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Commiato

La straordinaria e forse anche eccessiva lunghezza dello spazio e del tempo dedicato all’ultimo toponimo non sarà certo sfuggita all’attento lettore. Mi appello alla sua benevola comprensione.

Come ben sanno scrittori e scriventi di tutto il mondo ma anche, seppure per ben altri versi e su altri "fronti", madri e padri mettere la parola fine ad un “lavoro” è forse il momento più difficile. Lasciare che il figliuolo se ne vada per le strade del mondo senza di noi, senza che abbia più bisogno di noi, senza più i nostri consigli e ritocchi e perfezionamenti (be', quanto a questi ultimi, almeno lasciatecelo credere...), è cosa difficile. Molto.

Quel momento è giunto, e questo figliuolo un po’ scapestrato va. Scusate se l’ho trattenuto un poco, solo un poco di più, sulla soglia di casa.

Mandi, grazie e scusàit.

E buinonót.

 


  1. A Voltois, frazione di Ampezzo, troviamo le varianti Gadória e Gadoràta, ovviamente con identico significato del nostro (Gadoràta è il peggiorativo di Gadória). Cornelio Cesare Desinan, Problemi di toponomastica Friulana - Contributo I, Società Filologica Friulana, Udine 1976, p. 88. 

  2. Anche cognome presente da secoli, con le sue varianti, in Carnia (CF49). 

  3. Rotolo del cameraro di s. Michele di Collina, 1595-1605, APC. 

  4. Pagamento di dotte et fine remisione Fatta da S.r Zuanne Tamusino; et Tomaso di Tamer, hà S.r Nicolò Barbolano loro Socero, 1712, APC. Per la dizione “monte del fieno”, v. al lemma Creşadìço

  5. V. nota 2 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  6. In Agâr non è dunque ripido, né roccioso, né mai vi scorre l’acqua, ma forse non fu sempre così. Certo è che la morfologia del luogo fu profondamente alterata dalla costruzione delle due strade che attraversano l’abitato di CG e dall’espansione dell’abitato stesso. Nello stato pristino del luogo la concavità di Agâr proseguiva verso l’alto, oltre l’attuale albergo Cogliàns, sempre più stretta e profonda. Proprio come un agâr

  7. A Ravascletto (in Monài, per i meno giovani) si trova un Cjamp Balt, ma non ci è noto se le caratteristiche corrispondano o meno a quelle del nostro agâr

  8. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  9. Pagamento di dotte et fine remisione Fatta da S.r S.r Zuanne Tamusino; et Tomaso di Tamer, hà S.r Nicolò Barbolano loro Socero, 1712, APC. 

  10. Acquisto di Ms. Nicolò fig.lo di S. Osualdo Barbolano et S. Tomaso Toch mediante la scorporazione fatta dalli Beni di Zuanne qm Vitto Betan, 1689, APC. 

  11. Cinque di essi sono identificati da toponimi. Da sx a dx di chi osserva dall’abitato, Agâr Scûr, A. di Plan, A. dal Clap de Fàrio, A. dal Gran Salt, A. dal Cjavàl

  12. Non è nota alcuna precedente denominazione del luogo, probabilmente del tutto anonimo. 

  13. L’evento mi fu raccontato da mio padre, pressappoco nel 1985. Il cavallo era del nonno, Gaetàn Agostinis di Pirucèlo, e stava lavorando a strozâ nel bosco (lo stròz è la manovra di spostamento dei tronchi a mezzo di cavalli: tramite grappe e funi il tronco è agganciato al collare del cavallo, e quindi trascinato; di qui il termine stròz, letteralmente “strozzo”). 

  14. Quant cu la bielo stagjon dal so porton ’e vierç ju clóštris, ‘e su par Pàlos in prešo in prešo ‘i spiço ju patinoštris… tu parts discjadenado, tuinant, businant…lavino dal Furlan”, Alberto Agostinis, La lavino dal Furlàn in «La vita Cattolica», n. 23/1962. 

  15. È il conosciutissimo e frequentatissimo percorso alpinistico che, senza inutili e faticose perdite di quota, collega la Volajo e la Fòrcjo di Morarìot, e quindi i rispettivi rifugi Lambertenghi-Romanin e Marinelli. Il sentiero, costruito nel 1935, è attrezzato con fittoni e maniglie di ferro, come pure è dotato di una scaletta per superare il breve camino iniziale sul versante di Volaia. Il percorso è dedicato all'alpinista friulano Riccardo Spinotti, che si ritiene essere stato il primo alpinista a compiere la traversata che oggi porta il suo nome (il primo in assoluto fu la guida di Collina Pietro Samassa, intorno al 1890). Appassionato frequentatore dei monti di Collina, Spinotti morì di sfinimento durante una bufera di neve, nel corso di un tentativo di salita nelle Alpi Giulie insieme a Celso Gilberti. 

  16. V. s.v. Antîl. Una così tarda fruibilità di un terreno così prossimo all’abitato sembra confortare l’ipotesi del mutamento nella morfologia del territorio avanzata nell’analisi del lemma seg. 

  17. Rilevandone uno (Macìlis) a Voltois in comune di Ampezzo lo stesso Desinan afferma che per questo toponimo sono “numerosi i confronti” (in area friulana, n.d.a.), evidentemente dettati dalla diffusione della coltivazione e della lavorazione della canapa nelle diverse realtà locali (Cornelio Cesare Desinan, Problemi di toponomastica Friulana - Contributo I, Società Filologica Friulana, Udine 1976, p. 89). V. anche Macilas ad Avasinis e Macilis a Peonis (Enos Costantini, Incontri ravvicinati con i toponimi di Bordan e Tarnep in SlN, n. 3-4/1986, p.11). 

  18. V. nota 7 in Appendice 1, Perizia Pascoli

  19. Il termine è certamente di origine onomatopeica. Il termine manca in Sc e in NP, ma senza allontanarci troppo dal linguaggio corrente, si tratta probabilmente di un’aferesi di brundulâ = brontolare (Sc32). 

  20. Il tratto superiore è percorso dalla normale via di salita al m. Canale, ma l’accesso della via al canalone si trova diverse centinaia di metri più in alto, dal Pecól Dadàlt

  21. Quanto all'etimologia del cognome Toch, devo parzialmente – ma ben volentieri – contraddire me stesso. In altra sede avevo affermato che “L’incerta origine è quasi certamente da mettere in relazione con un soprannome, forse a sua volta con origine nella voce locale e friulana toc = pezzo (…), oppure direttamente nello stesso toc, ma onomatopeico. Per i germanofili ad oltranza, avanzo invece due ipotesi: una derivazione dal tedesco tochter = figlia, oppure una diretta importazione da Sappada del cognome Tach…” (AP45). Il soprannome c'è, e il tedesco pure, ma la provenienza è quasi certamente dalla voce germanica *tuch/ = stoffa o tessuto, riportata a Collina da qualche cramâr per l'appunto di ritorno di Tadésc. È d'obbligo il proverbiale meglio tardi che mai! 

  22. V. nota 8 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  23. Quanto agli animali selvatici, senza spingerci ad una fauna poco meno che mitologica come orsi, lupi, linci e qualsivoglia carnivoro di grossa taglia, oggi gli abitanti di Collina e Sigilletto sono costretti a cintare gli orti in paese, in quanto esposti alle continue scorrerie dei caprioli che al crepuscolo calano a valle a rifornirsi di insalatina fresca e cime di ortaggi vari. 

  24. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  25. Cn. Le precisazioni in parentesi sono di chi scrive. 

  26. L’aggettivo semplice “aperto” è invece vièrt, con la medesima origine (Sc347 s.v. vièrgi). 

  27. V. anche s.v. Antîl

  28. Gùstil è Augusto Brunasso da Sigilletto, costruttore della bàito stessa. 

  29. Si noti che un taj senza attributi è sempre e invariabilmente quella-cosa-lì, un bicchiere di vino rosso. Diversamente, dotato di qualsivoglia attributo, il medesimo taj diviene una semplice e corrente unità di misura per liquidi (1/8 di litro). 

  30. Motivazione decisamente molto “ufficiale”. Il rifugio fu costruito a 100 metri di distanza dal luogo ove si trovava la Bàito, e 30 m più in alto. Il sito dov’era posta la Bàito è precisamente quello oggi occupato dalla stazione di partenza della teleferica di servizio al rif. Lambertenghi, mentre l’area circostante è in larga parte occupata dal parcheggio del rif. Tolazzi. 

  31. Il cjapût è il cavolo cappuccio, con cui si producevano crauti con pochi rivali in Carnia e contermini. 

  32. Fino agli anni ’50 l’arrivo di un’automobile privata a Collina rimase un fatto forse non raro, ma certamente non comune. 

  33. In territorio del Comune di Gonârs ritroviamo ben due Vie Basse, una strada e un luogo lungo la strada stessa, DC 25. 

  34. Nella CTR Belvedere è indicato circa 70 m più in basso della posizione effettiva. 

  35. Si noti tuttavia la pronunzia con la “e” tonica aperta (Belvedère), laddove la corretta pronunzia in it. richiede la “e” chiusa (belvedére). 

  36. Mc1911-304. Si noti che la malga non è fra quelle personalmente visitate dall'Autore. 

  37. Pietro Samassa, Annotazioni manoscritte, Archivio Privato. 

  38. Con stazione di partenza in Val, l’impianto a fune era adibito al trasporto di materiale destinato ai reparti di artiglieria attestati in Crèto Blàncjo e alle truppe dislocate sulla cresta fra il m. Sasso Nero e il m. Volaia. I ruderi delle costruzioni militari sono ancora oggi considerevoli, ma anche il flusso dei materiali dal fondovalle doveva essere altrettanto imponente, da cui l’esigenza di grandi depositi e magazzini che dovevano contenere di tutto, dai viveri ai materiali da costruzione alle munizioni. È quindi possibile che i lavori per l'edificazione dei vasti baraccamenti e delle infrastrutture abbiano cancellato ogni traccia della malga. Oltre Belvedère la teleferica si sdoppiava: a sx verso Crèto Blancjo, a dx verso Clanìori. In alternativa i materiali proseguivano a dorso di mulo lungo la Strado di Soldâts che proveniva da CP e che, con ripida serpentina sul filo del costone, raggiungeva la mulattiera che attraverso i Bùrgui ancora oggi (sent. CAI 169) congiunge Crèto Blàncjo alla Fòrcjo di Ombladìot. A 2000 m. di quota (circa 200 m. sopra Belvedère), dalla Strado di Soldâts si dipartiva verso dx (N) un’altra mulattiera che si ricongiungeva al già citato tracciato che da Crèto Blàncjo porta, attraverso i Bùrgui, alla Fòrcjo di Ombladìot e di qui in Clanìori

  39. Pietro Samassa, op. cit. 

  40. Ca. 

  41. V. anche i numerosi toponimi Beorchia, Beorchian, Bevorchians in Fr34 e CD118, nonché il cognome Beorchia in CF96. 

  42. Di qui il toponimo al plurale. Alcune delle attuali diramazioni dalla strada "principale" (quella che sale a Plumbs) sono tuttavia recenti, almeno quanto a conformazione e dimensioni, e certamente posteriori al toponimo stesso. 

  43. In condizioni normali il rio ha l'aspetto di un placido ruscello. Per avere un'idea della spaventosa potenza che il "placido ruscello" può assumere, 80 m a valle dell'attuale ponte è ancora ben visibile il precedente, trasportato laggiù dalla piena. Ponte in cemento armato, in grado di reggere non già quattro pedoni e una vacca, ma il transito di camion carichi di tronchi... 

  44. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  45. Non ritengo essere questa la biforcazione all’origine dei due toponimi Bióucjos, ma piuttosto quella del lemma prec., certamente più frequentata. Vi transitavano infatti emigranti, contadini e pastori con le loro mandrie. 

  46. VZ. 

  47. Domenico Molfetta, I cramârs in viaggio, in Cramârs, Atti del convegno internazionale di studi, 1997, p. 202. 

  48. A chi abbia una certa dimestichezza con le “cose di guerra” non suonerà strano leggere, fra le testimonianze ancora oggi leggibili quassù, di un battaglione di bersaglieri ciclisti attestato a oltre 2000 metri di quota. Ci sarebbe eventualmente da chiedersi dove mai i soldati avessero “parcheggiato” i velocipedi… 

  49. Giovanni Frau, Contributo alla conoscenza dell’elemento longobardo nella toponomastica friulana in Atti del convegno di studi longobardi (a cura di Giuseppe Fornasir), Udine-Cividale, 1969, pp. 165-182. 

  50. Codrêo (Sc132) dal lat. quadriga (REW6918, 2) è il solo termine in uso a Collina per “aratro”. Davvero nulla a che vedere con il friulano uàrzine (NP1231). 

  51. Alberto Agostinis, Un Culinòt pal mont, in «Sot la nape», n. 1, a. 5 (1953), p. 16. 

  52. È l’ultimo nato della toponomastica collinotta, e non da tutti accettato quale toponimo a pieno titolo. Tuttavia l’uso è diffusissimo anche fra i locali, e la sua presenza qui è d’obbligo. 

  53. V. nota 2 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  54. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  55. La costruzione della scuola in questo luogo fu movimentata da un piccolo imprevisto: “Sorprendentemente, a m 2,50 di profondità fu trovato un ferro di bue, e a 3 m del carbone di legna” (Cn). La sorpresa dei contemporanei fa supporre che nessuno avesse la benché minima idea che proprio qui si fosse trovata, in tempi anch’essi sconosciuti, una fucina (ipotesi certo la più verosimile, ma si può davvero pensare di tutto, dai druidi ai celti, agli anacoreti che si racconta avessero scelto questa valle per il loro romitaggio e che avessero – udite! udite! – fondato Collina). D’altra parte, assenza di memoria collettiva e profondità dei resti fanno a loro volta supporre che l’attività qui svolta fosse assai anteriore, e certamente di diversi secoli, al ritrovamento. 

  56. Nel Giura francese (Svizzera) si riscontrano toponimi quali Cernil, Cernu, Cernois, Cierne, che la toponomastica locale riconduce, seppure con qualche significativa differenza, al nostro circinare. Soprattutto all’estero, in Francia come Gran Bretagna, accanto al significato che qui attribuiamo a circinare (accezione peraltro ampiamente condivisa) si ritrova una interpretazione dello stesso verbo come “tagliare in cerchio” riferito alla foresta nel suo insieme, e non al al singolo albero: in tal modo si giunge, sul terreno, a “radura circolare” o qualche cosa di simile. 

