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37. Canòbio [da]   Q1280, ✧NO.  Prato con stavoli [id., uno stavolo è stato trasformato in punto di ristoro]. Dal soprannome del proprietario dell’omonima baita, popolare posto di ristoro lungo la strada Collina-rif. Tolazzi.

È parte integrante dei Runcs, dei quali occupa la parte orientale, a contatto con la strada che sale al rif. Tolazzi.
Grazie alla baita, il luogo è conosciutissimo da chiunque abbia posto piede a Collina almeno una volta, e soprattutto a questi ultimi è da attribuire la recente nascita del toponimo: da trent’anni infatti andare da Canòbio non significa più necessariamente andare a mangiare o a bere qualcosa ma anche, e più semplicemente, recarsi “là dove sta la baita” 52.

38. Càpo di Marc [te -]   Q1225, ✧S.   Prato ripido [id. inselvatichito, boscaglia]. Càpo forse come forma collinotta per il friul. cape = smerlo, dentello (NP99), dal lat. caput = capo (REW1668), anche con il significato di estremità o sporgenza e qui con il significato di risalto o sporgenza del terreno. Marc, nome di una casa/casata di Collina, è la forma friulana del nome di persona “Marco”.

Il Marc del toponimo è molto verosimilmente Marco Toch di Pietro (1673-1729), capostipite della omonima casata e probabile costruttore della altrettanto omonima casa a CG (AP77), oggi praticamente ricostruita ex novo. Tuttavia, non è noto se il toponimo faccia riferimento a Marc come persona o alla sua casata, la cui discendenza si estingue agli inizi del secolo scorso (ma l’edificio mantiene ancora oggi la denominazione originaria). Càpo di Marc identifica il grosso costolone (da qui l’apparente etimologia) che sulla sx del Riù di Cuéštos scende al ponte sul rio stesso.
Verosimilmente, come per altri luoghi e relativi toponimi, la relazione fra la Capo e Marc è la proprietà del terreno da parte della famiglia di quest’ultimo o, meno probabilmente, di un particolare evento riguardante lo stesso Marc.

39. Caròno [in-]   Q1220, ✧S.   Coltivi in medio pendio [prato e abitazioni]. Caròno (friul. coròne NP188, manca in Sc) è il lat. corona (REW2245), che in Carnia assume anche il significato di “dosso arrotondato sporgente dal pendio di una montagna” (NP188).

Precisamente, con il termine generico di caròno la parlata di Collina identifica i limiti orografici d’impluvio dei maggiori corsi d’acqua. Cigli spesso assai sporgenti in virtù del solco, talvolta molto profondo, che l’erosione del rio ha scavato nel corso dei millenni lungo i ripidi pendii della valle. Il termine è impiegato per lo più in corrispondenza di strada o sentiero che, costretto ad aggirare il costone, per l’appunto lo “incorona”.
Il nostro toponimo individua i campi a S della scuola e delle attuali prime abitazioni di CG (AP304 e 202), là dove la stradella che da CP portava a CG concludeva la salita di Pàlos e, aggirando il costone, accedeva alla campagna di CG.
Gli edifici costruiti qui e nelle immediate vicinanze, e soprattutto la costruzione della nuova strada comunale, hanno profondamente alterato la morfologia del luogo, fino a poco più di un secolo addietro del tutto privo di costruzioni e attraversato solo da un “trozzo largo piedi 3”53.
Con il tempo, il toponimo è venuto a definire i prati e i campi sopra la strada comunale che da qui corre rettilinea per circa 200 m verso il nucleo più antico di CG, al punto che una delle numerose case sorte lungo la strada stessa a partire dai primi anni del 1900 è detta, per l’appunto, in Caròno (AP74).

40. ⇑ Sôro Caròno   Q1230, ✧S.  TU Corona di sopra (CAT1801). Coltivo in medio pendio [prato inselvatichito, scuola comunale]. V. Caròno e la prep. sôro-sopra, per “sopra la corona”.
1909. La scuola
1909. La scuola.

Il toponimo identificava i campi sopra Caròno, là dove il pendio addolcisce decisamente la propria inclinazione, in corrispondenza della curva che l’attuale strada comunale compie al culmine della salita che porta a CG.
La denominazione è certamente antica, come dimostrano, oltre alla toponomastica di epoca napoleonica, i documenti notarili seicenteschi che fanno esplicita menzione di questo luogo, ovvero “… La terza parte del campo di corona di sopra con suoi cavezzi et remisse…”54.
Oggi il toponimo è del tutto desueto, in quanto gli è preferita la dizione de Scuélo (“alla scuola”), con riferimento alla scuola comunale qui costruita nel 190555.

41. Cércen [in -]   Q1325, S. ✧TU   Bosco Cercen. Bosco di conifere [id.]. Dal friul. cercenâ (Sc50) a sua volta dal lat. circinare = tagliare in circolo la corteccia degli alberi (REW1941) allo scopo di farli seccare in piedi.

È il grande e fitto bosco che sale a N di Fontànos e sull’opposto versante (sx orogr.) del Riù de Cjanalèto.
La pratica di disboscamento della circinatio, alternativa alla runcatio, era diffusissima in tutto l’arco alpino56 con lo scopo di ricavare aree coltivabili o a prato. Soprattutto nelle Alpi centro-orientali ha lasciato un grande numero di toponimi e microtoponimi: in Trentino, Veneto e Friuli se ne contano varie decine dalle Alpi al mare (o quasi).
Curiosamente, qui il termine non sta a indicare un terreno libero ma un bosco di vaste proporzioni, mentre la radura in esso ricavata è detta, con apparente contraddizione, Runc di Cércen (v. il lemma che segue). Il termine è migrato, con alcune varianti, ai terreni adiacenti, come dai lemmi qui di seguito.
Analogamente ai vari Runc, Cércen si presta a un tentativo di datazione del toponimo, con qualche certezza riconducibile ad epoca anteriore al XV secolo. A quegli anni risale la principale produzione legislativa della Serenissima riguardo alla silvicoltura, una legislazione prevalentemente mirata alla salvaguardia dei roveri, ma che non lesinava attenzioni a faggi e conifere.
In particolare, la legge ducale del 1475 pose termine alla deforestazione a fini di pascolo e di coltivo.
Naturalmente non sappiamo se e in quale misura la legge fu rispettata quassù, nella più alpestre, e scoscese situazione forsi d'ogn'altra della Provincia… Certo, a differenza di ville contermini Collina non ebbe boschi banditi (a Sigilletto esiste ancora oggi il toponimo Bošc Bandît), sui quali il controllo fu certamente più rigoroso: tuttavia non è da escludere, nel volgere di pochi anni o lustri, un sostanziale rallentamento o addirittura l’arresto della deforestazione massiva.
Tutto ciò a sottolineare come, molto verosimilmente, i toponimi legati alla deforestazione quali Cércen, Runc e loro derivati siano approssimatamene databili al periodo indicato, ovvero al tardo Medioevo57.

42. ⇑ Runc di Cércen [tal -]   Q1290, ✧SE.   Prato in modesto pendio, con fienile e stalla [prato inselvatichito; il fienile è stato convertito in chalet]. V. Runc e Cércen.

Vasta radura erbosa, sita nella parte inferiore del bosco di Cércen e lentamente digradante verso il Riù di Morarìot, al suo limite inferiore dotato di un grande fienile con stalla, costruito nel 1885 in sostituzione di un precedente stavolo e ristrutturato e convertito in chalet negli anni '90. Del prato e dello stavolo troviamo menzione già nella seconda metà del ‘600, quando il solito, sfortunato debitore insolvente è costretto a cedere casa e terreni, fra cui questo58.
Il curioso e apparentemente contraddittorio accostamento di due tecniche di disboscamento profondamente diverse (runcare e circinare) potrebbe spiegarsi con una runcatio successiva all’interno del bosco già denominato Cércen. Una contraddizione apparente, dunque, che lascia intatte le nette distinzioni – metodologiche e funzionali – fra le due tecniche di disboscamento già descritte altrove. La runcatio, ovvero il taglio immediato delle piante d’alto fusto, una volta eliminate le ceppaie fornisce terreno quasi immediatamente fruibile a scopi agricoli, oltre a legname da costruzione e una parte di legna da brucio. La circinatio è mossa strategica e di più lungo termine (2-5 anni), volta ad acquisire spazio coltivabile o pascolo e, nello stesso tempo, alla predisposizione in loco di una riserva di legna da brucio.
Della tecnica di incendio delle fasce alte di bosco, anch’essa volta alla liberazione di aree per fieno o pascolo e ampiamente praticata in altre aree montane delle Alpi, a Collina non v’è invece memoria alcuna, né toponomastica né di altra natura. Probabilmente non fu mai praticata.
Di ritorno ai nostri runcs e cércens, sotto il profilo toponomastico i primi sono certamente più numerosi e uniformemente distribuiti sul territorio: d’altro canto i pochi cércens spingono un rappresentante sin nel cuore del sistema agricolo di Collina, nella campagna di CG (v. Cercenât).

43. ⇑ Ruvîš di Cércen [de -]   Q1240, ✧S.   Terreno di frana [id.]. V. rispettivamente Ruvîš e Cércen.

È la frana, ampia ma poco profonda, che scende da Fontànos e da Cércen alla confluenza del Riù de Cjanalèto nel Riù di Morarìot.
La frana è in via di costante ampliamento, sottoposta com’è alla congiunta azione erosiva delle piene dei due corsi d’acqua: in particolare del Riù di Morarìot, che giunge qui in uscita da una strettoia, e quindi con particolare impeto.

44. ⇑ Cércen Adàlt [a -]   Q1530, ✧S.   Bosco di conifere [id.]. È il culmine del bosco di Cércen, alle pendici del m. Canale. V. Cércen e la prep. adàlt-in alto.

L’adàlt di Cércen è davvero tale, spingendo il bosco direttamente contro le rocce alle falde del m. Canale, senza la consueta, cospicua fascia intermedia di prateria alpina.
I pochi fazzoletti d’erba si aggrappano alle terrazze e alle cenge della parte inferiore della montagna, in competizione con i radi larici che tentano di resistere alla violenza delle valanghe.

45. Cercenât [in -]   Q1215, ✧SE.   Coltivi e prato in modesta pendenza [prato inselvatichito]. V. Cércen e il verbo circinare, di cui cercenât è precisamente il participio passato – circinatus – volto in friulano, e quindi “luogo disboscato mediante circinazione”. È uno dei rari toponimi menzionati come tali da Scarbolo (Sc50)59.
1958. Campi in \Cercenât
1958. Campi in Cercenât. In secondo piano le case di CG (foto G. Scarbolo).

Fino a tempi non lontani, il margine orientale di Cercenât era più conosciuto con la definizione di scovaçâr (discarica o immondezzaio): la necessaria funzione, espletata in virtù della posizione a sbalzo su un sottostante burrone, era svolta al servizio degli abitanti di CG che vi scaricavano, appunto, la scovaço. Prassi oggigiorno riprovevole, ma del tutto comprensibile in tempi senza raccolta dei rifiuti, con poco metallo e nessuna plastica da scartare. Tempi in cui la produzione di scovaço era comunque una frazione – una piccolissima frazione – dell’attuale.
Muovendo ad argomenti meno prosaici, forse più di ogni altro Cercenât si presta a rappresentare lo stato del territorio di Collina all’epoca dell’insediamento dei primi coloni. Il luogo è infatti fra i migliori che l’avaro territorio possa concedere: esposto a SE, a un centinaio di metri da quello che si può supporre il nucleo originario del villaggio, con inclinazione modesta e libero da alberi d’alto fusto.
Forse proprio per il particolare pregio e valore un campo in Cercenât fu impegnato per debiti: “A di 24 di sembrio 1595, zuan michil di culina è, debitor alla giesia di sancto michiael di contadi per L.8 obliga un beiarzo in cercenato in sotto la via publica et altri confini60.
Eppure, non ieri ma l’altro ieri, in un tempo lontano (ma non lontanissimo: diciamo mille anni fa?) in questo stesso luogo fu folta foresta, al punto di rendere necessaria da parte dei coloni la circinatio, allo scopo di liberare il terreno dagli alberi e di ottenere buona terra da semina, soleggiata e prossima all’abitato. Nulla di strano, se poco più di duemila anni fa la stessa pianura padana era un’enorme foresta interrotta solo da fiumi e specchi d’acqua: oggi, non v’è luogo dal quale non si scorga una torre o un campanile.
Un ininterrotto susseguirsi di runcs e cèrcens, ormai, da Torino a Trieste…

46. Circinùts [ti -]   Q1350, ✧S.   Bosco di conifere [id.] sulla sin. (orogr.) di Cércen, fra questo e la base del m. Canale. Il termine Circinùts è il diminutivo di Cércen, volto al plurale.

È la pala boscosa a E della foresta di Cércen: separata da quest’ultima da un piccolo agâr, ne differisce per dimensione, morfologia ed esposizione. La fascia boscosa costeggia le falde della Crèto di Cjanâl per scendere e infine esaurirsi al limite occidentale del Gjarsìot.
Il diminutivo Circinùts è forse da mettere in relazione con le dimensioni del bosco, assai ridotte rispetto a quelle del gigantesco e contiguo che porta il nome originale di Cércen.

47. Cjadìn [tal -]   Q2075, ✧O.  Pascolo e radi larici [idem]. Cjadìn è il “catino da tavola o per lavarsi in cucina, circo o conca rocciosa tra le giogaie del Cogliàns e il Pic Chiadin” (Sc38)61, dal lat. catinus (REW1769).

