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Ancora domande…

Ad esempio, perché i Collinotti del Medioevo si spingono a pascolar vacche fino alla Monte di Collina, così lontano dal loro villaggio? Che ci fanno, ancorché in virtù di diritto di emanazione patriarcale e dunque a pieno titolo, sotto Monte Croce e sulla Bût? È necessario un lungo passo indietro, alle origini stesse del villaggio di Collina.

Altrove abbiamo ipotizzato la colonizzazione dell'alta valle del Rio Morareto-Fulìn come opera di cargnelli del medio Gorto sospinti dalle “solite” ragioni dei migranti: forse un'epidemia, forse una carestia, oppure la pressione demografica e le troppo numerose bocche da sfamare, c'è di che scegliere22. Senza dubbio fu la miseria, ché quella non faceva mai difetto. Ipotesi ancora plausibile e persino probabile, per di più compatibile con ulteriori particolari emergenti sulla scorta della genesi degli insediamenti germanofoni di Sappada-Plodn e Sauris-Zahre (e forse, ancorché su basi diverse, anche di Timau-Tischlbong).

Si ipotizza che gli insediamenti di Sauris e Sappada siano stati promossi o facilitati dai Patriarchi germanici che si succedettero ininterrottamente fino al XIII secolo sul seggio di Aquileia23, allo scopo di mettere a frutto terre ancora incolte e soprattutto non redditizie per il feudatario. I suddetti Patriarchi, dietro implorazione-richiesta o motu proprio, avrebbero dunque richiamato dalle valli a nord delle Alpi alcuni nuclei familiari, concedendo loro l'uso di fondi feudali incolti a condizioni di particolare favore. Poteva trattarsi di beni in concessione d'uso, affitto o enfiteusi, contro pagamento di un canone o livello — come abbiamo visto per la Monte di Collina — da cui i concessionari potevano, in casi particolari, essere successivamente affrancati in tutto o in parte24. In altri casi fu invece sin dall'inizio concesso il dominio diretto di alcuni terreni25, ovvero la piena proprietà, a fronte di prestazioni perpetue di altra natura (tipicamente, la sorveglianza dei passi), ma nel sistema feudale patriarcale ciò venne a rappresentare più l'eccezione che la norma. In altri casi ancora il medesimo dominio diretto da parte dei villici — o almeno una consuetudine che de facto richiamava la sussistenza del dominio diretto e del concetto di piena proprietà — aveva origini molto lontane nel tempo, tali da non potersene neppure stabilire le radici26.

Analoga genesi socioeconomica, ma con base etnica ovviamente diversa (i Culinòts sono indubbiamente di matrice friulana), potrebbe avere avuto Collina. Rispetto a Sappada e Sauris, tuttavia, la valle di Collina ha certamente minor disponibilità di suolo in termini tanto di superficie che di fruibilità del territorio, essendo la valle del Rio Morareto-Fulìn assai più angusta e ripida delle alte valli del Piave e del Lumiei27. Di qui la necessità/opportunità di estendere il territorio in disponibilità dei Collinotti aggiungendovi la Monte di Collina, che pur si trova al di fuori dei limiti geografici della valle del Fulìn e con l'aggiunta della curiosa appendice oltreconfine.

 
MontediCollina-img006
Formella in legno incastonata sopra l'ingresso di casa Maçócol, a Collinetta. L'opera, probabilmente ottocentesca e successivamente rielaborata, è di intento autocelebrativo: anche al netto dell'intrinseca incoerenza delle date (1315-1458!), la “fondazione” di Collina è comunque anteriore al 1274.

