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I tempi cambiano

Nel '400 corrono tempi grami. Prima la peste che in più riprese spopola mezza Carnia, poi le alluvioni che devastano i prati e i pascoli, e chissà che altro ancora: sta di fatto che anche equilibri plurisecolari si spezzano e, fra essi, si sgretola anche l'apparato che per secoli ha tenuto in piedi l'impresa culinòto della Monte di Collina, che viene così abbandonata. Gli ormai ex-imprenditori collinotti formalizzano l'abbandono del beneficio con un atto di rinuncia: atto che è formalmente accettato dal Luogotenente della Repubblica con la registrazione in cancelleria galdastale in data 3 marzo 1448. Causa della resa dei Collinotti è dichiaratamente lo stato di inopia — ovvero mancanza assoluta di mezzi, la Miseria in persona! — in cui la villa di Collina è venuta a trovarsi. Dal testo (ad inopiam devenissent ita quod ipsium montem tenere non possent nec ipsum affictum solvere) non si comprende se, a causa della conclamata miseria, Collina sia anche in mora con i fitti. Viste le condizioni al contorno, tale eventualità non sembra inverosimile33.

Cessato il beneficio e il vincolo sul fondo, intorno all'alpeggio si aprono altri giochi, e non del tutto limpidi. Sul momento è probabile che per la rinuncia dei Collinotti il Gastaldo, compreso (o forse no…) nel suo ruolo di pubblico funzionario, si freghi le mani pensando qualcosa come dopo secoli di “equo canone” questi raccomandati finalmente se ne vanno, e io (nel senso della Signoria che egli rappresenta, oppure di sé stesso) ho mano libera. Pensar male è peccato, ma… Sta di fatto che affittuari per un nuovo contratto stabile non si trovano (o forse non si cercano), e la Monte è affittata quando capita e come capita. Intanto a Udine — per conto di Venezia — si attende. Si attende con impazienza inversamente proporzionale alla sollecitudine del Gastaldo e alla trasparenza degli affari.

Dopo vent'anni-20(!) il procuratore fiscale della Serenissima finalmente sbotta: doctore Erasmo de Erasmis de Utini procuratore phiscalis (sic) dicente affictationem praedictam fieri posset debere pro beneficio Camerae Ill.mae do. nostrae. Il procuratore fiscale dice che si deve poter affittare (stabilmente) quella Monte! E infatti — finalmente! — la si affitta a Ser Matheus quondam Ser Leonardi Bruni de Palucia. A quali condizioni? Praticamente alle stesse condizioni economiche dei Collinotti (dopo vent'anni!), ma infine con contratto ben definito e canone da versare tutti gli anni alla Camera fiscale veneziana. A fronte delle ultradecennali aspettative il fitto sarà forse poca cosa, ma scripta manent, e con gli scripta sono anche e soprattutto garantiti, dopo vent'anni e per ogni anno che verrà, anche gli schei in cassa erariale.

Fra cotanta seriosità, un po' di gossip. Il subentrante ai Collinotti, Matteo Bruno, non è un carneade qualsiasi. Contemporaneo di (e spesso confuso con) Matteo Bruno di Antonio da Tolmezzo, il neo affittuario del Monte di Collina compare anche in altri documenti notarili dell'epoca. Fra questi, nel 1500, l'atto di vendita di un prato o baiarzo: nulla di strano e neppure di curioso, se per accidente compratore del baiarzo non fosse appunto l'altro Matteo Bruno (di Antonio), e venditore il nostro Matteo Bruno (di Leonardo)34. Come che sia, il nostro Matteo è in affari, e non di poco conto.

Di famiglia benestante, locandiere, definito “ricco” nel documento di investitura35, Matteo è proprietario in parte o in tutto anche di malga Pramosio, e quasi certamente è proprietario anche del bestiame che invia al pascolo nelle proprie malghe. Insomma è un imprenditore vero e proprio, e incorpora la Monte di Collina nel suo “sistema aziendale”. Non sappiamo se e quanto a lungo l'impresa funzionerà: sappiamo che in seguito la Monte cambierà ancora proprietario, ma di questo ci occuperemo fra poco, e in tutt'altro contesto.

Abbiamo citato testualmente il “sollecito” del procuratore fiscale veneziano: sempre in ambito di costume, restiamo a un'altra illuminante (anche oggi) citazione dallo stesso documento in occasione dell'investitura di Matteo Bruno: juramento ipsi Matheo, qui tactis scripturis juravit dictam concessionem sibi fuisse factam per dictum gastaldionem simpliciter pro beneficio gastaldiae sine ullo privato praemio seu promissione, dolo vel fraude. Anno 1468 Matteo Bruno giura, mano sopra le Scritture, che il Gastaldo gli dà la concessione a solo beneficio della gastaldia, ovvero nel pubblico interesse, senza alcun promessa o compenso personale, senza dolo e senza frode. Dopo quasi 5 secoli, al solenne giuramento di Matteo è subentrato il Magistrato anticorruzione e l'autocertificazione antimafia…

Giuramenti anticorruzione a parte, il nuovo locatario è prima investito dal Gastaldo, con tanto di paludato cerimoniale (Cum fimbria suae vestis investivit…), “investì con l'orlo della sua veste”), con l'atto del 20 dicembre 1467: quindi, sentito il procuratore fiscale, l'investitura è pienamente confermata nei minimi dettagli — comprese le spese di trasporto… — dallo stesso Luogotenente del Friuli con l'atto del 16 maggio 1468.

Il cambiamento è davvero epocale. Per la Serenissima, ora la Monte di Collina la xe roba che la se pol vender (e la si vendarà!).

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