  57. Si veda anche in DC113: “RONC: denominazions par solit medievâls”. 

  58. V. testo e note s.v. Cjasarîl

  59. Con identica grafia, Cercenât, se ne incontra uno ad Ovaro, a pochi chilometri da Collina. 

  60. Rotolo del cameraro di san Michele di Collina, 1595-1605, APC. 

  61. Questa definizione riporta integralmente quella di Scarbolo, che evidentemente comprende anche il toponimo. Tuttavia, più che al Cjadìn la descrizione sembra attagliarsi precisamente al Cjadinón (v. il lemma succ.), alcune decine di metri più in alto del Cjadìn stesso. Viceversa, la TU non si occupa né di Cjadìn né di Cjadinón, definendo esclusivamente il risalto (Pic Chiadin) sovrastante il Cjadinón, lungo la dorsale scistosa che congiunge il massiccio del Cogliàns al m. Crostis. 

  62. La denominazione esatta è dunque Cjadìn di Morarìot, per distinguerlo dal Cjadìn di Plumbs. Tuttavia, nella parlata corrente è detto semplicemente Cjadìn, senza attributi, anche per la contiguità con il soprastante Cjadinón

  63. È il vallone percorso dalla via normale di salita al Cogliàns. 

  64. Nella parlata di Collina, il participio passato femm. di cjafùolgi è cjafulgùdo

  65. Aquisto dell sig.r Antonio Casina da S. Benedetto Barbolano per pretio de d:ti 30, 1672, APC. 

  66. Scrivendo in italiano, Caneva usa il termine “Chialgiador” (il che è ragionevole), ma scrive anche – ed è il solo a farlo – “Cjariadùor”. Ciò ha suggerito ad alcuni informatori locali un’origine del toponimo in cjariâ per “caricare” (NP137, manca giustamente in Sc, v. qui di seguito), in relazione al caricamento del fieno sulle slitte per il trasporto a valle, operazione effettivamente usuale quassù in Cjalgjadùor. Tuttavia, non solo il verbo cjariâ è del tutto estraneo al lessico della parlata di Collina, ma anche in Friuli – dove pure è presente – esso è circoscritto ad aree ben delimitate (si veda in NP137). È d’altra parte noto che la forma generale friulana per “caricare” è cjamâ, endemismo di origine oscura senza riscontro nelle altre lingue neolatine. È invece probabile che il “Cjariadùor” di Caneva sia il risultato di una forzatura etimologica, sfociata in un fuorviante neologismo che – fortunatamente – non ha attecchito, lasciando intatto il toponimo originale. Digressioni a parte, si noti la finale del toponimo in -ùor, che nella parlata dell’alto Gorto prende invariabilmente il posto del friulano centrale -ôr (l’it. “-ore”): muradôr (muratore) diviene muradùor, savôr (sapore) savùor, onôr (onore) anùor, colôr (colore) calùor ecc.
    Eugenio Caneva, alle cui memorie (Cn) si fa frequente riferimento in queste note, fu per alcuni decenni maestro elementare a Collina negli anni a cavallo fra ‘800 e ‘900. Ma fu anche e forse soprattutto autentico promotore e fautore del progresso economico e sociale del suo paese: fondatore nel 1875 di uno dei primi osservatori meteorologici della Carnia, ideatore e fondatore nel 1880 della prima latteria sociale della provincia di Udine, promosse l’apertura di nuove vie di comunicazione (una per tutte, la strada del Fulìn), la costruzione del nuovo acquedotto e tutta una serie di iniziative volte a innalzare la qualità della vita di Collina e dei Collinotti. Le sue memorie raccolgono oltre cinquant’anni di vita di Collina, fatti e avvenimenti descritti con minuzia pari alla sapidità dei commenti – talvolta feroci – indirizzati ai faccendieri del tempo (che pare abbondassero) come pure ai suoi (altrettanto abbondanti) antagonisti-oppositori. 

  67. V. s.v. Antîl (nota ????). 

  68. L’etimologia di Cjamavùor coincide con quella della località toscana di Camaiore (Lucca, DT122). 

  69. Stima dei beni di Maddalena qm Zuane di Carono…,1694, APC.> 

  70. V. anche Campeglio (Faedis) e Campeis (Pinzano al Tagliamento) CD165-166, e numerosi altri in Fr39, da cui anche il cognome Campeis in DF166. 

  71. 1867. Furono venduti i prati: Zovo (in Ğùof), Chiampei (Cjampēi), Valantugni (Valantùgnos), Miól (id.) ecc. all’avvocato Grassi di Tolmezzo, che comprò a lire 20 il settore e ridusse all’attuale Malga Chiampei”, Cn (in parentesi i toponimi quali in uso nel parlato d’oggi e descritti in questo lavoro). 

  72. In Mc304 è definita come "annesso comparto" della Cjanalèto (v. nota 116). 

  73. Inferno, canto XXIV, 31-33. 

  74. Come spesso accade con i nomi generici, esiste(va) anche il Cjampēi vècju di Plumbs, non discosto dall’omonima casera. 

  75. Instrumento di confine fatto da S. Osualdo Barbolano a S. Nicolò suo figlio, 1677, APC. Posto che il “Prato degli Amblis” è il nostro Pra(t) di Àmblis, il “monte del Canale” (mont di Cjanâl, dove il friulano mont sta per “malga”) è precisamente la nostra Cjanalèto. Si noti come Pra(t) di Àmblis si posizioni non sotto la Cjanalèto, ma sotto i pascoli di Cjampēi, ciò che fa pensare che al tempo dell’estensione del documento nella Cjanalèto fosse già malga, e Cjampēi ne fosse una pertinenza. 

  76. "Sotto l'altissima e dirupata cresta del m. Canale, a oltre 1800 m., trovasi la malga Canaletta cogli omonimi ricoveri e con quelli dell'annesso comparto Chiampèi; di proprietà privata, è capace di 60-70 capi bovini di varia età e di 30-40 capre", Mc304. Anch'essa non visitata da Marchettano, il quale annota che la malga "è capace di 60-70 capi bovini", non che ospita i bovini stessi. 

  77. Nel 1930 la Cjanalèto è “Prati e casera diruta”, Ca. 

  78. La prima menzione in anagrafe della casata di Cjanóuf è del XVII secolo (Osualdo Di Sopra di Antonio di Kianof, n. 1634), ma la casa-casata è certamente anteriore, e – necessariamente – ancora più antica dev’essere la denominazione del luogo ove la famiglia costruì la propria abitazione (la casa è oggi più comunemente nota come in Chini). Alla casata di Cjanóuf (e non già al toponimo) fa quindi riferimento la Siēo di Cjanóuf (v.). 

  79. V. nota 5 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  80. Le ragioni - di ordine temporale, logistico, funzionale - che ostano a questa interpretazione sono molte e, seppure nessuna in sé probante, nell’insieme rendono l’ipotesi poco praticabile. Il toponimo data da almeno 3 secoli e già allora il luogo, di particolare pregio nella povera economia locale, era destinato a coltivo. Fino al 1880, quando fu istituita la latteria sociale - che fu comprensibilmente collocata all’interno dell’abitato, per facilitare il conferimento del latte da parte dei soci - il formaggio era prodotto e conservato in famiglia. Più precisamente era prodotto in casa (peraltro, fino alla metà del secolo scorso, spesso contigua alla stalla), e nei secoli non si ha memoria di abitazioni in Cjasarîl. L’immagine qui riportata mostra il classico fienile con stalla (ma privo di abitazione), diffusissimo in fondovalle e media montagna nei pressi dei prati e dei campi coltivati, dove la presenza dei bovini era di brevissima durata ed esclusivamente funzionale alla concimazione dei terreni. 

  81. Confessione di Osualdo Barbolano…, 1762, APC. Probabilmente Osualdo Barbolan e il figlio Giovanni Giacomo sono cremârs, e si indebitano con Lenardo Barbolan per merci, contante e altro ("Di Roba et Dinari et Di agionte Dalla Casa”) per un totale di 79 fiorini e 35 carantani. A garanzia del debito, Osualdo impegna i terreni elencati. Una bella garanzia: il valore dei terreni impegnati sarà quantificato, quattro anno più tardi, in 5 volte il debito (solo Cjasarîl e Runc di Cércen saranno valutati 346 fiorini e 20 carantani, e in più c’è il baiarzo sotto casa). 

  82. Particola del Pagamento di dare Osualdo qm Giacomo Barbolano alli Fratt.i qm Antonio di Sopra, 1766, APC. Evidentemente gli affari vanno male, e Osualdo Barbolano non è in grado di saldare il debito contratto con il documento precedente, e neppure altri impegni di famiglia ancora anteriori: il debito totale, decisamente pesante, ammonta a 1613 fiorini e 10 carantani. Osualdo ha solo 49 anni, ma evidentemente si fa da parte e in suo nome il debito è saldato dal figlio Giacomo. La Nava è ovviamente la Navo, come Stalatton è Stalatòn, Sottoqual è Socuàl, Runc di Piazza è Runc di Plàço

  83. Sin qui è farina del sacco di chi scrive. È invece di Paolo Rumiz, brillante giornalista e scrittore di cose del Nordest e dintorni, quel che segue. “Il nome della bora è più antico di Omero. Viene dal mesopotamico Buriash, il dio delle tempeste dei montanari Cassiti, che scesero su Eufrate e Tigri per conquistare Babilonia. La parola ‘Borea’, per dire Nord, viene da lì”. Paolo Rumiz, Sulle tracce del Turco, in La Repubblica 7 agosto 2004. 

  84. Transazione fra Givigliana e Collina dei Confini, 1765, Archivio Privato, Rigolato. La “Gotta” del testo è la nostra Gòto, mentre il toponimo “Cjasarîl Boreàn” fu in uso nei documenti e nelle carte topografiche fino al XIX secolo a indicare questo stesso luogo, Cjaso Boreàn

  85. Prima ancora che toponimo il termine cjàsos era infatti termine generico, proprio a indicare le baracche militari con parti in muratura. Altre cjàsos si trovavano a ridosso della cresta sommitale del m. Capolago, dove era collocato un riflettore che illuminava i baraccamenti austriaci nella conca di Volaia. Anche queste cjàsos hanno dato luogo ad analogo microtoponimo, ma la distanza dal fondo valle ne circoscrive l’uso del toponimo stesso ai soli cacciatori. (Inf. priv. Luigi Astori). 

  86. V. Cjavèces a Interneppo (Enos Costantini, Il paesaggio dei Tre Comuni attraverso i nomi di luogo: dall’Ambiesta alla Tremugna passando per Tarnep, p. 415, in Val dal Lâc, Società Filologica Friulana 1987). Inoltre, qualcosa di assai simile si ritrova a Voltois in comune di Ampezzo, dove abbiamo un Poscjàcis, per il quale Desinan ipotizza un’origine in po(st) cjavacis = dietro le scorciatoie (Cornelio Cesare Desinan, Problemi di toponomastica Friulana - Contributo I, Società Filologica Friulana, Udine 1976, p.89). 

  87. Per Cavazzo e altri toponimi in regione si ipotizza una radice nel lat. cavus = cavità (Fr43), ma le opinioni in merito non sono unanimi. Per ragioni fonetiche, tanto per Cavazzo che per Cavasso Nuovo si avanza l’ipotesi di un’origine nel romanzo “*cabaç = luogo eminente, colle, castello su un colle” (CD118). Entrambe le ipotesi sono tuttavia del tutto incompatibili con la morfologia e lo stato dei luoghi. 

  88. Nella parlata di Collina la cava è gjavo, dal verbo gjavâ = togliere, levare. 

  89. Starebbe dunque con altri toponimi presenti in regione aventi la medesima origine, come Chiàulis e Chievolis (Fr46). Il medesimo toponimo Cjìolos è presente anche ad Avoltri. 

  90. È il gioco delle preposizioni a distinguere l’idronimo dal toponimo, qui come negli altri casi che si incontrano in questo lavoro, secondo quanto anticipato nella parte introduttiva: la preposizione non articolata (a Riù di Cjìolos) indica invariabilmente il luogo, mentre l’articolo accompagna il corso d’acqua (lu riù di Cjìolos). Il gioco si ripete in altri idronimi/toponimi: Riù di Cuéštos, di Plumbs, d’Ormèntos… 

  91. Quasi non bastasse la considerevole confusione fra toponomastica locale e TU (clap nìori, in Clanìori e m. Sasso Nero non corrispondono), all’interno della TU stessa è un autentico guazzabuglio. Nelle successive versioni della carta IGM il m. Sasso Nero è di volta in volta identificato come “Creta Bianca” e “Creta di Ombladet”, denominazioni parimenti errate l’ultima delle quali (“Creta di Ombladet”) sfortunatamente fatta propria dalla pur recente CTR. La confusione ha probabilmente origine (ma non per ciò giustificazione…) dalla presenza, a poche centinaia, di Crèto Blàncjo-Cima Ombladet. 

  92. La denominazione è anteriore al periodo bellico (v. Giovanni Marinelli nella nota che segue), ma con esso fu affermata irreversibilmente. 

  93. La cima ha questo nome dal colore di una lingua di scisti che si stende in alto fino a circa 150 m sotto di essa, e da calcari oscuri contigui agli scisti” (Mn575), concetto poi ripreso da Castiglioni in Alpi Carniche-Guida dei Monti d’Italia, CAI-TCI, Milano 1954, p.215). Spiegazione dotta e un po’ forzata, ma che in qualche modo giustifica l’oronimo m. Sasso Nero, altrimenti privo di significato (oltre ad avere poco da spartire con il nostro clap nìori, il monte è di un bel calcare chiaro). A ingenerare ulteriore confusione provvidero i comandi italiani nel primo conflitto mondiale denominando (monte) Creta Bianca (v. Crèto Blàncjo) il risalto immediatamente a SE della Tacca, dove più evidenti sono i resti di opere belliche. 

