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Carta canta: proprietà e proprietari
(e anche non-proprietari)

Al di là del puro e semplice merito contrattuale, sia l'ipotesi avanzata sopra (ipotesi, non verità rivelata!) che gli stessi documenti offrono spunti interessanti anche sotto altri aspetti: certamente per ciò che concerne la microstoria e la microtoponomastica locale (in particolare culinòto), ma anche sotto un profilo storico più generale, segnatamente per quanto concerne i beni com(m)unali o beni d'uso civico31, tema ancora oggi di estrema attualità in Carnia e non solo.

Alle origini lontane dell'istituto dei beni d'uso civico si è già fatto cenno qualche pagina indietro. Origini che anche in Friuli e in Carnia si perdono nell'Alto Medioevo, ben prima della cessazione del potere dei conti del Friuli nel 1077 e del contestuale affermarsi del pieno potere feudale del Patriarca di Aquileia. Dopo il 1420, anno della “dedizione” del Friuli, la Serenissima subentra al Patriarca nel dominio temporale (e, con modalità e tempi diversi, nella proprietà dei fondi patriarcali). In epoca di dominio veneto, al tempo dei documenti in questione, da queste parti il rappresentante della Signoria è il Luogotenente della Repubblica per la Patria del Friuli: Angelus Gradenigus pro Ill.mo et A.mo Dux dominio Veneto Patriae Forijulij solum tenens. Proprio a partire dall'età veneta, e soprattutto dal XVII secolo, la proprietà e l'uso/gestione dei beni d'uso civico — fattispecie nella quale verosimilmente ricadeva anche la Monte di Collina32 — saranno oggetto di vicissitudini e contenziosi ancor oggi non del tutto pienamente risolti.

Di ritorno all'epoca e ai fatti di cui ci stiamo occupando, la “gestione” dei beni d'uso civico e della loro titolarità (investitura o revoca del diritto sul bene civico, definizione dei compensi, fitti e livelli e loro modalità di riscossione ecc.) è faccenda di una qualche importanza e certo non priva di forma e solennità. Come risulta anche dai documenti in oggetto, anche la rinunzia al diritto-beneficio non si riduce a una mera dichiarazione dell'avente titolo, o a un semplice atto amministrativo affidato a un qualsivoglia funzionario (ivi compreso lo stesso gastaldo collettore dei fitti): al contrario, la procedura è piuttosto complessa o, quanto meno, è costituita da una sequenza di atti formali e obbligatori di un certo rilievo.

Il primo atto, imprescindibile, è la formale rinuncia al diritto-beneficio da parte del titolare. A sua volta, la rinuncia produce due effetti principali: da un lato l'ormai ex-beneficiario è formalmente sollevato dall'obbligo del pagamento del censo connesso al beneficio stesso; dall'altro viene a cessare lo status di bene d'uso civico del fondo, che in tal modo è restituito alla piena disponibilità del proprietario.

Rientrato nella piena disponibilità del bene, il proprietario o chi per esso può ora cederlo in affitto o alienarlo totalmente.

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Scarica questo file (MonteCollina.pdf)Mons di Culina Culìno e Culinòts[© 2015 Enrico Agostinis]451 Downloads
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