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126. Gjarsìot [tal -]   Q1320, ✧O. Ghiaie, bosco e cespugli in terreno poco inclinato, con numerosi massi sparsi [id.]. Da gjardon = scardaccione (Sc91) dal lat. carduus = cardo (REW1687)167 + il consueto suffisso collettivo –ìot caratteristico dei fitotoponimi, a indicarne l’abbondanza.
Gjardón
Gjardón
(foto commons.wikimedia.org).

Rispetto a una pur verosimile etimologia in *kar (per terreno arido e sassoso, similmente a Cjars-Carso) si è privilegiata quella “vegetale” soprattutto per la presenza del collettivo -ìot caratteristico e a Collina esclusivo dei fitotoponimi (Colarìot, Pecìot ecc.).
Nel suo repertori della parlata di Collina Scarbolo circoscrive il significato di gjardón (con origine che fa risalire al lat. cardone REW1685, che sempre cardo è) al solo scardaccione, interpretazione che appare tuttavia riduttiva e poco verosimile. Anzitutto è poco verosimile che il villico d'antan – italico o furlano, montanaro o bassaiolo che fosse – avesse tempo e modo di sottilizzare fra cardi, cirsi e scardaccioni, tutti accomunati sub voce spinosissima cardo-gjardon. Poi vennero il benemerito Linneo e altri ancora, e furono (stat nomen post rosam...) cardus, cirsium e dipsacum, appunto le piante spinosi di cui sopra. Piante tutte presenti e abbondanti a Collina a eccezione proprio del dipsacum- scardaccione, specie mediterranea non presente nell'areale alpino tant'è che non risulta rilevata in Carnia da Luigi e Michele Gortani nel loro sistematico lavoro sulla flora friulana e carnica168. Nella zona di Collina fu invece dai Gortani accertata la presenza di tutte le specie di Carduus (cardo) a eccezione della var. crispus, mentre del genere Cirsium (cirso) furono avvistati tanto l'arvense che lo spinosissimum169.
Insomma, gjardóns in abbondanza.
Ancora oggi e proprio nel Gjarsìot è particolarmente diffusa la presenza di Cirsium spinosissimum, e se si considera che come pochi altri luoghi il Gjarsìot è rimasto proprio per il difficile habitat, pietroso e arido pressoché allo stato pristino, il panorama odierno non deve essere dissimile da quello da cui scaturì il nome.
Trovandosi allo sbocco in fondovalle dei canaloni che scendono dal Canale al Capolago, al Volaia e all’intero versante O del Cogliàns, l'insieme del Giarsìot costituisce l'autentica “discarica geofisica” dei monti che lo sovrastano. Nei millenni, valanghe, piene e frane hanno scaricato e continuano a scaricare qualunque “cosa” soggetta alla legge di gravità si trovi lassù in alto: acqua e neve, ma anche detriti, alberi sradicati, massi di dimensioni più che considerevoli e quant’altro si possa immaginare170.
Luogo inospitale, dunque? Non del tutto, e non dappertutto. In alcune sue parti l’ambiente è certamente selvaggio, ma pur sempre dotato di un fascino un po' particolare, un che di quasi primordiale a due passi da casa.

127. Glèrio [in -]   Q1170. ✧S. Prato e coltivi in pendio dolce, con abitazione (AP93, 97) e fienili [prato inselvatichito attraversato da strada comunale, edifici in stato di abbandono o diruti]. Glèrio = ghiaieto, banchi di sabbia nel torrente (Sc96), dal lat. glarea (REW3779).
 1960. I prati di Glèrio con il Cogliàns
1960. I prati di Glèrio con il Cogliàns.

Il toponimo si deve al substrato ghiaioso/roccioso dei prati, dove qua e là affiorano numerose pietre, anche di considerevoli dimensioni.
A dispetto del sottofondo e pur frazionata fra numerosi proprietari, l’ampia zona prativa di Glèrio era fra le più pregevoli di Collina, poiché all’eccellente esposizione e al dolce pendio – decisamente inusuale per gli standard collinotti – aggiungeva il facile e comodo accesso (è posto lungo il sentiero, oggi strada, che da CP porta alla chiesa) e la prossimità agli abitati di CP e CG.
Dopo la fine di ogni attività agricola anche in Glèrio di pregevole è rimasto solo il superbo panorama, certamente fra i più ampi del fondovalle: senza alcun ostacolo l’occhio corre dalle cime scistose e coperte di parti del Pic di Gòlo e del Cjadìn ai calcari del Cogliàns e della Crèto di Cjanâl fino al Sasso Nero, e quindi alla cima di Crèto Blàncjo per poi chiudere il giro d’orizzone con i monti del Comelico e infine la catena del Plèros.

