Enrico Agostinis

 

La Venere e la gerla

Culìno, Culinòtos e Culìnòts di fine '800 fra voglia di vivere e fatica da vivere. Dialogo immaginario ma non troppo fra due professori e un terzo incomodo

Il testo è stato rappresentato a Collina il 16 agosto 2015 in forma di dialogo a tre voci (v. locandina in appendice).

Scarica
Scarica questo file (La Venere e la gerla.pdf)La Venere e la gerla.pdf[© 2016 Enrico Agostinis]181 Downloads


No sj sa s'al é caligo
no sj sa s'al é garbin
las puimutos da Culino
es samêo di lat e vin

A Sighiét a non d'é puemos
nomo chês di grancj parons
encja chês es ven da ruzin
como cloštris di stalons

E las puemos Gjivianotos
nomo pirui e riçots
e trio dîsj dopo sposados
van tirant ju stafarots

       Làvocj, petènocj
       e fai la rigo in bando
       al prin ca cj damando
       mandolu ca da me

Tu sios fato fâ las treços
tu sios fato petenâ
ma figuro di uno bielo
no l'as mai pududo fâ

No sj sa s'al é caligo
no sj sa s'al é nulât
ma ju puems di chesto vilo
i an calùor di lat sbrumât

S'i cj ài bussjado, i cj ài pajado
i cj àj comprât un biel grimâl
lu âs imbût dutos la fieštos
a balâ di carnevâl
    Con la nebbia o con il sole
o che spiri un po' il garbino
le ragazze di Collina
hanno il viso latte e vino

Non “ragazze” a Sigilletto
solo figlie di ricconi
ma fan ruggine anche loro
come spranghe di portoni

Le ragazze a Givigliana
tutte balli e ricciolini
ma a tre giorni da sposate
già strascinan pedalini

       Làvati, acconciati
       e fai la riga in banda
       il prim che ti domanda
       mandalo qui da me

Ti sei fatta far le trecce
ti sei fatta pettinare
ma la mostra di una bella
non l'hai mai potuta fare

Con la nebbia e con il sole
o se il cielo è annuvolato
i ragazzi di Collina
son color latte scremato

Ti ho baciata e ripagata
ti ho comprato un bel grembiale
l'hai indossato ad ogni festa
a ballar di carnevale

Villotta raccolta a Collina e riportata da Giuseppe Scarbolo ne Il dialetto di Collina, Tesi di Laurea – Università di Padova, anno accademico 1947-48. Traduzione di E. Agostinis.

 


La Venere e la gerla

Giovanni Marinelli è in Friuli una specie di istituzione. Nume tutelare della geografia e dell'alpinismo locale ma ben conosciuto anche oltre i confini della Piccola Patria, fu docente prima a Udine e quindi a Padova e Firenze, fondatore e presidente per oltre un quarto di secolo della Società Alpina Friulana, senatore del Regno per 4 legislature, autore di numerosissime pubblicazioni fra le quali ricordiamo la a noi carissima Guida della Carnia (1898, primo e ad oggi insuperato esempio di guida organica di questa terra, compendio di geografia, demografia, economia, botanica, zoologia e quant'altro utile allo studioso come al viaggiatore, senza naturalmente dimenticare la ampia parte alpinistica). A Giovanni Marinelli sono intitolati il liceo scientifico di Udine e, in condominio con il figlio Olinto, il rifugio più elevato del Friuli, nel gruppo del Cogliàns.

Di Giovanni Marinelli sono dunque ben noti vita morte e opere (di miracoli, almeno sino ad ora, non si ha notizia): allo scopo basti consultare le pagine che il Nuovo Liruti dedica al Nostro1, o la stessa Enciclopedia Treccani. Quel che invece pochi conoscono - e pochissimi menzionano - è la collaborazione di Marinelli con Cesare Lombroso2.

Cesare Lombroso non necessita di presentazioni né, in questa sede, ci interessa andare oltre la pur approssimativa conoscenza che di Lombroso stesso ha il grande pubblico e anche il nostro lettore, per definizione “medio”. Medico e giurista, docente a Milano e Pavia, “inventore” dell'antropologia criminale, Lombroso è noto al grande pubblico soprattutto per i suoi studi sulla fisiognomica, pseudoscienza di antichissima origine che vorrebbe mettere in relazione diretta il comportamento criminale con le caratteristiche fisiche del soggetto, in particolare la forma del cranio. Oltre a ciò c'è molto altro, naturalmente, ma buona parte della vita di Lombroso è trascorsa a classificare crani e a misurare occipiti e frontali, orbite oculari, parietali, zigomi e mascelle…

In quanto qui di nostro preciso interesse ci preme aggiungere solo che fra le molteplici e variamente note tesi lombrosiane una ve ne fu che intendeva mettere in relazione quantitativa la meteorologia (e quindi, fra le numerose variabili in gioco, anche la pressione barometrica) con la psiche: sviluppo e dimostrazione “scientifica” di questa tesi fu il saggio dal significativo titolo Pensiero e meteore – Studii di un alienista pel Prof. Cesare Lombroso, seguite dalle Osservazioni Psichiatrico-Meteorologiche del Prof. Augusto Tamburini, e dalle Note sugli abitanti dei paesi in grandi altezze del Prof. Giovanni Marinelli3.

Si tranquillizzi il lettore, “medio” o no che sia. Questa premessa decisamente penza, come certe minestre d'antan, è inevitabile per introdurre più lievi argomenti, per i quali è necessario pazientare ancora un poco. Già ho detto che risparmio al lettore biografia e bibliografia di Lombroso (e non è poca cosa…): in un impeto di generosità faccio pure grazia della recensione di Pensiero e meteore, ma di quest'ultima opera non posso tuttavia esimermi dal produrvi alcuni cenni che, incidentalmente, sono perfettamente rappresentativi del pensiero lombrosiano. Niente accademia, ma solo divulgazione spicciola. E niente opinioni né commenti del vostro scrivente, ma solo citazioni. Vediamo un poco, per bocca dello stesso Lombroso.

La più sicura e diretta provenienza Aria dei Caldei mi farebbe propendere per questi ultimi [come superiori nello studio degli astri, n.d.a.] in confronto degli Egizi le cui popolazioni almeno in massa essendo di sangue misto al negro ed al berbero non doveano offrire quella prontezza ai concetti e alle scoperte delle scienze esatte a cui potevano giungere i bianchi4.

