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104. Devóur ju Mulìns   Q1185, ✧S.   Prato pianeggiante [id. inselvatichito]. Devóur = dietro; mulìns è pl. di mulìn = mulino (Sc190) dal lat. molinum (REW5644).

I mulini dietro i quali starebbe il nostro luogo sono due, rispettivamente il Mulìn di Nino (sx or.) e il Peštòn di Pio (dx or.), entrambi lungo il Riù di Morarìot. In realtà il luogo non è tanto “dietro i mulini” quanto piuttosto dietro il ripido costone che segna il limite occidentale di Cercenât e Cjasarîl, subito dopo l’ansa che il Riù di Morarìot forma prima di ricevere le acque del Riù di Plumbs.
Dietro il costone, poche decine a valle del Mulin di Nino sta appunto il nostro Devóur ju Mulìns, del tutto nascosto anche alla vista di chi percorre la strada che da CG porta alla Siēo.

105. Devóur Tamòšo   Q1250, ✧E.   Prato in medio pendio (id., inselvatichito). Devóur = dietro; tamòšo sta forse con il friul. ciamòsse o tamòsse = argine (NP127 s.v. ciamòz), a sua volta da una base preromana tem - tim (v. Temós). Quindi, “dietro l’argine”.

Come spesso accade nella nostra toponomastica, non abbiamo (più?) una Tamòšo, un argine fisico dietro (devóur) al quale collocare il nostro toponimo. Si tratta forse di un toponimo scomparso, comunque identificabile con il limite orientale dei prati di Pecìot, là dove il pendio uniforme si interrompe bruscamente per scendere all'Agâr di Macìlos. Più ripido del pendio che lo precede, il prato che scende all'agâr è appunto il nostro Devóur Tamòšo, con la genesi e il significato del devóur non dissimile da Devóur Antîl, Devóur Àrios ecc.151.
In sostanza, Devóur Tamòšo coincide con la parte destra dell’antico solco di erosione delle acque un tempo correnti nel contiguo agâr, oggi pressoché asciutto. I mutamenti occorsi in epoca ignota all'Agâr di Macìlos e al suo regime torrentizio hanno fatto sì che l’area di erosione si trasformasse in un pregevole prato, oggi non più falciato ma ancora assai apprezzato dalle vacche al pascolo.

106. Dorotèo [in -]   Q1300, ✧SE Prato e forse campo in medio pendio [bosco]. Antropotoponimo, per l’it. Dorotea.

Dorotèo è solo un praticello, forse anticamente concimato, sopra CG e più precisamente sopra i campi di Prât (sic, v.).
Nome non frequente nell’anagrafe di Collina, Dorotea vi compare solo due volte. La “nostra” è probabilmente Dorothea ux. Georgius De Tamossis (?-1679), appartenente ad un ramo estinto dei Tamussin. Cognome quest’ultimo ancora oggi presente a Collina con alcuni nuclei familiari.
Le ragioni della titolarità del terreno/toponimo possono essere diverse, e non necessariamente alternative l’una all’altra: dote, vedovanza, agiatezza? Tutte insieme?
È probabile che almeno la vedovanza e una certa disponibilità economica siano coesistite. Dorotea muore probabilmente ultrasessantenne, avendo avuto solo due figli (eccezionale per quei tempi); inoltre, essa compare per quattro volte nei registri parrocchiali quale madrina di battesimo, ruolo che i genitori dei battezzandi tendevano comprensibilmente ad attribuire a persone relativamente benestanti152.
Conseguentemente, è pensabile che fra le proprietà di famiglia vi fosse anche il terreno in questione, magari portato in dote dalla stessa Dorotèo; oppure che il terreno, pur di proprietà comune, fosse dato in uso alla stessa donna o alla sua famiglia.

107. Duridùor [tal? -]   Q?, ✧S?. TU Duridor (CAT1801). Prato [?]. Toponimo di origine incerta, in assenza di riferimenti al luogo così definito. Forse dal verbo madurî = maturare (Sc168), dal lat. maturire con identico significato (REW5430)153.

Riportiamo per completezza un altro dei toponimi elencati nel catasto di epoca napoleonica e oggi del tutto desueti e dimenticati, oltre che di impossibile collocazione. Un edificio fantasma, insomma, che di sé non ci ha lasciato null’altro che questa ipotetica, debolissima traccia etimologica.
Il toponimo ufficiale “Duridor” parrebbe suggerire un originale collinotto Duridùor154, a sua volta forse aferesi di maduridùor, “maturatore” o “luogo ove si matura” (qualche cosa). Quanto al “qualche cosa”, il clima di Collina offre una discreta varietà di prodotti agricoli che non sempre giungevano a maturazione sullo stelo: potrebbe dunque trattarsi di canapa, oppure di cereali (la c.d. “maturazione di morte”, per l’eliminazione di parte dell’acqua dalla granella). In ogni caso, la maturazione avveniva al coperto, in luogo riparato dalle precipitazioni ma comunque ventilato.
In chiusura di questo lungo lavoro mi viene suggerita una terza possibile etimologia nel verbo urî = attingere (Sc340, dal lat. horire di identico significato, REW4082, 2), in particolare per il modo di dire lâ a(d) urî la cui d, meramente eufonica ma comunque invariabilmente presente (la pronunzia è adurî), darebbe comunque conto della d iniziale di Duridùor. Quest’ultimo come “luogo ove si attinge l’acqua”, dunque, prima che l’acqua stessa sia condotta in paese tramite i primi rudimentali acquedotti in legno, nella seconda metà dell’800.

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