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Note


  1. Se ne tratterà a fondo più oltre, ma è d'obbligo precisare sin d'ora che storicamente e nei fatti, al di là di ogni (ir)ragionevole dubbio, “Collina” è l'insieme delle attuali Collina e Collinetta, e in questa accezione sarà sempre qui utilizzato. Repetita… 

  2. Nota per i non friulanofoni. Il genere femminile (e relativo articolo determinativo) del titolo non è frutto di sgrammaticatura ma è invece d'obbligo, in quanto il mons latino del testo si volge nel friulano la mont, termine con cui è definito l'alpeggio con tutte le pertinenze: pascolo, casera, ricoveri per gli animali ecc. Sempre per quei quattro lettori che hanno poca o punta familiarità con la lingua furlana, la mont sta per alpeggio ma anche “monte” o “montagna”, mentre al maschile il mont (a Collina lu mont) sta per “mondo”. Qui di seguito per l'alpeggio sarà sempre usata, con la sola eccezione delle citazioni documentali, la grafia italianizzata “Monte di Collina” in luogo degli antichi e latineggianti Colina, Culina ecc. 

  3. V. in allegato la traduzione (non… certificata) delle trascrizioni dagli originali di mano di Alessandro Wolf in Fondo principale manoscritti, vol. II - Documenti carnici 1451-1883 della Biblioteca civica V. Joppi - Udine. 

  4. Quando si dice la precisione. Perché mai un numero apparentemente bizzarro come 333 libbre e spiccioli, e non invece 30 o 32 forme (il peso medio per forma è 10-12 libbre, circa 5-6 kg)? Perché si sa che contadini e pastori sono furbi, ma i burocrati lo sono ancor di più, e con l'affitto a peso rendono inutile il trucco di ridurre volume (e peso) delle forme. Così invece, e c'è da giurarci, gastaldo e patriarca avranno sempre 333 libbre di formaggio freschissimo… 

  5. V. l'interessante saggio di Mirta Faleschini in Tischlbongara Piachlan — Quaderni di cultura Timavese, n. 4 Dic. 2000, pp. 63-75, in particolare la cartina a p. 72. V. anche l'imponente lavoro di Rupert Gietl, Die Römer auf den Pässen der Ostalpen, (mappa degli itinerari della strada di Monte Croce, a p. 118 della stessa rivista). 

  6. Stàli=stavolo, costruzione in muratura […] di cui il superiore serve da fienile e l'inferiore è ripartito fra stalla e l'abitazione […] (Il Nuovo Pirona, p. 1108). L'origine del toponimo friulano è certamente da individuarsi nei migranti carnici che numerosissimi transitavano quasi obbligatoriamente di qui nel loro lungo viaggio verso il nord Europa. Anche di questo si tratterà diffusamente più avanti. 

  7. Giovanni Marinelli, Guida della Carnia, Società Alpina Friulana ed., Tip. Ricci, Firenze 1898 (Ia ed.). 

  8. Il tema è approfondito da Mauro Unfer in Griasmar in oltn goot - Avòditi al Crist di Tamau, in Tischlbongara Piachlan — Quaderni di cultura Timavese, n. 5 Dic. 2001, pp. 41-48. Per la cappella di santa Elisabetta v. anche Giulio Del Bon, Paluzza e la sua Chiesa, vol. I dalle origini alla fine del '500, Comune di Paluzza 2002, mentre la località di Stalis con la figura della chiesa è riportata nella carta di Marco Sebastiano Giampiccoli in Notizie istoriche e geografiche appartenenti alla provincia della Carnia con la carta topografica della medesima, Belluno 1787. Curiosità: dal cartiglio della mappa, in alto a destra sbucano due tele arrotolate con la scritta “Tellarie Linucio” (forma mezzo foresta per “Telerie Linussio”). E poi ci raccontano che gli sponsor li hanno inventati gli americani… 

  9. Chiaula Tumicina è quindi lontana da Tolmezzo persino più di quanto non sia la Monte di Collina da Collina stessa. 

  10. Nelle sue Notizie storiche della Provincia della Carnia, nel 1782 Nicolò Grassi scrive: Il Villaggio di Timau non è che un miglio distante dal monte di Croce, e tre miglia dai confini della Carintia. Distanze da non prendere alla lettera (anzi!), ma anche questa annotazione suona conferma degli antichi confini posti oltre il valico di Monte Croce. In ogni caso, fino al passaggio di Napoleone il Friuli e la Carnia — e anche la stessa Carinzia — furono caratterizzati da una “geografia proprietaria” a macchia di leopardo, con possessi, benefici, domini e diritti vari di origine feudale sparsi per castelli, borghi, conventi e altro, i cui titolari di diritto avevano sede anche assai lontano dal territorio, da Bressanone a Verona, da Gorizia al Tirolo e quant'altro. 