Indi prosegue con

Il maniaco è più esacerbato nei mesi caldi e in quelli a più frequenti (Marzo, Settembre) e a più grandi escursioni barometriche (Settembre, Aprile, Marzo, Ottobre), fatta eccezione dal mese di Novembre, i cui primi freddi paralizzano l'azione delle perturbazioni barometriche, e in quelli a predominio dei venti E e ENE. La paralisi generale progressiva dà il massimo numero degli accessi nei mesi più esposti ai venti forti di Est, in quelli, in cui cade la massima quantità di acqua, ed in quelli più caldi, compresovi l'Agosto, il che fa sospettare che i paralitici non possano, come gli altri pazzi, abituarsi alle azioni calorifiche: favorevolissimi sono loro, invece, i mesi freddi. (…) Il demente divide col monomaniaco l'aumento massimo degli accessi nel Giugno, e la diminuzione massima nel Marzo, che non si rinviene in nessun'altra forma, e che non saprei esplicare, notandosi in quel mese frequenti benché poco profonde escursioni barometriche5.

E infine, e qui concludo le citazioni che potrebbero essere numerosissime, ma sempre del tenore delle precedenti e di quella che segue

Un argomento validissimo dell'influenza delle meteore sull'anima umana si ha dalla statistica dei suicidi e dei crimini. […] È ormai possibile segnare una carta geografica e un calendario mensile e perfino diurno, dei delitti che saranno per succedere in un decennio di un dato paese. E come trovare di questa perpetuità altra possibile spiegazione all'infuori delle influenze meteoriche?6

Un po' lungo, e me ne scuso, ma indubbiamente efficace. Ma se non aveste ben compreso, al netto dei bianchi “pronti” contrapposti ai tardi berberi e negri7, ripeto la sintesi conclusiva:

é ormai possibile segnare una carta geografica e un calendario mensile e perfino diurno dei delitti che saranno per succedere in un decennio di un dato paese.

Altro che determinismo! Precisiamo: la meteopatia, ovvero l'influenza delle variabili meteoclimatiche sulla psiche (e naturalmente sul corpo), non è una chiacchiera da bar o un'invenzione buona per i gonzi, ma una realtà ben dimostrata e clinicamente rilevante. Ma un conto è stabilire un nesso qualitativo fra le variabili in gioco (questo fa bene o male a quest'altro, quello innalza o abbassa quell'altro; questo influisce molto o poco su A, quello agisce di più o di meno su B, e via dicendo), altro è definire una relazione quantitativa come quella che Lombroso asserisce di essere in grado di produrre, ossia un mappamondo con relativo scadenzario della follia. Un vero e proprio calendario geocriminale, da aggiungere al calendario delle semine e dei raccolti, della vendemmia e dell'imbottigliamento. Roba da far concorrenza allo strolic e a Frate Indovino… Any comments, come si dice quassù in Carnia? Nujo-nua-nue, si risponde, sempre quassù, nelle rispettive varianti di Oxford, Cambridge ed Eton. Insomma la cosa in sé non ci interessa(?) gran che, se non per meglio inquadrare il contributo richiesto a Marinelli. In verità quest'ultimo si limita, su precisa richiesta di Lombroso, a stendere alcune Note in seguito pubblicate in appendice: non coautore dell'opera, dunque, ma una sorta di prestatore di consulenza specialistica a mo' di libero professionista. Per inciso, a chiusura e sintesi delle sue Note Marinelli evidenzia come le proprie rilevazioni sperimentali non confermino (né, conoscendolo, poteva esser diversamente) le conclusioni lombrosiane sull'influenza fra altitudine e psiche. Un'autentica presa di distanza, dunque. Ma andiamo con ordine e non anticipiamo troppo i tempi.

Alle “influenze meteoriche” sulla psiche umana Marinelli è dunque chiamato a dare supporto - o confutazione - studiando gli abitanti dei paesi in grandi altezze. E il Nostro fa quel che può, nel senso che non potendo o volendo recarsi sulle Ande o in Tibet, o anche solo sulle Alpi Centro-occidentali, a luogo privilegiato d'indagine elegge i centri permanentemente abitati siti alle quote più elevate in Friuli ovvero in Carnia: Sauris e sue frazioni8 e Collina9.

In confronto al positivismo razionalista di Lombroso - in verità, come si nota, in questa circostanza assai poco scientifico e al contrario quasi fideistico, volto com'è a dimostrare tesi precostituite - la laicità scientifica di Marinelli appare quasi disarmante. A fronte dell'accatastarsi dei dati di Lombroso - che come tali dimostrano (ovviamente, vien da dire oggi) tutto e il contrario di tutto, ma che nelle mani di Lombroso stesso divengono conferma (e ancora ovviamente) della tesi di partenza - Marinelli rileva, annota e, letteralmente, “a domanda risponde”. Non che Marinelli possa del tutto esimersi dal commentare, o dall'inferire qualche considerazione sulla base di quel che vede e sente, nonché della propria esperienza: dopo tutto è per questo che contribuisce allo studio, ma quanto a “condividere”…

Per l'indagine Lombroso sottopone dunque a Marinelli un questionario di 19 domande sugli indigeni d'alta quota, quesiti che spaziano dalla morfologia fisica all'indole, dalla religione alle patologie più frequenti, all'andamento demografico, alla sessualità. E nel momento stesso in cui una delle domande verte niente meno che sull'intelligenza degli autoctoni delle terre alte rispetto ad altre popolazioni contermini, va da sé che Marinelli altro non può fare che considerare, vagliare, opinare. Ed è esattamente ciò che fa nelle sue Note.

In chiusura di questa noiosa ma necessaria parte introduttiva, cito letteralmente Marinelli stesso il quale, per la parte di sua competenza, fa giustizia delle preconcette aspettative lombrosiane.

Concludendo: Le differenze che si riscontrano fra gli abitanti di Sauris10 e i Carni, che li circondano sono in genere difficilmente rilevabili o per lo meno in buona parte contestabili. Quelle stesse poi, di cui non è lecito dubitare, possono essere derivate da cause diverse, che non sia l'altezza sul mare e fra queste annovero la schiatta, la qualità dei cibi, la qualità delle occupazioni, lo isolamento in cui vivono.