  94. All’origine della fame fu certamente l’occupazione austriaca con le sue requisizioni (per di più, tutto il requisito fu pagato con moneta dell’Impero…), ma soprattutto una disastrosa grandinata che il 29 giugno 1918 investì Collina con i campi di patate in piena fioritura. Non se ne salvò nulla. 

  95. Prelievo e non escavazione, giacché non è, questo, luogo di cava. 

  96. V. nota s.v. Prâ(t) di Àmblis

  97. Véido = aiuto del pastore frazionale (Sc344), dal tedesco weide = pascolo, pastura. 

  98. Codarûl = striscia di terreno coltivato, lunga e stretta. NP166, s.v. còde. Si noti tuttavia come a Collina codaróul assuma tutt’altro significato, ossia “coccige”. 

  99. Desinan ne ha censite poco meno di 90, da Code di Bolp (C. di Volpe) a Code di Gjal (C. di Gallo, e già qui davvero ci piacerebbe vedere di che sorta di luogo si tratta…), fino a… Coda Formighe (DE104)! 

  100. A sua volta “tavella” è qui termine del tutto generico, e non è da identificarsi con il nostro microtoponimo Tavièlo

  101. DC 47. 

  102. Secondo Frau, la cui ipotesi è ripresa anche da Cinausero-Dentesano, Cogliàns sarebbe un derivato in -anu del lat. collis = colle, altura, monte (Fr50), “magari con riferimento al paese di Collina, che gli sta ai piedi”, ovvero Cogliàns come “monte di Collina”. L'ipotesi etimologica in Comelicanus è ampiamente sviluppata in Enrico Agostinis, Spigolature toponomastiche (e non solo) sulla montagna carnica, in SlN, n.2/2015, pp.8-16. Nell'articolo si analizza dettagliatamente anche il possibile percorso fonetico-grafico dalla singolare denominazione Quel Cane della Kriegskarte a Cogliàns (o viceversa). 

  103. VZ 

  104. Ancora verso la metà del '900 i vecchi collinotti usavano pronunciare Cogliàns con la g e la l della sillaba centrale invertite, ovvero Colgjàns. Anche in it. le stesse parole con gli liquido erano da molti pronunciate con lg: ad esempio “meglio” o “voglio” erano spesso pronunciate melgjo e volgjo, una pronunzia oggi pressoché scomparsa. Peraltro, anche in italiano Il suono è relativamente recente (…). La grafia si stabilizzò durante il Rinascimento (…)

  105. Nella Grecia classica l'Olimpo era considerato la sede degli dei (peraltro decisamente "umanizzati"), ma i mortali se ne dovevano stare a debita distanza. Successivamente gli dei scompaiono, non sostituiti dal Dio dei cristiani ma da una pletora di esseri soprannaturali da cui niente di buono può venire e dai quali il valligiano "normale" è bene si tenga alla larga. In epoca più recente, scomparse aganos e salvans, sbilfs e maçarots, alla croda-creto rimane associata l'idea di "pericolo" cui il frequentatore della montagna "alta" va quasi necessariamente incontro. 

  106. Nella più antica “carta topografica” conosciuta (IV-V secolo, giuntaci in copia nella c.d. Tabula Peutingeriana), nell’intero mondo allora conosciuto, dalla Scozia al Nordafrica all’India, non sono nominati che 7 gruppi montuosi. Di tutto l’arco alpino non è menzionata alcuna specifica montagna. 

  107. "Nelle Carniche sovrasta il Paralba (metri 2690) nel distretto di Rigolato ai confini col Bellunese, coronato d’eterne nevi". Giandomenico Ciconj, Grande illustrazione del Lombardo Veneto, Volume quinto Parte seconda - Udine e sua provincia, Corona e Caimi, Milano 1861, p. 247, stampa anastatica Arti Grafiche Friulane, Udine, 1992, p. 7. Si noti la precisione della quota attribuita al Peralba, identica all’attuale. 

  108. Si tratta di un processo tutt’altro che infrequente nella parlata di Collina, assai diffuso fino agli anni '60 del secolo scorso e oggi del tutto scomparso insieme ad altre peculiarità della parlata locale. Lo stesso it. “meglio” o “voglio” e tutte le parole con gl liquido, ad esempio, erano da molti pronunciate come “melgjo” e “volgjo”. Più ampiamente in Enrico Agostinis, op. cit. in SlN. 

  109. Enrico Agostinis, op.cit. in SlN. 

  110. Fr51; CD276. 

  111. Nel senso che non è necessario che Comeglians fosse villaggio fondato o abitato da genti del Comelico, ma è sufficiente che si trovasse sulla via per il Comelico stesso. 

  112. V. anche i numerosi toponimi con questa radice in Fr50: Colloredo di Montalbano, Colloredo di Prato (Pasian di Prato), Colloredo (Faedis), Colloreda (Aquileia) ecc. 

  113. Rotolo del cameraro di san Michele di Collina, 1595-1605, APC. 

  114. Stima dei beni di Maddalena qm Zuane di Carono…, 1694, APC. 

  115. V. nota 10 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  116. V. nota 11 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  117. Non suoni irrispettoso nei confronti del simbolo per eccellenza del cristianesimo un sentimento inconsueto e decisamente poco trascendente come la simpatia. Simpatia e affetto per il modesto ex-voto – un semplice crocifisso in legno, peraltro di modesta fattura – derivano dalle traversie subite nel corso degli anni, avversità brevemente riassunte in una targhetta nel verso della croce. Ripetuti furti, vandalismi e quant’altro frutto della umana idiozia hanno accompagnato l’intera esistenza del povero Crišt di Vìgjo, ogni volta assistito e riportato a nuova vita (sic) dalla pietà popolare. 

  118. Non sembrino, queste, disquisizioni lessicali del tutto prive di senso pratico. In altri tempi (non poi così lontani: cinquant’anni addietro) le differenze di pronuncia erano pretesto per reciproche, feroci prese in giro fra paesani d’un villaggio nei confronti dell’altro (Collina e Sigilletto e Givigliana in primis). Giusta le annotazioni relative a Comedo', una di queste prese in giro prevedeva per i Collinotti l’appellativo di sanmicjelò (da san Micjìol-san Michele, patrono di Collina e titolare della chiesa). 

  119. A questo proposito, è importante sottolineare come dopo la costruzione della casera un secondo toponimo – te Mònt – sia sopravvenuto a denominare il Còmpet (o una parte di esso), senza tuttavia sostituirlo del tutto o cancellarlo. Per questa ragione, come pure per la evidente indipendenza etimologica, (te) Mont sarà trattato separatamente. 

  120. Cornelilo Cesare Desinan, San Michele Arcangelo nella Toponomastica Friulana, problemi ed ipotesi, Società Filologica Friulana 1993, p. 25. 

  121. Ivi

  122. V. note s.v. In som d’Agâr, Prâ(t) di Àmblis e Sovròndo

  123. Fondo di rami d’ontano o più raramente d’abete su cui era posto e trainato (o meglio… frenato, lungo i ripidissimi pendii della valle) il fascio di fieno per il trasporto a breve-medio raggio dal prato di mont a luoghi più adatti al trasporto con la slitta. 

  124. Crét e crèto non sono esattamente sinonimi, né sono liberamente intercambiabili. Seppure con qualche approssimazione si può affermare che nell’accezione comune il primo indica la roccia-materiale (tipico lo spregiativo cretàt per indicare la roccia friabile) di cui è costituita la seconda, la roccia-montagna: ovvero, la crèto è fatta di crét. Circa l’etimologia del termine comune crét-crèto, le interpretazioni sono molteplici e contrastanti. Scarbolo (Sc25) propende per una voce onomatopeica dal lat. crepitare (REW2316). Frau suggerisce per cret un’origine preromana (Fr55, s.v. Cret). 

  125. La contrapposizione bianco-nero, percepibile solo da CP, è per l’appunto con il clap nìori e non già con il m. Sasso Nero come comunemente si crede e spesso si legge: “La Creta Bianca (o Blancia) è così chiamata dai suoi bianchi dirupi calcarei in contrasto col vicino Sasso Nero” (Ettore Castiglioni, op. cit., p. 215), dove per Sasso Nero s’intende erroneamente l’intero monte, e non il più modesto ma caratteristico clap. Del frequentissimo e ormai consolidato equivoco si dà conto s.v. Clanìori, dove si fa anche cenno all’errore dei comandi italiani che nel corso delle operazioni del primo conflitto mondiale definirono (monte) Creta Bianca un risalto a SE della Tacca del Sasso Nero 

  126. Situazione sera 1/8 (1915, n.d.a.) – gruppo ten. Fasser… Fra le 2 e le 3 pom. l’artiglieria nemica della cima dell’Ombladet ha operato contro la postazione della fanteria sulla Creta di Bordaglia e poi su Wadecken”. Walther Schaumann, Le nostre montagne teatro di guerra, Edizioni Ghedina – Cortina, 1978, p.262. 

  127. … i valligiani di Collina davano il nome di M. Canale a tutto il massiccio dal Sasso Nero al Passo di Volaia”. Ettore Castiglioni, op. cit., p. 230. Per i Collinotti dunque il m. Sasso Nero, il m. Canale e il m. Capolago semplicemente non esistevano come monti a sé stanti (si veda anche la nota che segue), ma c’era solo l’insieme Crèto di Cjanâl che tutti li comprendeva. La stessa Cjanalèto (la casera Chianaletta della TU), assai più prossima al m. Sasso Nero che non al m. Canale p.d, era pur detta “malga del Canale”. 

  128. Il m. Volaia (peraltro non visibile da Collina) porta un nome italiano di palese origine tedesca (v. Volàjo), e fa la sua comparsa solo in una carta austriaca del 1833, così come il m. Canale p.d.; m. Capolago è traduzione letterale del tedesco Seekopf (v. Secóuf); cima Lastròns del Lago è un neologismo (e infatti la cima non ha nome nella microtoponomastica locale), pout pourri friulano-italiano che mescola il lago a NO con la lastronata a SE della cima. Lastronata che per di più, a dispetto del nome, nulla ha a che fare con i Laštròns della toponomastica locale, che identificano tutt’altro. Inoltre, come ben si è visto al lemma Clanìori, se è vero che l’it. “Sasso Nero” della TU è la traduzione fedele di Clap Nìori, è altrettanto vero che lo stesso Sasso Nero identifica ben altro che il Clanìori dei Collinotti. 

  129. È tuttavia improbabile che “Grotte di Colina” sia pura invenzione del topografo il quale, pur attraverso la mediazione dell’informatore (certamente non di Collina, v. nota s.v. Cogliàns), di volta in volta trasferiva sulla carta le indicazioni degli informatori locali. Per il termine “grotte”, si veda qui di seguito. 

  130. Nel medesimo foglio della Kriegskarte, a breve distanza dalle “Grotte di Colina” ma al di fuori dell’area di interesse di questo lavoro, sono riportate “Grotta di Vas” (m. Vas della TU), “Grotta Spizata” (m. Tuglia), “Grotta di Cadenis” (m. Chiadenis, nel gruppo Peralba-Avanza) e, nell’adiacente foglio XV-6, “Grotta Ferrata” per il m. Creta Forata nel gruppo Plèros-Siera, tutto curato dallo medesimo topografo, il capitano Hirsch del 26° Reggimento Fanteria Höhenlohe Bartenstein, allora di stanza a Udine. 

  131. Non sembra proponibile una relazione con ruìgn = striscia di terreno prativo presso i campi o lungo le fosse (Sc263), dal tirolese roan

  132. APC. Epilogo di una vita davvero travagliata, quello di Maddalena Barbolano e Bartolomeo Longo: da proprietari di terreni e malghe a debitori costretti ad alienare il patrimonio (v. Morarìot), fino alla condizione di “questuante” di Maddalena che precipita dal sentiero. 

  133. Rocce e pendii ripidi alberati fra il Fulìn e la strada Culìno-Rigolato”, DC. Il Fulìn è qui inteso come rio, e non come luogo. 

  134. Non solo a Collina, se in NP198 alla voce cròdie è attribuito anche il significato di “cotenna dei prati” (accezione però sconosciuta, come tale, a Collina). E in territorio di Socchieve abbiamo pure Crodeàte (DE116)! 

  135. Scarbolo riporta per cuél il solo significato di “collo” (Sc147), dal lat. collum (REW2053). 

  136. La notizia è menzionata da Cn. 

  137. VZ. 

  138. È pur vero che con il significato di “collina” il NP menziona pure culìne-colìne e derivati (NP211), ma si ha la percezione che si tratti di voce relativamente recente, italianismo o venetismo comunque facente capo non più direttamente al lat. collis, ma ad esso solo attraverso il “lat. tardo collina, propr. femm. di collinus, a sua volta agg. di collis = colle” (Etimologico Treccani). 

  139. Sole e parziali eccezioni prive di dittongo rinvenibili nei repertori friulani di carattere enciclopedico (NP, Fr, CD) sono Culurumiç (Collerumiz) in comune di Tarcento e Cólze (Colza) in comune di Enemonzo, nonché Culgéi (Culzei) in comune di Prato Carnico. Eccezioni malferme qualora si consideri che nel caso di Culzei e Culurumiç e oltre a Culurumiç storicamente si registrano forme che mantengono il dittongo: per Collerumiz Quelrumiz, Quelrumi, Cuèll Rùmiz tutte con il dittongo ue; per Colza si registrano invece le forme duecentesche Gualça e Chuolsa, con il dittongo ua/uo. Quanto infine a Culzei, ormai unica eccezione, si avanzano anche ipotesi etimologiche diverse da collis

  140. CF224. E forse anche lo stesso cognome Collina(!), ipotizzando tuttavia un percorso solo in ambito linguistico italiano come ipercorrezione di (Ni)colina. Diversa invece (ma solo all'apparenza: giusta la nostra ipotesi, si allunga solo la strada...) l'origine del cognome Collinassi, che significa “originario di Collina”. Quando si dice la nemesi! 

