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109. Fàrio [de -]   Q1145, ✧S. Pascolo in valle in lieve pendio, con officina di fabbro [boscaglia, ruderi]. La fàrio è l’officina del fabbro (Sc73) dal lat. fabrica (REW3121, 2).

Attiva fino al secondo conflitto mondiale, la Fàrio era situata nella parte mediana di Mulìnos, poco al di sotto del Mulìn di Codâr.
L'obsolescenza dell'edificio e il progressivo abbandono del pascolo circostante hanno lasciato via libera ad una fittissima vegetazione spontanea, tanto che oggi gli stessi ruderi sono pressoché invisibili anche a distanza ravvicinata.
Oltre ad un cospicuo e crescente numero di aceri e frassini, la Fàrio oggi ospita nei suoi dintorni e all’interno incredibili quantità di ortiche e menta selvatica.

110. Fìtos [in -]   Q1290, ✧SE. Campi in medio pendio, poi prato [prato inselvatichito]. Da fìt = affitto (NP321, manca in Sc) volto al femm. plurale, dal lat. fictus = nolo, canone (REW3280), con il significato di “terre in affitto”.

Il toponimo, oggi del tutto obsoleto, corrisponde una piccola area compresa fra i campi di Stalatòn e di Masério.
Fìtos è un altro elemento della lunga lista dei fondi verosimilmente di proprietà della chiesa di s. Michele e concessi in affitto agli abitanti di Collina contro pagamento di un canone annuale (v. Valantùgnos).
Né la rendita fondiaria era l’unica fonte di reddito della piccola chiesa di Collina. A mezzo del cameraro, custode e gestore dell’intero suo patrimonio, la chiesa concedeva prestiti contro pegno a chi avesse necessità di disporre di denaro, la cui diffusione e soprattutto disponibilità non era a quel tempo particolarmente ampia.
I regesti tardo cinquecenteschi fanno intendere una gestione piuttosto rigida del regime di concessione dei terreni e dei prestiti in denaro, a fronte dei quali l’affittuario a sua volta impegnava campi e prati, come Antonio di Tamer: “A di 24 di settebrio. Antonio di Tamer è debitore alla giesia di santo michiael di culina adi impresto et p. li ficti di contadi lire cioè L.31 et per questi danari obliga uno campo(...)”. In altra parte dello stesso documento si ritrova traccia di chi giunge a impegnare ogni suo bene: “(...) michiael di tamer della cuetta è creditor alla dicta giesia di contadi L.22 obliga tutti li suoi beni mobili et stabili155.
Dietro questi commerci, iniziative, speranze, forse anche avventure, esattamente come per i cramârs che portavano in giro per l’Europa merce ottenuta a credito. Alcuni fecero fortuna, altri persero tutto e andarono pieni di vergogna ad arruolarsi, con ferme ultradecennali, negli eserciti che scorrazzavano per l’Europa.

111. Flurîts [ti -]   Q2178 (M. Floriz), ✧SO. TU monte Floriz. Pascolo alpino [id.]. Part. pass. plurale masch. di flurî = fiorire (Sc80), dal tardo latino florire (REW3380). Ne risulta il bellissimo e calzante nome di “Fioriti”.

In origine il toponimo identificava i prati oltre la Fòrcjo di Plumbs, verso l’attuale monte Floriz della TU e in territorio del comune di Paluzza.
Figlia della spettacolare fioritura dei rododendri sull’ampio declivio, la denominazione fu forse opera dei cramârs che in primavera, sulla via del ritorno dall’emigrazione stagionale, ogni anno varcavano la Fòrcjo di Plumbs attraversando i prati fioriti.
Con il tempo, il termine si estese a definire l’intera cresta scistosa compresa fra le due forcelle di Plumbs e Morarìot, così rientrando anche geograficamente entro i confini di questo lavoro.
Il toponimo ufficiale “monte Floriz” identifica la cima più elevata, localmente detta la Pico, della breve cresta: la cimetta più settentrionale, che incombe sulla Fòrcjo di Morarìot e sull'adiacente rifugio Marinelli è invece detta lu Pic (v.).
La sottile cresta costituisce la prosecuzione verso sud del grosso costolone del m. Chiadin (v. Cjadìn e Cjadinón), che si stacca dal massiccio del Cogliàns per poi congiungersi, proprio attraverso i Flurîts, al massiccio del m. Crostis.
L'intera cresta, geologicamente e morfologicamente omogenea, è costituita da micascisti scuri del Carbonifero che ospitano numerose varietà di flora alpina, anche rara. Il colore scuro della roccia e il verde della vegetazione contrastano violentemente con il bianchissimo calcare della retrostante e verticale parete sud della Creta Chianevate, creando uno splendido effetto scenico.
Non visibile da Collina, la Creta Chianevate (in tedesco Kellerspitz o Kellespitze) si trova in comune di Paluzza e pertanto non rientra nell’ambito di questo lavoro. Segnalo tuttavia come i due toponimi ufficiali, italiano e tedesco, abbiano la medesima origine: l’uno nel friulano cjanevate o cjavenate = cantinaccia, l’altro da keller = cantina e spitz = cima, per i profondi valloni che si aprono ai piedi delle precipiti pareti del monte.
Abbastanza curiosamente, fino al 1960-70 nella parlata di Collina non era in uso il toponimo friulano ma piuttosto quello tedesco. Soprattutto per l’influenza dell’italiano, oggi la situazione è certamente mutata: non si dice più lu Keleršpitz (con una l sola!), ma piuttosto la Cjanevàto.