Trasporto del fieno La sociologia e la genetica moderna sono di là da venire, ma il buon senso no, ancorché espresso con linguaggio ottocentesco. Se la statura dei Saurani è alta e la schiena delle donne di Collina è piuttosto larga e depressa nella parte inferiore, non è a causa dell'aulica meteora lombrosiana. Oggi diremmo il DNA da un lato, e la divisione del lavoro dall'altro: nel tempo e nel linguaggio di Marinelli, agenti responsabili sono rispettivamente la discendenza e la gerla.

Chiusa senza troppi rimpianti la parentesi lombrosiana, ci rimangono le Note di Marinelli, le quali offrono un interessante e approfondito - e per certi versi inedito e curioso - spaccato di vita cargnella nella seconda metà dell'800. Lasciando la nota su Sauris ad altri più esperti e appassionati scribani, focalizziamo la nostra attenzione su Collina, per la quale merita riportare per intero la Nota dell'Autore. Un po' lunga, ma il lettore ne sarà certamente ripagato.

La parola a Giovanni Marinelli.

Collina è una piccola frazione del Comune di Forni Avoltri (distr. di Tolmezzo) posta sul bacino del torrente Moraretto, affluente del Degano, a sua volta tributario del Tagliamento. È alla lat. sett. di 46° 35' e alla longit. E. di Roma 0° 22'.
La valle in cui giace è stretta e franosa; ma pur coperta nella sua parte inferiore da folta vegetazione di conifere, specialmente di abeti, non mancando però i larici, e, fra gli alberi a foglie larghe prevalendo i faggi ed i frassini. Essa è intagliata nel terreno paleozoico, ma è riempiuta da materiale caotico adesso terrazzato, proveniente in altri tempi da morene scendenti dalle vette superiori o insinuate da valle a monte. La parte superiore della valle, una delle più fortemente inclinate delle Alpi Carniche, si spinge, mediante pascoli alle gole di Plumbs (1800 m.?) di Gola Bassa (2027 m.) e del Volaja (1989 m.), di cui le due prime la collegano colla valle del T. But, altro affluente del Tagliamento, e l'ultima, attraverso la catena di spartiacque, conduce nel Gail, che pel Dravo porta le sue acque al Mar Nero.
A tramontana di Collina questa catena di spartiacque presenta già vette elevate intorno ai 2400 e 2500 m., ma poi ad oriente del passo del Volaja si presenta il gruppo più alto delle Carniche, quello formato dal M. Collians, da me la prima volta misurato quest' anno e trovato alto ben 2801 m., indi dal Kellerwand, alquanto più elevato e finalmente dal Pizzo Collina (m. 2723). A mezzogiorno di Plumbs col M. Crostis (2250 m.) comincia una catena che corre parallela alla valle, finche scende al Degano presso al confluente del Moraretto.
La maggior parte del territorio è a foresta; però vi sono abbondanti e grassi pascoli; mentre scarsa è la zona coltivata a frumento, orzo, patate e canape.
L'altimetria della valle è varia. Comincia a 750 m.; finisce a 2000 m., colle selle, a 2800 m., colle vette. Però il paese di Collina è a circa 1255 m.; mentre quello di Collinetta è circa 50 metri più basso. Una nuova livellazione da me praticata quest'anno mediante il barometro Fortin mi diede appunto questi risultati.
Gli abitanti, secondo l'ultimo censimento, sommano a 250, divisi quasi egualmente nelle due borgate di Collina e Collinetta fra loro distanti forse mezzo chilometro. Il clima è freddo, ma, come a Sauris, mancano affatto osservazioni meteoriche serie. Da circa un anno io però ho potuto quivi fondare un osservatorio pluviometrico, dal quale finora mi sembra ricavare che a Collina piova meno e nevichi di più (ma non molto più) che nel resto della Carnia. Dal Gennaio all'Aprile vi caddero circa 2300mm di neve e l'ultima neve fioccò il giorno 30 di Aprile. Del resto la vegetazione procede analogamente a quello che abbiamo visto succedere per Sauris.
Gli abitanti vivono di pastorizia, di agricoltura, ma soprattutto facendo i boscaiuoli. Parte di loro emigrano in Germania, tornando annualmente in casa. Loro cibi consueti sono polenta di granturco (senza sale), pane di frumento e di segale, latticini, carne salata o fumata, patate, fave, baccelli, fagiuoli.
Il paese non comunica coi limitrofi, se non mediante sentieri pedonali, di cui il più breve, che conduce al capo comune, Forni Avoltri, è ancora lungo due ore. Si mescolano però coi confinanti molto più che non facciano quelli di Sauris.
Qua non posseggo i miei libri di note sul dialetto di Collina, sicché è d'uopo che m'accontenti di dire intorno ad esso quello che la memoria mi concede. Essi parlano una varietà del dialetto friulano che senza questione spetta alla sezione carnica e somiglia a quello che generalmente si parla nel cosidetto canale di Gorto o Val del Degano, alla quale Collina appartiene. Però ciò che fra altre divergenze mostra una notevole differenza fra i dialetti carnici del canale e quello di Collina è:
- a) il cangiare che fanno i Collinotti in o tutte le lettere che in carnico sarebbero a ovvero e,
Es. Collina in carn. è Colline o Culine
in collinotto è Culino, con un'u molto stretta quale si ottiene stringendo e spingendo in fuori le labbra, e con un'i allungatissima.
Moraretto, carn. Morarèt, collin. Morarìot
Polenta, » polente, » polento
Avverto che le terminazioni in o si riscontravano frequenti nel friulano del 1400.
- b) L's si pronuncia schiacciato e strisciante in modo insolito fra noi.
Es. in carn. Sèso vignùd? (Siete venuto?)
» » collin. Scèso vügnûd?
- c) l'
i
ha molta somiglianza coll'ü lombardo o franc.
- d) Vi si nota l'intromissione di qualche parola straniera (tedesca), molto di rado reperibile nel friulano. Adesso non potrei citare esempi di ciò, che attribuisco all'emigrazione.
Del resto tutti questi fatti e queste varietà non tolgono che Collina non sia abitata da un gruppo di famiglie esclusivamente carniche e le differenze del dialetto dipendono da un lato dalle difficili comunicazioni e dall'altro da una recente corrente di emigrazione verso la Germania attraverso la Carinzia, alla quale il villaggio è limitrofo.