Il Cjadìn è una parte un poco discosta del pascolo di Morarìot62, incassata fra le vertiginose pareti che scendono a E della Siélo e l’incombente salto roccioso che scende dal Cjadinón, con una costa erbosa che ne preclude la vista da Morarìot. Unico lato aperto verso valle, a O, il pendio che scende a Cjampēi di Clàpos e che fa da quinta ad un bellissimo scorcio su Collina e sull’intera valle.
Da qui si diparte il sentiero che aggira la balza rocciosa che separa il Cjadìn dal soprastante Cjadinón per poi proseguire diretto a raggiungere, allo sbocco del Vallon del Ploto della TU, l’attuale via normale al Cogliàns che qui giunge dal rif. Marinelli.
A beneficio degli escursionisti-alpinisti con qualche interesse storico è da notare come, prima della costruzione del rifugio alla Fòrcjo di Morarìot, la via comune per il Cogliàns fosse proprio questa per il Cjadìn e il Cjadinón, più logica e più breve di qualsiasi altra per chi intenda salire il monte da S.

48. Cjadinón [tal -]   Q1710, ✧SO.  TU Pic Chiadin. Prateria e macereti [idem]. Accrescitivo di Cjadìn (v. il lemma prec.), e quindi “catinone”.

Posto sopra il Cjadìn e sotto il Pic Chiadin della TU, è il naturale prolungamento al basso del grande vallone che scende dal Cogliàns verso S63, mentre a E ed O il grande catino è chiuso dai ripidi pendii a sfasciumi erbosi del Pic Chiadin e dalla verticale parete rocciosa degli ultimi contrafforti SSO (coston di Stella) del m. Cogliàns. Unico sbocco, verso S, è il salto roccioso che scende ai pascoli del sottostante Cjadìn.
Il Cjadinón è crocevia in quota di sentieri alpinistici: il fondo della conca è interamente percorso dal sentiero che dal Cjadìn raggiunge direttamente la via normale di salita da S al m. Cogliàns. In senso orizzontale il Ciadinón è invece attraversato, nella sua parte superiore, dal sentiero Spinotti.

49. Cjafòlto [te -]   Q1710, ✧S.   Prato [id. inselvatichito]. volendosi complicare la vita, sembrerebbe una forma, forse arcaica, del participio passato del verbo cjafùolgi = rimboccare le coperte del letto (Sc39)64, dal lat. caput = capo e volvere = (av)volgere (REW1668 e 9443). Oppure dal lat. cavus o cava = cavità (RE1796), ma anche fosso che segna il confine, attraverso qualche forma diminutiva (caveola) cui tuttavia osta la posizione dell’accento tonico di Cjafòlto.

Secondo le etimologie avanzate (da escludere, per la posizione remota e la ripidità del terreno, un’origine in cjamp = campo, v. Cjamavùor), si tratterebbe comunque di un luogo incavato o rinserrato, ciò che sul terreno trova riscontro nella parte inferiore del prato così denominato, chiusa nel fondo del solco di scorrimento del Riù deCjafòlto (v. il lemma seg.). Non è anzi da escludere che proprio quest’ultimo, l’idronimo Riù de Cjafòlto, sia l’originale da cui è derivata la denominazione del prato circostante.
Va da sé che anche la Cjafòlto, posta fra Cjailìot, in Ğùof e Creşadìço, è uno dei numerosi prati di mont (e non certo fra quelli di maggior pregio o resa) abbandonati da mezzo secolo, e oggi raggiunti tuttalpiù da qualche raro cacciatore in cerca di caprioli.

50. ⇑ Riù de Cjafòlto [lu -]   Q1650-1465, ✧SE.   Corso d’acqua [id.]. V. Riù e il lemma prec.
L’alveo del corso d’acqua prende avvio al limite superiore del gran dosso di Creşadìço per poi scendere a formare, dopo un corso non breve e una volta ricevute le acque dell’Agâr Balt, l’Agâr di Macìlos. Pur non essendo particolarmente ricco d’acqua, il Riù de Cjafòlto è uno dei rii/agârs più lunghi del versante dx della valle.
 
51. Cjailìot [in -]   Q1720, ✧S.   Prato con fienile e stalla [prato inselvatichito, ruderi]. Si tratta indubbiamente di un fitotoponimo, ma l'etimologia è oscura. Nella parlata di Collina il suffisso collettivo -ìot equivale al lat. -etum (in friulano -êt, it. -eto, -eta), ed è esito tipico dei fitotoponimi (Colarìot, Morarìot, Pecìot, Malìot ecc.).

Cjailìot è posto al centro di una serie di altri prati variamente denominati che lo circondano interamente: da O, in senso orario, Cjafòlto, Pra(t) di Àmblis, Pradùts e Creşadìço, Frints, tutti raggiungibili da sentieri che muovono da questo luogo, o che questo luogo attraversano. Era un bel prato da sfalcio, dotato di strutture atte ad ospitare, oltre al fieno, anche il bestiame il cui stallatico era utilizzato per la concimazione dei prati meno fortunati e meno produttivi posti nei dintorni.
Una volta di più siamo in presenza di un toponimo plurisecolare, che gli archivi ci restituiscono con la forma italianizzata “Chialetto”: “…accetando una annua livellaria responsione di affitto, overo livello di L. 13.1 conforme la parte (…) cioè in raggione di sette per cento d'esser pagate ogni anno, et imperpetuo per il detto venditore, overo per li heredi suoi, nel gior di sopra alli 8 ottober incominciando nell'anno venturo 1673, et similiter et questo in et sopra un suo prato in luogho chiamato chialetto confinando nel levar del sole appresso il bene commune à mezo giorno appresso…65.
Al di là della pressoché certa origine botanica, l'etimologia è quanto mai incerta, e tutte le ipotesi si scontrano con ostacoli di varia natura (linguistica, morfologica, di habitat). Sempre dando per scontato il suffisso fitotoponimico -ìot, una radice accettabile potrebbe essere nel friulano giai al quale corrispondono le infiorescenze di vari generi della famiglia delle leguminose (NP376 anche s.v. gialut o gialuz). Oppure, sulla falsariga di altri toponimi, ipotizzare una agglutinazione di cjamp = campo (v. Cjamavùor e Cjanóuf) con qualche specie vegetale abbondante in loco. Trattandosi di prato di mont distante dall'abitato, naturalmente non sarebbe tanto da intendersi nel significato letterale di "area coltivata" quanto in senso figurato. Ma siamo ai limiti dell'accanimento etimologico.

52. Cjalcinêro [de -] (1)   Q1110, ✧SE.   Terreno nudo [boscaglia e abeti]. La cjalcinêro è il forno da calce (Sc40) dal lat. calcaria (REW1492).

Il toponimo individua l’area in prossimità di un’antica fornace per la produzione di calce, poco a NE del ponte del Fulìn, lungo la strada da lungo tempo in disuso che costeggia il corso del rio fino alla confluenza del Riù di Cuéštos.
Le cjalcinêros di Collina (e relativi toponimi) erano due (v. il lemma seg.), entrambe prossime ai corsi d’acqua dove prelevare la materia prima.
La fabbricazione della calce viva (ossido di calcio, CaO), sostanza di base indispensabile all’edilizia e all’igiene dei fabbricati, era procedimento lungo e complesso, a partire dalla progettazione ed esecuzione della camera di combustione. Era quindi necessario preparare da un lato una grande quantità di legna per la combustione (circa 900°C), e dall’altro un opportuno quantitativo di pietra calcarea (carbonato di calcio), prelevata per la fornace di CP dal letto del rio Fulìn.
L’operazione di carica della fornace (quantitativo di legna, disposizione delle pietre da calcinare nella volta a botte) era forse il passo più delicato dell’intera procedura, in quanto seguiva uno schema rigidissimo volto ad ottimizzare la combustione e la distribuzione del calore.
La fase di cottura durava circa 48 ore, e richiedeva la presenza continua, giorno e notte, di qualcuno donne comprese che sorvegliasse e alimentasse costantemente il fuoco. Il tutto sicuramente con non poco rischio, vista la elevatissima temperatura e la totale assenza dei più elementari principi di sicurezza.
Le cjalcinêros seguirono il destino di tutte le attività produttive di Collina – segherie, fucine e mulini – non più competitive e abbandonate intorno alla metà del XX secolo. Oggi, definitivamente crollata nel 1988 la volta di quella del Fulìn, di entrambe le fornaci non rimangono che poche tracce.

53. Cjalcinêro [de -] (2)   Q1260, ✧NO. Terreno nudo [boscaglia e abeti]. V. il lemma prec.

Era questa la cjalcinêro di servizio a CG, situata al margine dx della strada che porta al rif. Tolazzi, poco a valle della Ròjo dal Çuét.
Destino d’uso e modalità operative erano evidentemente le stesse della consorella di CP, con la sola differente origine della materia prima: là il rio Fulìn e qui invece, a pochi passi, il rio Morareto.

54. Cjalgjadùor [a -]   Q1510, ✧S. Prato in medio pendio [id., inselvatichito]. Cjalcjâ definisce l’atto di pestare o pigiare con i piedi (Sc39), dal lat. calcare (REW1491). Il nostro toponimo corrisponde al calcatorium latino (REW1493) lett. “pigiatoio”, o luogo ove è pigiata l’uva66.
1956. La mèdo
1956. La mèdo.

Differenza non trascurabile (purtroppo assai pratica, e non etimologica), a Cjalgjadùor si pigiava non l’uva ma il fieno della mèdo, il caratteristico covone che in numerosissimi esemplari costellava i prati di mont in attesa del trasporto del fieno a valle con la slitta, lungo le ripidissime stradòs des ùolğos.
Circa le ragioni che possono avere elevato il luogo al ruolo ufficiale di calcatorium, la più evidente è relativa alla strategicità del sito, punto di snodo fra i sentieri che scendono dai prati circostanti e la strado des ùolğos che scende a CP, nonché all'agio delle operazioni di innalzamento delle mèdos in quest’area, in pendio moderato e del tutto libera da piante d’alto fusto. Di fatto, qui i covoni erano molto numerosi.
Anche Cjalgjadùor era terreno di proprietà comune, e tale rimase fino al 1871, quando insieme ad altri fu oggetto di una vasta opera di ripartizione dei fondi comuni fra i membri del Consorzio privato di Collina67.

55. Cjamavùor [in -]  Q1215, ✧SE.  Coltivi in pendio moderato [prato selvatico, erbe alte]. Sotto mentite e modeste spoglie, Cjamavùor altro non è che il molto più altisonante cjamp majùor, “campo maggiore” (Sc42), in lat. campus major (REW1563 e 5247, rispettivamente)68.
1916. Volaia, baraccamenti a ridosso della prima linea
1958. Scorcio di CP da insòm Pàlos. Al centro, sopra le case, il declivio di Cjamavùor

Il toponimo identifica un’ampia area soprastante le case alte di CP, contigua all'abitato e in eccellente esposizione. Il luogo gode anche di un vasto e splendido panorama.
Un tempo sparso di campi di patate, rape e barbabietole, Cjamavùor poteva a buon titolo fregiarsi del titolo di campus major fra i coltivi di CP.
Qualche acrobazia lessicale tardo seicentesca (“meior” per maior, come in “Ittem di piu uno campetto in Ciamp meior per ducatti 1069) non cambia ma piuttosto rafforza il senso di “maggiore” e la qualità del terreno.

56. Cjampēi [in -]  Q1750, ✧SO.  TU Casera Chiampei. Area con pascolo e strutture malghive [prateria alpina, ruderi]. Cjampēi è nome generico con cui si indica il pascolo concimato presso la malga (Sc43), dal lat. campus (v. il lemma prec.) con l’aggiunta del suffisso –ilius, infine campilius70.
2015. Ruderi di casera Cjampēi
2015. Ruderi di casera Cjampēi sullo sfondo di Crèto Blancjo a sx e dei Bùrgui al centro verso dx (foto dell'autore).

Fra il 1860 e il 1877 il Consorzio Privato di Collina procede alla privatizzazione (nihil sub sole novum) dei terreni di proprietà consortile. In questo contesto, nel 1867 alcuni prati di mont che si affacciano sull’alto corso del Riù di Cuéštos sono ceduti in blocco ad un privato, l’avv. Grassi di Tolmezzo71. Nell’affare c’è anche la parte superiore dei prati di Cjampēi, allora inutilizzata, che poco dopo darà il nome all’alpeggio concepito e attuato dal nuovo proprietario.
Dunque, Cjampēi e tutta la sua etimologia sono già lì dove li conosciamo ben prima che nasca la malga, e prima che le vacche provvedano generosamente a concimare il … Cjampēi di Cjampēi. Se ne deduce quindi che in quel luogo c’era – o, più probabilmente, c’era già stato – un altro Cjampēi, un altro alpeggio e forse un’altra malga proprio qui, dove l’avvocato tolmezzino ne costruisce una nuova. Diversamente, perché attribuire al luogo un nome di così preciso e inequivocabile significato?
Beninteso, di tutto ciò non c’è oggi testimonianza né memoria, a Collina e dintorni (e questa è precisamente una delle ragioni per cui si scrive di queste cose e d’altre simili). Perché dunque non accostare la "vecchia" Cjampēi alle quasi dirimpettaie Bergjarìos (anch’esse, a ben vedere, con trascorsi non del tutto chiari) a costruire un unico e più vasto sistema di alpeggi comprendente l’?intera alta valle del Riù di Cuéštos da Belvedère a Cjampēi, sistema altrimenti detto Valantùgnos? E si trova forse in quest’ultima località, Valantùgnos, una chiave di lettura di quanto di antico (vecchio?) c’è o c’era in quest’area. Vedremo.
D'altra parte anche nella nuova impresa è acceratata, e sin dagli inizi, la non completa autonomia di Cjampēi sotto il profilo pascolivo, tant'è che nei primi anni del XX secolo Cjampēi figura come una specie di dépendance della Cjanalèto72. Se da un lato infatti la favorevole esposizione, interamente a SSO e del tutto priva di ostacoli, ne faceva il primo alpeggio ad essere monticato ad inizio stagione (ancor prima della canonica data dell’avvio ufficiale degli alpeggi, il 24 giugno, giorno di san Giovanni), dall'altro la forte inclinazione di tutto il territorio di pascolo e la conseguente pericolosità per il bestiame ne riduceva considerevolmente la fruibilità.
Di ritorno alla (nuova) malga di Cjampēi, questa ha dunque storia relativamente recente, e comunque assai breve: circa 80 anni, nel corso del quale ebbe ripetuti mutamenti di proprietà fino alla desuetudine per l’alpeggio dei bovini, intorno al 1960. Dopo un breve periodo di destinazione a pascolo di pecore, l’alpeggio fu per lungo tempo del tutto abbandonato: le costruzioni, lasciate a sé stesse e prive di manutenzione, sotto l’azione degli elementi in breve tempo crollarono, fino a ridursi agli attuali ruderi. Oggi vi sono ritornate al pascolo le pecore, ma senza alcun ricovero, mentre rovine e dintorni sono invasi da una florida e abbondante vegetazione che, in tutta evidenza, ancora sfrutta la intensiva concimazione del Cjampēis dei secoli passati.