  141. L'ipotesi è più ampiamente sviluppata in Enrico Agostinis, op. cit. in SlN. 

  142. Non fa purtroppo eccezione la pur recente (autunno 2006) Cjarte dal Friûl, edita congiuntamente da Tabacco Editore - Udine e dalla Società Filologica Friulana. Anche in quest’opera si privilegia la toponomastica ufficiale italiana piuttosto che il rigore filologico, preferendo Culine a Culine Grande (la grafia corrisponde al friulano centrale, e non alla parlata di Collina). È proprio vero che de minimis… 

  143. In occasione della visita pastorale del Luogotenente patriarcale Agostino Bruno, 1602. 

  144. La categoria dei “normalizzatori”, più o meno estemporanei, non cessa di far danno. Nei primi anni del Ventennio ebbimo (sic) Cuormaggiore al posto di Courmayeur, e Cadipietra in luogo di Steinhaus, naturalmente moltiplicati per millanta e più. Gli amanti del varietà ebbero anche Vanda Osiri e Renato Rascele. Sempre per gli amanti del varietà, ma purtroppo involontario e in tempi più recenti (2002), ricordo anche una mozione presentata in Consiglio Regionale FVG volta all’abolizione dei toponimi “Forni” (i due Forni Savorgnani e Forni Avoltri), in quanto ritenuti offensivi nei confronti del popolo ebraico. Anche la madre dei “normalizzatori” pare essere sempre incinta. 

  145. Onore al merito: già colta in fallo per Culine in luogo di Culine Grande, la citata Cjarte dal Friûl (v. nota al lemma prec.) riporta correttamente Culine Pìçule

  146. I posteri, che saremmo anche noi, sono ben consci che la gloria non si misura con il metro di Culìno Pìçulo e Collinetta. Nondimeno, si trattò e si tratta di una sciocchezza storica e linguistica, e neppure delle peggiori. Ma il (ri)volgere la sciocchezza in lingua friulana, e come tale mantenerla e perpetuarla, quello sì è davvero inglorioso. 

  147. L'ipotesi qui esposta circa le origini dell'italiano Collinetta, la tematica riguardante la val di Collina e il suo rapporto con l'omonimo villaggio sono ulteriormente sviluppate in Enrico Agostinis, Mons di Culina, Culìno e Culinòts, in Ab25-27. 

  148. Troviamo un Comùgne in comune di Gemona (Fr52) e un altro a Gonârs (DC48). In Carnia, a Voltois si trova Cumùgnis, esatto corrispettivo del nostro Cumùnios (Cornelio Cesare Desinan, Problemi di toponomastica Friulana - Contributo I, Società Filologica Friulana, Udine 1976, p.87). Fuori regione, la località con il nome di Comunanza (Ascoli Piceno, DT224). 

  149. I non avvezzi alla terminologia giuridica appartenenti alla categoria dei benpensanti-malpensanti inclini ai pruriti hanno due alternative: 1) informarsi; 2) to scratch themselves, come si dice a Culìno. Tuttavia, in un afflato di immeritata misericordia, comunisti = titolari di diritto in comune con altri. 

  150. Il masch., lu Cunfìn, è oggi generalmente usato per definire il confine di stato e simili, ma si tratta appunto di forma d’uso assai recente. 

  151. Le considerazioni sin qui esposte mi fanno preferire questa etimologia a quella con origine in *tem- *tim- = acqua, avanzata più oltre per Temós

  152. Vale anche il principio contrario, ovvero il numero di madrinaggi (?) quale status symbol. Il record di Collina pare essere tenuto da una certa Domenica ux. Joannes Barbolani, che dal 1634 al 1660 tenne a battesimo almeno 27 infanti di diverse famiglie. Nel Guinness collinotto troviamo anche Catharina q. Zuanne de Tamer (la famiglia più in vista di Collina, quella dei Tamer), con 23 battesimi dal 1703 al 1717 (inferiore a Domenica per numero assoluto, ma prima per frequenza: solo la morte arrestò la sua rincorsa al primato assoluto…). Ma i casi citati corrispondono a famiglie ricche, non solo benestanti. 

  153. Diversa è l’interpretazione di Enos Costantini, che propende invece per un’alterazione del friul. (l)uridôr o didôr (anticamente auditor) ecc., “piccola costruzione annessa a una chiesa di campagna”. 

  154. Circa la finale in -ùor, si veda la nota s.v. Cjalgjadùor

  155. Rotolo del cameraro di s. Michele di Collina, 1595-1605, APC. La cancellazione di tamer è nel testo originale, come pure il creditor, che ha tutta l’aria di essere un errore del cameraro per debitor

  156. Pagamento di dotte et fine remisione Fatta da S.r S.r Zuanne Tamusino; et Tomaso di Tamer, hà S.r Nicolò Barbolano loro Suocero, 1712, APC. 

  157. Non casualmente, le Foràns rimasero terreno comune e incolto fino al 1871 (v. Antîl), quando la necessità spinse i Collinotti verso le loro terre più alte e… più basse, come questa. 

  158. Piccolo particolare, la cui importanza potrà meglio essere compreso da chi percorre il sentiero Spinotti, gna Vitorio era affetta da una grave malformazione all’anca, ciò che la costringeva ad una camminata laboriosa e faticosissima. Il suo spostamento quotidiano alla sièlo e ritorno, lungo un sentierino che ancora oggi presenta un paio di passaggini delicati in roccia, era da considerarsi alla stregua di un autentico pellegrinaggio. La stessa gna Vitòrio, di professione sarta, fu tra gli informatori di Gino di Caporiacco nel corso del lavoro sulla toponomastica di Forni Avoltri, ampiamente citato in questo lavoro. 

  159. Il ramo di conifera (più propriamente di abete) è detto dašo (Sc58). 

  160. Cn. 

  161. id. 

  162. Daniela Piccini, Lessico medievale in Friuli, Società Filologica Friulana, Udine 2006, p. 232. 

  163. Sebbene per poche centinaia di metri l'abitato di Sigilletto appartiene al bacino idrografico del Riù d'Ormentos e quindi del Fulìn, mentre Frassenetto appartiene direttamente al bacino del Degano. 

  164. VZ. V. anche la Crèto di Cjanâl, detta “Grotte di Colina” (o "Creta di Colina") a conferma che l’informatore del topografo non era certo collinotto. 

  165. Stima dei beni di Maddalena qm Zuane di Carono…, 1694, APC. 

  166. Per tutti i toponimi con radice in furca (fòrcjo e varianti) è del tutto improponibile un’origine nell’omonimo attrezzo agricolo: per varie ragioni - quota, distanza dall’abitato, morfologia ecc. - nessuno dei luoghi così denominati si presta a uso di coltivo, e dunque a essere sforcjât (lavorato con la forca). 

  167. È questa l’autorevole opinione di Desinan, che a carduus riconduce il toponimo Sgiarséit (DE338) in comune di Sutrio (NP1517). Da segnalare anche un Giarsêt “(fontana)” in comune di Prato Carnico (NP1481). 

  168. Go404. 

  169. Go453-458. 

  170. In un precocemente nevoso dicembre di non molti anni fa, attraversando il deposito di neve compatta di una precoce e grande valanga scaricata dall’Agâr di Róndoi mi capitò di vedere alcuni ciuffi di pelo di camoscio sulla superficie. Pensai che la simpatica bestiola l'avesse scampata, questa volta, davvero per un pelo... Non era così. Solo nell'estate successiva seppi che, a pochi giorni dal mio avvistamento in superficie, il camoscio intero era stato estratto dalla neve (ovviamente stecchito, ma ottimamente conservato: la natura ha inventato il frigorifero prima di noi, solo che d’estate “va via la luce”). Evidentemente il camoscio - un esemplare non più giovane, e quindi probabile vittima della selezione naturale - era stato sorpreso proprio da una delle centinaia di valanghe che questo agâr e i suoi simili scaricano ogni anno nel Gjarsìot. Oggi il trofeo (?) della povera bestiola farà certo bella mostra di sé in casa di qualche novello Tartarino. 

  171. È tuttavia da notare come, oltre al cognome, a Collina fosse presente anche una casa-casata di Tàmer, non sempre né necessariamente popolata di soli abitanti con questo cognome. 

  172. Frequentemente dall'anagrafe gratificati del titolo di dominus, e dai compaesani dell'appellativo ju šiors di Glèrio-i signori di Glerio, i Tamer furono cramari, notai e possidenti terrieri le cui fortune subirono un irrimediabile crollo nel 1800 a causa della epidemia - morbus dicti dissenteria a indicare una sconosciuta infezione gastroenterica, forse da salmonella o da virus contratti chissà dove - che nella famiglia allargata di Michele di Tamer (compresi cioè suoceri, cognato e nipoti, questi ultimi probabilmente tutti conviventi) causò certamente 8 morti, probabilmente 10, forse 14. 

  173. Archivio privato, Rigolato. “Piano di Piertia” è il nostro Plan di Pièrtios, “Zovo” è il Ğùof. Le virgolette sono nel testo originale. 

  174. Ivi. 

  175. Oltre ai citati, più prossimi a Collina abbiamo anche il villaggio di Zovello (Ravascletto, Fr71). 

  176. Transazione fra Givigliana e Collina dei confini, 1765. Archivio privato, Rigolato. 

  177. Il Giov” nella Kriegskarte. 

  178. Delle vie d'accesso a Collina, compresa questa, si è già trattato nell'omonimo capitolo. Fino alla metà del XX secolo e allo sviluppo della motorizzazione individuale la sostanziale economia di baratto delle famiglie di Collina insistette quasi esclusivamente verso il medio Gorto, soprattutto Comeglians ma anche oltre. Proporzionalmente ancora più accentuata questa relazione dovette essere nel tardo Medioevo e fino al XVIII secolo, quando Avoltri e la sua dépendance Forni erano piccoli villaggi a economia prevalentemente legata all'attività mineraria. La crescita in dimensione e importanza di Forni Avoltri prese avvio nella seconda metà del XVIII secolo, con la risistemazione della strada del Monte Croce (Comelico) da parte della Serenissima. Si sostanziò poi con la riforma francese dei primi anni dell'800, che fra l'altro abolì i comuni storici (fra essi Collina) di epoca patriarcale-veneziana e centralizzò le amministrazioni in distretti (per l'alto Gorto, Rigolato) e comuni (per il territorio della parrocchia di Sopraponti, Forni Avoltri), con i restanti ex comuni ridotti a frazioni. 

  179. Detto dell'Infièr, non sembrerebbe esservi spazio per luoghi di maggior tormento e disagio nei dintorni di Collina. Non è così. Nel fondo della stessa valletta, poco oltre l'alto corso del riù d’Ormèntos e quindi già in territorio di Sigilletto, ancor più riparati e raccolti e senz'aria dell’Infièr sono gli Infiernàts, gli “infernacci”. Niente di nuovo sotto il sole. Il Sommo aveva già tutto visto e descritto: Luogo è in Inferno detto Malebolge… (Inferno XVIII, 1). 

  180. Attenzione, giacché la confusione è grande sotto il cielo di Collina. Esistono altri Lastròns, più avvicinabili ma anch’essi poco consueti ai Collinotti “normali”. Si tratta di un toponimo di origine venatoria, ideato da cacciatori sulle piste di qualche camoscio in fuga. Il termine, poco usato nella parlata corrente, identifica la serie di lastronate di roccia, lisce e quasi verticali, sul versante S della Crèto di Cjanâl (il m. Canale), una serie di grandi placche inframmezzate da cenge erbose ben visibili da tutta Collina. Il sistema di cenge consente una salita tortuosa ma relativamente agevole (percorso pur sempre da… camosci, e in considerevole esposizione) del ripido fianco del monte, evitando di affrontare direttamente questi Laštròns (la c.d. “via del Lastròn”, v. nota s.v. Vèto).
    Abbastanza paradossalmente, dunque, si gratifica di denominazione una lastronata secondaria mentre rimane senza nome la più evidente e imponente lastronata dei monti di Collina, quella che dalla cima tricuspide dei Lastrons del Lago, a NO del Cogliàns, scende verso SO in direzione di Collina. Stranezze del linguaggio, c’è una denominazione della TU italiana (appunto Lastrons del Lago), e un’altra della TU austriaca (Seewarte, Vedetta del Lago): la toponomastica collinotta … nujo. Nulla. Ma già, quei lastroni non servivano proprio a nulla, neppure per le previsioni del tempo… 

  181. In regione si hanno anche i toponimi La Maine (Sauris), e Mainuzza (Farra d’Isonzo) (Fr77). 

  182. Un toponimo del tutto simile (passo Maleet) si trova poco fuori dei confini della Carnia, in comune di Venzone, e vi è segnalata la significativa presenza del sorbo degli uccellatori

  183. Montem de Val de Meleseijs possessum per illos de Culina, così in ms. 1563 del Fondo Principale Manoscritti della Bibl. Civica Vincenzo Joppi di Udine (vol II, Documenti carnici 1451-1883, anno 1467. Trascrizione dall’originale del 1467 e nota in calce di Alessandro Wolf. In un documento dell’anno successivo (1468) la notazione muta in Val de Melesijs

  184. Dal culmine del lungo crestone del Pic di Gòlo il costone scende per poche centinaia di metri in direzione NO fino al Cuél di Ğulìgn, dove piega marcatamente a O per poi scendere a perdersi sul Bertoléš

  185. Riparto delli dennari e spese da ripartirsi per ogni famiglia del ricavo della prima ratta del bosco dietro il Maletto e altre spese sostenute col dennaro stesso esborsatti da Pasquale Tamussino, 1858, APC. Il documento così intitolato redige un rudimentale ma precisissimo bilancio del taglio e vendita del legname di Devòur lu Malìot, ridistribuendo il ricavo netto in parti uguali fra i membri del consorzio (in pratica, tutte le famiglie di Collina, per un importo di ben L. 24 ciascuna). 

  186. Si veda anche Masarolis (Torreano) e Maseris (Coseano, Fr77), come pure Macerata (DT367), e Maser (Treviso, DT382). 

  187. Questa etimologia condividerebbe l’origine con Mèolo (Brescia, DT390), senza tuttavia condividerne percorso e conclusioni. 

  188. Una Fontàno di Mïól si trova a Givigliana, poco prima di giungere in paese. 

  189. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  190. Senza scomodare Einstein e relativa relatività (!), decisamente poco digeribili e troppo di moda, riporto invece il pensiero di un grande pensatore (!!) del XX secolo: “È strano come una discesa vista dal basso somigli tanto a una salita”, affermazione apodittica che nella sua variante Collinotta diviene una sorta di “tutto ciò che non è in pendio (ripido) è un piano”. Dimenticavo: il profondissimo pensiero è di Goofy alias Pippo, personaggio disneyano ingiustamente considerato “spalla” di figure di lui decisamente più impersonali e anonime. 