Collina grande e il Cogliàns Dalle necessariamente rapide pennellate di Marinelli esce un quadro certo interessante, oltre che indubbiamente rappresentativo e calzante. In meno di 3 pagine del volume originale, di cui una pagina interamente dedicata alla parlata, di Collina c'è tutto, ma proprio tutto: dai prati e coltivi di fondovalle fino alle vette, dall'economia agro-silvicola al clima, all'ambiente, alle vie di comunicazione, alla popolazione.

Naturalmente, non tutto nelle note di Marinelli è da prendere alla lettera: ad esempio la parte linguistica è decisamente approssimativa, e fornisce una curiosa rappresentazione della parlata di Collina, inesatta ma anche in certo qual modo divertente11. Tuttavia, al netto del tempo in cui le Note furono redatte - ma non si dimentichi che, a questo livello di dettaglio, fino ad allora mai s'era scritto e letto nulla di simile - nihil sub sole… Nulla di nuovo: scritte altrimenti e altrove (e certo in epoca più tarda), sono cose che pressappoco abbiamo già letto. E in effetti quella sopra riportata integralmente è una descrizione generale di Collina, una sorta di presentazione del villaggio oggetto di indagine che Marinelli provvede prima di passare a ciò che, verosimilmente, più interessa il suo committente (e, altrettanto verosimilmente, interessa anche il lettore di oggi). Ma tempo al tempo, e il meglio è sempre di là da venire.

Delle ormai famose Note ecco dunque la parte più curiosa e indubbiamente originale, ovvero quella relativa alle risposte di Marinelli ai quesiti di Lombroso in merito a comportamenti, azioni e reazioni degli indigeni delle “grandi altitudini”. Ecco finalmente qui di seguito le 19 risposte intervallate in forma dialogante dai commenti del vostro scrivano (l'originale di Marinelli è riportato integralmente in violetto; in nero i commenti).