112. Fontagnèlos [in -]   Q1300, ✧S. Coltivi e quindi prato in pendio ripido [prato selvatico]. V. lemma seguente, di cui è diminutivo pl. (lett. “fontanelle” o, più propriamente, “piccole sorgenti”).

Ampia zona oggi prativa poco a N dell’abitato di CG, fra Sorovìo e il bosco della Navo, con splendida vista tanto sui monti di Collina che sui monti che a occidente chiudono l’orizzonte. L’ottima esposizione e la prossimità al centro abitato fecero di Fontagnèlos terreno pregiatissimo anche sotto il profilo agricolo: “…Più un Campo Arativo di seme … locho chiamato in Fontagniele pertinenze di d.a Villa appo li suoi veri confini salvis …”156. Anche tanto ben di dio subì la trasformazione da coltivo a prato da sfalcio, prima del definitivo abbandono.
Il toponimo, di etimologia trasparente, è da riferirsi ad una piccola sorgente – fontagnèlo, ma forse un tempo ve n’erano più d’una – attiva da secoli ma con portata irregolare: dopo lunghi periodi di siccità tende a disseccarsi, ma è particolarmente abbondante dopo i periodi di pioggia e in primavera. La sorgente è ancora usata dal bestiame in transito verso l’alpeggio, tanto che, per raccogliere l’acqua e facilitare l’abbeverata, il pastore vi ha collocato una splendida (semi)vasca da bagno!

113. Fontano Nêro [de -]   Q1295, ✧SE. Sorgente in bosco resinoso quasi pianeggiante [id.]. Fontano = fontana o sorgente (Sc80), dal lat. fontana (REW3246); nêro è femm. di nìori = nero (v. Clanìori), per cui si ha lett. “fontana nera”.
Il toponimo definisce l’area circostante una piccola sorgente all’altezza di Enfrâgos, a pochi metri dalla riva dx del Riù di Morarìot, così detta per il luogo particolarmente ombreggiato e perciò in forte contrasto con le candide ghiaie del vicino rio.
 
114. Fontànos [in -]   Q1270, ✧S. Bosco resinoso in medio pendio [id.]. Plurale di fontano (v. il lemma prec.).

Di origine trasparente, il toponimo trova riscontro nelle numerose sorgenti che ne segnano il territorio, un bosco di proprietà comunale che da Creşadìço scende alla Ruvîš di Cércen e al Riù di Morarìot.
Piena cognizione dell’ingente numero di sorgenti di Fontànos si ha percorrendo il bel sentiero che dalla Siēo conduce alla Fontano nêro, laddove le numerose acque correnti possono talvolta creare qualche piccolo problema di attraversamento. Negli inverni freddi il ghiaccio forma qui vaste placche rigonfie dello spessore di qualche decina di centimetri: l’itinerario è sempre splendido e più che meritevole di essere percorso, ma… attenzione!

115. Foràns [tes -]   Q1080, ✧S. Prato [id. inselvatichito]. Dal lat. foramen = foro, apertura (REW3427), da cui il friulano foràm o foràn anche inteso come cavità, dolina o solco (NP333, manca in Sc).