  11. Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Studi Giuridici Internazionali, Prassi Italiana di diritto internazionale, ASE, P 1919-30, 821. 

  12. Sappiamo che […] nel 1665 i peccorari su Monte di Collina Grande, e sul confinante Monte di Chiaula Tolmezzina […], cit. di altro documento in Giorgio Ferigo, Da estate a estate, Gli immigrati nei villaggi degli emigranti, in Cramârs, a cura di G. Ferigo e A. Fornasin, Arti Grafiche Friulane, Udine 1997; ma nel 1665 siamo a 200 anni dai fatti da noi richiamati, e comunque ciò non è in sé sufficiente a dirimere la questione. 

  13. Il territorio del Comune di Collina ieri, e della frazione oggi, è interamente compreso nel bacino del rio Morareto-Fulìn (il rio Morareto prende il nome di rio Fulìn a valle della confluenza in riva destra del riù di Cuéstos o — assai impropriamente — rio Collinetta): in riva destra l'alto bacino, fino alla confluenza del Riù d'Ormentos-Rio Armentis; in riva sinistra l'intero bacino — a eccezione di modeste correzioni amministrative nell'alto bacino del rio Plumbs — fino alla confluenza del Fulìn stesso nel Degano. 

  14. Che qualche pastore o cacciatore vi si spingesse è più che probabile, ma ciò non ne faceva una frequentata via di transito. Prima dell'apertura del ricovero Marinelli anche l'antico, annuale pellegrinaggio dei Collinotti al Cristo di Timau (lu Perdon da Temau) percorreva la via di Plumbs. 

  15. I cramârs (in collinotto cremârs, i commercianti ambulanti carnici che fino agli inizi del XX secolo si spostavano stagionalmente in tutta l'Europa centro-orientale) sono stati oggetto di ampi e approfonditi studi — fra i quali quelli citati alla nota 12 — ai quali si rimanda per gli opportuni approfondimenti. 

  16. Anton von Zach, in Topographisch-geometrische Kriegskarte von dem Herzogthume Venedig, 1798-1805, Sezione XV 5-Forni Avoltri, Archivsignatur B VII a 144, Kriegsarchiv Vienna; ed. italiana a cura di Massimo Rossi, Fondazione Benetton Studi Ricerche — Grafiche V. Bernardi, Treviso 2005. 

  17. È detto de Scjalòto (a Collina) o “Scaletta” il passaggio, oggi attrezzato con gradini, corrimano e funi metalliche (sentiero CAI 146), che consente a chi proviene da forcella Morareto ed è diretto a Monte Croce la risalita diretta della quinta rocciosa che delimita a sud la val di Collinetta, quindi l'accesso alla valle stessa e per essa la discesa al valico. Secondo Marinelli il toponimo si deve alla scaletta che fu collocata in loco nel 1902 (v. nota seguente), ma mi sembra interpretazione costruita ad hoc per un toponimo preesistente e che forse indicava altro, o di più che non il solo passaggio. Scjalòto è termine collinotto che, con l'aggiunta della preposizione articolata de (sta per “alla” o “presso la”), diviene toponimo: altrove la pronunzia è Scialòta o Scjalòte, ma l'origine è quasi certamente collinotta dal momento che scjalòt (la o finale muta solo il genere) è “gradino” nella parlata di Collina, ma il termine manca nel Pirona (così come vi manca scjalote, mentre vi si trovano scjalète e scjalòne), ed è quindi da considerarsi endemismo di Collina e dintorni. È quanto meno verosimile che con Scjalòto pastori e cramârs definissero in parte o in tutto il costone roccioso che a mo' di zoccolo sorregge e nasconde la val di Collinetta e che, chiudendo a nord il vallone Monumenz, ha appunto l'aspetto di un enorme gradino. Quanto al mutamento di genere, scjalòtscjalòto, è tutt'altro che infrequente in toponomastica (e non solo): senza andare lontano, si pensi ad es. a crét=roccia e crèto=croda (che è fatta di crét…), clap (sasso) e clapo (masso erratico, grande pietra appiattita, insomma un clap particolare…), ecc. 