  191. Te Mont si trova all’interno del Còmpet ma non coincide con esso. Alla nota a piè di pagina di quest’ultimo lemma si rimanda per la distinzione semantica fra i due toponimi. 

  192. la Società (…) fece costruire per proprio conto una cascina nel Rusulan per le vacche nella stagione estiva” (Cn). V. Còmpet

  193. Questa rappresentazione del rapporto fra montanaro e montagna oggi fa sorridere i discendenti di quei montanari. Eppure, senza riandare agli orchi e draghi e streghe che popolavano la montagna degli antenati degli attuali scettici, ho il ricordo personale degli anziani Collinotti/e che ancora nei roaring 60s, quando all'alba mi vedevano avviare zaino in spalla verso “lassù”, immancabilmente mi gratificavano della formula di rito: jô, no sta lâ tal pirìcul, “non andare nel pericolo”. Il pirìcul era ovviamente la caduta o la caviglia, o magari di lâcj a pierdi o, peggio, a incretâ-incrodare: certo non era o non era più la strega (a diciotto o vent'anni, magari!), ma il messaggio era comunque inequivocabile: “che-ci-vai-a-fare”? Non tutti, certo, ché i vecchi cacciatori erano contenti di vedere un ragazzotto che andava pi créts, e ancor più felici di poter dispensare indicazioni e suggerimenti (non sempre precisi, e neppure veritieri...) di cenge nascoste e di passaggi dove loro non avrebbero mai più messo piede. E io raccoglievo quella sorta di deleghe e di procure... 

  194. Sul muro esterno della latteria, a CG, una targa ricorda il centenario della fondazione della Latteria di Collina come frutto del “solidarismo della popolazione”. Vero o solo presunto che fosse il "solidarismo" (gli argomenti a supporto della seconda ipotesi non mancano) amo pensare alla Latteria come ad un sussulto forse l’ultimo! della dignità, della fierezza e dello spirito di comunanza che per secoli e secoli animò questa gente. 

  195. L'informazione mi fu fornita intorno al 1965 da Edoardo Tolazzi. 

  196. In due documenti del 1467 e 1468 Morarìot è detta Montem de Val de Melesijs (v. Malìot), ed è “possessum per illos de Culina”. V. Malìot. Anche per gli assetti proprietari del pascolo, v. Ab23-25. 

  197. Vendita fatta da domino Bortolo Longo al S.r Leonardo q.m Antonio di Tamer, 1771, APC. 

  198. Minuziose descrizioni della malga e della sua attività si hanno in Mc304 e soprattutto in G. Bubba, Una malga dell'Alta Carnia, in Bullettino dell'Associazione Agraria Friulana 1908, n.11-12, p. 296. 

  199. Nella IGM 1913 la forcella è collocata più a S, in corrispondenza della forcellina fra il Pic e il m. Floriz. Errore tanto più incomprensibile se si considera che il “Ricovero Marinelli” è posizionato correttamente, e che dalla forcellina in questione non transita alcun sentiero (il versante verso Morarìot è a dirupi scoscesi e friabili). 

  200. Plòto (dal lat. plautus = piatto, REW6589) è la versione nella parlata di Collina del friul. plòte = lastra piatta, spec. lastra di pietra per coprire canalette e simili. A Collina è detta ploto la piastra superiore in ghisa dello spolèrt, la diffusissima cucina economica che nella seconda metà del XX secolo prese definitivamente, nelle case dei friulani e dei carnici in particolare, il posto che fu del fogolâr. La fòrcjo era detta de Ploto con riferimento al vasto falsopiano ondulato immediatamente sottostate la fòrcjo stessa sul versante paluzzano, un tempo terreno di pascolo per le non lontane malghe Plotta, recentemente ristrutturata, e Monumenz, completamente diroccata. V. Ab9 e anche la nota a piè di pagina in Ab13, dove si tratta pure degli abbagli della toponomastica ufficiale qui intorno, compresa la contraddizione in termini del c.d. Vallone del Ploto, assai ripido e scosceso a dispetto del Ploto-pianoro. 

  201. Sebbene da secoli probabilmente utilizzata da pastori e cacciatori, fino alla costruzione del Ricovero la forcella non fu considerata un luogo di transito fra le valli del Fulìn e del rio Chiaula (allo scopo era utilizzata la forcella Plumbs), e quindi non era dotata di un vero e proprio sentiero. La salita alla forcella dal lato Plotta era "per erbe e sfasciumi o rocce non difficili". 

  202. Quale sorgente principale assumiamo qui essere quella che si trova nel Plan di san Ğuàn

  203. Matïùto è diminutivo di Mattia Toch, da leggersi come “Mattia il giovane”, per distinguerlo da Matïón (“Mattia il vecchio”). I due erano padre e figlio, e quindi la confusione si originava in casa. 

  204. Analogo microtoponimo (Mulìnis) si ritrova in frazione di Tarcento. 

  205. Non però l’ultimo ad operare. Il Mulìn di Matïùto (v. Fàrio) rimase in attività fino al secondo dopoguerra. 

  206. La nostra Navo è infatti toponimo collettivo di tutti questi terreni contigui che risultano essere (da O a E, o da sx a dx di chi osserva dal basso): Cumùnios, Roncjadìços, Sterpìot e Pecìot

  207. Acquisto di Ms. Nicolò fig.lo di S. Osualdo Barbolano et S. Tomaso Toch mediante la scorporazione fatta dalli Beni di Zuanne qm Vitto Betan, 1689, APC. V. anche note s.v. Cjasarîl

  208. Per ragioni varie e di diversa natura (morfologia e natura del terreno, posizione dell’area) non sembra proponibile per Gjàjos l’etimologia avanzata da Frau per Giàis (fraz. di Aviano, Fr65), ovvero “da una voce longobarda gahagi (‘terra bandita’, De133), attraverso la forma latinizzata gadium ‘luogo chiuso’, ‘recinto’”. 

  209. La forcella è tuttavia punto di transito in discesa da Crèto Blàncjo, oppure per una bella escursione Collina- Pierabec-Forni Avoltri. Oppure ancora per la salita al m. Sasso Nero e al m. Volaia, ma non per chi provenga da Collina, che troverà più agevole la salita lungo il costone che separa Cjampēi dalla Cjanalèto

  210. Le varianti semantiche di pala accompagnano l’intero arco alpino centro-orientale, a indicare rilievi di forma e consistenza diversissime fra loro e diversissime dalla nostra. Cito a memoria il Palon de la Mare, coperto di ghiacci perenni, come i bastioni dolomitici e le guglie delle Pale di san Martino (DT469) e di san Lucano, e ancora numerosissime altre. Altre pale, certo più domestiche e accessibili, si hanno a Pala in comune di Ampezzo (Fr88), e Paluzza (Fr89). 

  211. Lett. “salita di Pàlos”, v. nota 3 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  212. Nell'anno 1887 mi venne l'idea di costruire una strada più comoda (…) per andare a Collinetta cioè ove trovasi attualmente. L'anno 1888 fu tenuta l'asta pell'appalto…”, Cn (il grassetto è corsivo nel testo originale). Come di consueto, i lavori furono accompagnati da aspre polemiche sui costi e sulla qualità dei manufatti: i commenti di Caneva circa l'onestà degli appaltatori e degli amministratori comunali sono ferocissimi. 

  213. Repetita juvant, la preposizione è parte integrante del toponimo e quindi, a parità di “base”, a preposizioni diverse corrispondono toponimi diversi. 

  214. È, questa, una curiosa ma patente contraddizione dei più accaniti sostenitori della cosiddetta “vocazione turistica di Collina”, dove il significato autentico di cotesta apodittica affermazione consiste nella replica di modelli un tempo altrove fortunati (ribadisco, un tempo fortunati: oggi gira male anche per quelli). Gli stessi che negli anni d’oro dello sci intendevano costruire impianti sciistici e piste di discesa lungo i percorsi di valanga e su pendii volti a sud, oppure creando piste ex novo nel mezzo di foreste in buona parte vergini (il tutto, beninteso, a spese del contribuente o giù di lì). Il tempo, talvolta davvero galantuomo, ha fatto giustizia di questa sottocultura da boom economico. Di ritorno alle contraddizioni turistiche, con i tralicci dell’alta tensione – e non è che un esempio) si sono sciaguratamente devastati e deturpati i luoghi più belli della valle. Cito solo tre fra i numerosissimi: la Caròno di Colarìot, il Runc di Cuàl e il ponte al Plan di Valebós, per tacere della bellissima gabina (sic) di fronte alla staipo di Canòbio, naturalmente pensando che i turisti abbiano le fette di salame sugli occhi anziché nel panino che regolarmente si portano da casa. A ben pensare, forse non è una contraddizione… 

  215. Al secolo Tommaso Gerin di Antonio (1878-1932), mentre Tûš è una casa-casata di Collina (AP84). 

  216. Un detto di Collina, riferendosi alla notte di Natale (madìns è la messa di mezzanotte) e alla previsione della stagione successiva, recitava: madins scurints, stâlis luşints; madins luşints, stâlis scurints. Secondo una traduzione letterale (scurints è deformazione di scûrs) risulterebbe: notte scura, fienili lucenti; notte lucente, fienili scuri. La sciarada usa “lucenti” e “scuri” con il significato, rispettivamente, di “vuoti” e “pieni”. 

  217. Ê questo l’ultimo toponimo, in ordine di tempo, ad entrare in questa raccolta (27 dicembre 2006), grazie alle precise indicazioni di Luigi Astori che ringrazio. 

  218. Rotolo del cameraro di s. Michele di Collina, 1595-1605, APC. 

  219. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  220. Acquisto di Ms. Nicolò fig.lo di S. Osualdo Barbolano et S. Tomaso Toch mediante la scorporazione fatta dalli Beni di Zuanne qm Vitto Betan, 1689, APC. 

  221. Puìnt, AP74. 

  222. Così Desinan: “Evidentemente part è una brachilogia (sinteticità, NdA) per ‘parte comunale data in concessione’” (De126). Si veda anche Mauro Buligatto, “Osservazioni toponomastiche su Mossa”, in SlN, n.3-4/2004. Nella nostra fattispecie si tratta della part del prato di Pàlos

  223. Le parts dovettero essere un tempo numerose a Collina. Di alcune di esse si ricordano ancora i nomi delle famiglie o casate assegnatarie: la part di Miéç (entro Sôro ju Prâz), quella di Gjàra (sopra Masério), quella di Betàn. Quest’ultima è anche l’unica ancora oggi ad essere associata ad un luogo specifico, tanto da essere divenuta la Part senza attributi. 

  224. Analogo toponimo – Pezzéit – si trova in comune di Chiusaforte (Fr92). Identico significato ed etimologia per Valpicetto in comune di Rigolato, Valpecìot (agglutinazione di val e pecìot) nella parlata dell’alto Gorto (Fr92). 

  225. Se la relazione semantica del pecól con la gamba della sedia è trasparente (genericamente “sostegno”, come il picciolo della frutta), per quanto concerne la “salita” il nesso va probabilmente ricercato in pedus, nel senso che il pecól (o parte di esso) sta al “piede” della montagna o ne costituisce una sorta di contrafforte. Non mi sembra in ogni caso applicabile al pecól di Collina l’interpretazione di De Gasperi “sommità di un colle… sul cui dorso corre un sentiero… o tratto di sentiero. In altri casi si adopera nel senso di valico” ripresa in NP722 e da altri autori (Fr91, CD625) per numerosi luogi in regione. 

  226. Da non confondere con il costone che di Antîl scende in Caròno. Il Pecolàt è immediatamente a E di questo. 

  227. Più che al significato odierno, il termine “pista” era associato alla traccia lasciata sulla neve da chi scendeva per primo. Nessuna curva o evoluzione ad eccezione della curva d’arresto, una specie di telemark detta scïòro (lett. “signora”, forse per l’elegante movimento delle terga e relativa esposizione delle stesse…). 

  228. In Friuli, v. anche Picón in comune di San Leonardo (Fr92) 

  229. Inoltre c’erano delle batterie italiane sul m. Gola con possibilità di tiro diretto sul lago di Volaia.” Walther Schaumann, op. cit., p. 270. 

  230. …quod quidam Candidus, Blasius et Matheus et Pizolus nomine dictarum villarum supplicarunt quod proprium possint habere sacerdotem qui in dictis ecclesiis quatuor villarum divina celebret officia, sacramenta ecclesia, et cura exerceat animarum …”, 2 maggio 1467, copia in ACAU, Moggio vol. 3, Fraxinetum (v. anche in Mo16-17 come pure, e più estensivamente, in Flavia De Vitt, op. cit., pp. 70 e 157. 

  231. Divisioni di S.S. Zuanne e Biasio Fratelli Barbolani, 1683, APC. 

  232. In Sc260 è riportata anche la curiosa espressione fâ la ròjo, urinare sul terreno così da – letteralmente – “fare il rigagnolo”. 

  233. Altro termine – va da sé, meno aulico – per indicare la Pìçulo Rojo è Riù di Bugjei, Rio dei Budelli. 

  234. In provincia di Udine, con questa etimologia si hanno anche le frazioni di Pertegada in comune di Latisana, e Perteole in comune di Ruda (Fr91). 

  235. In tal senso si veda in DE112, come pure in Fr120 (Vieri, Vieris etc.). 

  236. A Venezia la cosiddetta pertica grande misurava 2.086 m ed era costituita da 6 piedi, ciascuno di 0.347735 m. A loro volta, 5 piedi costituivano 1 passo, lungo 1.738 m. Sono queste le unità di misura adottate nella perizia di Antonio Pascoli del 1765, ripetutamente citata in questo lavoro e integralmente riportata in Appendice. 

  237. Nel parlato corrente plaço assume anche il significato di piccola area o spiazzo (uno p. di foncs, uno p. di mòros = uno spiazzo di funghi o di mirtilli), come pure di spazio (‘an d’é plaço avòndo = c’è abbastanza posto). 