Una volta di più, il toponimo è rivelatore della morfologia del terreno, a solchi longitudinali diseguali, come i graffi di una mano gigantesca.
Prati di valle fra i più lontani e disagevoli di CP157, posti poco sopra la confluenza del riù d’Ormèntos nel rio Fulìn, le Foràns scontano un dislivello di circa 100 m dal villaggio e dal fienile (se a CP: se a CG, altri 40...): dislivello naturalmente in salita, da percorrere con gerla e fascio di fieno sulla schiena e su un sentiero tutt’altro che agevole.

116. Foranùtos [tes -]   Q1080, ✧SE. Prato in medio pendio [boscaglia, latifoglie]. Dimin. del lemma prec. con analogo significato.

Circa la relazione fra etimologia e morfologia del territorio, vale quanto già espresso al lemma prec. Differiscono ovviamente dimensioni e posizione: le Foranùtos sono più prossime all’abitato di CP, trovandosi in corrispondenza dell’Agaràt, poche decine di metri al disotto di Virùncs.
Non sembra inverosimile attribuire all’Agaràt, o comunque a generose ruscellazioni della medesima provenienza, la formazione delle Foranùtos, successivamente trasformate in prato da sfalcio.

117. Fòrcjo di Vitòrio [la -]   Q2155, ✧NE/SO. Prateria alpina, rocce in forte pendio [id.]. Vitòrio è il nome proprio “Vittoria” in collinotto.

Vitòrio, al secolo Vittoria Tolazzi (1884-1960) ma per i numerosi nipoti e pronipoti gna Vitòrio (zia Vittoria), gestì il rif. Marinelli alla Fòrcjo di Morarìot insieme al fratello Edoardo, maestro e guida alpina, negli anni 1923-1940 quando il rifugio stesso era ancora denominato Ricovero.
Più che duro il lavoro al Ricovero, ma per la devotissima gna Vitorio il cruccio più autentico della vita in rifugio era il non poter assistere alle funzioni religiose. E se non bastasse, la gna era privata persino della vista della chiesa, giacché Collina non è visibile dal rifugio o anche dalla vicina Fòrcjo di Morarìot, né tantomeno è visibile la chiesa, situata più in basso rispetto all’abitato.
Ragion per cui tutte le sere, all'ora dell'Angelus, gna Vitòrio prendeva le nipoti schierate e le trascinava – in senso ovviamente figurato ma molto, molto prossimo al senso letterale… – verso la selletta che mette in comunicazione la vallata di Morarìot con il Cjadinón, passaggio oggi attraversato dal sentiero Spinotti. Là, in vista (e, vento aiutando, udito) della chiesa lontana in fondovalle, zia e nipoti recitavano insieme il rosario per poi fare ritorno al rifugio158.
Naturale che la selletta fosse ribattezzata dalle riottose ragazze la Sièlo di gna Vitorio. Caduto lo gna è rimasto la Sièlo di Vitòrio, come ancora oggi può farsi raccontare ogni escursionista che, a distanza di quasi cent’anni, faccia sosta al Ricovero Marinelli.

118. Frantûl [tal -]   Q1360, ✧S. Tratto molto ripido di sentiero [id.]. Dal lat. frangere = rompere (REW3482).

La denominazione identifica solo un breve tratto, lungo il costone fra Ruvîš e Masério, della strado des ùolğos che da in Ğùof scende in Stalaton e a CG.
Il toponimo si riferisce probabilmente alla terra profondamente solcata dai pattini delle slitte che portavano a valle il fieno dai numerosi prati di mont nell’area occidentale del “monte del fieno” (v. Creşadìço).

119. Frints [in -]   Q1425, ✧SE. Prato in medio pendio [id. inselvatichito]. Frint è la fronda di latifoglia tagliata (Sc84)159, dal lat. frons, fronde (REW3532).

Ricavata al centro del grande bosco della Navo e dotata nella sua parte inferiore di un grande fienile con stalla, la grande radura di Frints costituiva la più vasta area prativa di tutta Collina. Da qui il fieno era trasportato a valle attraverso un sentierino fino al Frantûl, e di qui lungo la strado des ùolğos che scendeva in Stalatòn e a CG.
Il toponimo si rifà probabilmente all’abbondanza di fronde in loco, forse nella zona perimetrale della radura, oppure con riferimento al grande numero di piante tagliate all’epoca del disboscamento.