  18. La prima edizione della Guida della Carnia di Giovanni Marinelli (1898) non fa menzione di alcun percorso attraverso la Scjalòto, il quale fa invece la sua comparsa nella seconda versione della Guida stessa (1906, p. 204, 224, 339), quando il ricovero Marinelli è già costruito ed è il punto di appoggio privilegiato per escursioni e salite nella zona. Le prime menzioni note della Scaletta risalgono al 1902, quando è collocata la scala per superare il passaggio più difficile (In Alto-Cronache della S.A.F., Anno XIII-1902, pp. 33, 43). Analoga sorte tocca alla forcella Morareto. Prima della costruzione del ricovero la forcella Moreret (sic) è considerata dagli alpinisti al pari della forcella Monumenz, ossia una via escursionistica fra Timau e Collina alternativa alla più breve via di Plumbs; per la salita al Coglians è invece suggerita solo la forcella Monumenz. Entrambe le vie sono su “buon sentiero” fino a casera Monumenz, e poi per erbe e sfasciumi o rocce “non difficili”. 

  19. La notissima guida alpina di Collina Pietro Samassa vi perse un fratello, travolto da una valanga il 21 dicembre 1893. Solo sette mesi più tardi, nel luglio dell'anno seguente, Pietro riuscì a ritrovarne il corpo. 

  20. Se ne è già trattato altrove (Sot la Nape, Rivista della SFF, n. 2 2015), e il richiamo in questa sede sa di autocitazione gratuita: la citazione è forse capziosa, dal momento che introduce una nota toponomastica da tempo piazzata sul piloro del vostro scrivano-scrivente, ma non gratuita. Alla base del toponimo ormai ufficiale “vallone del Ploto”, decisamente fuori luogo (sic), v'è il doppio errore dei cartografi, o forse dello stesso Marinelli. Anzitutto del Plòto, al maschile, mentre il termine culinòt è notoriamente(!) femminile: nella parlata dell'Alto Gorto, la plòto (in friulano centrale plòte, ma per denominare il vallone i cartografi hanno evidentemente utilizzato il termine culinòt) significa “lastra”: tipicamente, la plòto dal spolèrt, la piastra della cucina economica. In secondo luogo, localmente il toponimo Plòto — e qui la toponomastica ufficiale, “Plotta”, è invece coerente con il genere, e pure con il luogo — identifica il pianoro (e già!) immediatamente sottostante a est il rifugio Marinelli, compreso fra un contrafforte secondario della Creta Monumenz e la dorsale m. Chiadin-m. Florìz. Il pianoro è caratterizzato dalla presenza di un microscopico laghetto (in realtà poco più di una pozza) a levante del quale si innalza, per alcune decine di metri, una verde cimetta tondeggiante detta cima Plotta (“M.te Piato” nella Kriegskarte). Al contrario, il vallone del Ploto dei cartografi morfologicamente non è altro che la prosecuzione verso l'alto — a rocce e ghiaie, e tutt'altro che plòto-pianeggiante! — del Cjadinón, il vallone prativo a sua volta compreso fra i dirupi scistosi del Pic Chiadìn a levante e le articolate propaggini calcaree del Coston di Stella a ponente. Verso il basso, attraverso un breve salto roccioso il vallone del Cjadinón sbocca nel Cjadìn per proseguire, ormai nei pascoli di Morareto, nel Cjampēi di Clàpos

  21. Queste e altre preziose informazioni sull'allevamento, soprattutto dei bovini, sono riprese da AA.VV., L'uomo domini sul bestiame - Dalla pastorizia alla zootecnia, ERSA, Gorizia 2010. 

