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Signori, si chiude

E non solo il cerchio delle nostre ampie e ormai lunghe divagazioni.

 
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Casera Chiampei. Costruita da privati intorno al 1870, la malga era ancora attiva negli anni '50 del secolo scorso (foto e arch. E. Agostinis).

Abbiamo volato alto, a 2000 metri e al Medioevo, al latinorum e all'aria sottile nella quale abbiamo avanzato (e speriamo non campato…) alcune ipotesi. Abbiamo divagato in lungo e in largo, forse anche troppo, spesso perdendo il filo del discorso o almeno facendolo perdere al lettore. È venuto il momento di scendere terra terra, al tempo nostro, e sporcarsi un po' le mani (anche se, a quanto pare, non di stallatico…).

Negli ultimi anni, le infrastrutture zootecniche in quota (leggasi: monts, malghe) in Carnia sono state prima in gran parte abbandonate, e poi (alcune di esse) oggetto di numerosi e considerevoli investimenti di denaro, in buona parte pubblico, volti soprattutto alla conservazione, adeguamento normativo e messa in sicurezza degli edifici. Dibant o quasi, verrebbe da dire, e per rendersene conto basta una rapida occhiata, un'escursione di poche ore.

Beninteso non è il deserto, o solo ruderi. Anche ruderi, certo45, ma grazie agli investimenti di cui sopra molte strutture (malghe pubbliche e private, e relative pertinenze) e infrastrutture (strade, acquedotti, generatori d'energia) in Carnia sono in condizioni eccellenti, oggetto di continua manutenzione e dunque in grado di assolvere ai propri scopi: ergo, ospitare bovini, o almeno quadrupedi. Eppure le vacche si vedono poco o non si vedono punto. In val di Collina, un po' sì e un po' no (più il secondo del primo). In territorio di Collina, a Plumbs pascola regolarmente una discreta quantità di bovini non lattiferi, ma a Morareto — nonostante la malga sia regolarmente concessa in locazione, e dove dovrebbe pure essere in funzione un agriturismo (che si presume, inalberando la scritta “vendita prodotti di malga”, con un poco di agri-qualcosa) — il bestiame è da qualche anno come il bollettino della neve di certe stazioni sciistiche: non pervenuto46.

Viste da lontano, meglio se dall'alto, le casere in questa sorta di limbo sembrano malghe da presepe. Ma viste da vicino queste malghe — tutte quelle in questo stato-non stato operativo: potrei-ma-non-voglio, vorrei-ma-non-posso, non-posso-e-non-voglio — si rivelano per quel che sono, e non è un bel vedere: sembrano balocchi in attesa di un bambino che non verrà mai, presepi-fantasma vuoti e senza manco le vacche di gesso intorno, senza le figure di pecore e pastori, di animali e uomini di circostanza a validare una altrimenti inverosimile scenografia. Manco quei simulacri di vita ci sono per le nostre malghe da presepe di cartapesta o, dio non voglia, malghe di carta nel senso più deteriore del termine, funzionali a “pascoli” di ben altra natura che quelli dei bovini.

Non che ci si aspettino malghe monticate con migliaia di capi, e men che meno l'arcadia del tempo che fu, magari con l'aggiunta della pastorella in versione 2.0: non saremo noi a scoprire — ma non sempre a giustificare, né ad accettare supinamente — lo spopolamento della montagna e l'abbandono di pressoché ogni forma di attività agro-pastorale, compreso il pollaio e l'orto di casa. Nessuna sorpresa, e non indulgiamo neppure al frusto (e dimostratamente falso) “si stava meglio una volta”, così come non ci abbandoniamo ai troppo facili giudizi di valore, buono/cattivo. Nulla di tutto questo, ma un po' d'amaro in bocca rimane comunque, e non solo per tanto denaro — a maggior ragione se pubblico — impiegato dibant (avverbio che sta diventando un po' troppo rappresentativo della Carnia d'oggidì: e per favore dimostrateci il contrario).

Marum comprensibile, verrebbe da dire. Dopo aver così a lungo (di)vagato di valle in villa e attraverso i secoli, dopo aver discettato di monts e malghe e casere a decine, e pure di affitti misurati a quintali di formadi, vedere oggi non già i ruderi del tempo che fu e mai più ritornerà, ma piuttosto le malghe ammodernate e manutenute, e dunque in condizioni operative, vederle dunque semivuote o deserte del tutto e, nello stesso tempo, sulla tavola degli autoctoni occhieggiare coloratissime porzioni di formaggio fuso di incerta provenienza (certo non formadi di mont!) e di ancor più oscura fattura e composizione (ancorché provvisti, a norma di legge, della scritta “crosta non edibile”), che dire?

 
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Valle e casera Morareto secolo XXI (foto e arch. E. Agostinis).

Dico che rivoglio formadi di mont e crosta mangereccia, e che il pur coloratissimo prodotto che lo surroga senza sostituirlo proprio… proprio…

Proprio non-mi-va-giù!

 

 

All'unico, devoto e soprattutto paziente lettore che ci ha accompagnato sin qui, un affettuoso saluto e un caloroso ringraziamento.

Perdonàinus, compatînus, se contâ no vin savût

Mandi, grazie e scusait. E buinonot.

 

 

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