120. Fulìn [tal -]   Q1110, ✧SO. Area boscosa di attraversamento di corso d’acqua con attività artigianali [id., ruderi]. Per l'etimologia, v. il lemma seg.

L’area identificata dal toponimo è quella che circonda il ponte sul rio omonimo (v. il lemma succ.) lungo la strado di Créts.
Importante chiave del sistema di comunicazione locale, il ponte del Fulìn subì non poche traversie nell'arco delle sue molte vite: nella sua attuale struttura il ponte ha “solo” 130 anni ma, trattandosi del punto critico dell’unica via di comunicazione di Collina con il fondovalle, i suoi predecessori – tutti in legno – nell’arco di sette secoli dovettero essere particolarmente numerosi.
L’ultima costruzione (1876) fu accompagnata da discussioni e polemiche circa modalità costruttive e materiali da adottare (muro semplice o pietra), e soprattutto intorno alla spesa da sostenere. Il ponte fu infine costruito in pietra martellata, con una spesa di Lire 14300. “Se il ponte veniva costruito dal I° progetto, la piena del 28 8bre 1882 l'avrebbe portato via tutto160. La piena fece comunque considerevoli danni: “…rovinò la spalla sinistra, e alla destra l'acqua passava sopra il ponte161.
L'ambiente è verdissimo e ombroso, ma incassato fra ripidi pendii e per lunghi mesi completamente senza sole: il detto popolare san Valantìn lu sarìoli tal Fulìn – “a san Valentino il sole nel Fulìn”, uno dei numerosi esempi delle effemeridi applicate alla microtoponomastica – è esplicito, più di ogni descrizione.
Pur non nelle immediate vicinanze dell’abitato, entrambe le sponde del corso d’acqua furono nel Fulìn sede di varie attività proprio grazie al corso d’acqua. Oltre alla ipotizzata follatura, grazie all'ampia disponibilità di materia prima (candida pietra calcarea) nel greto del rio poco prima del ponte la sponda dx fu sede di un forno da calce (la Cjalcinêro dal Fulìn). Oltrepassato il ponte, intorno alla metà del secolo scorso sulla riva sx fu invece costruita una segheria, azionata dall'energia di un salto d'acqua artificiale in prossimità del ponte stesso. Attività già in ritardo sui tempi e ben presto destinata all'obsolescenza: infine, a non molti anni dalla sua costruzione un incendio distrusse l'edificio, di cui oggi rimangono pochi ruderi.

121. ⇑ Riù dal Fulìn [lu -]   Q1135-770, ✧SO. TU Rio Fulìn. Corso d’acqua perenne [id.]. V. Riù, mentre Fulìn sta forse con il tardo lat. folinum = mulino da follone162, a sua volta da fulo -one = follone (REW3562).

Non è chiaro a chi spetti la progenitura di Fulìn, se al toponimo o all'idronimo. La attribuisco al rio in quanto elemento imprescindibile nell'ipotizzata processo di lavorazione che grazie ad esso era effettuato. In effetti la consistente portata del rio (v. più avanti), il corso poco ripido dove il rio stesso formava grandi pozze d'acqua calma e assai profonda, nonché la breve distanza dal Plan de Argìlo avrebbero effettivamente agevolato l’operazione di follatura dei tessuti, forse nella stessa località Fulìn. Il quadro sembra effettivamente verosimile e coerente, dall'etimologia alla lavorazione alla logistica, ma va pur precisato che a Collina di questa attività non v'è memoria.
Il corso d’acqua assume la denominazione di Fulìn dopo la confluenza del riù di Cuéštos nel riù di Morarìot. Con la nuova denominazione e un cospicuo incremento di portata il rio percorre la parte inferiore della valle per poi confluire a sua volta nel Degano a Puint Cuvièrt, dopo un percorso di circa 3 km. Il sistema Riù di Morarìot-Fulìn è dunque il corso d’acqua principale dell’intera vallata che ospita le frazioni di Sigilletto e Collina163, e che a buon titolo può chiamarsi valle del Fulìn.
Non fu di questa opinione il topografo redattore della Kriegskarte, che anzi capovolse completamente l’approccio toponomastico privilegiando i centri abitati e legando a questi i nomi dei luoghi: niente Fulìn, dunque, ma “Rio di Colina”164, quasi a sottolineare la stretta relazione fra il rio e l’abitato che caratterizza la parte superiore del corso.
Le acque del rio sono oggi interamente captate proprio in località Fulìn, in prossimità del ponte, e avviate tramite condotta forzata alla centrale elettrica di Puint Cuvièrt.