128. Gòlo di Martìn [la -]   Q1900, ✧S. Ripidissime rocce friabili e sfasciumi [id.]. V. Gòlo; Martìn è “Martino”. Antropotoponimo, dunque, per “Gola di Martino”.

Delle numerose gole che solcano il ripido pendio fra i Bùrgui e Ombladìot, e che danno origine al riù di Cuéštos, quella di Martìn è la seconda da sx (E), immediatamente dopo la Gòlo di Tòni di Tàmer.
Martino è nome decisamente poco frequente nell’anagrafe di Collina. A meno che il toponimo non sia anteriore al 1600 (piuttosto improbabile, v. qui di seguito), l’identificazione di Martin è circoscritta al solo Martino di Leonardo di Sopra, di cui è noto solo l’anno di matrimonio (1703). Altri due Martino presenti in anagrafe (sempre di Sopra, nipoti del nostro) morirono entrambi infanti. E l’angusto vicolo alla ricerca dei Martìn di Collina si chiude qui.
D’altra parte, fra tutte le ipotesi circa la ragione dell’accostamento di Martìn alla gòlo mi sembra di poter escludere proprio la più immediata e intuitiva – la proprietà – giacché il possesso di un dirupo angusto e scosceso mi sembra del tutto improbabile.
Si tratta dunque di un toponimo probabilmente “inventato” da cacciatori, ciò che fa più verosimile l’ipotesi dell’evento straordinario, reale o inventato che sia (caduta, aneddoto, burla e quant’altro), ai danni di un Martin cacciatore (sic) non di Collina, del quale si sono perdute le tracce.

129. Gòlo di Tòni di Tàmer [la -]   Q1900, ✧SE. Pendio molto ripido a erbe e sfasciumi [id.]. V. Gòlo, mentre Tòni sta per Antonio; Tamer o di Tamer è un'antica famiglia di Collina. Antropotoponimo analogo al precedente, per “Gola di Antonio di Tamer”.

La gola di Toni di Tàmer, che dalla Fòrcjo di Ombladìot scende direttamente ai pascoli di Cjampēi, è quella più a E fra quelle ove trova origine il riù di Cuéštos.
È toponimo speculare al precedente tanto sul terreno quanto, con tutta probabilità, nella genesi. Tuttavia, a differenza del misterioso (e probabilmente foresto) Martìn dell’altra gòlo, il titolare di questa, Tòni di Tàmer, non può che essere originario di Collina.
La famiglia Tamer, antico cognome endemico collinotto portato dalla famiglia storicamente più in vista e più ricca del paese, si è estinta da pochi anni nella sua terra d’origine, mentre grazie agli emigrati sopravvive fuori Collina. Dalle origini dell’anagrafe a oggi vi sono registrati ben 8 Antonio di Tamer, dal 1612 al 1818 (quest’ultimo probabilmente morto infante). Naturalmente, nulla si sa dei secoli antecedenti l’avvio dell’anagrafe (fine del 1500), quando certamente i di Tamer erano già presenti a Collina171.
Non siamo quindi in grado di definire a quale Antonio si riferisca il toponimo né, al di là dell'agiatezza della famiglia, la ragione di tanto onore172. Una volta di più, valgono le analogie con il lemma prec. (anche questo di Tòni di Tàmer è un toponimo inventato da cacciatori, e non da contadini) e con le ipotesi per quello avanzate quanto a possibili origini.

130. Gòto [te -]   Q1475, ✧O. Bosco resinoso in medio pendio [id. attraversato da strada forestale]. Gòto è la goccia (Sc99) dal lat. gutta (REW3928).
Pietra di confine fra Collina e Givigliana lungo la Gòto
Pietra di confine fra Collina e Givigliana lungo la Gòto. Scolpita su un lato è parzialmente visibile l'anno di posa, 1765 (foto dell'autore).