57 ⇑ Plan di Cjampēi [tal -]  Q1550, ✧SO. Prato in modesto pendio [id. inselvatichito]. V. Plan e il lemma prec.

Poco prima di giungere in Cjampēi il sentiero che vi sale da CG attraversa il breve Plan di Cjampēi, posto sopra Ruédol e Sarmuàlos e separato dal soprastante pascolo solo dalla breve ed erta china di Piçóul. E la contiguità all’alpeggio (oltre ovviamente alla diversa inclinazione) è la sola ragione della analoga denominazione di questo piccolo pianoro che bestiame vide solo in transito.
Mai pascolo ma sempre prato da sfalcio (e infatti non fece parte della ripartizione/cessione del 1867, quando fu ceduta l’area dell’alpeggio), il Plan di Cjampēi tale rimase fino alla cessazione d’ogni attività, negli anni ’60 del secolo scorso.

58. Cjampēi di Clàpos [in -]  Q1590, ✧O. TU Chiampei di Clapos (IGM 1913). Pascolo in alpe [idem]. V. i lemmi che precedono e Clap, di cui clàpo è il femm. (e clàpos il plurale di quest’ultimo), con il significato di pietra sporgente dal terreno.

Cjampēi di Clàpos è un caratteristico e ameno pascolo di alta montagna, un ampio pianoro racchiuso fra gli strapiombanti contrafforti orientali della Sièlo e le ultime propaggini boscose del costone che scende dal Pic Chiadìn in direzione SO. Un bellissimo prato verdeggiante, qua e là punteggiato di grosse pietre bianche e di massi erratici (clàpos), a cui si deve l’attributo e che richiamano, quantomeno per significato, la chiappa che sorregge Dante nella breve risalita di una balza in Malebolge: Non era via da vestito di cappa, / chè noi a pena, ei lieve e io sospinto, / potavam sù montar di chiappa in chiappa73.
Pur distinto e separato dal pascolo principale di Morarìot, è comunque una pertinenza di quest'ultimo, al cui bestiame è da far risalire il termine generico di Cjampēi in quanto pur sempre “prato concimato della malga”.

59. Cjampēi Vècju [tal -]   Q1670, ✧NO. Pascolo in alpe in pendio dolce [id. attraversato da strada forestale]. Per Cjampēi v. i lemmi che precedono; vècju = vecchio (Sc344), dal tardo lat. veclus (REW9291, 2).

È il vecchio Cjampēi della malga di Morarìot74, qualche centinaio di metri a O dell’attuale casera, oltre (sx orografica) il Riù di Morarìot.
Con tutta probabilità un tempo la casera Morareto era posta esattamente qui, in posizione più defilata rispetto alle linee di caduta delle valanghe ma anche più periferica rispetto al grande pascolo dell’alpeggio. Non sono noti gli eventi o le ragioni che spinsero i proprietari, in epoca anch’essa ignota, a collocare gli edifici della malga di Morarìot dove oggi si trovano, in posizione certamente più centrale rispetto al pascolo ma anche più esposta, dove negli ultimi decenni del 1900 le costruzioni furono ripetutamente colpite da valanga e fortemente danneggiate.
Il Ciampei vècju è ancora molto frequentato dai bovini di Morarìot, che sembrano tuttora apprezzare la qualità del pascolo.

60. Cjanalèto [te -]   Q1815, ✧SE.   TU Casera Chianaletta. Pascolo in alpe e relativa casera, [pascolo inselvatichito e ruderi]. V. Crèto di Cjanâl. Letteralmente, cjanaléto è dim. (al femm.) di cjanâl, quindi “canaletta”.
1985. Ruderi di casera Cjanalèto
1985. Ruderi di casera Cjanalèto. Cjampēi si trova dietro il costone sullo sfondo (foto dell'autore).

Il significato è in relazione con la sovrastante Crèto di Cjanâl cui, secondo un processo consolidato nell'area alpina, Cjanalèto ha probabilmente conferito il nome. Gli archivi lasciano pochi dubbi in proposito: “… il Prato chiamato degli Amblis pertinenze di Culina, confina … a mezza notte con il monte del Canale75, ossia Cjanalèto intesa come montdal Cjanâl (“malga del Canale”).
La casera è collocata in posizione caratteristica, nel fondo di una valletta ai piedi dell’incombente Sasso Nero della TU (non del Cla(p)nìori, che sta invece sopra Cjampēi!) e delle falde occidentali della Crèto di Cjanâl o m. Canale. Le costruzioni sono poste al riparo di un grande sperone roccioso avente funzione di paravalanghe naturale. Tuttavia, ciò che protesse egregiamente dalla furia degli elementi nulla potè contro il logorio del tempo, contro la vetustà e l’abbandono: ormai da lungo tempo il tutto è solo un cumulo di ruderi.
Anche quando operativo, l’alpeggio soffrì tuttavia della posizione angusta, e di un pascolo piuttosto roccioso o comunque disagevole, tant’è che il bestiame si spingeva d’abitudine sulle praterie della non lontana Cjampēi con cui era in relazione forse da tempi antecedenti la costruzione della malga Cjampēi stessa76.
Dopo l’avvio o più probabilmente il riavvio dell'alpeggio di Cjampēi la Cjanalèto fu destinata al pascolo dei buoi o di pecore e capre, al pari delle Bergjarìos di cui seguì anche la sorte: entrambe furono probabilmente abbandonate nel corso della prima guerra mondiale, e mai più riattivate77.

61. ⇑ Riù di Cjanalèto [lu -]   Q2125-1260, ✧SE/SO.   Piccolo corso d’acqua perenne [id.]. V. Riù e il lemma prec.

Il Riù di Cjanaleto è anche detto Riù diSovròndo, per la caratteristica località che attraversa nel suo corso.
Il rio nasce allo sbocco del ripido canalone compreso fra il Sasso Nero e la Creta di Chianaletta della TU, circa 150 m a NO della casera di Cjanalèto. Ha percorso ripidissimo e portata modesta, ma in caso di forti piogge si tramuta anch’esso in una forza senza freni, giacché nella parte alta il suo bacino è formato da un vasto imbuto di roccia nuda che, assorbendo poco o nulla delle acque meteoriche, convoglia a valle tutta la gran massa d’acqua che raccoglie.
Poco prima di confluire nel riù di Morarìot a monte della Siēo, il rio forma la frana della Ruvîš di Cèrcen.

62. Cjanalètos [tes -]  Q1630, ✧E. Prato [id. inselvatichito, boscaglia]. V. Cjanalèto, di cui è il plurale.

A differenza dei lemmi precedenti, che si rifanno all’orografia del sistema m. Canale-m. Sasso Nero, l’origine del toponimo Cjanalètos è da ricondursi ai ripidi e profondi solchi longitudinali del terreno che da Ğùof Dadàlt scende precipitoso al sottostante Riù di Cuéštos.
Situati lungo lo scosceso fianco orientale di Crèto Blàncjo, i prati delle Cjanalètos sono posti in posizione assai malagevole e pericolosa: nonostante las çàfos (i piccoli ramponi calzati sui ripidi prati di mont) ai piedi, lo sfalcio era comunque effettuato in equilibrio certamente problematico, e in condizioni di autentico rischio per l’incolumità del falciatore.
Se non numerose, alcune scivolate furono comunque drammatiche: un contadino di Collina vi perse la vita, precipitando nel sottostante rio.

63. Cjanóuf [in -]  Q1185, ✧S.   Coltivo in pendio dolce [abitato AP55, orti]. Analogamente a Cjamavùor = cjamp majùor, Cjanóuf altro non è che agglutinazione di cjamp nóuf, “campo nuovo” (Sc42, Sc199); la trasparente origine è nel lat. campus (REW1563) e novus (REW5972).

Con sufficiente precisione il luogo dovrebbe essere collocata nelle immediate vicinanze dell’omonima casa a CP, là dove la strada stessa si inoltra fra le case e i fienili e poco al di sotto della strada stessa.
L'etimologia del toponimo, presumibilmente assai antico78, potrebbe in prima istanza far supporre l'esistenza di un suo opposto, ossia Cjàmp vècju (campo vecchio). Non è così, almeno a memoria e memorie d’uomo, né è necessario congetturare oltre circa la sua reale esistenza. Più verosimilmente – e semplicemente – Cjàmp nóuf venne a identificare un terreno messo a coltivo ex novo, per distinguerlo da altro già coltivato, anonimo o denominato che fosse.

64. ⇑ Sôro Cjanóuf   Q1195, ✧SE.   Coltivi, stalle, orti e fienili in pendio medio [prato, fienile, abitazioni AP104/133, attraversato da strada comunale Collina-Forni Avoltri]. V. il lemma prec. + la prep. sôro-sopra.

Il toponimo mi fu segnalato da mio padre, la cui famiglia aveva qui beni al sole, ma è andato perduto nell’uso comune. Evidentemente contiguo a Cjanóuf e in posizione più elevata rispetto a quest’ultimo, ne costituisce la naturale prosecuzione verso l’alto all'accentuarsi del pendio.
Oltre che alla posizione elevata e al pendio più ripido, necessari presupposti per il prefisso sôro che accompagna il toponimo principale, la separazione fra i due è sottolineata dal passaggio della strada che entra in CP79. A maggior ragione oggi che, da tempo scomparsi i campi e ormai ridotto ai minimi termini il prato, Sôro Cjanóuf è circoscritto a un lembo di terra compreso fra le due strade principali che transitano da CP.

65. Cjasarîl [in -]   Q1190, ✧SE.   Prato e campi in pendio dolce con stavoli e fienili [prato inselvatichito, edifici diroccati]. Forse dal lat. casalis = pertinenza della casa, casale o casolare (REW1729), analogamente al friul. cjasarìts (NP139, manca in Sc). Oppure, ancorché problematica per più ordini di motivi, un'origine in casearia = luogo ove si produce il formaggio (REW1735) attraverso “casera”, ipotesi autorevolmente avanzata da Desinan per Chiasarîl, toponimo di ubicazione ignota ma identico al nostro (De149)80.
1956. Fienile con stalla in Cjasarîl
1956. Fienile con stalla in Cjasarîl (foto G. Scarbolo).

Al termine Cjasarîl corrisponde l’area a E della chiesa oltre Palù, dal Soggiorno Alpino Aquileia (al limite inferiore di Cercenât) fino al fondovalle del riù di Morarìot. Splendida area nei pressi dell’abitato, in pendio dolce e uniforme rivolto a mezzogiorno, Cjasarîl fu certamente uno dei terreni più pregiati dell’intero territorio di Collina, e come tale fu anche concesso (e accettato) in pegno contro credito, come ben si evince dai documenti che seguono.
“1762 A di 7 Setember in Colina. Confesa lo soto scrito et si Chiama Reall Debitore Di haver Riceuto Da Lenardo q.m Zuane Barbollan ogi fatto Conto, Di Roba et Dinari et Di agionte Dalla Casa, Di lui et suo filgiollo Zuan giacomo, in tuto fiorini satanta nove Carantani 35 Dico L.79 X.35. et per Cautione Di Detta suma gli obligo li soto scriti beni, cioe il Campo di Chiasarile, il prato nel Runch Di Zerzen con la sua posizion Dala staipa, et il Baiarzo soto la Casa paterna, prometendo al sudeto Di mantenir quanto di sopra si a espreso in giudicio et fuori soto obligatione di altri miei beni mobilli et stabilli presenti et venturi…”81.
Quattro anni dopo, “1766 Ind.ne 14.ta, giorno di Mercordi 6 Agosto nella villa di Colina maggiore in casa di d.no Osualdo Barbolano deb. e presente. Vivendo reale, e legittimo debitore d.no Osualdo q. Giacomo Barbolano di questa villa alli sottonominati di lui Creditori, e non potendo in ora pagarli con denaro effettivo qui presente d.no Giacomo di lui figlio intervenendo per lo stesso di lui genitore dà, cede, e in pagamento rinonzia li soggionti Beni paterni essicutivam.te alla stima odierna rassignata in questi atti.
(…) Primo. per d.no Osualdo e fratt.i qm. Antonio di Sopra creditori di L. 1000:- juxta da chirografo 1761-27 settembre, notificato in Archivio oltreché sussiguente, di L. 57 dipendenti da altro credito, nec non di L. 397:18 come cesionario di d.no Leonardo qm. Zuanne Barbolano contenente in chirografo 1762 7 settembre notificato in Archivio su detto, e di L. 158:11 cesionario come sopra per altra natura di cred.o, tutto fa L. 1613:10, (cede) il campo detto di Nava, e altro detto Stalatton per L. 514:-. Item il Campo detto Sottoqual per L. 178:4. Più un pezzo prato detto Runc di Piazza per L. 134:14. Item la metà della staipa L. 31. Item altro prato detto Runc di Piazza per L. 121:10. Item il prato detto Nava verso levante per L. 290. Item il Campo detto Chiasarijl per L. 149:10. Item il prato nel Runc di Cercen colla metà della Staipa per L. 197:10 il che tutto rileva L. 1616:-8, avanzano L. 3:2”82.
Proprio in quanto di particolare pregio l’area di Cjasarîl fu tra le ultime ad essere abbandonate dall’attività agricola, negli ultimi decenni del secolo scorso. Ma il tempo lavora, e degli edifici ormai non rimangono che poche macerie.