  1. Non sembra che vi sieno notevoli divergenze fra la docilità degli abitanti di Collina e quella dei comuni limitrofi.
    Non tutti concorderanno con questa affermazione perentoria di Marinelli circa la “docilità” dei Culinòts. Al contrario, certamente qualche vescovo-patriarca seicentesco (e precedente), qualche parroco settecentesco e qualche sindaco ottocentesco (e posteriore) avrebbe di che obiettare. Noi, topi di archivio e compulsatori di regesti notarili tardo medievali in via di disfacimento, ci asteniamo dal commentare. Non per altro, ma per mera carità di patria.
  2. Non puossi dire se più intelligenti degli altri; certamente intelligentissimi sono e pronti al pari degli altri Carnici, che già appariscono d'ingegno acuto per sé.
    E bravo professore! Non per il commento sui Collinotti (che pure ci può stare), ma per il commento in sé. Con quel non puossi dire Marinelli dice - evviva il paradosso! - tutto il dicibile, e anche di più. Qualcosa che somiglia assai a un hai capito, Cesare (Lombroso)?
  3. Sono molto vivaci, allegri e coraggiosi.
    Qui Marinelli ci mette un poco di suo: solo un poco, ma è un “suo” molto bello. Grazie, professùor.
  4. Sono molti atti agli esercizi muscolari. In genere la carica che prende una Collinotta è maggiore di quella che porta una donna della valle. Per esempio di solito le donne di Collina prendono a Rigolato da 45 a 55 e, perfino, a 60 chilogr. di grano e con quello salgono i 500 m. di ripidissima ascesa che forma il sentiero che passa presso Givigliana in circa 1 ora e mezza. È una cosa incredibile. Di più gli uomini sono in gran parte dediti al lavori del boscaiuolo, lavori, che esigono una grande robustezza, ed è altresì a tale mestiere, che si dedicano quasi tutti gli emigranti da Collina, di preferenza a qualunque altro paese.
    Le guide e i portatori Collinotti, che io provai nelle escursioni alpine, furono sempre fra i più robusti, di cui abbia memoria.
    Vent'anni più tardi, degli abitanti di Collina Marinelli scriverà che sono di non comune bellezza e vigoria12, con esplicito riferimento alle Note di Pensieri e Meteore e tuttavia omettendo la restante e assai più prosaica - se non drammatica - parte del ritratto relativa alla dura e persino deformante fatica di cui qui invece si legge. Quanto alla bellezza, evviva!, ma quanto alla vigoria… a quale prezzo!
  5. Intorno alla disposizione alla Venere, le mie informazioni sono contradditorie. La fama dei Collinotti e delle Collinotte presso gli abitanti dei dintorni è che sieno proclivi agli amplessi e di questo avviso sono anche i medici. Invece gli abitanti di Collina respingono decisamente tale accusa.
    Venere di MiloLa Venere… sigh13… E sigh (va da sé, un po' più breve e più secco) anche per gli ottocenteschi giri di parole di Marinelli. E sì, perché con quel “disposizione” un lettore d'oggi potrebbe anche immaginarsi i Collinotti muoversi a frotte fra il Metropolitan Museum, il Louvre e gli Uffizi e altro ancora, e sostare in rapita estasi davanti alle Veneri di Botticelli e di Tiziano, di Canova e di Alessandro d'Antiochia, mentre invece qui si parla d'altro (anche se non proprio di tutt'altro…). Comunque, e senza lasciarci più di tanto distrarre dall'eterno femminino (tanto è sempre la solita storia…), per un lettore del XXI secolo la fraseologia di Marinelli e le sue perifrasi, fra il detto e il non detto, fra l'opaco e il trasparente, valgono una sosta.
    Anzitutto la disposizione alla Venere, aulica perifrasi a significare las cuistions dal amôr, altra circonlocuzione per un altrimenti clinico e cinico “sesso”, termine di cui i Culinòts e i Furlani in generale non disponevano di equivalente in lingua ma di cui, ça va sans dire, avevano perfetta conoscenza. Per ricorrere a un vecchio e come non mai calzante detto popolare, val più la pratica della grammatica… E a tali plaisirs d'amour i nostri compaesani di ieri (per quelli d'oggidì mancano analoghe indagini…) risultano assai disposti - lo dice Marinelli, lo conferma il medico! - con tutto ciò che tale aggettivo significa: dopo tutto, bellezza e vigoria mica saranno lì dibant!
    Ben disposti e proclivi, dunque, ciò che darebbe ragione della fama dei Collinotti e delle Collinotte presso gli abitanti dei dintorni: la fama, capite? Circa le suddette cuistions, insomma, Culinòts e Culinòtos - e già: parità di genere! - sono famosi nei paesi vicini: quando vi andavano a ballare forse erano accolti un po' come i Beatles in tournée, con sospiri e gridolini di giubilo degli appassionati/e. Reputazione legittima, quella dei Collinotti, guadagnata sul campo (forse anche nel campo…) e non robetta da millantatori dappoco, da dongiovanni d'accatto e Violette di terz'ordine. Dopo tutto, queste informazioni gli abitanti (e le abitanti) dei paesi vicini le avranno ben avute di prima mano: mica le avranno lette sul Messaggero Veneto, no? Fama provata e comprovata, dunque, e ufficialmente sancita dal momento che di questo avviso sono anche i medici (!).
    Eppure… Eppure i “famosi” respingono decisamente tale accusa… Quindi i vicini dei Collinotti non congetturano, non insinuano né suggeriscono, fra il dire e non dire. No: quelli accusano, senza mezze parole14! E Culinòts e Culinòtos si schermiscono, si sottraggono, ricusano, negano.
    Mica fessi, loro! La frequentazione di Venere15 è certo impresa gratificante (anche per la stessa Venere, si direbbe: una fama non si costruisce dibant), ma almeno non facciamolo sapere in giro: non andiamolo a raccontare a Vulcano (legittimo consorte della signora Venere) e neppure a Marte (ormai legittimato amante della stessa). Siamo signori, via: un po' di discrezione!
  6. Una straordinarietà nella prolificazione non si nota; però sembrano piuttosto prolifici considerando l'aumento rapido della popolazione in questi ultimi anni. Io però non ho potuto finora procurarmi dati statistici che meglio chiariscano tale questione. In genere fra loro sono rari i nato-morti e rare le operazioni ostetriche.
    Nel 1878 Marinelli non lo sa e non lo può sapere, ma siamo alla vigilia della più consistente esplosione demografica della storia collinotta, o almeno di quella conosciuta. Nel ventennio 1880-1900 la media delle nascite passerà da meno di 8 nati/anno a 14, con un aumento della popolazione di oltre il 40%16!
  7. Di solito il medico (Dr. Antonio Magrini di Luint) in queste regioni non si presta facilmente a salassare; però si nota una grande tolleranza pel salasso ed anzi molte volte viene perseverantemente e pertinacemente ricercato.
    Trasporto di legnaChe commentare se non “che tempi”! Il salasso era prassi diffusa ovunque: lo è pure oggi, sotto altra forma e senza (formale) spargimento di sangue, ma d’ipertensione è piuttosto causa che non rimedio… Da Marinelli apprendiamo come fosse praticato (quanto meno dal medico) anche ai villici montanari. Nel contempo abbiamo notizia (in realtà è una conferma) che il sanitario dell'epoca è il dott. Antonio Magrini, medico e musicista, iniziatore del casato dei Magrini di Luint (Ovaro) che tanti personaggi di spicco ha dato alla Carnia e che continua fino ai nostri giorni. E se il miedi stava a Luint, ben c'è da immaginarsi il significato di “emergenza” a quel tempo. Eccone un esempio.
    Dall'archivio di G.B. Lupieri (suocero di Magrini e suo predecessore quale medico a Luint) apprendiamo di un intervento d'urgenza, da Lupieri stesso eseguito a Collina il 27 agosto 1827 per prestare aiuto a un ferito d'arma da fuoco, certo Giovanni Tomat detto Fuccar di Comeglians. Lupieri partì da Luint alle ore 1 del mattino, per giungere a Collina alle ore 817!
  8. Sono pochissimo anemici; anzi dotati della massima energia, sì gli uomini che le donne, prevalendo le masse fibrinose alle sierose.
    Il nostro corso di specializzazione in fisiologia carnica del secondo '800 prosegue. Per mano di Marinelli, Magrini ci fa sapere che i Collinotti sono di buon sangue18 e, detto in soldoni, sono più muscolosi che grassi. Potenza della “ginnastica” quotidiana…
  9. Sono però più facili all'emorragie di quello che non sieno gli abitanti delle circostanti sottoposte vallate.
    L'argomento si fa complesso, tanto di per sé che in relazione ai tempi e alle relative conoscenze (da allora sono passati quasi 150 anni). Prendiamo atto che queste sono le affermazioni degli specialisti di allora.
  10. Le loro funzioni digerenti si riscontrano energiche e pronte alle relative assimilazioni.
    Come sopra, non senza un moto di sorriso all'energia delle funzioni digerenti.
  11. Sono piuttosto alti, tarchiati e ben fatti.
    Con quella bellezza e vigoria non possono che essere ben fatti. E ben fatte, naturalmente, almeno finché gerla consente…