L’origine del toponimo è nel caratteristico modo di dire locale gotopendent (goccia pendente) a indicare la displuviale dove la “goccia” è costretta a pendere da una parte o dall’altra, espressione particolarmente in uso all’atto della fissazione di confini di proprietà.
Un’altra interpretazione, propostami a Collina e di cui dò conto seppure non ritenendola prioritaria rispetto alla prima, fa risalite Gòto-goccia a una piccola sorgente, oggi disseccata, che si trovava qui.
Della prima ipotesi, oltre all’espressione tuttora in uso nella parlata di Collina, abbiamo ampia e dettagliata testimonianza in un documento con il quale nel 1765 Collina e Givigliana pongono termine ad un contenzioso plurisecolare circa i loro confini.
Spartiacque fra i bacini del Fulìn e del Degano, la dorsale che dalla vetta del m. Crostis scende alla confluenza dei due corsi d’acqua e lungo la quale si trova la nostra Gòto costituisce per un lungo tratto il confine naturale fra i territori di Collina e Givigliana nonché, in tempi più recenti, fra i rispettivi comuni di Forni Avoltri e Rigolato. Di qui la disputa che in questi paraggi visse momenti di tensione autentica e tangibile (altro che!).
Il contenzioso – o, per meglio dire, l’autentica lite – fra Collina e Givigliana circa i confini fra i rispettivi territori durò, come si è detto, secoli: dal primo arbitrato noto, risalente al 25 agosto 1482, si dovettero attendere quasi 300 anni prima di giungere ad un accordo definitivo, il 9 giugno 1765. Da quanto si può supporre, anni e secoli non facili, e neppure tranquilli.
Collina deve trasportare a valle il legname dei propri boschi, e la via più breve passa oltre lo spartiacque. Givigliana abbisogna di acqua per il bestiame al pascolo, e le sorgenti più prossime si trovano anch'esse oltre lo spartiacque. Purtroppo, in entrambi i casi, quell’”oltre” significa dall’altra parte, quella sbagliata!
Per lustri, decenni e secoli volarono carte notarili e parcelle avvocatali, come pure – si può facilmente immaginare – botte e ritorsioni, di qua come di là. A spingere i plurisecolari contendenti verso un accordo definitivo non furono tuttavia ceffoni e legnate, che pure non mancarono, ma soprattutto le parcelle avvocatali.
Comecché da tanti anni è corso un lungo litiggio con gravi spese fra al'Ond. Comuni di Colina da un canto, e di Giviana dall'altro appare (…) che per continuare detta causa (…) sarebbero nel caso di maggiormente incontrarsi in spese tali, che alle parti stesse sarebbero d'un grande impegno, e nocumento”.
Così recita la Transazione dei Confini tra Givigliana e Collina, redatta da Niccolò Vidale Pubblico Nodaro di Veneta Autorità federale e sottoscritta nel 1765 dai rappresentanti delle Vicinie delle due Ville173.
I confini sono descritti minuziosamente, e altrettanto accuratamente marcati sul terreno con croci scolpite nella pietra lungo la sottile “Gotta” che dalla Fòrcjo des Bjóucjos attraverso Cjaso Boreàn scende al Degano a Puint Cuvièrt: “…indi prosseguendo per la Gotta sino al piè del “Piano di Piertia” fu scolpita in pietra una nuova Croce; finalmente discendendo per la detta Gotta sino al piano del “Zovo” fu ijssata, e scolpita in pietra una Croce; e indi pure per la Gotta sino al Ponte coperto, che servirà p. estremo confine174.
Oggi la “nostra” Gòto è solo un luogo, un semplice punto sulla Gotta settecentesca lungo la quale sono ancora qua e là oggi visibili le “croci scolpite in pietra” colà deposte nel 1765. Luogo riconoscibilissimo a chi percorre la strada forestale che si dirama al Bevorcjàn in direzione di Givigliana, in quanto la strada aggira qui il costone cambiando, in poche decine di metri, completamente esposizione, da NO a SO, per poi scendere velocemente verso il Ğùof e Givigliana.

131. Grataròlo [te -]   Q1280, ✧E. Bosco in terreno roccioso e friabile [id.]. Il toponimo è da mettere in relazione con gratâ = grattare (Sc100) dal tedesco kratten (REW4764), con riferimento allo stato del suolo.