66. Cjàso Boreàn [in -]   Q1590, ✧NO.   TU Boreàn. Bosco resinoso in pendio ripido [id.]. Dal lat. casa (REW1728, manca in Sc) che nella parlata di Collina diviene cjaso (in friulano centrale è cjase, NP140), e dal lat. boreas (REW1219) e suo derivato borearius = vento del nord83.

Più che un toponimo in senso stretto, il termine Cjaso Boreàn indica genericamente la parte culminante del lungo versante a bacìo della valle, a sua volta popolata di altri microtoponimi (ad es. Spelât).
Il luogo è effettivamente assai esposto al vento di tramontana, da cui il versante della conca di Collina volto a meridione e che ospita gli abitati e i coltivi è invece ben riparato dalla Crèto di Cjanâl alle sue spalle. La corrente fredda irrompe dal varco di Volaia e si getta contro il versante dirimpetto, talvolta con grande violenza e d’inverno con effetti letteralmente raggelanti. Il toponimo è di origine indubbiamente antica e forse colta, ma è anche assai pittorico ed efficace. Certamente uno fra i più bei toponimi di Collina.
Il culmine di questo versante meridionale, che ha origine nel m. Crostis e chiude a S la conca di Collina, scende verso O a formare la Gòto e costituisce il confine fra i comuni di Forni Avoltri e Rigolato, separando i territori delle due oggi rispettive frazioni di Collina e Givigliana come temporibus illis fu formalmente convenuto fra le due Ville: “…da mezzo giorno verso Giviana da nuovo fu scolpita in pietra altra Croce; indi continuando per la Gotta stessa sino al piano dettosi “Chiasarijl borean” fu in sasso rinovata una Croce…”84.

67. Cjàsos [des -]  Q1435, ✧SO.   Bosco di conifere, baraccamenti [bosco, roccia, pista forestale: egli edifici non v’è più traccia]. Cjàsos è pl. di cjàso (v. il lemma prec.).

Chi salga dal rif. Tolazzi a Morarìot e al rif. Marinelli incontrerà, sulla sx della strada, un incombente salto di roccia con qualche residuo di carpenteria metallica. Qui, circa a mezza via fra il rif. Tolazzi e la Cunfìn, nel 1960 furono esperiti alcuni tentativi per l’avviamento di una cava di marmo (le attrezzature risalgono a quegli anni).
L’iniziativa – come altre simili avviate a poche centinaia di metri da qui – ebbe poca fortuna, e fu ben presto abbandonata. I suoi resti aiutano solo a identificare il luogo: dov’è des Cjàsos (e dove erano las cjàsos).
Le nostre cjàsos nascono baracche, costruite all’inizio del primo conflitto mondiale nelle immediate retrovie della prima linea. Il luogo di costruzione, nella valle del Riù di Morarìot poco a monte del Plan di Valebós, fu prescelto dal Regio Esercito in quanto in posizione relativamente riparata dagli eventi atmosferici, assolutamente al sicuro dal tiro nemico e, nello stesso tempo, non distante dalla prima linea.
Le costruzioni furono immediatamente battezzate cjàsos dai Collinotti in quanto, diversamente dalle altre baracche costruite prevalentemente in legno, queste erano parzialmente costruite in muratura85.
Terminata la guerra ed esaurita la funzione delle cjàsos, queste furono abbandonate a sé stesse e a chiunque avesse necessità di pietre da costruzione. Di esse non v’è più traccia alcuna.

68. Cjaštùt [dal -?]   Q?, ✧S?   TU (CAT1801) Cjastùt. Campo con costruzione [prob. prato inselvatichito]. Parrebbe diminutivo di cjast = granaio o locale della casa a uso di riporvi il grano e altri prodotti campestri (NP140, manca in Sc), dal medio lat. castula = piccola scatola, ripostiglio (REW4682, 2).

Nulla ci è noto circa la posizione di questo luogo, la cui esistenza e destino d’uso si desumono dal catasto di epoca napoleonica. La stessa esposizione a S è a sua volta desunta dal destino d’uso in quanto tutti i coltivi di Collina si trovavano, senza eccezione, su questo versante.
Né è di concreto aiuto la pur verosimile etimologia, che fa solo supporre l’esistenza di un campo (forse di orzo o segale) con annessa una piccola costruzione, probabilmente dedicata alla battitura, alla pilatura e al deposito delle granaglie. Il tutto, per evidenti ragioni, nelle immediate vicinanze di un’abitazione.
Siamo nel pieno campo (sic) delle supposizioni.

69. Cjavaçûlos [in -]   Q1700, ✧SO.   Prato in pendio ripido [id. inselvatichito]. Da scjaveçâ = spezzare in più parti (un ramo, una pertica ecc.) ma anche, come nel nostro caso, attraversare qualche cosa, un prato o altro, a mo' di scorciatoia (Sc274, NP969 s.v. s'ciavazzâ) dal lat. excapitiare (da cui anche l'it. capezzagna con significato analogo), a sua volta con radice nell’aggettivo capitium = inerente al capo (REW1637)86. Il risultato del processo evolutivo del toponimo (che, fra l’altro, contempla l’aggiunta del suffisso -ûlos, diminutivo femm. plurale) è qualcosa di simile a “brevi scorciatoie” o “piccole aree attraversate da scorciatoie”87.

Tipico prato di mont, di dimensioni modeste, Cjavaçûlos è situato immediatamente al di sotto del pascolo della malga di Cjampēi.
L’etimologia si rifà all’attraversamento in orizzontale dei prati fra sfalcio e pascolo, un po’ l’uno e un po’ l’altro a seconda delle circostanze e delle convenienze, per portarsi da Cjampēi al “crocevia” di in Ğùof e raggiungere la strado des ùolğos che appunto in Ğùof prende avvio per scendere a CG.

70. Cjavuàlos [in -]   Q1530, ✧SE. Prato e coltivi in pendio ripido, e piccola cava di pietra [prato selvatico e bosco, cava in totale disuso]. Radice nel lat. cava (REW1796, 1), e quindi al diminutivo pl. per un risultato come cjavuàlos o gjavuàlos88, “piccole cave”. Non necessariamente la c di Cjavuàlos va intesa come maggiore prossimità all’etimo remoto cava: più probabilmente si tratta di un’ulteriore evoluzione in c del g medio nel parlato comune.

Coerentemente con l’etimologia, in Cjavuàlos erano estratte pietre e lastre nere di scisto per l’impiego in edilizia: con questa pietra fu costruita, a partire dal 1902, anche la casa de Pàuro a CG (AP73).
Il toponimo identifica l’area compresa fra i due agârs (A. Balt e A. de Cjafòlto) che scendono a formare l’Agâr di Macìlos: la particolare posizione ha fatto sì che in tempi recenti al toponimo fosse attribuita un’etimologia in caballus, cioè “a cavallo” dei due solchi. Un’etimologia tanto suggestiva quanto poco verosimile.

71. Cjìolos [in -]   Q1490, ✧O. Prati con stavoli in lieve pendio [prato selvatico e bosco, ruderi di stavoli]. Toponimo di origine incerta. Forse dal lat. cavula = piccola buca o cavità (REW1795, friul. cevole e ceule, NP118), con riferimento agli avvallamenti che caratterizzano il terreno89.

Tipico prato di mont fra Cuél di Ğulìgn e i Çòcs, come i terreni contigui (Temós) è caratterizzato da consistenti fenomeni di impaludamento (la Palù di Cjìolos): da queste acque superficiali prende avvio l’omonimo Riù di Cjìolos (v. il lemma seguente).
Pochi altri luoghi sanno dare la sensazione dello scorrere del tempo come questo. Transitando lungo il sentiero che da San Lenàrt sale a Plumbs si vedono qui gli abeti pionieri che ben distribuiti in diversi stadi di crescita invadono numerosi ciò che fu un pregevole prato di mont dotato di un paio di stavoli. Di una di queste costruzioni è ancora ben visibile il tetto sopra le erbe alte, appoggiato a terra come posato dolcemente dalla struttura della stàipo che non reggeva più e che ha lentamente ceduto, così da consentire al tetto di rimanere intatto, a proteggere il nulla che è rimasto al di sotto.

72. ⇑ Riù di Cjìolos [lu -]   Q1570-1325, ✧O. Piccolo corso d’acqua in pendio ripido [id.]. V. rispettivamente Riù e il lemma prec.
Il corso d’acqua, non di grandi dimensioni ma a regime perenne, assume il nome dalla località ove prende avvio (le paludi di Cjìolos) per poi confluire, dopo un breve percorso interamente in area boscosa e dopo aver attraversato la strada forestale che sale a Plumbs, in dx del Riù di Plumbs.
 
73. ⇑ Riù di Cjìolos [a -]   Q1350, ✧O. Attraversamento di corso d’acqua [id.]. V. i lemmi prec.90

È l’area dove la strada forestale che sale al Bevorcjàn e a Plumbs attraversa a guado il Riù di Cjìolos.
In condizioni normali il guado, graziosamente lastricato in pietra, è largo non più di un paio di metri, e profondo una decina di centimetri. Il materiale di trasporto (per lo più pietre di modeste dimensioni) che solitamente ingombra il guado è d’aiuto ai pedoni nell’attraversamento del piccolo rio.

74. Clanìori [in -]   Q2150 (tacca 2304), ✧SO. TU Tacca del Sasso Nero (TAB), m. Sasso Nero91. Prateria alpina, ghiaie, roccia nuda [idem]. Deriva da cla(p) nìori, per sincope clanìori. V. Clap, mentre nìori = nero (Sc197) è dal lat. niger (REW5917), quindi lett. “Sasso Nero”.
Clap Nìori e i pascoli di Cjamp¯ eiClap Nìori e i pascoli di Cjamp¯ ei
Nella foto di sinistra, ripresa da Cjampēi, a dx contro le nubi è ben visibile il Clap Nìori che dall'alto incombe sui pascoli della malga. Sulla sx dell'immagine la Fòrcjo di Ombladìot, mentre sullo sfondo si intravede il profilo del m. Sasso Nero. Nella foto di dx, ripresa fra Cjampēi e Clanìori, in primissimo piano è ben visibile il sentiero che sale in Clanìori. Di seguito, in piani successivi e in sequenza verso dx: una insolita visione del Clap Nìori dall'alto; a centro immagine i pascoli di Cjampēi; quindi in Ğùof (la gobba pronunciata con bosco rado a tue terzi di altezza dell'immagine); infine CP a dx sullo sfondo. La piccola macchia bianca a sx di Ğùof è un gregge di pecore al pascolo nell'estate 2014 (foto dell'autore).


La microtoponomastica locale definisce clap nìori l’enorme masso nerastro (Q2070 IGM) che incombe a NE sullo sbocco della Gòlo di Tòni di Tàmer e sui pascoli più occidentali di Cjampēi. Clanìori (rigorosamente con la preposizione in) identifica storicamente l’area circostante il clap nìori, escludendo però il m. Sasso Nero propriamente detto, che la toponomastica locale ricomprende nella Crèto di Cjanâl.
Quando, già in periodo bellico, le truppe italiane si attestarono sulla cresta di confine, la traduzione italiana di clap nìori – per l’appunto Sasso Nero – fu definitivamente92 attribuita al monte soprastante, mentre tanto clap nìori che Clanìori dei Collinotti rimasero (e tuttora rimangono) ufficialmente anonimi93. Successivamente al conflitto e ancora oggi la dizione in Clanìori identifica l’intaglio fra il Sasso Nero e il m. Volaia (la c.d. Tacca del Sasso Nero) e l’area circostante, sempre però escludendo il m. Sasso Nero propriamente detto.
Nel corso del 1° conflitto mondiale, dall'avvio delle ostilità alla ritirata conseguente alla rotta di Caporetto, la Tacca del Sasso Nero (Austriascharte in tedesco) e la cresta fino alla cima meridionale del m. Volaia furono presidiate dalle truppe italiane, sia per prevenirne l’occupazione da parte austriaca (la Tacca è in posizione dominante sull’abitato e sulla valle di Collina, come pure sull’alta valle del Degano), sia in funzione di disturbo delle posizioni nemiche situate al passo Volaia e nella sottostante, omonima conca.
Con l’eccezione della cima N del m. Volaia, che rimase stabilmente occupata da un presidio austriaco e dove si ebbero brevi combattimenti, la zona non fu mai zona di scontri diretti. Ciò principalmente a causa del terreno, già scosceso sul versante italiano e decisamente impraticabile sul versante austriaco: l'intera catena dei Monti di Volaia (Biegengebirge in tedesco, termine intraducibile che suona più o meno come Montagne ad arco), dal passo di Giramondo al passo Volaia, precipita dovunque con appicchi davvero impressionanti.
Analogamente all’area di Volaia, nell'immediato dopoguerra e poi per lungo tempo ancora Clanìori fu frequente meta dei recuperanti di Collina alla ricerca di qualsiasi cosa meritasse il trasporto e il riutilizzo, o l’auspicata rivendita. Soprattutto il materiale ferroso era assai ricercato: putrelle, fittoni, filo spinato. Riciclo d'altri tempi: quante “armature” per cemento furono fatte a Collina e altrove con il filo spinato!
D'altra parte, le motivazioni dei recuperanti erano davvero stringenti: non a caso, per decenni e decenni il 1918 fu ricordato a Collina come l'an de fan (l'anno della fame) e anche la modesta entrata derivante dalla rivendita poteva assicurare qualche pasto in più94.
Nelle immediate vicinanze di Clanìori, servito da ottimi sentieri e oggi meta non infrequente di escursionisti e alpinisti diretti al m. Volaia, sono ancora ben visibili i segni della presenza militare (caverne e segni di baraccamenti). Proprio ai piedi dello spigolo superiore (N) del clap nìori transita il sentiero CAI 176 che, prendendo l’avvio in fondovalle dai pressi della Siēo o di Canòbio, sale alla Tacca del Sasso Nero risalendo l’ampio dosso che separa le casere di Cjampēi e Cjanalèto.