Un indizio in questo senso viene proprio dai documenti da cui siamo partiti per questo lungo viaggio. All'atto della rinuncia i Culinòts in miseria affermano che et potius vellent dimittere villam et mansos (…) quam ipsum montem tenere et affictum predictum pro ipso solvere: “rimetteremmo piuttosto le case, i campi e i prati anziché tenere la Monte e pagare i fitti”. È un'iperbole palesemente strumentale, un'esagerazione, una mezza sceneggiata, come si direbbe ad altre latitudini (io m'accido!), su cui magari Dario Fo avrebbe costruito un nuovo Mistero goffo (sic), ma la sostanza c'è tutta. Di questa iperbole ora ci interessa tuttavia il verbo utilizzato, dimittere, che oltre ad “abbandonare” o “rinunciare” a qualche cosa, significa “rimettere” nelle mani di qualcuno qualche cosa che da quel qualcuno ti è stato affidato. Il “qualche cosa” sono evidentemente la villa e i mansi; il “qualcuno” è all'epoca dei fatti la Signoria veneta, tramite il Gastaldo di Tolmezzo suo rappresentante. Ciò in quanto la Signoria è subentrata al Patriarca, ossia a colui che, nella nostra ipotesi, concesse ai Collinotti il beneficio della villa e dei mansi.

Insomma, questa iperbole minacciosa, o minaccia iperbolica, sembra indirettamente confermare la genesi e lo status della Villa e dei mansi di Collina quale sopra si è ipotizzata, per “mano” dei Patriarchi di Aquileia.

Quanto al “quando”, è una domanda destinata a rimanere senza risposta, almeno per il momento e in questo contesto. Posto che il territorio era nella disponibilità patriarchina, alcuni indizi fanno nuovamente propendere per il periodo fra la fine dell'XI e gli inizi del XIII secolo28, lo stesso periodo di Sauris e Sappada. Patriarchi tedeschi, quindi, come sembra indicare la successione dei patriarchi stessi, ma anche l'intitolazione della chiesa a san Michele29. Quanto invece all'estensione dei confines a Stali-Plöcken, oltre alla labilità dei confini su cui già si è argomentato in precedenza, va ricordato che in questo periodo la Chiesa aquileiese aveva certamente giurisdizione ecclesiastica in Carinzia, ma che in vari tempi e luoghi ebbe oltreconfine anche benefici secolari. Per tacere di usi e consuetudini trascinatisi fino in età moderna: a mero titolo di analogia si ricordi che fino al XIX secolo i Collinotti monticavano, da affittuari, anche le malghe dell'alto Wolayertal, oltre lo spartiacque principale carnico e dunque in territorio austriaco.

Sempre con gli occhi(ali) di oggi ci si potrebbe chiedere che pensassero dell'occupazione collinotta della Monte di Collina gli attuali “locali”, ossia i villici di Timau che, sebbene non vicinissimi al territorio in questione, sono pur sempre i più prossimi ad esso, almeno sotto il profilo della mera geografia (e infatti la val di Collina oggi è in comune di Paluzza). Questione in realtà un po' oziosa, soprattutto se proiettata al Medioevo quando, oltre che della terra, il feudatario era spesso “proprietario” anche dei suoi villici. Non in Carnia, a quanto ci è dato sapere, ma tant'è.

Anzitutto, anche se forse un po' semplicisticamente, si potrebbe argomentare che non è neppur certo che al tempo della “presa di possesso” della Monte di Collina da parte dei Collinotti il villaggio di Timau addirittura esistesse come tale, dal momento che l'abitato ebbe origine in diversi e successivi afflussi, generalmente situati fra l'anno 900 e il 1300 e ancora oggi di origine non del tutto chiara: la versione più accreditata vuole promotori dell'insediamento i Conti di Gorizia30, cui fu formalmente riconosciuto il possesso nel 1277. Quindi, se pure fra il XI e il XIII secolo a Timau esiste un villaggio nel senso pieno del termine (ancora agli inizi del XVII secolo nel luogo non v'è più d'una sessantina d'anime) questo è possesso o sotto l'influenza del Conte di Gorizia, che con il Patriarca — il proprietario della val di Collina — è in lite o in aperta belligeranza un giorno sì e l'altro pure, e dunque…

In secondo luogo, avendo come principale attività quella mineraria, o quella di supporto logistico al transito per Monte Croce (manutenzione della strada, stazione di posta ecc.), per un congruo periodo di tempo la comunità di Timau non dovette essere particolarmente interessata all'allevamento del bestiame e ai pascoli in quota.

In terzo luogo… dov'è il problema? Il Patriarca è proprietario della terra, i Collinotti la affittano, i canalotti di san Pietro affidano loro il bestiame in alpeggio. Si chiama divisione del lavoro (e anche rendita fondiaria, certo, ma adesso non andiamo troppo a… fondo!).

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