e di notte ardissero superare l’invalicabile limite della straceàdo, la linea segnata dall’acqua piovana cadente dal tetto di casa. Di giorno confinati nell’Agâr di Róndoi, streghe e mostri scendevano di notte a impadronirsi del territorio e a ghermire chiunque non fosse al riparo del tetto di casa.
Oggi ospite solo di tuoni e valanghe (notoriamente streghe e miti sono state soppressi e sostituiti, con evidente scadimento estetico e qualitativo, dalla TV) l’Agâr di Róndoi è la parte inferiore dell’ampia gola fra i monti Canale e Capolago, la cui parte terminale, ormai in fondovalle, si restringe a pochi metri formando l’angusta forra di Ornella.
Il bacino di alimentazione dell’Agâr di Róndoi è di dimensioni gigantesche, e oltre alle acque meteoriche raccoglie in gran copia detriti, tronchi d’albero e ogni cosa che la furia degli elementi – acqua, vento, e soprattutto valanghe – trascina a valle. Molti anni fa ebbi la ventura di risalirne il tratto inferiore20, e l’ambiente è davvero impressionante, di grande severità ma allo stesso tempo maestoso, con pareti concave alte decine di metri che aggettano sul fondo del canalone a mo’ di soffitto, salti di roccia inframmezzati da ripiani pressoché orizzontali.
E, naturalmente, nel profondo solco giace tutto ciò che rimane in attesa di essere trasportato a valle dalla prossima piena o dalla prossima valanga: tronchi incastrati, ceppaie, ghiaie. Nell’insieme, una sensazione di grande e incontenibile potenza. Altro che le povere streghe…

13. Agâr dal Sant [lu -]   Q1600-1370, ✧SO.  Ripido alveo di scorrimento di acque [id.]. V. Agâr; sant = santo (Sc269), dal lat. sanctus (REW7569).

L’Agâr dal Sant è il primo dei due agârs (il secondo è l’A. di Tòc) che scendono ripidi in sx del Riù di Cuéštos e che si incontrano salendo a Cjampēi, poco oltre il Plan di Cjampēi.
Non è noto a quale santo, probabilmente raffigurato in un’ancona posta nei dintorni, faccia riferimento il toponimo. L’origine potrebbe essere accostata a quella di lemma Plan dal Sant (v.), e cioè al diritto di proprietà della locale chiesa di san Michele Arcangelo.
Tuttavia, la natura franosa del terreno porta ragionevolmente ad escludere tale ipotesi per suggerire, in luogo di una proprietà fisica, una sorta di patrocinio spirituale da parte di un sant un tempo qui raffigurato a protezione (forse dalla stessa frana?) dei viandanti che transitassero nelle vicinanze.

14. Agâr Scûr [lu -]   Q1220, ✧NO.   Ripido solco di scorrimento d’acqua [id.]. V. Agâr; scûr è l’aggettivo “scuro” o “buio”, dal lat. obscurus (REW6020).

È l’agâr che scende in sx del Riù di Morarìot poco a valle della confluenza del Riù di Plumbs, all’estremità orientale di Plan di ‘Sôro, ovvero il più a sx (NE) degli agârs per chi osserva da CG (v. Agâr dal Clap de Fàrio).
L’aggettivo scûr che lo caratterizza è quanto mai calzante, in quanto il solco d’acqua è pressoché invisibile da Collina, nascosto nel folto dell’abetaia a S della valle. Persino d’inverno e in primavera la neve residua sul fondo dell’incavo è celata alla vista, quasi ricoperta dagli abeti accalcati intorno al piccolo rio, di modestissima portata e non perenne.
L’Agâr Scûr è attraversato dall’interessante sentiero che, dipartendosi dal Fulìn lungo la vecchia strada che costeggia il rio, risale il corso d’acqua fino al Mulìn di Nino e quindi alla Siēo.