75. Clap [in -]   Q?, ✧?. Rocce(?) [id.(?)]. Clap è il sasso (Sc129), dall’onomatopeico klapp = risuonare o percuotere sonoramente (REW4706a, 1).

Un altro dei toponimi antichi indicatimi da mio padre e oggi orfani di un luogo ove posarsi.
Parrebbe naturale collocare il luogo al di sopra di Soclàp (v.), ovvero nelle immediate vicinanze di Belvedère. Tuttavia, il sospetto che il luogo si trovi altrove è assai consistente, e in questi casi (vedi anche parte introduttiva, al capitolo “Origini della toponomastica”) è certamente preferibile astenersi, ad evitare forzature e probabili svarioni.

76. Clap de Scjàlo [in -]   Q1240, ✧SE. V. Clap; scjàlo = scala (Sc273), dall’identico lat. scala (REW7637). Quindi lett. “sasso della scala”.

Tanto l’etimologia del toponimo è chiara, quanto la sua origine è oscura. Non si intravedono qui sassi particolari, e neppure alcunché associabile all’idea di “scala”, a meno che il termine non si rifaccia alle pietre qui prelevate per la costruzione di gradini o intere scale nelle abitazioni di Collina95.
È comunque probabile che nel tempo la morfologia del terreno abbia subito sostanziali mutamenti: da ultimo nell’inverno 1950-51, quando il luogo fu teatro di una disastrosa slavina originatasi in Cjailìot96. La valanga non solo rase al suolo l’intero bosco di Clap de Scjàlo prima di coprire strada e fondovalle, ma lo spostamento d’aria fu tale da abbattere gli abeti sul lato opposto della valle, sotto il Runc di Cuàl, a un centinaio di metri di distanza.
Il toponimo identifica un ampio pendio attraversato dalla strada che da Collina sale alla testata della valle (rifugio Tolazzi), area delimitata dall’Agâr di Macìlos a O, e dalla Ruvîš di Stâli a E, verso la Siēo.
Fino al 1960 circa, Clap de Scjàlo fu anche il luogo di raduno mattinale delle vacche dell'ormènt, il pascolo collettivo delle vacche di Collina non inviate in malga e rimaste a valle.
Da qui l’ormènt si avviava al pascolo quotidiano guidato dal paštùor, gestore e responsabile del pascolo, a sua volta accompagnato dalle véidos, gli aiuto-pastore forniti a turno dalle famiglie proprietarie delle vacche97. Nei suoi spostamenti quotidiani, l'ormènt percorreva anche distanze ragguardevoli, portandosi in luoghi decisamente fuori mano come il Pecól dabàs o il Plan di 'Sôro. Il rientro avveniva intorno alle 5 del pomeriggio, in tempo per consentire la mungitura serale e il rigoverno della stalla.
Con gli occhi e la mente di oggi, il ritorno dell'ormènt era un vero spettacolo nella sua quotidianità. Dopo il “rompete le righe” le vacche si avviavano ciascuna alla propria stalla (il cjùot), non senza una sosta quasi obbligatoria ad uno dei molti abbeveratoi (gli àips) per un’ultima, abbondante bevuta.
Naturalmente (più naturale di così!) le vacche lasciavano dietro di sé ampie tracce del loro passaggio anche all’interno dell’abitato, dove molti dei cjùots erano situati. Tuttavia, e per chiudere questa parentesi escatologica, oggi che mi vedo costretto a far di slalom fra le fittissime fatte canine che popolano i marciapiedi cittadini il ricordo (o è forse nostalgia?) di quelle buvàços che esclamativamente punteggiavano il cammin di nostra vita si fa ancora più pungente…

77. Claps [ti -]   Q1640, ✧O. Prato [id. inselvatichito, boscaglia] sulle pendici del Pic di Gòlo. V. Clap, di cui Claps è plurale.

Il toponimo, membro della nutrita famiglia contenente il termine clap, identifica uno o due prati da sfalcio lungo il versante del Pic di Gòlo rivolto a Collina, fra Malìot e Temós.
Anche qui lo sfalcio era complicato da corpi più o meno estranei disseminati nell’intera area prativa, per la gioia dei falciatori e dei loro strumenti di lavoro. In questo caso si tratta di pietre, ma curiosando qua e là nella nostra toponomastica troviamo buche, gobbe, ceppaie e quant’altro.
Si può ben capire come, a sera, il villaggio intero risuonasse della battitura delle falci, ad aggiustare accomodare affilare dove le povere coti avevano fallito. E l’indomani, daccapo…

78. Clevomàlo [in -]   Q1520, ✧O. Toponimo composto da clèvo = salita (Sc129), da clivus-a = inclinato (REW1993), e malo = cattiva (femm. di mal, NP551, il termine manca in Sc), dal lat. malus (REW5273). Dunque, una salita erta e dura la nostra Clevomàlo, anch’essa compresa fra i non numerosi toponimi rilevati da Scarbolo (Sc129).

Clevomàlo, tale di nome e di fatto, è la prima parte della salita (per sentiero, non lungo i comodi tornanti della strada!) che conduce al passo Volaia. Quella, per intenderci, che dal rif. Tolazzi porta a Puint dal Muš prima attraverso un boschetto di larici (clivus et malus per davvero!) e poi, concedendo un poco di respiro, in meno severa diagonale attraverso una selva di arbusti e di alàts, i pini mughi che nei pomeriggi estivi tramutano il percorso in un autentica fornace, profumata di resina e di ginepro.
Clevomàlo è dunque la variante locale del “via Mala” che si ritrova in altre parti delle Alpi e Prealpi. La più nota e anzi famosissima via Mala, utilizzata fin dal Medioevo per il passaggio di merci e persone attraverso le Alpi, è certamente quella lungo il percorso che collega Thusis, nei Grigioni, con Chiavenna in valle Spluga.
Identica l’etimologia, diversissimi i percorsi: il “nostro” è ripido e faticoso, ma del tutto privo di pericoli, al contrario dell’omonimo grigionese che si snoda tra forre e precipizi, ricco tanto di storia quanto di vittime.

79. Çòcs [ti -]   Q1550, ✧O. Prato [id. inselvatichito, boscaglia] sulle pendici del Pic di Gòlo. Çòcs è plurale del friulano çòc = ciocco, ceppo (Sc56) dal lat. soccus (REW8052) di analogo significato.

Se non fosse per il diverso… materiale d’ingombro, Çòcs e Claps formerebbero un unicum, schiacciato fra le grandi aree prative di Temós e Malìot.
Là pietre, qui ceppaie, la musica non cambia, legata com’è all’abilità e alla sensibilità di chi manovra la falce davanti (o sopra) l’ostacolo. Ostacolo che lo strumento è sempre chiamato a sfiorare, ad accarezzare per massimizzare la già modesta resa del prato, senza tuttavia mai toccare, pena il filo della falce e… lavoro supplementare. Talvolta era necessario battere la falce sul posto, senza attendere il rientro a valle, per ricostruire il filo devastato da una passata sbagliata o da un ostacolo imprevisto. Inconvenienti del mestiere, e di certo non i peggiori…

80. Còdos [su-]   Q1260, ✧SE. TU Còdas (CAT1801). Prato e coltivi [bosco misto]. Còdos è pl. di còdo = coda (Sc131), dal tardo lat. cauda (REW1774, 2).

Analogamente al friulano codarûl98, còdo è termine generico a indicare una lunga e sottile striscia di terreno, solitamente destinata a prato o a coltivi e che la fantasia popolare spesso associa alla coda di uno specifico animale99. Nel nostro caso, il termine è legato alla morfologia del terreno, una successione di “gradini” a diversa inclinazione (e utilizzo) lungo un pendio altrimenti uniforme fra Sôro la Ruvîš a O e Prâts a E. Le ragioni dell’interposizione del prato fra due “code” coltivate sono da ricercarsi nella maggiore inclinazione del terreno: oltre a renderne più problematica la lavorazione, la forte pendenza renderebbe il nudo humus dei campi soggetto al dilavamento da parte delle acque meteoriche.
Detto delle nostre Còdos, non è tuttavia da escludere che altrove con lo stesso termine generico di còdos si definissero le strisce contigue di terreni di proprietari diversi, risultato dell’esasperata frammentazione di un fondo particolarmente pregiato del quale ogni erede, in ogni tempo, reclamava la sua parte (v. anche Stalatòn).
Il nostro toponimo tal quale – Còdas – si ritrova nel catasto del 1801 insieme al suo contemporaneo destino d’uso (“prato in tavella”)100, ma nell’uso comune il toponimo è spesso associato alla preposizione agglutinata su- (“su”, oppure “lassù”) per dare infine Sucòdos, analogamente a quanto frequentemente accade nella parlata di Collina: si ha così sudàlt = su + (a)dalt (“su di sopra”) a indicare i piani superiori dell’abitazione; surét = su + rét (“sopra diritto”) nel senso di perpendicolarmente soprastante, ecc.
Sembra dunque ragionevole ipotizzare Sucòdos non già come toponimo a sé stante, ma piuttosto come indicazione della posizione delle Còdos stesse, alte sopra l’abitato di CP.
Identico toponimo ma al singolare, Còda, si ritrova in comune di Gonârs (UD)101.

81. Cogliàns [in -]   Q2780, ✧✧. TU Cogliàns. Roccia nuda. Dall'etnico Comeleanus = Comelicano, forse attraverso il toponimo Comegliàns102.
1920. In vetta al Cogliàns
1920. In vetta al Cogliàns.

Si noti la preposizione in che precede l’oronimo: oggi quasi del tutto desueta, era invariabilmente in uso fino a pochi decenni addietro. L’espressione precisa era infatti “andare in Cogliàns”, e non “sul Cogliàns103.
Il toponimo Coglians pone qualche non trascurabile problema fonetico-linguistico, dal dal momento che nella parlata di Collina il trigramma gli e il corrispondente suono palatale laterale liquido non esiste se non circoscritto a termini derivati dall’italiano104. Ne consegue che il toponimo Cogliàns quale oggi è graficamente e foneticamente conosciuto e riprodotto è recente, al pari della sua comparsa in toponomastica. Ma forse è opportuno qualche cenno storico.
Del tutto inutilizzabili e quindi inutili ai fini della sopravvivenza, e al contrario fonte di pericolo reale (frane, valanghe e alluvioni) o presunto (streghe, orchi e spiriti malefici), fino alla seconda metà dell'800 nella civiltà occidentale le montagne rappresentano una sorta di tabù violato solo da quei mezzi matti di cacciatori e superato solo dal turismo dei foresti105.
Ma anche senza scomodare il soprannaturale al disinteresse verso la montagna alta era sufficiente l'inutilità della stessa: gli stessi Romani, grandi colonizzatori dell'antichità, non si curavano per nulla delle vette e tiravano diritto per la loro strada (sic), percorrendo le linee di debolezza delle catene montuose (valli e passi), lasciando le valli laterali agli (eventuali) autoctoni106.
Ma anche quando gli studiosi cominciano a interessarsi alle cime dei monti, il Coglians rimane lontano dai riflettori. Fino alla metà dell'800 massima elevazione delle Alpi Giulie (un tempo anche le Carniche erano accorpate sotto questa denominazione) è ritenuto il Peralba, pur oltre 90 m più basso del Cogliàns107. Quindi il primato passa alla Creta della Cjanevate (2769 m), a un tiro di schioppo dal Cogliàns, e infine nel 1888 Marinelli assegna definitivamente il primato al "nostro".
La prima indicazione cartografica del monte è invece del 1804, quando è redatta quella Kriegskarte ormai nota al lettore. Monte Coglians? Non proprio. La carta rappresenta inequivocabilmente il monte ma non riporta il nome “Cogliàns”, il quale farà la sua prima comparsa sulle carte topografiche nel 1812-13, in occasione della stesura del catasto napoleonico. In luogo del nome Cogliàns (ma il monte è proprio lui, senza possibilità di errore), la Kriegskarte utilizza un nome stravagante, astruso, persino un po' bislacco: Quel Cane.
Ora, il Cogliàns in tedesco è Höhe Warte, che a sua volta in italiano dà “Vedetta Alta”, mentre "cane" in tedesco è Hund. Il tedesco dunque non c'entra, e allora vediamo il culinòt. Consideriamo che i vecchi collinotti usavano spesso pronunciare Cogliàns con la g e la l della sillaba centrale invertite, ovvero Colgjàns108. E, almeno foneticamente, il passo da Colgjàns a chél cjàn è meno lungo di quanto non sembri (il suono di cj e gj è molto, molto simile). Naturalmente, il significato di chél cjàn è esattamente “quel cane”! Che altro?
Per quanto concerne invece l'etimologia del nostro (ma davvero!) monte, non posso fare altro che richiamare la proposta già avanzata altrove109 e già richiamata in nota, ovvero Cogliàns come Comegliàns, ovviamente con sincope del "me". E siccome Comeglians viene da Comelicanus110, anche il Cogliàns avrà a che fare con il Comelico o con i Comeleàns o con la stessa Comeglians, in relazione al traffico da e per il Comelico che già in tempi antichi percorreva il Canale di Gorto. Nomi ovviamente "inventati" non già per il monte in sé e neppure per il villaggio in quanto tale111, ma solo in quanto elementi funzionali o utili o anche solo caratteristici rispetto alla viabilità del tempo. E così, come Comeglians può essere stato così denominato per le caratteristiche del luogo perché si trova un trivio della strada del Comelico, oppure perché a monte del paese il percorso si fa più stretto e ripido, ecc. il Cogliàns poteva costituire una specie di indicazione di lungo percorso a chi risaliva il Degano, come a dire "per il Comelico (o per Comeglians?) da quella parte!".