  238. V. nota 4 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  239. AP60. 

  240. Il prezioso catasto napoleonico ci propone anche un luogo “Sotto Corona”, che altro non è che il plurisecolare e attuale cognome/casa/casata Sotto Corona (AP43 e 58). L’edificio dei Sotto Corona si trova in effetti una ventina di metri sotto la Caròno di Plàço, e il toponimo del catasto identificava un’area nei dintorni a quel tempo non edificata. L’area è probabilmente quella su cui oggi sorge la casa de Martino nuova, costruita ex novo alla fine del 1800 (AP57). 

  241. A Forni Avoltri il lancio delle cìdulos dall’altura di Tóps si tiene in occasione dell’equinozio di primavera, il 21 marzo. 

  242. Il toponimo è ricordato anche da Scarbolo s.v. cìdulos (Sc51). Ma il luogo fungeva anche da pascolo e altro ancora, e come tale è rimasto nella memoria di chi questo ed altri luoghi simili frequentava da fanciullo nell’immediato secondo dopoguerra, un’immagine che qui riporto volentieri: “…con i coetanei al pascolo, il casòn di frasche d’abete, i giochi, le patate rubate nei campi e cotte sul fuoco fra i sassi, il dondolarsi appesi ai rami degli abeti (v. Plan di Trìcui, n.d.a.), la malinconica poesia della pioggia e noi all’asciutto nel fitto dell’abetaia o nel casòn…”. 

  243. A temperare l’intensità di questa affermazione suggerisco la concreta possibilità che le miserie di questo plan fossero semplicemente contrapposte all’abbondanza e alla ricchezza degli altri luoghi della ridente e prosperosa valle di Collina. 

  244. V. alla voce Pièrtios di Vereòns

  245. Si noti tuttavia che nella Definizione dei Confini del 1765 il luogo è già definito “Piano di Piertia” (v. Gòto), e quindi il termine è certamente anteriore a quella data. 

  246. Il riferimento potrebbe essere alla scomparsa delle ultime nevi invernali dai pascoli di Morarìot, nevi che giacciono proprio nel Plan di san Guan

  247. L’eventuale immagine sacra e il toponimo potrebbero essere in relazione con la transumanza degli armenti dalla valle al monte, esodo che tradizionalmente aveva luogo il giorno di san Giovanni. Posto che immagine ci fosse, essa era forse posta qui a protezione dell’intero pascolo, dei pastori come degli armenti. 

  248. Si noti il suono sibilante sonoro con cui è pronunziata la s di 'sôro, come pure la s di 'sot nel lemma che segue. 

  249. Acquisto di Ms. Nicolò fig.lo di S. Osualdo Barbolano et S. Tomaso Toch mediante la scorporazione fatta dalli Beni di Zuanne qm Vitto Betan, 1689, APC. 

  250. Nel documento di cui alla nota precedente è riportata la valorizzazione del “pezzo pratto” di Plan di sót, sia pure insieme ad altri terreni (tre prati per un totale di 31 Ducati). Considerando che gli altri due terreni ceduti insieme a questo sono in posizione migliore, e considerando i prezzi correnti desunti da altri documenti (10 ducati un campetto in Collariotto), la valorizzazione del terreno di “Piani di Sot” sembra davvero modesta. 

  251. Questo tipo di esercizio a braccia era detto trìcul di bòšc (dondolo o altalena di bosco), per distinguerlo dal trìcul convenzionale con corde e sedile. 

  252. Vero è che non conosciamo lo stato dei luoghi al tempo della nascita del toponimo: certo è tuttavia che l’habitat degli ultimi secoli non sembra particolarmente favorevole a vasti insediamenti di bosso. 

  253. La “valle dei buoi” sarebbe dunque Morarìot. Di questa ipotesi non convincono tuttavia né i buoi in sé, una cui significativa presenza in Morarìot è quantomeno assai dubbia (per quanto si riesca a risalire indietro nel tempo Morarìot è sempre stato pascolo di vacche, mentre i buoi pascolavano altrove), né la presenza dell’eccentrico bós per “buoi” in luogo dell’invariante bóuš della parlata locale (v. anche Pas di Bóuš e Plan di Bóuš in questo stesso lavoro, e la Mont di Bóuš in territorio di Sigilletto). 

  254. “Piano” può certamente essere considerato l’insieme del Plan di Valebós (ove sbocca il Riù di Morarìot) e del Gjarsìot (ove sbocca il Riù Landri), aree contigue in modesta pendenza distinte solo dallo stato dei terreni: fitto bosco di conifere il primo, più roccioso e a bosco rado il secondo. 

  255. La “Tre Rifugi”, gara a staffetta di corsa in montagna, è conosciutissima in tutta l’area friulana e oltre confine (ogni anno sono numerose le compagini austriache e slovene che si cimentano nella competizione) che ogni anno raccoglie a Collina migliaia di spettatori. Ancor prima della corsa in sé, è il percorso stesso ad essere particolarmente attraente e spettacolare: un anello intorno e a cavallo delle vette più elevate delle Alpi Carniche, fra rocce e crode, fra mughi e pascoli. Da CG il percorso si snoda lungo la strada fino al Plan di Valebós e al rif. Tolazzi, dove inizia la ripida salita lungo Clevomàlo, Puìnt dal Mùš e il Pecòl adàlt fino al rif. Lambertenghi a Volàjo. Qui inizia la traversata lungo il sentiero Spinotti, percorso alpinistico che attraverso l’Agâr dal Furlàn, i Monumènts e il Cjadinón conduce, superata la Sièlo di Vitòrio, alla Forcjo di Morarìot e al rif. Marinelli. Terminata la traversata, inizia la ripida discesa attraverso i pascoli di Morarìot e nuovamente al rif. Tolazzi e a CG. Ciascuno dei tre staffettisti che formano una squadra percorre uno dei tre tratti – salita, traversata, discesa – che formano l’intero anello. Non è questo il luogo dei dettagli tecnici: e piuttosto che assistere alla competizione voglio solo caldamente suggerire di percorrere a passo “umano” l’intero tracciato, magari in due giorni diversi con sosta in rifugio. E allora si comprenderà bene come la gara sia solo un plus, avvincente e spettacolare fin che si vuole, ma pur sempre tale. Lo spettacolo vero non è fornito dagli (eventuali) attori ma piuttosto dallo stesso palcoscenico, dove gli attori hanno solo il ruolo di comprimari, neppure utili e men che meno indispensabili. 

  256. 1774 - 25 Agosto. Mobili, Semoventi, Rata Plumps, e ressiduo d'effetti Di Caneva per il sig. Pietro di Tamer, Archivio privato, Tolmezzo. E anche 1857. Nel mese di Luglio morì De Tamer Antonio, che fu proprietario della Malga Plumbs e buona parte di Morareto e Gleria. Ca. 

  257. Mc303, G. Bubba, op. cit., p. 298. 

  258. Walther Schaumann, op. cit., p. 242. Ho udito personalmente e ripetutamente analogo racconto da parte degli anziani di Collina negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. 

  259. Sono gli ormai conosciutissimi venditori ambulanti, per lo più di stoffe e merceria oppure di spezie, che da tutta la Carnia si portavano stagionalmente oltre confine, dalla Croazia all'Ungheria e fino alla Germania settentrionale. A partire dagli anni '80 del secolo scorso i cramârs sono stati oggetto di nuovo interesse, un’autentica riscoperta che ha portato ad accurate analisi e descrizioni del fenomeno nei suoi vari aspetti – economico, demografico e culturale – nonché di congressi, mostre e rassegne monografiche ad essi dedicate. Per il percorso dei cramârs da Collina a Monte Croce Carnico si veda, seppure con qualche imprecisione toponomastica, Domenico Molfetta, I cramârs in viaggio, in Cramârs, Atti del convegno internazionale di studi, 1997, p. 202. 

  260. Su questo punto le opinioni sono controverse, e spesso basate su luoghi comuni dimostratamente infondati. Era convincimento diffuso a Collina che le malghe e casere al di là dello spartiacque Degano-But (in luogo detto val di Collina ma sito in territorio di Timau, comune di Paluzza) fossero un tempo proprietà della stessa villa di Collina, e da questa cedute per finanziare la costruzione del coro della chiesa di s. Michele. La tesi è suggestiva e trova qualche indubbio riferimento nella toponomastica dei luoghi: (casera val di Collina, malga Collinetta di sopra e di sotto etc.), ma mentre questa asserita proprietà non trova alcun supporto documentale è al contrario documentato come i Collinotti fossero affittuari dell'alpeggio di val di Collina, beneficio al quale rinunciarono verso la metà del XV secolo per il grave stato di indigenza nel quale versava la villa. Il tema è argomento principale del saggio Ab (v. bibliografia). 

  261. AZ. 

  262. Ugo Pellis in Forum Iulii, Rivista di scienze e lettere II, 276. Altre autorevoli voci non concordano tuttavia con questa ricostruzione: “parrebbe di poter risalire ad un preromano *ambli- non altrimenti identificato” (la sottolineatura è nel testo). Così Pellegrini in Giovanni Batt. Pellegrini-Alberto Zamboni, DESF-Flora popolare friulana, Casamassima, Udine 1982, pp. 46-47. 

  263. Instrumento di confine fatto da S. Osualdo Barbolano a S. Nicolò suo figlio, 1677 APC. 

  264. Pagamento di dotte et fine remisione Fatta da S.r S.r Zuanne Tamusino; et Tomaso di Tamer, hà S.r Nicolò Barbolano loro Socero, 1712, APC. In questo documento, lo stesso Nicolò Barbolano “figlio” nel documento di cui alla nota precedente assegna la dote alle figlie tramite un complicatissimo giro di pegni e garanzie da parte dei generi, in un documento dall’esasperato dettaglio di contanti, condizioni, termini e terreni. Il monte Prativo – o monte del fieno, come più frequentemente si ritrova negli archivi – è il dosso di Creşadìço, così definito per il numero e l’estensione dei prati che lo ricoprivano. 

  265. Le valanghe caddero numerose nel mese di febbraio di quell’anno, dopo un periodo di intensissime nevicate che non solo costrinsero la popolazione a scavare autentiche gallerie per uscire di casa (si racconta che in paese fossero caduti circa 3 metri di neve) ma – evento unico nella memoria locale – fecero temere per la sicurezza stessa dell’abitato di CG. Le valanghe di maggiori dimensioni ebbero tutte origine nella parte superiore del gran dosso che va da Prâ(t) di Àmblis a Creşadìço, a distanza di poche decine di metri l’una dall’altra. Della prima si narra qui sopra: una seconda scese in Clap de Scjalo, una terza terminò la propria corsa alla Ròjo dal Çuét ostruendo la strada. 

  266. Nella lingua parlata di Collina si ha una marcata elisione della t di prât, per una dizione che risulta quasi Pradacumùn. È anche da notare come il da sia un dal (it. “del”) con caduta eufonica della l finale, che regge quindi il genitivo, pertanto differenziandosi rispetto al più comune (nella toponomastica) da, dal, de con il significato di “a”, “ai”, “alle”, oppure “presso”. 

  267. Nel senso di cui alla nota sub Cumùnios

  268. L’espressione in uso per definire il pascolo delle vacche (o il calpestio dei ragazzi) nei prati privati ancora da falciare era in dam, letteralmente “in danno”. 

  269. Quale che sia la sua ragion d’essere, il toponimo trova comunque un confratello friulano in comune di Alesso, dove abbiamo un Riù de Cóut

  270. A Prato Carnico il termine muta in lìara (NP520). 

  271. Puàrt dovette essere (e probabilmente ancora è) toponimo assai frequente lungo il percorso del legname per il Degano e il Tagliamento. Lungo quest’ultimo segnalo il Puàrt dal Cjarantàn in comune di Osoppo, in Mino Blason, Da Golena… ai Pisins, La toponomastica di Osôf sul cricâ dal XXIm secul, Comun di Osôf 2004. 

  272. L'insufficiente grado di maturazione di molti raccolti (segale, orzo, la stessa canapa) costituiva un problema ricorrente nell'economia quasi autarchica della Collina d'antan. Se la canapa necessitava della graticola esposta al sole, l'orzo veniva messo a dérgi sul solaio del fienile. L'operazione consisteva nel porre i fasci di orzo capovolti a cavallo di lunghi bastoni: l'ambiente secco e gli ultimi tepori del sole che scaldavano il tetto e il solaio contribuivano a terminare un'opera che la sola natura non era in grado di portare a compimento. 

  273. È “Ponte Coverto” nella Kriegskarte (VZ). 

  274. Transazione fra Givigliana e Collina dei confini, 1765, Archivio Privato, Rigolato. 

  275. V. 6 nota 6 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  276. Per curiosa coincidenza(?) le tre citazioni dantesche di questo lavoro (rispettivamente ai lemmi Cjampēi di Clàpos, Infièr e questo stesso) non solo sono tutte ambientate nell'Inferno (càpita...), ma hanno tutte per oggetto Malebolge e due di esse ("chiappa" e "lena") sono nel medesimo canto della Commedia, separate da pochi versi e da pochi metri lungo l’erta salita in Malebolge: La lena m'era del polmon sì munta / quand'io fui su, ch'i' non potea più oltre, / anzi m'assisi ne la prima giunta (Inferno XXIV, 43-45). L'infernale (sic) scoscendimento del pendio lascia poco spazio ad una radice nel lat. lenis = dolce, moderato (REW4977), come altrove proposto per Agolèno (Acqualena, Fr25), affluente di dx del Degano in frazione di Avoltri. Così come la nostra Ribolèno, il corso e la storia del rio Agolèno (traboccante di autentica furia distruttrice in occasione delle frequenti piene) davvero non suggeriscono l’idea di lentezza e dolcezza. 

  277. V. nota 3 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  278. È la casa-casata detta per l’appunto di Riù, AP65. 

  279. Stima dei beni di Maddalena qm Zuane di Carono…, 1694, APC. 

  280. Questa etimologia è proposta anche per vari altri toponimi in Friuli (Fr27). 

  281. Il nostro rio è infatti denominato “Rio di Peccol” nella Kriegskarte (VZ). 

  282. Con significato simile al nostro si ha una Cjamara dal Landri a Toppo, in comune di Travesio (v. Ippolito Marmai, Siti archeologici del comune di Travesio, Comune di Travesio, Travesio - 2001, p.18). 