Il suolo come una grattugia, su questo pendio boscoso che scende al Riù di Cuéštos, fra il Rònc di Fùos e di prati di Cuéštos. E certo saranno state le sue rocce friabili e acuminate ad ispirare l’accostamento allo sfortunato boscaiolo che forse ne sperimentò di persona il potere abrasivo.
Dalla Gratarolo proveniva l’acqua per gli abbeveratoi di CP, prima della costruzione dell’acquedotto di Sarmuàlos che oggi serve entrambi i borghi.

132. Gràtolos [tes -]   Q1660, ✧N. Bosco resinoso in pendio ripido [id.]. La gràtolo è la rastrelliera per i piatti (Sc101) dal lat. cratis = grata (REW2304).

Denominazione caratteristica e assai calzante, a descrivere un piccolo e ripido pendio boscoso interrotto da brevi pianori sopra le Valùtos. L’immediato richiamo alla gràtolo della cucina carnica, per lo più in legno e appesa al muro, viene precisamente dagli stretti gradini orizzontali che, visti dal basso, richiamano da vicino i bastoni trasversali sui quali sono appoggiati i piatti.
Un altro esempio, questo, della grande capacità di osservazione – e soprattutto della inesauribile fantasia – dei boscaioli e dei pastori, chiamati ad un rapporto quotidiano con il territorio e i suoi segreti e capaci di trasformare le più semplici caratteristiche del bosco o del prato in immagini vivissime. E, ciò che è ancor più sorprendente, immagini ampiamente condivise e fatte proprie dalla popolazione tutta, tanto da entrare nell’uso comune.

133. Ğùof [in -]   Q1770, ✧S. Prati in medio pendio [id. inselvatichiti]. Ğùof è il giogo (Sc104) o, in senso figurato, l’incollatura sul crinale dei monti, dal lat. jugus (REW4610). Qui è probabilmente inteso nel senso letterale.

Non è solo il curioso gioco delle preposizioni – sul, a, o in – a separare toponimi altrimenti identici, né la pur considerevole distanza a separare i luoghi. Al contrario, è la solo formale comunanza etimologica ad allontanare i toponimi (in particolare questo, in Ğùof), proiettandoli in dimensioni fra loro lontanissime.
Unico fra tutti i ğùofs di Collina, in Ğùof è figlio non della morfologia del territorio (non c’è nulla nei dintorni che assomigli a un valico, o a un semplice costone), ma bensì dei gioghi veri, quelli posti al collo dei buoi che venivano fatti salire fin quassù, fra i prati di Frints e i pascoli di Cjampēi, a condividere le fatiche dei contadini e, almeno in parte, ad alleviarle.
Si può ben capire quanto pericoloso fosse l’impiego dei buoi – più adusi all’aratro in valle e quindi su pendenze meno impegnative – in condizioni come queste. Anche questo esercizio ebbe termine intorno agli anni ’30 del secolo scorso quando, complice la esasperata frammentazione della proprietà fondiaria, in tutta Collina l’impiego degli animali in agricoltura fu sostituito da gambe e braccia umane.

134. Ğùof [sul -]   Q1170, ✧O. Bosco rado quasi pianeggiante [Bosco resinoso, poi disboscato]. V. il lemma che precede, ma qui ğùof è con il significato figurato di incollatura lungo un crinale montuoso.