82. Colarìot [in -]   Q1130, ✧S. Campi e prati in pendio dolce con stavoli [prato selvatico, stavoli in parte diroccati]. Fitotoponimo dal lat. corylus = nocciola (REW2271), attraverso coryletum = noccioleto e il tardo lat. coloretum, di analogo significato112. Come d’uso nella parlata di Collina, il suff. collettivo lat. -etum volge in -ìot.
1959 circa. Il Crišt di Vìgjo sulla Caròno di Colarìot
1959 circa. Il Crišt di Vìgjo sulla Caròno di Colarìot.

In progressivo ritiro davanti all’avanzata del bosco, la vasta zona prativa è costituita da una ampia terrazza digradante. Costellato di tre o quattro stavoli, il terreno si sviluppa prevalentemente al di sotto dell'attuale percorso della strada Collina-Forni Avoltri, dalla quale è ben visibile.
Come molte altre, l’area o parte di essa fu data in pegno contro prestito o per affitti non pagati alla chiesa di s. Michele, come risulta dalla citazione che segue. “A di 24 sembrio 1595. piero maciocul è debitor alla giesia di sancto michiael di contadi lire 17 cioè per L.16,10 obliga un campo in coloret con zuan macocul et altri confini et resta anchora per li fiti lire L.8 obliga un campo…”113. Un secondo documento, redatto un secolo più tardi, è relativo alla stima dei beni del fu Zuanne di Carono, fra cui “Ittem di piu uno campette in Collariotto (…) ett giusto ducati 10…”114.
Al tempo della massima estensione dei campi e dei prati da sfalcio, il coloretum-noccioleto fu relegato alle parti marginali del pendio, più ripide ma pur sempre in pieno sole e in grado di fornire nocciole fra le migliori di Collina, in grado di competere con quelle della Navo. Non altrettanto si può dire dell’erba da fieno, assai abbondante ma troppo alta e a foglia rada, e quindi troppo legnosa e di minor resa in fieno (per di più meno gradito alle vacche buongustaie) rispetto ad altri prati.
Oggi il noccioleto si sta lentamente riappropriando di Colarìot, risalendo il declivio in direzione degli stavoli ormai fatiscenti, mentre dall'alto, ad appropriarsi di ciò che furono campi e prati, calano abbondanti frassini e aceri.
Per secoli e secoli, fino a poco prima del 1900 (v. Ruvîš), il tracciato Collina-Forni attraversò questi prati, circa 30 metri più in basso dell'attuale strada. Ad un'attenta osservazione dall'alto, l'antico tracciato è ancora intuibile attraverso i prati, specialmente in primavera, quando le ondulazioni del terreno risultano maggiormente evidenziate dalla neve residua115.
La forma italianizzata di colarìot-colorêt, Colloredo, è denominazione diffusissima in Friuli tanto come toponimo (v. nota alla p. prec.), che come nome proprio: in particolare la nobile famiglia dei di Colloredo in tutte le sue varianti, che numerose testimonianze di sé ha lasciato in ville e castelli tra Friuli e Veneto.

83.⇑ Bošc di Colarìot [lu -]   Q1250, ✧S. TU Bosco sopra Colaret. Bosco resinoso in pendio ripido [id.]. V. Bušcùt e il lemma prec.

Il bosco sovrasta SôroColarìot e l'attuale strada Forni Avoltri-Collina. In posizione soleggiatissima e quindi suscettibile di riduzione a prato, il bosco fu risparmiato dal taglio probabilmente a protezione dei sottostanti stavoli di Colarìot dal pericolo della caduta di slavine.
Il 16 novembre 2002 il bosco fu investito da una tromba d’aria di devastante potenza e di durata affatto inconsueta: dopo il passaggio del turbine, circa 2000 piante d’alto fusto giacevano schiantate lungo il sottostante pendio e fin sotto la strada, che ne risultò a sua volta danneggiata. Nonostante i lavori di sistemazione, i monconi degli alberi resteranno a lungo testimoni della violenza devastatrice del vento.

84. ⇑ Carono di Colarìot [su la -]   Q1160, ✧S. Prato in medio pendio attraversato da sentiero [bosco ceduo, arbusti, attraversato da strada comunale]. V. rispettivamente Caròno e Colarìot.

La Caròno di Colarìot costituisce il limite sx (orografico) della valle d'impluvio del Riù d'Ormentos, che a sua volta rappresenta il confine naturale fra i territori delle frazioni di Collina e Sigilletto. La Caròno di destra, oltre il rio e dunque già in territorio di Sigilletto, è detta di Stûlos.
Dai sottostanti prati di Colarìot l’antico tracciato da Collina alla parrocchiale di san Giovanni Battista saliva quassù per poi discendere nuovamente, stretto e ripido, al fondo del rio e al ponticello che l’attraversava116 e quindi risalire, altrettanto ripido e stretto, alla già citata Caròno di Stûlos.
Oltre che da un incombente traliccio dell’alta tensione (sembra che facciano apposta a collocarli – e ben in vista! – nei posti più belli...), la Càrono di Colarìot è abitata da un simpatico ex-voto detto Crišt di Vìgjo di Mada117 (lett. “Cristo di Luigia di Mada”, al secolo Luigia Toch, 1905-1977: Mada è una casata di Collina, AP65).

85. ⇑ Sôro Colarìot   Q1380, ✧S. Prato in pendio ripido [prato selvatico in via di rimboschimento, boschina mista]. V. Colarìot + la prep. sôro-sopra.

Sito in posizione elevata lungo il costone di Colarìot, fra il Bòšc di Colarìot e la Navo des Gjàjos.
Come tutti i prati al limitare del bosco, ne subisce oggi la rapida avanzata. Progressivamente la foresta si riprende i terreni già suoi, disboscati 5 o 10 secoli addietro dai coloni spintisi quassù in cerca di prati da falciare.

86. Comedo' [a -]   Q1350, ✧E. Bosco resinoso [id.]. Da comedòn = gomito (Sc134), a sua volta dal lat. cubitus = gomito (REW2354).

La curiosa denominazione si riferisce alla curva a gomito (a comedòn) che in questo luogo, poco oltre Plan dal Véspol e prima di giungere all'Avièrt, forma la Strado di Soldâts che sale da CP.
Circa la caduta della n finale del comedòn, non mi sembra il caso di scomodare la signora apocope (non ne conosco la ragione, ma l’apocope mi richiama l’ultima delle Parche, la signora Atropo, quella che tagliava il filo…). La caduta della n finale, dunque, e la conseguente trasformazione di parole originalmente piane in parole tronche (comedon(e)→comedo'), non è fenomeno del tutto inconsueto nella parlata di Collina, al punto di farne un elemento peculiare rispetto alle parlate dei paesi contermini. Ad esempio, già a Sigilletto l’ombelico è pronunciato imbriçòn (con la n finale piuttosto marcata), mentre a Collina si pronuncia imbriço’ (troncato: la n finale è praticamente muta)118.

87. Còmpet [tal -]   Q1340, ✧NO. TU Casera Compet (IGM 1913). Pascolo con casera [bosco e pochi ruderi] (v. Mònt). Probabilmente dal lat. compistare = calpestare insieme (REW2108), nel senso di comune proprietà e uso del terreno per il pascolo del bestiame.

Il luogo si trova nel medio corso del Rušulàn, là dove il corso di questo si fa meno erto e malagevole, così da consentire la costruzione di un ricovero per il bestiame (v. nota sub Mònt).
Riferendosi ad un luogo ove si effettuava il pascolo comune del bestiame, il toponimo sembrerebbe precedere la costruzione della casera. Non casualmente, e al pari delle altre malghe sul territorio, la casera che è costruita qui è detta casêro dal Còmpet, “casera del Còmpet119, un modo chiaro per riaffermare, in questo tipo di toponimi, il primato del territorio e delle sue peculiarità sulle sue “semplici” pertinenze.
E così, secondo etimologia, pascolo comune nel duplice senso di diritto e d’uso è ancora il luogo nella seconda metà dell’800, quando vede la luce la Latteria Sociale di Collina e qui si costruisce un ricovero per il bestiame (v. Mònt).
Fino al secondo dopoguerra, della casera rimasero parzialmente in piedi i muri perimetrali, ed entro questi uno splendido prato perfettamente livellato (l'ex “pavimento” della casera stessa). Dotato di tali rare caratteristiche, il pianoro era comprensibilmente usato dai ragazzi del paese per qualche partita di calcio alla buona: utilizzo non certo frequente, anche in virtù della lontananza dall'abitato, ma tuttavia sufficiente a divenire proverbiale nel villaggio.
Infatti, l’esortazione con cui gli ubiquitari benpensanti (ci sono dap-per-tut-to!) erano usi apostrofare la canàjo – i ragazzi che, per prendere ostinatamente a pedate l'amatissima sfera, persistevano nell’utilizzo delle microscopiche piazzette delle due ville: dove, se no? – l’esortazione-apostrofe era dunque un tonante e perentorio “Su-mo, lait a gujâ tal Còmpet!”.
Oggi, nel fitto della foresta sopra la stàipo da Canòbio o cancellati da improvvide piste da sci, i miseri resti della casera sono pressoché i possibili da localizzare: è più facile inciampare in qualcuna delle sue pietre e stramaledirla piuttosto che individuarne l’antica e onorata funzione.

88. Creşadìço [in -]   Q1650, ✧SE. TU Cresadice. Prato in forte pendìo [prato inselvatichito, in via di rapido rimboschimento]. È probabilmente una sincope di creş(ol)adìço, deverbale di creşolâ = crepitare e suo sostantivo creşolàdo (Sc143), a sua volta dall’onomatopeico krek = tuono, crepitio (REW4768b). Il suffisso -ìç, -ìço ha la funzione del suffisso it. “-iccio”, “-iccia”, in questo caso riferito alla mont (da cui il femm.). Nei forti tuoni che durante i violenti temporali estivi sembrano provenire di lassù potrebbe dunque risiedere la causa dell’attributo. Alla luce delle note topografiche che seguono, in particolare per la posizione e per l'oggettivo stato e funzione dei luoghi al tempo della loro frequentazione, non sembra verosimile un’evoluzione da Croşadìço (con radice in crùoš = croce, a sua volta dal lat. crux, REW2348) nel senso di “insieme di croci, di sepolture”120, e parimenti improbabile l’ipotesi alternativa di “incrocio” (di sentieri)121.

Ricavato nella parte superiore dell’ampio costone boschivo ben visibile da CG, il prato di Creşadìço costituisce un significativo esempio e una (in)felice sintesi dell'economia montana fino alla metà del 1900. Grande distanza dal centro abitato, quota elevata, prati stretti e allungati sul pendio ripidissimo (senza las çàfos, i ramponcini da erba a quattro punte, l'equilibrio è assai precario sull’erba bagnata del mattino), Creşadìço è la parte più rilevante e rappresentativa di quello che in passato fu chiamato “monte del fieno” e “monte prativo”? (o, più probabilmente, mont dal fén)122, per i numerosi prati sparsi qua è là sull’ampio panettone che da Cjampēi e dalla Cjanalèto scende al fondovalle del riù di Morarìot.
Quassù e in decine di luoghi consimili la gente di Collina e della montagna tutta – è storia largamente condivisa in tutte le Alpi – saliva a far fieno. Più precisamente, saliva a falciare e scendeva a valle con il fieno, trasportato con la vielmo123 e con la slitta fino al paese, al fienile e alla figura centrale di questa parvenza di economia di sopravvivenza. A colei che, al tepore della stalla, attendeva: la vacca, autentico tesoro e patrimonio della famiglia, e con lei dell'intera comunità.
Nel terzo millennio – sparite vacche e fienili, appesi in soffitta (o in salotto) raštiēi e çàfos – sopra Creşadìço rimboschita e deserta vola alta l'aquila, in cerca di una lepre o di uno scoiattolo, prima di allontanarsi rapida, forse infastidita dai vostri umili cronisti alla ricerca del tempo perduto…?