  283. Quanto all’assenza di questo immaginario collettivo a Collina, in passato ho avanzato l'ipotesi – forse impietosa, ma non per questo meno verosimile – che una vita così dura e difficile come quella dei Collinotti non lasciasse molto tempo, e soprattutto energie, da dedicare al soprannaturale (tout compris) o al paranaturale. In altre parole, nel tempo la popolazione si è dotata di un “senso pratico”, ormai codificato nel DNA, che lascia poco spazio all'effimero e, più in generale, all'immaginazione fine a sé stessa (o comunque percepita come tale). Una sorta di “scetticismo cosmico” ante litteram, insomma.
    Di ritorno a gnomi ed elfi, nell'immaginario popolare di Collina è tuttalpiù rintracciabile la presenza di generiche strìos (le onnipresenti e indifferenziate “streghe”) e della şgnacheôso ("mocciosa" nel senso letterale del termine), insieme a qualche vaga menzione del mito dei danâts – i Dannati – spesso con riferimenti a persone e fatti reali del paese; oppure si ricorda, in tempi relativamente recenti, un non meglio definito boboròš, con funzione deterrente nei confronti dei bambini (… 'i clami lu boboròš!) e di natura apparentemente più onomatopeica che altro. Un babau, insomma. Una volta di più, fantasia sì, ma pur sempre con i piedi per terra… 

  284. VZ. 

  285. Fr28. 

  286. È possibile che fossero quei di Sigilletto a portare il loro ormènt al pascolo lungo il corso inferiore del rio, e che ad essi debba farsi risalire la denominazione. 

  287. V. note 11 e 12 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  288. Come abbiamo avuto modo di rappresentare altrove (AP), i soprannomi reciprocamente affibbiati dai villici erano di una generalizzata, innocente(?) crudeltà. Il minimo fallo, il più piccolo difetto fisico o comportamentale diveniva occasione di nascita, sviluppo e sedimentazione di soprannomi, ai limiti dell’ingiuria e anche oltre, giunti fino a noi a distanza di secoli. Fosse cattiveria o necessità di identificazione, non sapremo mai (o sì?). 

  289. Nella toponomastica di Collina la qualità dei ròncs è generalmente peggiore di quella dei runcs

  290. È la voce autorevole di Giovanni Battista Corgnali a sollevare qualche perplessità in proposito. “Sul cont de peraule ronc … une robe no je stade incjmò mitude in evidenze: valadì il fat che in grandissime majorance i nestris nons di lûc di cheste categorie e àn te lôr lidrîs un -o-, mentri che dome te proporzion dal 15 par cent si cjate un -u-, e chest -u- al è dome in Cjargne e dilà da l’Aghe: Runc, Runcs, Runcjadis, ec. A colp di voli no si bade plui che tant a cheste diferenze, e si pense che Runc al sedi une pure variant di Ronc, o viceviarse.Ma al podares ancje dâsi che si trati di dôs formis indipendentis. Cjosse duncje di studiâsi biel plancùt. Finore o ài podût intravignî che la forme Runc che s’incuintre in Cjargne e cjate compagnie no in Cjadovri…, ma plui in dentri (Pusterìe, val Sarentine, Badìe-Marebe, Bressanon, val Venoste): Rungg, Rungatsch, Runk, Runge…”. Giovanni Battista Corgnali in Ce fastu?, Rivista della Società Filologica Friulana “G.I. Ascoli”, 1965-67, p. 221. Come molte altre, devo anche questa segnalazione a Enos Costantini. 

  291. Nuovamente, siamo in presenza di un toponimo pressoché ubiquitario: numerosissime località con questa etimologia sono disseminate nell’italia centro-settentrionale, da Ronciglione (Viterbo, DT553) a Ronco Canavese (Torino, DT554) a Ronchi dei Legionari (Gorizia, Fr104). Sebbene ormai privo di batraci come quasi tutta la bassa padana, a Milano esiste tuttora un Ronchetto delle Rane: già tipico piatto della bassa milanese e pavese, le rane sono state completamente sterminate dai diserbanti. 

  292. Il luogo è definito “Prati sopra Creşadìço“ (DC). 

  293. Il termine sembra coerente con ronciàde = i getti recenti dei boschi tagliati di fresco (NP896) ma non altrettanto con il significato letterale di ronciadizze = monconi delle canne di granturco e di saggina, colle loro radici,che rimangono nel campo dopo la mietitura (NP896). 

  294. V. nota s.v. Agâr dal Cjavàl

  295. In queste stesse pagine si vedano le numerose menzioni del Rotolo del cameraro di s. Michele

  296. NP893. Un allargamento del significato di ròdul si trova in NP1145 s.v. suàrt, dove il termine è associato il significato di “fascia di terreno” la cui assegnazione si rinnovava ogni anno fra gli utenti. Per una trattazione più allargata v. Elwys De Stefani in Ce Fastu?, Rivista della Società Filologica Friulana G.I. Ascoli, LXXVI (2000) 2, p. 188. 

  297. Si veda al proposito Stefano Barbacetto, Tanto del ricco quanto del povero, Edizioni del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia, 2000, nota 77 a p. 71 ove si legge: In qualche comunità particolarmente conservativa, come in quella della villa di Trava, la carica di Meriga doveva essere esercitata, a turno, da tutte le famiglie originarie (rotolazione). Il principio della “rotolazione forzosa” doveva peraltro essere piuttosto diffuso fra le comunità alpine nordorientali. A proposito delle Regole d'Ampezzo ne tratta Stefano Lorenzi de ra Becaria in Rodoleto: tradizione da non dimenticare, in Ciasa de ra Regoles, Anno XXIII-n. 134, gennaio 2012, dove il rodoleto è la evidente versione ampezzana del nostro ruédol

  298. Termine più calzante è (s)natura, a indicare che fra hostarie, skilift, tendoni e quant’altro davvero c’è di tutto un po’, dal buono al cattivo al decisamente esecrabile (e, temo, irrimediabile). Velenoso commento di nemico del progresso e di fautore del ritorno coatto a scarpéts e galòços, a geis e çàfos, a maçarots e salvans (attrezzi e personaggi comunque poco domestici agli innovatori pro domo sua)? L’insinuazione – non nuova né disinteressata – è evidentemente risibile, richiamando da vicino le altrettanto disinteressate perorazioni dei costruttori dei grattacieli di Punta Perotti o dell’Amalfitana Hotel (il “mostro di Fuenti”) davanti ai giudici. Giudici che – scoperti antiprogressisti e retrivi vessatori del sano spirito imprenditoriale, novelli emuli dell’Inquisitore – decretarono l’abbattimento dei mostri abusivi. A noi che intendiamo diversamente sviluppo e progresso e civiltà, più che Torquemada i giudici abbattitori ricordano san Giorgio. E i mostri, infine, caddero. 

  299. In alcune non meglio identificate carte topografiche pare fosse riportato il toponimo “Runc di Piazza”, traduzione letterale del nostro. 

  300. V. nota s.v. Cjasarîl

  301. Il primo Di Qual (Giovanni Battista) giunse da Valpicetto (Rigolato) nel 1703; il secondo (Pietro) giunse da Stalis (Rigolato) nel 1874. È probabile che siano solo omonimi, ma non parenti. V. anche CF306. 

  302. AP37 e nucleo familiare Di Qual in CDRom. 

  303. È dunque estremamente probabile che sia di Cuàl e non Di Qual. Sfortunatamente, a differenza di Só(t)Cuàl (v.) non ne possediamo la certezza documentale. 

  304. DC lo definisce “Runc di Plan di Rôşo”. Trattandosi del medesimo toponimo (seppure con qualche approssimazione, DC lo colloca nella stessa area), non mi sento di escludere che questa sia la forma corretta, o che coesistessero entrambe, quella attuale e quella riportata da DC. 

  305. Nella parlata di Collina è in uso, non frequentissimo e soprattutto fra le persone più anziane, il diminutivo di riù, riùšul

  306. Solo nella sua parte mediana il corso si fa meno ripido: è qui che fu costruita la casêro dal Còmpet, detta anche la Mònt (v. nota in calce a quest’ultimo toponimo). 

  307. Rr. 51-57 PP. 

  308. Della Ruvîš e delle sue malefatte si è ampiamente trattato nel capitolo sulle Vie di comunicazione. V. anche nota 7 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  309. È Ruvis da bas nel testo. 

  310. Scjalìn (Sc273, NP965) è propriamente il gradino della scala, mentre scjalòt ha attinenza con il puro aspetto funzionale del gradino stesso, generico facilitatore della salita. Le pietre infitte nei muri di sostegno delle strade allo scopo di facilitare l’accesso ai prati soprastanti sono scjalòts, come pure il passaggio su roccia lungo il sentiero che da Monte Croce Carnico sale alla Forcjo di Morarìot è detto la scjalòto (e non la scjalo o la scjalinado), 

  311. Allo scopo gli abitanti di CP utilizzavano il ponte sul Riù di Cuéstos, ma senza perciò denominare il luogo Scovaçâr

  312. Il quale scrive “il Capoluogo della carta” (DC). 

  313. Alcuni - evidentemente digiuni di microtoponomastica locale e di topografia ma memori di gite oratoriali in Dolomiti - verbalmente e per iscritto, e anche in sede "ufficiale", si ostinano a gratificare la Sièlo del titolo un po' ampolloso ma decisamente improprio di "passo". "Passo Sella" come se l'Agâr dal Furlàn e i Laštròns, rispettivamente a sinistra e destra della Sièlo per chi guarda da Collina, fossero val Gardena e val di Fassa, e il corno della Piràmido niente meno che il Sassolungo... 

  314. Riçòt è probabilmente Pietro Antonio Tamussin di Zuane (1734-1791), fondatore della omonima casa/casata di Riçòt a CG. Il nome della segheria va inteso come denominazione della casata, e non necessariamente del fondatore. 

  315. Viventi ancora alcuni involontari protagonisti e comparse di dette parodie, mi vedo costretto a ricusare ogni invito alla pubblicazione di cotanta opera d’arte. Nulla di offensivo, beninteso, ma i soggetti-oggetti potrebbero comunque non gradire… 

  316. Più precisamente – e forse inevitabilmente – il soggetto era il vino, variamente declinato: il recalcitrante mulo carico di damigiane (non completamente piene, si direbbe, almeno a giudicare dal naso degli alpini comandati a trasportarle), il cacciatore ubriaco che spara al proprio cane, ecc. 

  317. V. nota s.v. Cjasarîl. Abbastanza curiosamente, l’edificio che si trova immediatamente sotto Socuàl (una sorta di sót- sót Cuàl), casa detta de Fuséto o da Pio (AP252), fu abitazione proprio dei Di Qual… 

  318. Rotolo del cameraro di san Michele di Collina, 1595-1605, APC. 

  319. V. anche Sapoç in Enos Costantini, op. cit., p. 20. La grande abbondanza di ottime sorgenti e, più in generale, di acque in superficie rende superflua l’escavazione di pozzi per l’estrazione di acque sotterranee, prassi quest’ultima del tutto sconosciuta a Collina. 

  320. Cn. 

  321. Logica vuole che i primi insediamenti abbiano avuto luogo nelle immediate vicinanze di qualche sorgente o corso d’acqua: a CP probabilmente in Riù (v.), a CG forse in Murìt (AP94). 

  322. Aquisto (sic) dell sig.r Antonio Casina da S. Benedetto Barbolano per pretio de d:ti 30, 1672, APC. 

  323. Nella parlata di Collina il significato di basso non si ferma tuttavia al solo significato riportato nel toponimo con lo stesso nome: mutato in sostantivo, sta a indicare la soglia della porta o della finestra (Sc19). Sul terreno il toponimo può legare con entrambi i significati, in quanto la Basso è tanto accesso o “soglia” del luogo contiguo, Sót Póç, quanto… bassa: la Basso è infatti a livello lievemente inferiore rispetto al terreno-toponimo a cui prelude, costituendo per esso un'autentica ma valicabilissima soglia. Tuttavia, entrambe sembrano ipotesi remote rispetto alla principale suesposta. 

  324. Si noti come, nuovamente, non esista un luogo fisico de Glîsio altro della sola chiesa e sagrato della stessa (già il cimitero è tal žimitéri e non de Glîsio), e non ai terreni circostanti che sono tutti diversamente definiti (Valgèlo, Palù ecc.). 

  325. Pagamento di dotte et fine remisione Fatta da S.r S.r Zuanne Tamusino; et Tomaso di Tamer, hà S.r Nicolò Barbolano loro Suocero, 1712, APC. 

  326. Solo due di questi hanno denominazione propria: da E a O (da dx a sx di chi osserva dal basso), Spàdolo, senza nome, Pecolàt, senza nome (coincide con lo spallone che scende di Caròno). 

  327. Recupera di M. Nicolò Barbolano da M. Nicolò Toch d'un bene prativo in loco chiamato chiamp sora stallaton, 1683, APC. V. anche la nota s.v. Cjasarîl

  328. Confessione di Gion Giacomo Barbolano…, 1787, APC. La Codo di Stalatòn è una diretta testimonianza della frammentazione della proprietà fondiaria già in atto in tempi forse insospettati. La còdo in questione è una sottile striscia di terreno che dalla Navo si protende entro Stalatòn a guisa di coda, probabile frutto di successive divisioni di terre pregiate (Stalatòn è certamente fra queste) fra eredi. In tempi più recenti, la frammentazione di questo terreno è bene evidenziata dalla nota fotografia che ritrae Collina e i terreni a N di essa (1907). 

  329. In realtà il termine stâli identifica l’intero fabbricato, con piano terreno in muratura e sopralzi in legno, comprendente lu cjùot (la stalla dei bovini, al pianterreno), lu stâli p.d. (il fienile, al primo piano), lu stài (per la maturazione della granaglie, al secondo piano) e infine, sotto il culmine del tetto, lu stajùt. Questa definizione canonica vale per lo stâli principale, situato all’interno dell’abitato o nelle sue immediate vicinanze. Lo schema talvolta si semplifica negli stâlis più lontani dove, pur mantenendo la struttura in muratura al piano terreno, con relativa stalla per il bestiame, la costruzione è spesso ridotta a tre o due soli piani. 