  12. Prevalgono i capelli castani e neri. La pelle assume facilmente nelle parti scoperte la tinta bruna.
    Collina e CogliànsOggi simbolo di Seychelles o di Barbados (ma anche di lettino di centro estetico) quella tinta bruna era rifuggita come la peste dalle dame dell'epoca, che al primo raggio di sole si riparavano sotto un leggiadro ed elegante ombrellino parasole. Certo, per l'abbronzato era come avere scritto in fronte, a caratteri cubitali ben visibili da lontano, CONTADINO! E più ancora, oltre che con languore, amore faceva rima con pallore. Avessero saputo o anche solo sospettato, le infelici gentildonne e i meschini cicisbei, della gloriosa reputazione - rectius, fama - dei pur abbronzatissimi Culinòts e Culinòtos
  13. Testa proporzionata e regolare a tipo carnico.
    Quegli aggettivi, proporzionata e regolare, certo non avranno fatto la gioia di Lombroso, a ben altre fattezze craniche aduso… Tuttavia, quale e come sarà mai la testa a tipo carnico? Ho un vaghissimo ricordo di Dolicocefala bionda… Ma era costei cargnella?
  14. Hanno torace ampio e rilevato, più che nei Carni di solito non si riscontri. Le donne sono riccamente fornite di muscoli e di adipe; hanno ricche mammelle; fianchi larghissimi; bacino ampio; la schiena nella parte inferiore piuttosto larga e depressa. Questi tre ultimi fatti, uniti al camminare ondulato, derivano dall'uso di portare pesi enormi nel gerlo tenuto da due ritorte di giunco che passano sopra le spalle e sotto le ascelle, mentre la punta del gerlo va a premere sulle ultime vertebre, alquanto superiormente all'osso sacro.
    Trasporto di legnaQui c'è davvero poco da scherzare. Qui (ma era, e in parte è ancora, lo stesso a ogni latitudine) c'è la donna ridotta ad animale da soma, c'è il segno della fatica che deforma, ed è già fortuna se solo deforma fuori e non dentro (come purtroppo sappiamo, spesso è ambo le cose). D'altra parte, lo stesso Eugenio Caneva, benemerito maestro e illuminato fondatore della prima latteria di Carnia oltre che socialmente progressista, scriveva “… la necessità di tutto procurarsi a dorso di donna …”. Nella sua brutalità, quel “a dorso di donna” è certamente un'espressione strumentale, volta a sottolineare il disagio e le difficoltà di comunicazione e di trasporto di Collina. Ma è anche drammaticamente vera in tutta la sua crudezza.
  15. Intorno al dialetto ho già risposto.
    E anche noi.
  16. Non diedero uomini distintissimi; però mostrano le medesime attitudini dei Carni. Mostrano molta intelligenza negli affari e nei commerci. Ebbero un molto egregio bachicultore, oggi residente a Dignano d'Istria.
    A quel tempo Marinelli conosceva Eugenio Caneva, al quale aveva affidato la gestione della stazione termo-udometrica di Collina (ne fa cenno lo stesso Marinelli nelle Note), ma lo stesso Caneva ancora non era ciò che sarebbe poi divenuto, ideatore e realizzatore della Latteria Sociale di Collina cui si ispirarono decine e decine di altre comunità in Carnia e in Friuli19.
    Quanto all'egregio bachicoltore collinotto, il desso naturalmente non fu tale a Collina, ché lassù di bachi (da seta) non se ne vedono punto, ma a Dignano d'Istria20. Si tratta di Tommaso Antonio Sotto Corona (1834-1902)21, di Giovanni Giuseppe vulgo di Toch, che effettivamente farà fortuna in Istria come allevatore di bachi da seta, dando origine a una vera e propria industria di considerevoli dimensioni22.
  17. Meno l'industria del boscaiuolo non preferiscono un mestiere ad un altro. Se emigrano, si danno volentieri al piccolo commercio.
    Ci sono pure i cremârs (così in culinòt, altrove cramârs) nella descrizione di Marinelli. Ma si trattava dell'emigrazione stagionale a breve e medio raggio - e anche in questa, oltre a merciai e spezieri ambulanti, cominciavano a contarsi i primi muratori, falegnami ecc. -, mentre quella permanente e di lungo raggio, che già a quel tempo prendeva avvio e lentamente avrebbe poi preso il sopravvento, era esclusivamente costituita da lavoratori manuali, e non da commercianti.
  18. Non vi si formano forti ricchezze; ma tutti sono proprietari di qualcosa.
    Vero, anche se le differenze fra i diversi “qualcosa” di cui tutti sono proprietari non sono poi trascurabili, e naturalmente Marinelli ne è perfettamente a conoscenza. Tuttavia, il suo scopo non è l'approfondita analisi socioeconomica di Collina: deve solo tratteggiarne uno schizzo a grandi linee in modo da riportarne l'essenziale, così che il “committente” sia in grado di farsi un'idea dell'ambiente nel quale Marinelli effettua le sue rilevazioni. Di qui la sintesi, estrema ma non per ciò inesatta.
  19. Non sembra che sieno superstiziosi più degli altri Carni, quantunque l'isolamento, in cui, a confronto degli altri, sono costretti a vivere, li giustificherebbe, se lo fossero. Certo non si lasciano maneggiare dai preti.
    CollinaCiliegina sulla torta da parte del prof. Marinelli! Davvero tranchant, ma va ricordato che Marinelli è di idee liberali, nel senso del termine anno 1878: il che implica quasi automaticamente una scarsa simpatia per la Chiesa e una sincera avversione per il clero. Un po' semplificando (per necessità) e un po' temperando (per scelta), le cose stanno grosso modo così. Conseguentemente, nel Marinelli-pensiero i Collinotti non sembra siano superstiziosi, ma certo non si fanno maneggiare dai preti.
    Per più di una ragione sono quasi certo che pre' Fortunato Molinaro, cappellano economo della Cura di Sopraponti in due riprese fra il 1903 e il 1919 e autore de La Cura di Sopraponti e le sue Ville23, non abbia letto Pensiero e Meteore e quindi neppure le Note di Marinelli. Non le ha lette per più di una plausibile ragione, ma se mai lo avesse fatto avrebbe sottoscritto la frase sugli “immaneggiabili” Culinòts. Certo, leggendo solo la frase enucleata dal suo contesto. Certo, con diverso intendimento e con parole diverse (anzi, “i preti non maneggiano nessuno”, avrebbe replicato Molinaro), ma il concetto sottostante sarebbe rimasto molto simile. Ma a questo punto è necessario un passo indietro, tanto nel tempo che in questa nostra ormai lunga storia, ovvero alla “docilità” dei Collinotti secondo Marinelli, sulla quale già avanzammo qualche riserva.
    Che i Collinotti fossero allergici (sul tempo e sul modo del verbo si può discutere, ma sul predicato nominale…) all'autorità generalmente intesa è un fatto storicamente dimostrato: tuttavia, nella fattispecie ci occupiamo di religione, e rimaniamo in argomento. È proprio Molinaro -- detto pre' Furtunât e anche pre' Séc-“pre' Secco” - a ricordarci come e qualmente i Culinòts nel 1602 (sul prima, nessun sa) rifiutassero di contribuire alle spese per gli interventi di recupero nella chiesa parrocchiale di Sopraponti imposti, a conclusione della sua visita pastorale, dal vicario patriarcale Agostino Bruno. Un mezzo azzardo, quel rifiuto, perché corrono tempi decisamente bui.
    Sono i primi anni del `600, le ceneri del rogo di Menocchio a Pordenone vagano ancora per l'aria del Friuli e i processi a eretici e streghe nel canale di san Pietro, a breve distanza da Collina, sono di soli vent'anni addietro. Il vicario Bruno non va dunque a spasso per la Carnia a godersi il panorama (in novembre, poi…). Non fa il turista ma va, villaggio per villaggio, chiesa per chiesa, a controllare la puntuale applicazione dei principi stabiliti dalla controriforma e a dare un'occhiata a quella Carnia non proprio fidelis, con tutti quei cramari che vanno e vengono per i paesi riformati, portandosi dietro libri proibiti e il contagio dell'eresia. E non è certo casuale che pochi anni dopo la visita del vicario, nel 1608, un'ottantina di cramârs carnici finisca davanti all'Inquisizione.
    In questo clima pesante anche Collina è potenzialmente sospetta, come Paluzza, come Ravascletto e Cercivento e tutti i villaggi della Carnia migrante in terra todesca, e non ci sarebbe proprio bisogno di mettersi così platealmente in contrasto con la gerarchia ecclesiastica. Ma i Collinotti insistono nel rifiuto. D'altra parte, la gerarchia ecclesiastica deve avere altre e più ardue gatte da pelare, e non giunge a usare la mano pesante: i riottosi Collinotti verranno infine a più miti consigli (ma solo nel 1606), con una “semplice” minaccia di interdetto e senza bisogno dell'Inquisizione.
    Tuttavia la brace cova. Passata la bufera inquisitoria, Collina oppone analogo rifiuto di contribuire alla Parrocchiale nel 1744 e poi ancora nel 1818, il tutto insaporito da un complesso e articolato contenzioso che per un paio di secoli contrappone al curato una decina di generazioni di Culinòts24.
    Probabilmente di tutti questi dettagli Marinelli non è al corrente (o forse sì, da cui il non si fanno maneggiare dai preti?), ma pre' Séc li conosce benissimo, e infatti così scrive:

    Per questo i mansionari non misero mai radice a Collina […] eccettuato quando le smanie e gli smaniosi per la chiesa di Collina erano tramontati, ed il liberalismo aveva sostituite, non senza una buona dose di irreligiosità, altre dottrine. […] Qualche cosa deve pur mancare a Collina, che neanche dopo ha avuto anime religiose, perché Iddio la dà la vocazione […]. Forse sarà l'ambiente sfavorevole, il clima inadatto, per cui le vocazioni vengono distrutte sul fiorire, e anche dopo…25.

    Va da sé che le cose non stavano né stanno come i due autori ci rappresentano, entrambi in maniera un po' manichea o almeno lapidaria, e senza la benché minima sfumatura (da un lato maneggiare dai preti, dall'altro mancare a Collina…). Certo i Collinotti erano e ancora sono guardinghi, sospettosi ed epigoni di san Tommaso e forse anche un po' testarts, ma questo è probabilmente effetto, e non già causa, degli argomenti appena accennati sia da Molinaro che da Marinelli. È figlio dell'ambiente sfavorevole e di generazioni di gerle da 60 chili in spalla, su e giù in scarpéts e galòços per i ripidi tróis della montagna carnica con il sole e con la pioggia, con la neve e con il ghiaccio… È insomma una sorta di meccanismo di autodifesa sedimentato in secoli di fatica e ormai radicato nell'inconscio culinòt che…

Alt, ferma, stop!

Scusate, mi sono fatto prendere la mano e devo interrompermi immantinente. Stavo navigando verso gli scogli perigliosi di un involontario quanto improvvido saggio di antropologia culturale sulla montagna carnica, trattazione della quale il lettore può benissimo fare a meno. Mi scuso nuovamente, riprendo la retta via e con un altro salto logico-temporale mi preparo a una decorosa conclusione di questa ormai troppo lunga dissertazione.

Sulle assi perimetrali dello Stajàt di Caminòn, a Collinetta, in occasione del memorabile ballo di carnevale del 1946 Giovanni Pellis dipinse una lunga serie di immagini, per lo più caricaturali e parodistiche, accompagnate da motti e aforismi dipinti sulle travi del fienile. Fra questi ultimi, eccone due:

A FA L'AMOR A UL MANIERE
A FA L'AMOR A UL MANIERE (a far l'amore ci vuol garbo)
PUEMIS dopo a ven la CINÎSE
PUEMIS dopo a ven la CINÎSE (ragazze dopo vengono le Ceneri)

I due motti non sono di tradizione collinotta, e anche il friulano del testo fa trasparire testa e mano dello stesso Pellis (altrimenti in culinòt avremmo amùor, maniêro, puémos e cinîsjo). Tuttavia, per singolare coincidenza, a 70 anni di distanza dalle Note di Marinelli (siamo nel 1946) le due massime per il ballo dei Culinòts esprimono, con fraseologia colorita ma allo stesso tempo con grande delicatezza e perfetta sintesi, gli stessi concetti ampiamente e dottamente esposti da Marinelli stesso a proposito di Collina e dei suoi abitanti, e su cui ci siamo a lungo soffermati. Da un lato lo scienziato Marinelli rileva e annota la contrapposizione fra la caratteriale vivacità e allegrezza dei Culinòts e la durezza del loro lavoro quotidiano; dall'altro, con perfetta sintesi l'artista Pellis rappresenta la medesima contrapposizione con l'antinomia-simbolo Carnevale/Ceneri.

Infine, forse tutte queste pagine non sono altro che un compendio e un'allegoria della vita stessa di Culinòtos e Culinòts fra letizia e sofferenza, felicità e dolore, la gioia di vivere e la fatica da vivere.

La Venere e la gerla.

 

 

Mandi, grazie e scusait!

E buinonót.


Culìno Pìçulo 16 agosto 2015


Note


  1. Nuovo Liruti, Dizionario biografico dei Friulani, a cura di Cesare Scalon, Claudio Griggio e Giuseppe Bergamini, Forum Ed., Udine 2001, Vol. 3 – L'età contemporanea, pp. 2131-2138. 

  2. È grazie all'amico Adelchi Puschiasis, che in altra sede brevemente richiama l'argomento (Collina e l'alpinismo, ovvero l'alpinismo a Collina), se da alcuni anni io stesso sono fra i “pochi che conoscono”. Quanto ai “pochissimi che menzionano”, fra questi non vi sono alcune riedizioni delle opere dello stesso Marinelli (v. nota n. 3). 