15. Agâr di Tòc [lu -]   Q1650-1370, ✧SO.   Ripido solco d’acqua [id.]. V. Agâr; Tòc è un cognome di Collina, endemismo di antica origine ancora oggi portato da non poche famiglie (la grafia moderna in anagrafe è però Toch): la sua presenza in loco è documentata sin dal 1500, ma probabilmente è di ancora più antica data21.

L’Agâr di Toc è il secondo dei due agârs che si attraversano al limite superiore del Plan di Cjampēi (il primo è l’A. dal Sant) salendo agli alpeggi di Cjampēi.
Acquisita l’origine antroponimica, mi sembra tuttavia di potere escludere una connessione ad un concetto di proprietà, dal momento che la valenza economica dell’elemento geografico (non è un fondo o una fonte o un bosco o altro) è nulla. È necessario quindi ripiegare su elementi meno strutturali e più casuali, come un particolare evento o personaggio, o altro di comunque difficile identificazione.

16. Agaràt [dal -]   Q1160, ✧S.   Agâr di medie dimensioni, molto ripido [id.]. V. Agâr: il suffisso -at ha significato peggiorativo/spregiativo, con un risultato simile a “canalaccio”.

E canalaccio era davvero, il nostro Agaràt, prima degli interventi di messa in sicurezza in seguito alla tromba d’aria e ai conseguenti disastri del novembre 2002, opere che hanno ridotto (almeno per ora) il solco erosivo ad un modesto valloncello erboso e senza pretese.
Il dispregiativo è senza dubbio da attribuire tanto all’aspetto – vagamente repellente e apertamente minaccioso – che il profondo solco metteva in mostra a monte dell’antico percorso che l’attraversava22, quanto ai considerevoli danni che le piene dell’agâr apportavano ai prati circonvicini (Virùncs), disseminandoli di pietre e ramaglie.
L’Agaràt è tuttora facilmente individuabile lungo la comunale Forni Avoltri-Collina, fra Colarìot e Virùncs, grazie alle evidenti opere di contenimento in pietra e tronchi effettuate a monte della strada, e soprattutto grazie ad un voluminoso pozzetto che raccoglie e scarica nel “canalaccio” le acque meteoriche convogliate dalla cunetta della strada stessa.

17. Antîl [in -]   Q1275, ✧S.   Coltivi e prato da sfalcio in medio pendio [prato inselvatichito]. Antîl è precisamente l’anta della credenza o della porta (Sc7), dall’omonimo lat. anta (REW492). In alternativa, si può pensare ad un’origine del toponimo nel lat. ante o anti = prima (REW494) o antelatus = anteposto, preferito.