  22. Quasi certamente non la guerra: al tempo della ipotizzata colonizzazione del luogo (XI-XIII secolo) gli Ungari sono già passati, e i Turchi sono ancora di là da venire. E, a differenza del Friuli pedemontano, l'alta Carnia ne è stata e ne sarà solo sfiorata. 

  23. Con la sola eccezione di Gerardo di Premariacco (1122-1129). Secondo altri autori (v. nota 30), promotori di tutti gli insediamenti germanofoni in Carnia (Sappada, Sauris e Timau) furono invece i Conti di Gorizia. 

  24. Proprio ai massari di Collina il patriarca Marquardo di Randeck condona, nel 1368, la terza parte di tutte le decime (Pio Paschini, Storia della Carnia, Stab. Tipografico “Carnia”, Tolmezzo 1927). 

  25. Oltre al concetto generale di dominio comunemente inteso, nel prosieguo si utilizzeranno anche le locuzioni di dominio diretto, ovvero il diritto di proprietà su di un bene, generalmente fondiario, soggetto tuttavia ad alcune limitazioni, e di dominio utile, ovvero il beneficio del diritto d'uso secondo diverse formule e modalità. 

  26. Analoga origine ebbero molti altri insediamenti nell'arco alpino, e non solo: nelle Alpi si pensi alla Pusteria e convalli a oriente, e ai Walser a occidente; in pianura, proprio nella Bassa friulana intorno all'anno 1000 abbiamo l'esempio della ricolonizzazione slava, a seguito dello spopolamento prodotto dalle invasioni ungare (ipotesi alla quale tuttavia si affiancano altre). In questo sistema di concessioni feudali è ravvisabile l'origine dell'istituto dei beni com(m)unali di cui, anche a proposito di Collina, si tratterà più avanti. 

  27. La valle del Fulìn è sede anche di altri villaggi (Frassenetto e Sigilletto), e l'argomento della colonizzazione dell'intera valle del rio Fulìn e della genesi dei diversi villaggi non è ancora stato affrontato. Alcuni elementi fanno ipotizzare origini differenti quanto a tempi e modalità: fra questi elementi diversificanti sono le vie d'accesso, in tempi antichi — e, almeno in parte, fino agli albori del '900 — distinte per ogni villaggio. 

  28. La prima menzione scritta di Culina (Parva), relativa (ovviamente?) a questioni di decime, è del 1274. Tuttavia, induttivamente è quasi certo che l'insediamento sia anteriore — forse anche di molto — a questa menzione. 

  29. Dell'origine germanica dei patriarchi d'Aquileia fino al XIII secolo si è già detto in precedenza. L'ipotesi circa la dedicazione di san Michele è autorevolmente suggerita anche da Desinan, il quale rileva anche come l'intitolazione di san Michele di Collina sia un caso relativamente isolato in Carnia (in San Michele Arcangelo nella toponomastica Friulana, Società Filologica Friulana 1993, p. 101). Che poi i patriarchi potessero essere tedeschi e invece, a differenza di Sauris e Sappada, i coloni di Collina di schiatta evidentemente carnica non rappresenta certo una contraddizione insormontabile. Il feudatario cercò la manodopera (ovviamente) dove disponibile e (ragionevolmente) vicino ai territori da colonizzare: i futuri Collinotti li trovò in Carnia. 

  30. Ernst Steinicke, Tischlbong - Timau: quale futuro?, in Tischlbongara Piachlan — Quaderni di cultura Timavese, n. 2 Dic. 1998, p. 10. Vi si sostiene la teoria (peraltro controversa) della medesima origine anche per Sappada e Sauris. 

  31. Al proposito si veda l'imprescindibile saggio di Stefano Barbacetto *Tanto del ricco quanto del povero. Proprietà collettive ed usi civici in Carnia tra Antico Regime ed età contemporanea, Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, Cercivento 2000. Con l'esclusione delle citazioni documentali, in luogo di beni com(m)unali nel prosieguo si utilizzerà la dizione, certo meno rigorosa sotto il profilo tecnico-giuridico, ma anche meno ostica al lettore, di beni d'uso civico

  32. Appare in tutta evidenza la natura della Mons de Colina (almeno fino alla rinuncia del 1448) di bene d'uso civico, su cui da tempo immemorabile titolari del diritto d'uso sono Communitas et homines villae de Collina Carneae, probabilmente in enfiteusi perpetua. 