122. Fùos [in -]   Q1230, ✧E. Campi e prati in medio pendio [prato inselvatichito]. È il corrispondente al friul. fôs (NP337) o fòus (NP338) con il significato di “cavità”, “gola” (di monti), “valle angusta”, dal lat. faux = fauce (REW3225).

L’etimologia ha un riscontro ben visibile dal ponte di CP sul Riù di Cuéštos, dove in corrispondenza di Fùos il rio esce da una gola stretta e incassata formando una cascatella artificiale che forniva il movimento a un’officina nei paraggi.
Il luogo si trova al margine destro di chi osserva dal basso l’ampio piano inclinato di Cjamavùor, là dove il pendio si interrompe bruscamente per scendere ripido al sottostante rio. Qui il coltivo faceva luogo al prato, come puntualmente evidenziato dall’atto di fine Seicento che registra: “Ittem di piu uno altro pratt in detto logo chiamatt in Fuoss p: d.ti 15”165.
In Fùos era punto di sbocco in alto della vio Montareço, che dal vecchio ponte di Riù saliva ripida al dolce e uniforme declivio di Cjamavùor.

123. ⇑ Rònc di Fùos [lu -]   Q1230, ✧E. Ripida radura in bosco resinoso [id.]. V. Rònc e il lemma prec.

Il Ronc di Fùos costituisce la continuazione di Fùos verso NE e dentro l’impluvio del Riù di Cuéštos, fino alla Grataròlo.
La considerevole pendenza, e soprattutto la meno favorevole esposizione del terreno rispetto a Fùos riducono considerevolmente la fruibilità di questo rònc, ridotta a prato marginale e a bosco.

124. Furcjìto (da Tórs) [de -]   Q990, ✧N-S. Bosco resinoso in medio pendio [id., attraversato da strada carrozzabile]. Dim. di fòrcio = forca o forcella alpina (friul. fòrcje NP334, manca in Sc), dal lat. furca (REW3593)166.

Nell’uso comune generalmente si omette la specificazione da Tórs, minuscola frazione di Rigolato lungo la strado di Créts, in quanto Furcjìto è di per sé univoco e senza possibilità di malinteso.
La Furcjìto è una piccola insellatura posta sulla parte inferiore della lunga dorsale che dalla vetta del m. Crostis scende alla Fòrcjo de Bióucjos e di qui, attraverso Cjaso Boreàn, Spelât, Gòto e Ğùof, all'immissione del rio Fulìn nel Degano. Il passaggio della Furcjìto assunse un certo rilievo dopo l’apertura della strado di Crèts, che qui scavalca la sopracitata dorsale abbandonando la valle del Fulìn per calarsi rapida nella valle del Degano sfiorando l'abitato di Tors.
Trovandosi lungo la linea di confine naturale fra i territori di Collina e Givigliana, anche la Furcjìto fu oggetto di attenzione in sede di demarcazione definitiva dei confini fra i due “Ond. Comuni di Giviana, e Colina…dichiarando, che previo il sopra luoco praticato nel giorno primo corrente… è stata in confine ritrovata, e fissata da nuovo una Croce scolpita in pietra in essa “Forchetta”“ (v. Gòto e relativa nota).
La “Forchetta” del testo settecentesco è per l’appunto la nostra Furcjìto, segnata con la citata pietra con croce scolpita, che a sua volta costituisce il segno confinario ripetuto in gran numero lungo l'intero percorso.

125. Furcùço [de -]   Q1625, ✧E-O. Prato ripido [id., inselvatichito]. V. il lemma prec., di cui Furcùço è una variante, sempre diminutivo di fòrcjo.

Il toponimo corrisponde ad una forcelletta sul lunghissimo costone che da Crèto Blàncjo scende a Belvedère e, molto più in basso, alla Caròno di Colarìot e infine al rio Fulìn.
Luogo tanto insignificante nell’apparenza quanto rilevante nell’economia agro-silvicola, la Furcùço giocava un ruolo assai importante per il transito di contadini, pastori, e boscaioli. E anche, almeno per un certo periodo, di soldati diretti alle postazioni di Crèto Blàncjo, giacché la Furcùço era il punto di ricongiungimento della strado des ùolğos che saliva dalla Basso, e della Strado di Soldâts che saliva da Cjalgjadùor.

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