L’ipotesi più verosimile circa l’origine del toponimo si rifà all’aspetto funzionale di apertura/chiusura richiamato dal termine, ben evidenziato da un derivato dello stesso antîl, ovvero antilàrio = apertura o passaggio nel recinto della malga, chiuso con stanghe (Sc7).
In questa chiave antîl potrebbe dunque individuare un’apertura o passaggio in una recinzione per il bestiame, oppure posta intorno ai coltivi più prossimi all’abitato, a protezione tanto dagli animali domestici al pascolo fuori del recinto quanto dalle incursioni degli animali selvatici23.
Sito in posizione assai privilegiata per accesso ed esposizione, Antîl farebbe logicamente supporre, sin dalle origini dell’insediamento, un uso intensivo del fondo da parte degli abitanti della vicina CG, ciò che darebbe anche conto della chiusura del fondo a protezione del raccolto. Alla fine del XVII secolo Antîl (o una parte di esso) è infatti a coltivi, giacché gli archivi riportano come “In primo Collonelli consegnerano a Biasio minor figliolo … la mettà del campo d'Antil cioè la parte di sopra … giusto li loro confini24.
Tuttavia, due secoli più tardi Antîl (o parte di esso) risulta terreno di proprietà comune e – abbastanza incredibilmente – incolto, al pari di altri fondi che negli anni 1860-1871 saranno divisi fra i membri del Consorzio dei capifamiglia, oppure ceduti e privatizzati. Nelle cronache del tempo si ritrova infatti quanto segue: “1871. Venne fatta da Leonardo Caneva la divisione dei beni incolti Foràns, Ruvîs, Chialghiadôr (il nostro Cjalgjadùor), Aperto (Avièrt), Sarmualis (Sarmuàlos), Antîl e Agâr di Macìlos25.
Si noti come tutti gli altri luoghi sopra elencati si trovino in posizioni assai più sfavorevoli di Antîl, e quindi più ragionevolmente di quest’ultimo incolti al tempo della divisione. Per Antîl si tratta quasi certamente di un equivoco, o solo di una parte dei terreni definiti dal toponimo, oppure ancora di una semplificazione da parte dell’estensore (Antîl per Devóur Antîl?), il quale redige le sue memorie a distanza di quasi cinquant’anni dagli eventi descritti. In ogni caso, l’attributo di “incolto” riferito a quest’area appare decisamente fuori luogo e poco credibile.
Situato a O dell’abitato di CG, dove oggi si trova la cisterna dell’acquedotto, Antîl segna il limite occidentale della campagna di CG: l’area a coltivi è interrotta dal costolone erboso che scende da Masério a formare la Capo di Marc e dietro il quale, in terreno assai meno favorevole per l’attività agricola, si trova Devóur Antîl (v. il lemma succ.).

18. ⇑ Devóur Antîl   Q1280, ✧SO.   Prato ripido, forse anche pascolo [id. inselvatichito, cespugli]. V. il lemma prec. e la prep. devóur-dietro.

Separato da Antîl dalla netta costola erbosa che scende a formare la Càpo di Marc, a chi osservi da CG il luogo si trova nascosto dietro la costola stessa, così suggerendo la denominazione Devôur Antîl.
Tuttavia, a separare e distinguere i due terreni non è solo una semplice piega del terreno: esposizione, inclinazione, e dimensione fanno di Devóur Antîl un fondo assai meno pregiato del suo “genitore”: segnato da numerose frane e smottamenti, il terreno scende ripido al sottostante Riù di Cuéštos.
Oggi Devóur Antîl è interamente attraversato dalla strada forestale che, tagliando diagonalmente il pendio, punta direttamente al fondo della valle per salire, con moderata pendenza, aRiù di Cuéštos.

19. Avièrt [al-]   Q1410, ✧E.  Ripida radura prativa in bosco resinoso [prato inselvatchito]. Dal lat. aperire = aprire, quindi apertum = spazio aperto (REW515), qui con identico significato di spazio o luogo aperto (al avièrt = in luogo aperto)26.

L’aspetto del luogo fa decisamente propendere per l’etimologia proposta, risultando non adeguate altre origini avanzate altrove e in contesti certamente diversi, quale apertum con il significato di “luogo pianeggiante” o, ancora, “terre comuni”.
Infatti il nostro toponimo riflette appieno la principale caratteristica del luogo, una radura in decisa pendenza, alla quale si giunge dopo un lungo cammino quasi al buio attraverso una ripida e fitta foresta di abeti, letteralmente sbucando al avièrt e alla luce. Radura e luce minacciati dall’incalzante abbraccio della foresta, che di anno in anno riduce le dimensioni della radura.
L’Aviért era luogo di transito: nella radura il sentiero che sale da CP si biforca, prendendo direzioni opposte: un sentiero si diparte a sin. proseguendo con pendenza moderata per Cjalgiadùor (qui altro bivio per la Furcùço), Nàvos e l’Infièr, mentre l’altro attraverso la Basso conduce anch’esso alla Furcùço.
Anche questo terreno fu proprietà comune fino al 1871 quando, insieme ad altri, fu diviso fra i membri del Consorzio di Collina27.

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