89. Crèto Blàncjo [in-]   Q2255, ✧✧. TU Cima Ombladet, Cima Omblalet (IGM 1986). Prateria alpina e roccia nuda [id.]. Crèto (o al masch. crét) è la montagna rocciosa (Sc143)124; blàncjo (femm. di blanc) sta per “bianca” (Sc25), dalla voce germanica blank di identico significato (REW1152).

Il toponimo è tipicamente collinotto: a Sigilletto e Forni Avoltri la denominazione è Creto di Ombladìot, da cui la TU. Nonostante la cima sia formata prevalentemente da scisti scuri ricoperti di magra vegetazione e i fianchi siano rivestiti di boschi e pascoli, verso NE il monte mette a nudo un'alta e ripida parete di bianco calcare, visibile però solo da Collina. Di qui l'aggettivo blàncjo in contrapposizione al nìori del dirimpettaio clap nìori (v. Clanìori)125.
Nella Kriegskarte il rilievo si guadagna una doppia denominazione, ovvero “M. Clapus o sia Cretta Bianca”. Detto del secondo, il primo oronimo è del tutto sconosciuto in loco e, al pari di altri toponimi della Kriegskarte, sembra decisamente di origine “foresta”.
Durante il primo conflitto mondiale anche Creto Blancjo, al pari del Pic di Golo, fu sede d’una batteria d’artiglieria, con il compito di tenere sotto tiro le linee nemiche di passo Giramondo126. Immediatamente sotto la cima fu scavata una breve galleria con finestra verso NE, ancora ben conservata, dove era sistemato il posto d’osservazione e di direzione del tiro. I pezzi erano anch’essi collocati in posizione riparata dal tiro nemico, pochi metri sotto la vetta in direzione S, là dove ancora oggi sono visibili i resti delle piazzole in cemento.
Gli alloggi del presidio erano invece costituiti da baraccamenti nei Bùrgui, al riparo dal vento e dal pericolo di valanghe. Il trasporto dei materiali da Collina era effettuato prima a mezzo teleferica (v. Val e Belvedère) e quindi a dorso di mulo.

90. Crèto di Cjanâl [la -]   Q2540 (vetta m. Canale), ✧✧. TU Sasso Nero, Monte Canale, Monte Capolago. Roccia nuda (id.). Per crèto v. il lemma prec.; cjanâl = canale (NP129, manca in Sc) qui inteso come canalone fra i monti, dal lat. canalis (REW1568).

Fino a tempi recenti a Collina con questo termine si identificava l’intera catena dei c.d. “Monti di Volaia” visibile da Collina stessa (dal Sasso Nero al m. Capolago), così detta per le ampie e profonde gole che ne solcano il versante meridionale127. Questo toponimo originale nella parlata locale mi è stato suggerito solo in tempi relativamente recenti: prima di allora avevo sempre considerato “monte Canale” un toponimo di conio recente e di origine schiettamente italiana, generato dalla toponomastica ufficiale come tutte le altre cime che circondano Collina, con la sola eccezione del Cogliàns128.
D’altra parte, a sostegno della verosimiglianza dell’originalità del toponimo va pure sottolineato come la Crèto di Cjanâl sia, naturalmente nelle sue propaggini inferiori, una presenza innegabilmente significativa nell’economia locale: alla sua base si pascola il bestiame (Cjanalèto), si taglia legname (Circinùts) e si sfalcia (Pàlos di Marinè o di Sèrgjo). La crèto soprastante val bene un nome proprio ancorché, come di consueto nelle Alpi orientali, derivato dalla malga Cjanalèto che le sta alla base.
Una denominazione quasi funzionale, insomma. La montagna in sé, il culmine, la vetta, come locus non interessa e non ha nome, a conferma del principio che tutto ciò che non serve non necessita neppure di un nome.
Il topografo del Regio Imperial esercito fece propria la visione unitaria della piccola catena montuosa, e nella Kriegskarte raggruppò l’intero gruppo SassoNero-m. Canale-m. Capolago sotto un’unica denominazione. Ma le cose non sono mai troppo semplici, e il nome scelto per la Kriegskarte fu “Grotte di Colina”129.
Ora, se non sorprende l’associazione del rilievo montuoso a Collina, posta alle falde del monte, non altrettanto si può dire del termine “Grotte”, ripetutamente impiegato nei dintorni130 e il cui significato, certamente non letterale, rimane oscuro. Di primo acchito sembrerebbe da escludere l'ipotesi apparentemente più immediata, ovvero “grotta” per “creta”, dal momento che nello stesso foglio quest’ultimo termine è correttamente usato in più occasioni: “Cretta Bianca” (Crèto Blàncjo), “Cretta Tombladet” (sic, per il m. Volaia) ecc. Analoga considerazione vale per “croda”, termine che si ritrova abbondantemente usato in questo e altri fogli curati dallo stesso topografo. Tuttavia, visto che è molto improbabile che l'ufficiale topografo abbia materialmente disegnato le mappe, non è da escludere che a ciò abbiano contribuito più mani, con il che l'ipotesi più diretta dell'errata trascrizione di "creta" in "grotta" rimane ancora la più probabile.

91. Créts (di Ruìncjos) [di -]   Q1030, ✧NO. Rocce franose in pendio ripido [id.]. Crèts, v. nota a Crèto Blàncjo. Viceversa, l’origine di Ruìncjos non è chiara. Potrebbe essere accostata al frequentissimo Rònc-Runc (v.) volto però al femminile (rùncjo, analogamente al Runchia in comune di Comeglians). Oppure e più probabilmente un derivato del lat. ruina = frana (v. Ruvîš)131.

Nel linguaggio comune la località è nominata come di Créts, senza altro appellativo, quasi a indicare una montagna rocciosa, cosa che in qualche misura i Créts richiamano, soprattutto se visti di lontano: una vasta area rocciosa, quasi una ferita nella grande fascia boscosa che scende alla Furcjìto e al Degano.
Da vicino i Créts perdono di imponenza per rivelarsi quali realmente sono: un’ampia zona franosa, uno scoscendimento di forma approssimativamente triangolare che scende sino al rio Fulìn. Nulla di particolarmente significativo o imponente, dunque, tuttavia sufficiente a rendere necessarie consistenti opere di sostegno a valle per la sicurezza della strada che vi transitava.
Evidentemente, le ruìncjos-piccole frane del toponimo si sono estese, con il tempo, all’attuale dimensione. Oppure, e più semplicemente, era diverso il punto di vista dell’osservatore al tempo della nascita del toponimo. Prima della costruzione della strada, cui si farà cenno qui avanti, il percorso correva qualche centinaio di metri più in alto, lungo il sentiero del Ğùof e in zona più sicura, con una diversa percezione della morfologia del terreno e della sua consistenza.
Zona più sicura, dunque, o forse solo meno pericolosa dell’altro versante. Sebbene in misura assai minore che alla Ruvîš, dove gli accidenti occorsi ai viandanti furono in quantità industriali (ne tratteremo poco più avanti), anche i Créts hanno tuttavia fatto la loro mala parte: “Si fa certa, e Publica Fede per l’Officio di questa Cancelleria, che nel giorno 8 Novembre dell’anno 1787 fu dal Vice Meriga della Villa di Collina di questa Giurisdizione Pietro qu. Giorgio Tomasin ebbe a denunziare in questo istesso Officio, e qualmente la sera innanzi fu ritrovada accidentalmente morta la questuante Madalena Moglie relitta del qu. Bortolo Longo di detta Villa per essere precipitata nel passaggio che fece tra la detta Villa di Colina, e la Villa di Rigolato ove esiste un trozzo precipitoso…”132.
I Créts e la relativa frana sono stati pur essi, per quasi un secolo, ai disonori della cronaca per i gravi problemi di sicurezza e di percorribilità posti dal loro attraversamento. La stessa storia della costruzione della strada – di volta in volta detta dal Fulìn o di Créts, oppure ancora de Galarìo (“della Galleria”), in virtù della galleria in prossimità della quale la strada si congiunge alla statale 355 – racconta un'epopea.
Voluta e finanziata dai Collinotti con lo scopo precipuo di agevolare il trasporto del legname al fondovalle del Degano e alla viabilità principale, la costruzione della strada richiese anni di duro lavoro e di numerosi infortuni, anche gravi, concludendosi infine nel 1914, alla vigilia del conflitto mondiale.
Ancora oggi, i Créts mettono in mostra le proprie pessime qualità di volta in volta scaricando a valle – di preferenza sulla sede stradale, ormai chiusa al traffico veicolare – massi, terriccio o piante d'alto fusto.
Nel periodo fra le due guerre, l’interno dei Créts fu letteralmente traforato da una serie di gallerie a scopo difensivo, analogamente a quanto accadde poco più in alto con lo scavo di trincee e la posa in opera di reticolati (v. Reticolâts). L’accesso alla gallerie era ancora visibile fino a pochi decenni addietro: l’ingresso avveniva tramite una porticina in ferro situata poco a monte della strada, in corrispondenza dell’ultima curva prima di raggiungere la Furcjìto.

92. ⇑ Sót Ruìncjos   Q1010, ✧NO. Bosco resinoso molto ripido [id.]. V. Ruìncjos nel lemma prec. e sót-sotto.
Oggi del tutto desueto, il lemma è stato desunto dal lavoro di G. Di Caporiacco133. Si tratta certamente della parte inferiore del toponimo che precede, ovvero la più prossima al sottostante rio Fulìn.
 
93. Cròdios [tes -]   Q1600, ✧SE. Prato ripido [id. inselvatichito, boscaglia]. Cròdio è la cotenna del maiale (Sc144), dal lat. cutica = cute, pelle (REW2429).

Il toponimo non si può certo definire equivoco circa la qualità del terreno, non propriamente pregevole, sito in alto sopra CP, oltre gli Stuàrts lungo il versante occidentale del costone che sale a Belvedère. Personalmente lo trovo assai bello (il toponimo, non il terreno), uno dei tanti gioiellini toponomastici che la fantasia popolare ha saputo creare in abbondanza e conservare per secoli134.
Svolazzi postumi a parte, resta il fatto che bene o male si sfalciava anche quassù, con le rese (quantitative e qualitative) che ben si possono immaginare: ma tutto fa fieno, e anche dalle Cròdios arrivava in fienile un paio di fas.

94. Cuél di Ğulign [sul -]   Q1610, ✧O. Prato in pendio moderato [id. inselvatichito]. Qui cuél è da intendersi come forma arcaica per “colle” (NP206, manca in Sc135; numerosi toponimi in regione, Fr56, fra cui il noto e non lontanissimo Cuelàt, fra Pal Piccolo e Pal Grande), dal lat. collis (REW2051); Ğulign come variante di (o derivazione da) ğulìgno = brina, da *gel-onea, a sua volta dal lat. gelum = gelo (Sc104, REW3718).

I prati di Cuél di Ğulìgn si sviluppano lungo il costone e la parte occidentale di questo, sotto i prati del Malìot, e il “colle” in questione è quella inferiore delle due pronunciate gibbosità che interrompono il profilo del lungo e altrimenti uniforme costone NO del Pic di Gòlo che qui piega decisamente a O.
Quanto a Ğulìgn, tanto la grafia che l’interpretazione sono di derivazione popolare, con ciò intendendo “il primo prato con la brina” in autunno.

95. Cuéštos [in -]   Q1300, ✧E. Prato in pendio ripido [prato inselvatichito in via di rimboschimento]. Cuéšto è la costola (Sc147) tanto in senso anatomico che figurato, dal lat. costa = costa, costola o fianco (REW2279).

È toponimo frequente in tutte zone collinari e montuose, e dovunque il territorio si presenti con un minimo di rilievo.
Le Cuéštos del toponimo sono in realtà ripidi costoloni dell'altezza di alcune decine di metri, stretti fra il bosco e la sponda destra del sottostante e omonimo riù di Cuéštos (v. il lemma successivo). Pur a breve distanza dall’abitato, era un prato “difficile”, in bilico sopra il torrente qui assai scosceso e con numerosi salti d’acqua.
In Cuéštos era posta la presa da cui nel 1873 fu portata l’acqua corrente nell’abbeveratoio in piazza a Collina, prima con tubi di legno, e successivamente con tubi di ferro (1898-1906)136. Qualche decennio più tardi la captazione dell’acqua fu spostata molto più in alto (in Sarmuàlos) con la costruzione del nuovo acquedotto.

96. ⇑ Riù di Cuéštos [lu -]   Q1980-1135, ✧S. TU Rio Cuestos o Rio Collinetta. Corso d’acqua a regime perenne molto ripido nella parte iniziale, poco ripido nella parte terminale [id.]. V. Riù e il lemma precedente.

Pur con qualche approssimazione, il corso d’acqua funge da confine fra CG e CP, per poi confluire in dx del rio Fulìn.
Il corso d’acqua, di lunghezza considerevole in rapporto ai luoghi, ha origine sotto Ombladìot: nella parte superiore del suo impluvio, vasto ma ripido, era posta tanto la malga di Cjampēi quanto un ampio ventaglio di prati di mont, mentre nel corso inferiore del rio, a valle del ponte della strada CP-CG, le sue acque alimentavano un considerevole numero di mulini e altre attività artigianali (v. Mulìnos).
In aggiunta alla doppia denominazione della TU – Cuestos (un tempo Cuestis) e Collinetta – troviamo nella Kriegskarte la solita misteriosa e indecifrabile denominazione, in questo caso “Rio Tunalte”137. Fosse “tuonante” o altro (ma suggerito da chi?) il termine sfugge ad ogni tentativo di inquadramento. Prendiamo atto.

97. ⇑ Riù di Cuéštos [a -]   Q1310, ✧S. Prato con stavolo [id. rimboschito]. V. lemma prec.