Toponimo generico assai comune a Collina, è diffusissimo in tutte le aree montane, dal passo dei Giovi – porta d’accesso a Genova e al mare per chi proviene dalla pianura nord occidentale – ai nostrani Iôf Fuàrt e Iôf di Montasio175.
Al pari della sottostante Furcjìto e di molti altri luoghi, dalle Bjóucjos a Puint Cuvièrt, il Ğùof è situato lungo la “Gotta” dei documenti settecenteschi, la lunga dorsale che dalla vetta del m. Crostis scende all'immissione del riù dal Fulìn nel Degano (v. anche Gòto e Cjàso Boreàn). Naturalmente anche in questo luogo fu posto un cippo nel corso dell’ormai nota definizione dei confini fra Givigliana e Collina: “…più continuando da piè del piano del “Zovo” da mezzodì fu di nuovo scolpita altra Croce… “176.
È questo dunque l'antico “Zovo”177 attraversato per secoli dalla principale via di comunicazione dal fondovalle del Degano a Collina e viceversa. Come già accennato nel capitolo dedicato alle vie d'accesso a Collina, il percorso correva e corre interamente sul versante meridionale (sx) della valle del Fulìn, versante opposto a quello dove si trovano tutti gli abitati, da Frassenetto a CG: da CP la via scende al Fulìn, e attraverso il Ğùof, Givigliana, Stalis, Vuezzis e Mieli raggiunge Comeglians, e quindi il fondovalle del medio Gorto e la stessa Pieve.
Via certo disagevole, certo non ampia e men che meno soleggiata, esposta com'è interamente a nord perlomeno dal Fulìn al Ğùof. Ma anche via breve, a quota poco elevata e soprattutto relativamente sicura: comunque molto più sicura del sentiero attraverso i numerosi corsi d'acqua e le frane del versante opposto.
Infatti fino ai primi decenni del XX secolo, ossia alla costruzione della strada carreggiabile di Créts, questo percorso rimase il solo attraverso il quale fosse possibile o avesse senso il trasporto di merci fra Collina e il fondovalle (trasporto rigorosamente a dorso di donna, come scrisse Eugenio Caneva nella perorazione per la costruzione della stessa strada di Créts). Il sentiero sull’opposto versante della valle, fra Collina e Forni Avoltri, oltre che assai pericoloso (v. Ruvîš) era pure sostanzialmente inutile a fini "commerciali", terminando in una sorta di cul di sacco178. Per quanto concerne invece il trasporto del legname, storicamente la principale risorsa di Collina, la via del Ğùof semplicemente non aveva alternativa.
In luogo di questa via plurisecolare, fino a ieri splendida passeggiata nel bosco da Collina a Givigliana, corre oggi un strada carrozzabile tanto ampia quanto inutile, non ancora asfaltata ma, secondo progetti e "necessità", prima o poi tale...
Senza commento.

135. Ğùof dabàs [a -]   Q1710, ✧S. Insellatura prativa [erbe alte, ontani]. V. il lemma prec. + la prep. dabàs-di sotto.

Il toponimo indica una modesta insellatura che si trova lungo la Strado di Soldâts che da CP sale in Belvedère, poco oltre la Furcùço.
Insignificante sotto il profilo morfologico, Ğùof dabàs era tuttavia crocevia di una certa importanza. Oltre al transito della citata Strado di Soldâts, di qui si dipartiva a sx di chi saliva (O) un sentiero per Navos e l’Infièr, mentre a dx si staccava un altro sentiero in direzione delle Cjanalètos. Tutti i sentieri risultano ormai impercorribili a a causa dei fittissimi ontani che si accalcano sui tracciati, ricoprendone l’intero percorso: la stessa Strado di Soldâts che nel bosco e fino alla Furcùço costituisce una comoda passeggiata vede la pur ampia carreggiata interamente invasa dagli àmblis.
Si tratta di un fenomeno ben noto a chi percorre i vecchi sentieri in disuso: l'interruzione della pendenza del declivio (il “gradino” del sentiero) costituisce una posizione privilegiata dove gli ontani si installano rapidamente, e con grande facilità.
Al tempo in cui i sentieri erano regolarmente percorsi per la fienagione o altre esigenze connesse all’uso del territorio, la loro manutenzione era necessariamente assidua, pena l'intransitabilità del percorso. Tale funzione di pulizia e riaggiustamento viario era strettamente regolamentata mediante turni fra la popolazione, e chi non era in grado di prestare la propria opera o di farsi sostituire era chiamato a versare alla cassa comune il corrispettivo della giornata di lavoro.
Guof dabàs era luogo di mèdos, le biche dove era accatastato il fieno raccolto nei dintorni in attesa del trasporto invernale a valle, lungo la strado des ùolğos che scende a CP. Nessuno può dire con esattezza quante mèdos sorgessero quassù: si dice non meno di dieci o dodici, a significare quale fosse il contributo dei prati di mont all’economia rurale di Collina.

136. Ğùof dadàlt [a -]   Q1750, ✧S. Insellatura prativa [erbe alte, ontani]. V. i lemmi che precedono, mentre dadàlt = di sopra.
È il “fratello maggiore” di Ğùof dabàs, del quale si trova poche decine di metri più avanti e pochi metri più in alto, lungo la Strado di Soldâts.Dabàs e dadàlt identificano appunto posizione e quota lungo il medesimo percorso.
 
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