  330. Il toponimo identifica tanto il rio che la frana. Invece della Ruvîs di Stâli, DC rileva una Clapo de Ruvîš di Stâli quale “Rio franoso a E di Collina”, indicazione assai approssimativa alla quale questo luogo comunque corrisponde. Non è chiaro a che cosa si riferisca la suddetta Clàpo (per l’etimologia, v. Cjampēi di Clàpos), dal momento che qui non si rileva alcunchè di significativo con queste caratteristiche. È probabile che le consistenti opere effettuate lungo il rio e sulla frana abbiano rimosso o cancellato la Clàpo dal terreno e dalla toponomastica. 

  331. Le case di Gorto avevano tipicamente il tetto a quattro spioventi molto inclinati, uguali a due a due, con gli spioventi più piccoli ai lati dell’edificio. 

  332. Sterpet e Sterpêts in comune di Gonârs, DC 128. 

  333. Muovendo da Cjamavùor la strada toccava Sôro ju Prâts, Plan dal Véspol, Avièrt, Cjalgjadùor, Furcùço, Ğùof Dabàs, Ğùof Dadàlt, Belvedère, Crèto Blàncjo

  334. A scanso di spiacevoli inconvenienti a carico di occasionali escursionisti, sottolineo come il sentiero-mulattiera sia decisamente impraticabile nella sua parte superiore, tanto in salita che in discesa e in qualsiasi stagione. Particolarmente d’inverno, dalla vetta di Crèto Blàncjo la prospettiva della discesa è tanto attraente quanto ingannevole, e in caso di neve alta può trasformarsi in un autentico incubo. 

  335. DC131. 

  336. Rispettivamente, romice (Rumex Crispus e Rumex Alpinus) e panace (Heracleum Sphondylium), piante idrofile abbondantissime lungo i corsi d’acqua e nelle zone umide. 

  337. Acquisto di Ms. Nicolò fig.lo di S. Osualdo Barbolano et S. Tomaso Toch mediante la scorporazione fatta dalli Beni di Zuanne qm Vitto Betan…, 1689, APC. 

  338. Le probabilità che non si tratti di una donna sono davvero infime. Tuto sta certamente con le Anùto, Mariùto, Bipinùto, Vigjùto e quant’altre succedutesi nei secoli a Collina. Con tutta probabilità è infatti il diminutivo di una delle 16 Santa o Santina (attraverso Santo→Santùto→Tuto) che si ritrovano in anagrafe dal 1803 al 1898. 

  339. Nel linguaggio parlato, l’espressione corrente è junvàl, agglutinazione di ju in val, lett. “giù in valle”. 

  340. L’associazione di Val con questo toponimo che si ritrova nel catasto d’epoca napoleonica è arbitraria ma anche, tutto considerato, non irragionevole. 

  341. Identica grafia (e genere: anche questo termine è femm.!) ma significato totalmente diverso per val = vaglio o vassoia per mondare i cereali (Sc342, NP1255), dal lat. vallus di identico significato (REW9136). Questa val consisteva in una cesta di vimini con un lato abbassato, ed era utilizzata anche per il trasporto delle interiora del maiale al luogo deputato per il lavaggio (v. Pìçulo Ròjo e Rujùto). E, a ben guardare, la forma di Val non è poi così dissimile da una val… 

  342. Recupero di Ms. Nicolò fig.lo de Ms. Osualdo olim Zuanne Barbolano da D. GioBatta di sora d'un prato in loco detto Val d'Antugnas (recupero di fondo dato in pegno contro prestito in moneta, n.d.a.), 1684, APC. 

  343. Si noti come in questa approssimativa ricostruzione della genesi del toponimo la funzione di de non sia quella della preposizione italiana “di”, ma piuttosto quella della preposizione articolata”alla” o “presso la”. In tal modo la fantasiosa (ma non poi molto) ricostruzione diviene un verosimile “…laggiù in Val, presso la Gòto”. 

  344. Stima dei beni di Maddalena qm Zuane di Carono…, 1694, APC. 

  345. Poche centinaia di metri al di fuori dei confini di Collina, a Sigilletto, in posizione assai riparata ed esposta a sud troviamo il luogo che la TU definisce Vespoléit, un autentico faggeto d.o.c.. 

  346. È la c.d. “via del Lastròn” menzionata nella Guida della Carnia (Mn576). 

  347. È possibile che il termine Vèto si riferisca invece al piccolo avancorpo roccioso, poco più di un gendarme, che si trova nelle vicinanze dello sbocco della via del Lastròn sul crestone SE che scende dalla vetta del m. Canale. 

  348. Nulla a che vedere con viàç = viaggio, ma solo spregiativo masch. di vìo

  349. Fra questi, l’acquirente nel 1867 della non lontana malga Cjampēi (prezzo 9000 lire), Nicola Pascolin da Sigilletto, detto Culàu

  350. Il vì- agglutinato è usatissimo a Collina, quasi sempre associato ad un’idea di moto a luogo (più precisamente, dal luogo ove si trova chi parla al luogo ove si trova ciò di cui si parla). In questo lavoro, oltre a Vidàrios troviamo Virùncs e Viculìno, ma la casistica nel linguaggio corrente è assai più ampia, da vicjàso (“là a casa”) a vištùo (“là in sala”) ecc. D’alta parte, oltre a vi- sono correntemente in uso altre forme agglutinate di preposizioni di luogo: su- (“su”), ad es. in su(d)àlt (“su di sopra”), e ju- (“giù”), ad es. in jubàs (“in basso” o “per terra”) e ju(n)cjàveno (“giù in cantina”). 

  351. Non mi sembra confacente per questo luogo l’etimologia proposta in Fr28 per il toponimo Àriis et al. (nel lat. area = spianata), in quanto priva di riscontro sul territorio: il terreno è qui in pendio uniforme e senza interruzioni, a eccezione del gradino artificiale della strada costruita nel 1915-1920 (e quindi di gran lunga posteriore al toponimo). 

  352. V. nota 6 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  353. Oltre alla nostra, troviamo una via Vidrina a Chialina fraz. Di Ovaro, un locus Vidrina a Leno (BS), una loc. Vidrine (o Vedrine) a Lumezzane (BS). 

  354. …nel luoco solito della Pubblica Vicinia di questo onorando Commune di Collina maggiore e minore dettisi di Vidrinis… (21 agosto 1774), APC. 

  355. Procura data dal Onorado Comune di Colina Riguardo le Diferenze e Contestative col Sig.r Mansionario Bonano, 1795, APC. 

  356. Fino al termine del potere patriarcale (1420), il potere giudiziario in materia civile e religiosa fu prerogativa del feudatario/vescovo, il Patriarca di Aquileia, che lo esercitava tanto attraverso le sue emanazioni gerarchiche (rispettivamente il Gastaldo di Tolmezzo e l’Abate di Moggio), quanto direttamente in ultimo grado di giudizio. Con l’annessione alla Serenissima anche il potere giudiziario fu prerogativa di quest’ultima, che incorporò la gastaldia nelle proprie strutture . 

  357. Fino alla seconda metà dell’800, l’abitato di CG era concentrato lungo il pendio dall’attuale Albergo Volaia in direzione della chiesa. Il limite occidentale dell’abitato era costituito da due case site l’una in luogo dell’attuale parcheggio dell’Albergo Cogliàns, l’altra in posizione adiacente alla prima, in mezzo all’attuale strada. 

  358. 1902 – Giovanni Gaier di Valentino si mise a costruire la casa di Vidrìnos… Cn. 

  359. Il primo edificio a sorgere in Vidrìnos fu la nuova Latteria (1884-1885): ad essa fecero seguito numerosi altri, a partire dal 1902 (AP72-75). 

  360. Mi sembra tuttavia poco probabile una diretta origine in vicinia (REW9310a, in friulano vicìnie, NP1272 manca in Sc), l’adunanza dei capifamiglia del Comune per discutere e deliberare delle cose d’interesse generale. A tal proposito, si noti che il termine in uso – ab antiquo – nella parlata di Collina per indicare la vicinia non è in ogni caso viğanìo, ma bensì vişinanço (Sc351). 

  361. Non mi sento di prendere la scorciatoia che metterebbe Vio sopra Sorovìo, o viceversa. Molto meglio dubitare, e astenersi. 

  362. Preceduto dalla preposizione a, rét diventa avverbio: lâ a rét = andare diritto, ma anche salire o scendere lungo la linea di massima pendenza (lâ surét, lâ jurét). 

  363. Enos Costantini è in disaccordo con questa ricostruzione etimologica, propendendo invece per una interpretazione legata al passaggio degli armenti, una sorta di “armentarezza”. Pur tenendo in grande considerazione opinioni e insegnamenti dell’amico Enos, insisto nella mia interpretazione, anche se per ragioni storiche e logistiche, e non filologiche. A monte del sentiero non v’era alcunché che potesse suggerire o anche solo giustificare il passaggio di armenti (una coppia di buoi non fa un “armento”). Inoltre, il viottolo era eccessivamente ripido e malagevole per il bestiame, il cui eventuale passaggio sarebbe certamente stato più agevole lungo la via normale (a soli 150 metri) piuttosto che per questa scorciatoia.
    Una “via Montarezza” esiste anche a Chions (PN) e a Dolegnano, frazione di San Giovanni al Natisone (UD), come pure una località con questo nome si ritrova in comune di Barcis (PN), ma qui davvero non saprei dire con quale radice storica o etimologica. 

  364. V. nota 8 in Appendice, 1 - Perizia Pascoli

  365. A breve distanza da Collina si veda Vuèzzis, frazione di Rigolato (Fr126). Al di fuori delle regioni indicate si trovano Vizza e Vizzà in provincia di La Spezia, ma forse con significato diverso dal nostro. 

  366. Sc352. Scarbolo incorre qui in una piccola inesattezza, in quanto i comuni proprietari della Vizza erano solo originariamente 7 (Ovaro, Mione, Comeglians, Monaio, Prato Carnico, Rigolato e Forni Avoltri). Nel 1807, con l’accorpamento di Mione al comune di Ovaro i comuni divennero 6, pur mantenendo a 7 il numero delle quote (Ovaro ne possiede quindi 2: una per sé e una per Mione). 

  367. APC. La sanzione è irrogata dal “Gastaldo e Giudici di Tolmezzo”, ciò che fa chiaramente intendere come la violazione delle regole della vizza (o almeno di alcune di esse) fosse di competenza della giustizia ordinaria. Dalla sanzione ben si comprende anche come valesse, almeno per quel genere di infrazione, il principio della responsabilità oggettiva: il crimine è commesso da ignoti, ma la sanzione colpisce i “capi del Comune di Collina”, evidentemente in “rappresentanza” del paese stesso. Resta ancora da comprendere – ma non lo sapremo mai – se sia sanzionata la villa di Collina perché le “ignote persone” non sono poi così ignote, ovvero sussistano indizi o prove che le piante trafugate sono finite a Collina e non altrove; in alternativa, non è da escludere che la sanzione sia irrogata personalmente ai capi stessi del Comune (e dunque non alla comunità intera) per omessa vigilanza sulla parte di vizza di competenza del Comune di Collina. 

  368. Heinz-Dieter Pohl, Bergnamen in Österreich, 2. Die Namen der bekanntesten Kärntner Berge. La "M" di Molaja è da attribuire alla particolare pronunzia carinziana, in quanto "il fonema /v/ è pronunziato bilabiale [w] nel dialetto carinziano: non solo nel caso di Wolaja (Molaja, 1785, di origine romanza), ma anche in Valentinalm (1718 Möledin, con origine slava in voletina 'pascolo dei buoi')". Inf. priv. Pohl. 

  369. Mi era sembrato che una conferma indiretta all'etimologia potesse venire dalla Kriegskarte (VZ), dove il valico come tale è senza nome ma in corrispondenza del passo p.d. sono riportate due frecce a indicare le due possibili direzioni di transito per chi proviene da Collina: l’una, accompagnata dall’indicazione “Mauten e Monte Croce”, volge a E verso il Valentin Törl; l’altra punta a N, “nella Vall aÿa” (sic). Grafia, quest’ultima, decisamente curiosa (si noti soprattutto l’umlaut sulla ÿ) e non dissimile dall’etimologia ipotizzata. 

  370. Già Eduard Pichlhütte, ha mutato denominazione nel 2002. Da Luigi e Michele Gortani il lago è invece indicato come "Lago di M. Canale", denominazione senza altri riscontri noti (Carta botanica, allegato a Go). 

  371. Quasi due secoli or sono il termine Caròno Ròsso conobbe anche il sapore dell’ufficialità grazie alla correttezza dei regi imperiali cartografi di Ferdinando V. Il termine culinòt compare infatti, volto in italiano, in una mappa austroungarica del 1840 per denominare così – “monti della Corona Rossa” – ciò che in precedenza era stato nella Kriegskarte denominato “Grotte di Colina” (v. Crèto di Cjanâl), e oggi in tedesco è detto Biegengebirge (letteralmente “montagne ad arco”). Successivamente i cartografi del belpaese – forse nell’intento di innalzare il rango di una toponomastica così provinciale, forse in un impeto di creatività – per definire esattamente gli stessi monti caveranno dal cilindro l’originale(?) neologismo “monti di Volaia”. 

  372. La discesa lungo il Wolayertal fino al fondovalle del Gail è lunghissima e conduce all'abitato di Nostra e quindi a Birnbaum, piccolo villaggio del Lesachtal (l’alta valle del Gail) ancora lontanissimo dalle principali arterie viabili. Per questa ragione, chi transita da Volaia diretto all'Austria interna preferisce la salita al Valentin Törl e la successiva discesa alla strada di Monte Croce, che porta direttamente a Mauthen e Kötschach e alla viabilità principale austriaca. 

  373. Fra '800 e '900, in un impulso di romanticismo fuori tempo massimo si è assistito a un’autentica mitizzazione del cacciatore-alpinista-contrabbandiere poi acriticamente ripresa anche da autori contemporanei con episodi più inventati di sana pianta che neppure verosimili, e soprattutto riportati, con assai dubbio gusto, al limite del feuilleton e del trash e anche un poco oltre. V. nota 57 nel bel lavoro di Adelchi Puschiasis Collina e l’alpinismo, ovvero l’alpinismo a Collina. Alpigiani dell’Alto Gorto nell’epoca semieroica dell’alpinismo

  374. Walther Schaumann, op. cit., p. 255. 

 

 

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