È l’area già prativa in corrispondenza dell’attraversamento del Riù di Cuéštos da parte di un bel sentiero (oggi strada forestale) che da Antîl conduceva ai prati di Cuéštos, sulla sponda opposta (dx) del rio stesso.
È degno di nota il fatto che pur trovandosi la località e i relativi prati incassati nel fondo di una valletta angusta e assai profonda, l’insolazione era comunque garantita dall’orientamento N-S della valle stessa, ciò che consente alcune ore di sole anche in pieno inverno.

98. Culìno

Oggetto di tutto questo lavoro, merita un trattamento particolare, speciale. Niente quota per questo lemma, né esposizione, morfologia o destino d’uso: quisquilie, inutili futilità! Proprio nulla, neppure la consueta proposta etimologica? Ora non esageriamo!
Donde viene questo nome così semplice e lineare da sembrare persin banale, eppure così misterioso quando associato a ciò che descrive e rappresenta, luogo e persone, uomini e territorio? Dove ricercare l’origine di un toponimo apparentemente simile a decine e forse centinaia d’altri? La tentazione di dare solo una rapida occhiata e passare subito oltre per poi soffermarsi intorno a cose più allettanti o “serie” è assai forte e anche comprensibile, e quasi tutti vi hanno indulto.
Ma neppure chi si sofferma un poco più a lungo giusto un poco... ci gratifica di soverchia attenzione, concludendo con un epigrafico “di significato evidente".
Collina… “in collina”? Evidentemente no. Collina “sulle alture”? Be’, se con ciò si intende “in quota”, è un innegabile dato di fatto, epperò l’evidenza è ben altra che “colle”, per di più con diminutivo.
Anzitutto, è da sottolineare come il punto di partenza di una ricerca etimologica debba essere Culìno e non già Culìne o, a maggior ragione, collis o peggio ancora Collina. Le origini del villaggio si collocano agli inizi del secondo millennio, quando al latino (ma si è mai parlato latino sotto il Cogliàns?) si è già sostituito un ormai consolidato friulano. Quindi il villaggio nasce Culìno, e da qui si deve partire.
Ma in friulano il “colle” è cuél o, forma forse più antica, cuàl e anche cuòl138. Coerentemente, tutti i (micro)toponimi con radice in collis conservano nella pronunzia friulana il dittongo “originale” ue/ua/uo139: Cuéi (Collio), Cuél (Colle), Cuél/Cuòl/Cuàl (id., vari), Cuelàt (id.), Cuelàlt (Collalto), Cuals/Cuâs (Qualso), Puscuèl/Poscuèl (Poscolle, vari), Secuàls (Sequals) e ancora molto altro. Altro cui, di nostro, aggiungiamo i collinotti Cuél di Ğulign e Socuàl. Per farla breve, se sotto il profilo linguistico il nesso collis-Culìno (e, aggiungiamo, anche con Cogliàns) non è certo impossibile, non si può non rilevare come in friulano non si abbia alcun toponimo con radice in collis che inizi con col- e neppure cul-, come Culìno.
In conclusione, all'ipotesi pur linguisticamente possibile collisCulìno ostano tuttavia tanto la morfologia del territorio che la statistica. Sarà forse il caso di esplorare altre strade.
Strade forse meno affascinanti e forse persino banali, ma anche più semplici e dirette. Proviamo. C’era una volta… Nicolaus, in friulano Culàu (e, con diminutivo, Niculìn), nel quale è ampiamente riconosciuta l'origine del cognome Collino, Collini e derivati140. Avete già capito, ma ripercorriamo la strada per intero.
Siamo a Niculìn. Volgetelo al femminile culinòt, che notoriamente vuole la o, fate cadere la prima sillaba Ni (processo comune che si chiama aferesi, a mezzo del quale hanno avuto origine anche i cognomi di cui sopra) ed ecco servita (Ni)culìno, ovvero Culìno. Più complicato a dirsi che a farsi, e non è neppure strettamente necessario trovare in anagrafe la signora Nicolina battezzata come tale. Infatti non c'è.
Ancora oggi Collina è zeppa di case-casate con denominazione al femminile. Abbiamo già sottolineato fino alla noia che quassù la -o finale caratterizza il genere femminile, soprattutto in chiave retrospettiva: Martino, Blâsjo, Pàuro, Bièlo, Zirco, Pirucèlo, Albino sono tutti, ancora oggi, nomi di case/casate, e in passato c'erano pure Muâro, Trintìno, Pètto, Plùssero, Lùzio, Çuéto, Tino e chissà che altro ancora. Eppure, a molte di queste denominazioni non sottosta alcuna persona di sesso femminile che porti un nome di battesimo in qualche modo riconducibile alla denominazione stessa. Non c'era alcuna Martina così come non c'erano Biagia e Trentina e Pirucella ecc.: c'erano invece, legati alle nominate signore da vincoli di parentela o di matrimonio, Martin e Blâsj, Trintìn e Pirùçèl, Tin e Pàur...
Appare ora più chiaro e finalmente verosimile il percorso Niculìn-Niculìno (femminile!)-Culìno, casata o persona che fosse ma comunque sufficientemente conosciuta al punto di trasferire e identificare il proprio nome con l'intero edificio e la discendenza, fino a ramificazioni impensabili141.

99. ⇑ Culìno Grando]   Q1250, ✧SE.   TU Collina. Abitato [id.]. V. il lemma prec. mentre grando è “grande” al femm. (Sc100), dal lat. grandis (REW3842). Quindi “Collina Grande”.

Culìno Grando è, ahinoi, l’odierna Collina tout court della toponomastica ufficiale. Un toponimo, il nostro, rimosso dalle carte geografiche142 ma fortunatamente ancora vivo e vegeto, e in buona salute nella parlata locale. L'origine di Grando – va da sé – è nella dimensione dell’abitato, probabilmente più piccolo del 95% dei centri abitati d'Italia, ma pur sempre più grande di Culino Pìçulo!
Circa l’abbandono della distinzione delle due Collina fra Grando e Pìçulo, i primi tentativi furono effettuati nel 1600. Burocrati forse privi di cognizione, o forse infastiditi dal grando, abbozzarono un tentativo di sostituzione dei due aggettivi quantitativi con gli avverbi “di Sopra” e “di Sotto”143. Mossa sfortunata, destinata all'eterno oblio dal quale solo occasionalmente è stata da noi riesumata.
Maggior successo ebbero purtroppo i pubblici ufficiali ottocenteschi – burocrati eredi dei primi quanto a cognizione, scienza e coscienza, ma purtroppo di ben maggiore efficacia – con il riuscito colpo di mano che portò alla nefasta “invenzione” di Collina e Collinetta in luogo dei toponimi storici144.

100. ⇑ Culìno Pìçulo   Q1200, ✧S.   TU Collinetta. Abitato [id.]. V. i lemmi prec., mentre pìçulo è l’aggettivo “piccola” (Sc223), dall’onomatopeico pikk - (REW6494). Quindi, “Collina Piccola”.
1916. Culìno Pìçulo
1916. Culìno Pìçulo.

Culìno Pìçulo corrisponde allo sfortunatissimo Collinetta della toponomastica ufficiale, a sua volta origine dello scellerato – e a maggior ragione ingiustificato – friulano Culinète, espressione orribile che andrebbe estirpata come la gramigna.
Ma niente illusioni: come un’erbaccia resistente, anche l’orrendo Culinète prospererà fino alla fine della stupidità umana145. Ovvero, nei secoli dei secoli.
Donde esce codesta infamia linguistica? Anzitutto, come denominazione taliana di Culìno Pìçulo Collinetta vede la luce nel catasto napoleonico, anno 1813: ancora 10 anni prima, la Kriegskarte riporta la denominazione Colina picola e grande. Tuttavia, come denominazione toponomastica in senso più lato, ovvero non associata a Culìno Pìçulo, Colineta nasce almeno 200 anni prima, a indicare quello che oggi è ancora il rio Collinetta, affluente di sinistra del rio Chiaula, così come la valle da esso formata. Escluso, per ragioni storico-cronologiche, che rio e valle abbiano preso il nome dal villaggio, è invece molto probabile sia accaduto il contrario in una sequenza non dissimile da questa che segue: 1) Collina picola e Collina grande è troppo complicato; 2) friulano, italiano, veneto o austriaco che sia, comunque "sa di vecchio"; 3) urge un segnale di cambiamento. Il burocrate di turno, arso dal sacro fuoco della semplificazione rivoluzionaria o della rivoluzione semplificatrice sulla mappa trova un Collinetta e un Collina dalle parti di Monte Croce, e in nome del progresso e della dea Ragione piglia entrambi, copia e trascrive. Fine dell'ancien régime: c'est la rationalisation, monsieur.
Sono tempi nuovi e anche la Carnia, se non proprio fra il Manzanarre e il Reno, è certamente fra le Alpi e le piramidi. Fu vera gloria? Il poeta si astenne, e rinviò ai posteri l'ardua sentenza146.
Con ulteriore passo indietro, sulle ragioni per cui quel torrente e quella valle fossero detti di Collinetta – così come prima di essa fu detta (e lo è ancora) val di Collina la valle che dalla testata di Creta Monumenz-Chiadin-Floriz scende al rio Chiaula e alla Bût – il discorso ci porterebbe troppo lontano. Brevemente, furono detti così perché molti, molti secoli fa i Culinòts erano affittuari della Monte di Colina, ovvero di malga e pascolo dell'intera valle. Ma questa è davvero un'altra storia. Una lunga storia147.

101. ⇑ Viculìno o della metatoponomastica.

Per la prima volta su questi fogli ho il grande piacere e l’onore di proporre agli attenti lettori e studiosi un toponimo astratto. Di più: in omaggio ai tempi correnti, lo definiremo il toponimo virtuale (non se n’abbia a male chi sa di fisica se lo definisco “delocalizzato”: è qui o là, a seconda di dove si trova l’osservatore).
Non che non esista un luogo fisico corrispondente a Viculìno. Al contrario, ne esistono due, alternativi però l'uno all'altro: vigente l'uno, l'altro non ha senso di esistere. Il mistero, che tale poi non è, è presto risolto.
Nella parlata locale, la forma Viculìno – letteralmente “là a Collina”, come Vidàrios, Virùncs ecc. – sta sempre a indicare “l'altra Collina”, in funzione di dove si svolge la conversazione. Detto a Culino Pìçulo, “'i vói Viculìno” significa “'i vói a Culìno (Grando)”, “vado a Collina Grande”. Viceversa, enunciato a Culìno GrandoViculìno assume significato diametralmente opposto, ossia sempre Culìno, ma stavolta Pìçulo.
Semplice (si fa per dire), intelligente (decisamente), divertente (mah). Sembra il soggetto di un libro di Umberto Eco…

102. Cumùnios [in -]   Q1330, ✧S. Prato in medio pendio con stavolo [id. inselvatichito, sedime di stavolo]. Cumùnios è femm. pl. di cumùn = comune, tanto aggettivo che sostantivo (Sc148), dal lat. communis (REW2091); il toponimo è citato come tale nel lessico di Scarbolo, “prato naturale di proprietà comune” (Sc135).

Toponimo piuttosto frequente in Friuli e soprattutto in Carnia148 in quanto già dal Medioevo termine generico – al singolare: cumùnio, cumùgne, comùgne, a seconda dei luoghi – a indicare “terre d’uso comune” da parte dei comunisti, per lo più boschi e alpeggi, il cui titolo sottostante poteva essere tanto di proprietà vera e propria quanto di affitto, concessione o altro149.
Alto sopra CG, al limite occidentale della fascia di prati della Navo, Cumùnios consta di due prati che, almeno in origine, ebbero regime e regole d’uso del tutto analoghe a Prât da Cumùn e agli altri terreni di proprietà comune. Sorprende tuttavia, al pari di Prât da Cumùn, la collocazione di questi lembi di terreno, siti in prossimità dei centri abitati. Il regime d’uso collettivo dei fondi – le cumùnios, appunto – riguardava per lo più terreni periferici, soprattutto per il legnatico o il pascolo, mentre i prati e i campi negli immediati dintorni dell’abitato erano di proprietà delle singole famiglie, o in affitto esclusivo delle stesse. Di qui una denominazione per Cumùnios e Prât da Cumùn che ne rendesse tanto evidente quanto immediata la “diversità” rispetto ai fondi circostanti.

103. Cunfìn [de -]   Q1470, ✧O. Bosco di conifere in medio pendio [id.]. Cunfìn sta per l’it. “confine”, dal quale il termine deriva seppure con genere diverso (è infatti termine di genere femm., la Cunfìn150).

Come spesso accade per altri termini generici della toponomastica (caròno, riù e altri) che acquisiscono specificità toponomastica per l’attraversamento di strada o sentiero, così cunfìn segue il medesimo percorso. Punto di confine fra la proprietà comunale e la proprietà del Consorzio Privato di Collina (le pertinenze della malga di Morarìot), de Cunfìn si trova lungo il percorso che conduce alla malga citata e al rif. Marinelli, precisamente laddove strada forestale e sentiero si dividono (si ricongiungeranno al Largàt per poi dividersi nuovamente in prossimità della malga di Morarìot).
La Cunfìn è caratterizzata da un ritratto in grandezza macro di san Bernardo da Mentone che campeggia su un enorme masso posto giusto in mezzo alla biforcazione fra strada e sentiero. Soprattutto da parte delle nuove generazioni – diciamo gli under 40... – e proprio in virtù della "ingombrante" presenza (ma anche di una innegabile immediatezza), in luogo di de Cunfìn è sempre più frequente l'uso della denominazione dal Sant. E poi si dice che la toponomastica non è cosa viva...

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