  3. Fratelli Dumolard ed., Milano 1878. Anche in archive.org. Ancora a proposito dei pochissimi che menzionano la collaborazione di Marinelli a Pensiero e Meteore, essa è richiamata in una nota a piè di pagina nella prima e nella seconda edizione (rispettivamente 1898 e 1906) della Guida della Carnia di Marinelli stesso (v. nota 11), ma scompare nella edizione del 1925 a cura di Michele Gortani. 

  4. C. Lombroso, op. cit., nota a p. 39. Aria sta per “Ariana”. 

  5. Ibid., p. 180. 

  6. Ibid., p. 227. 

  7. Un tempo e fino a pochi decenni addietro questo era il modo di dire corrente “negri” considerato politically correct e senza alcun intento offensivo: al contrario, la considerazione che “i berberi e i negri” non avrebbero la “prontezza ai concetti” dei bianchi è propria di Lombroso e del pensiero “scientifico” del tempo. 

  8. Sauris di Sopra a 1360 m, Sauris di Sotto a 1218 m, Lateis a 1260 m. Rimane esclusa dallo studio la frazione di La Maina, a 940 m, certamente a causa della quota troppo modesta ai fini dell'indagine. 

  9. Collina, oggi frazione del comune di Forni Avoltri, è a sua volta formata da due borghi: Culìno Grando-Collina a circa 1250 m di quota, e Culìno Pìçulo-Collinetta a circa 1200 m. 

  10. Lo stesso varrà per Collina. 

  11. Marinelli non è linguista. Il lettore - soprattutto se culinòt - provi da sé a tradurre in pratica la fonetica della parlata locale come rappresentata da Marinelli… 

  12. Questa frase epigrammatica (sic!) di Marinelli sui Collinotti compare nella Guida della Carnia, parte della più ampia Guida del Friuli, Società Alpina Friulana ed. (I ed. Tip. Ricci, Firenze 1898, II ed. Tip. Ciani, Udine 1906), e ancora nella Guida della Carnia e del Canal del Ferro, nuova edizione a cura di M. Gortani, Stab. Tip. Carnia, Tolmezzo 1924-25, edizione dalla quale sarà tuttavia espunta la nota a piè di pagina riferentesi a Pensieri e Meteore

  13. Si manifesti immantinente chi non ha mai incontrato il termine sigh! nei fumetti, e non ne conosce il significato! Pietà per i deboli e perdono per i miseri: “tutti” sanno che sigh è British onomatopoeia per “sospiro”… 

  14. Viene in mente la Bocca di Rosa di Fabrizio De André: c'è chi l'amore lo fa per gioco/chi se lo sceglie per professione/Bocca di Rosa né l'uno né l'altro/lei lo faceva per passione. Al che le “avversarie” passano all'accusa: e quelle andarono dal commissario/e dissero senza parafrasare/quella schifosa ci ha troppi clienti/più di un consorzio alimentare. È l'invidia degli esclusi/e… 

  15. Per una banale semplificazione di genere non me ne vogliano le Culinòtos-Psiche in cerca del loro Amore. Dopotutto, anche le Collinotte sono accompagnate ai loro compaesani dalla medesima fama. Marinelli dixit! 

  16. E. Agostinis, Le Anime e le Pietre, Sagep, Genova 2001. 

  17. www.cjargne.it. Fra la notifica del fatto al Regio Commissario Distrettuale di Rigolato, la richiesta d'intervento del Commissario al medico e il cammino dello stesso da Luint a Collina, fra l'incidente e l'arrivo del medico trascorsero circa 18 ore. Per la cronaca, il ferito sopravvisse, almeno nell'immediato. 

  18. Se le conoscenze ematologiche del tempo avessero consentito a Magrini & Marinelli qualche considerazione circa i parametri ematici (ad esempio l'ematocrito, che a seguito della diminuzione della pressione di ossigeno nell'aria proprio la meteora! - aumenta con la quota), chi più avrebbe tenuto a freno Lombroso!? 

  19. Ridurre l'attività di Eugenio Caneva alla sola “invenzione” della Latteria sarebbe tuttavia, ancor prima che palese ingiustizia, un falso storico. Forse è vero che non fu un uomo distintissimo nel senso che Marinelli attribuisce al termine (dopotutto è una questione di scala di valori), ma nell'ultimo quarto di secolo e fino ai primi del '900 fu il vero motore di Collina. Non il solo (Michele Tolazzi fu spesso suo sodale nelle iniziative a beneficio del villaggio), ma certo il principale. Oltre alla latteria ne vennero strade, ponti, acquedotti e quant'altro, tutto volto a smuovere Collina dal suo quasi millenario isolamento e a farla entrare nel XX secolo. 

  20. La sintassi di Marinelli lascia supporre che l'attività di bachicoltore abbia avuto inizio a Collina, e solo successivamente - “oggi residente…” - il molto egregio allevatore si sia trasferito in Istria. Naturalmente non fu così. 

  21. Nel registro dei battesimi la grafia, errata, è Sottocorona. Errore comune, che si perpetua sino ai giorni nostri. 

  22. Per un indagine più approfondita sulla figura di Tommaso Sotto Corona, sulla sua vita e sulle sue molteplici attività, v. in alteraltogorto.org

  23. F. Molinaro, La Cura di Sopraponti e le sue Ville, Doretti, Udine 1960. Sopraponti-Sorepuints era detta, a partire almeno dal '300, la parrocchia di san Giovanni Battista di Frassenetto, che comprendeva le ville-comuni di Forni Avoltri, Frassenetto-Sigilletto e Collina. “Sopraponti” in quanto situata sopra i ponti sul Degano e sul Fulìn. 

  24. Ibid., p. 72 segg. 

  25. Ibid., p. 90 e p.75. Il “clima inadatto” di pre' Séc sembrerebbe un assist a Lombroso, ma il termine è ovviamente da intendersi in senso generico, così come l`“ambiente sfavorevole”: insomma, un nesso più con il gêi che non con la meteora, al punto che proprio in quel riferimento all'“ambiente sfavorevole” si può persino intravvedere un embrione di analisi socioeconomica. Abbozzo quasi certamente inconsapevole ma che in qualche modo tempera, se proprio non contraddice, le aspre affermazioni precedenti.