  33. Ovviamente, la mancata ottemperanza agli obblighi contrattuali poteva comportare la decadenza dal beneficio. La durata del possesso e il riferimento alle pessime condizioni della malga (dirupa et collapsa, diroccata e crollata) lascia intendere che i Collinotti fossero appunto enfiteuti della Monte di Collina, e non già semplici affittuari. Oltre al pagamento del censo, a carico del beneficiario l'enfiteusi comporta anche il miglioramento del fondo, rispetto al quale i Collinotti risultavano evidentemente inadempienti. In buona sostanza, leggendo fra le righe par di comprendere che prima della rinuncia formale dei Collinotti il beneficio fosse stato loro mantenuto solo in virtù della mancanza di altri soggetti interessati al fondo. 

  34. Sono i casi delle omonimie, vera disperazione dei topi d'archivio appassionati di microstoria locale (e ne sappiamo qualcosa anche a Collina, con gli infanti sistematicamente battezzati con i nomi dei padri, avi, zii, e fratelli morti. E così in anagrafe abbiamo Tamussin Giuseppe di Giuseppe, coevo di altro Tamussin Giuseppe di Giuseppe il quale battezza un figlio — ovviamente — Giuseppe). Ma sui “Mattei Bruni” c'è ancora dell'altro. Anzitutto il Matteo altro (non quello della Monte di Collina), a sua volta ricco latifondista, fra le altre è proprietario anche della malga Veranis in territorio di Forni Avoltri, ma è anche avo di un ulteriore e assai più noto Matteo Bruno (e il codice fiscale è ancora di là da venire!). Codesto ultimo Matteo è più famoso — o forse famigerato — dei più anziani omonimi e parenti in quanto noto eretico e per di più uomo violento assai, e per ciò nel 1537 bandito dalla città di Tolmezzo (in Giorgio Ferigo, Morbida Facta pecus… Aspirazioni e tentativi di riforma nella Carnia del Cinquecento, Almanacco Culturale della Carnia, IV - 1988). Insomma dei Bruni abbiamo il Matteo nostro, l'altro e lo sbagliato. Sembrano aperitivi… 

  35. Dives” nel documento del 1468. 

  36. Non si trattava — ovviamente — di una pur benemerita volontà, da parte della Signoria, di fare chiarezza e finalmente mettere ordine nei possedimenti in terraferma, sui quali la dominazione veneta datava ormai da quasi due secoli. Si trattava soprattutto di ribadire la potestà e il dominio di Venezia sui beni d'uso civico, il tutto finalizzato a una potenziale alienazione degli stessi terreni allo scopo di rimpinguare le serenissime ma ormai esauste casse dello Stato. 

  37. Timau. 

  38. Relazione Peretti 4 novembre 1607 (Timau), Archivio di Stato di Venezia, Provveditori sopra beni comunali, r. 258, c. 251. Il monte di quelli di Tolmezo è la malga Chiaula Tumicina, già incontrata nei confini della Monte di Collina. 

  39. Il caso(?) vuole che una prima occhiata della nobile famiglia friulana alle future proprietà delle Monti di Collina e Collinetta sia data già nel 1487, quando un giovanissimo Girolamo Savorgnan è presente a Monte Croce per fortificare il passo contro la minaccia dei Turchi. 

  40. Melésj=sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia), cui nel toponimo si aggiunge il consueto e caratteristico collettivo dei fitotoponimi in -ìot, mentre mel volge in →mal (E. Agostinis, I luoghi e la memoria - Toponomastica ragionata e non della Villa di Collina, Territorio della Carnia, 2007, p. 98). Insomma, il mirtilleto (tale è il significato di Morarìot-Morareto) di oggi è, in parte o in tutto, la valle dei sorbi (val di Melés, in grafia e pronunzia odierna) di ieri. È anzi probabile che il mirtillo vi si sia gradualmente diffuso in seguito all'esbosco — anche dei sorbi — per ampliare il pascolo. 

  41. 1771 - 6 giugno, vend.a fatta da d.no Bortolo Longo al S.r Leonardo q.m Antonio di Tamer, Arch. priv., Collina. Le rate sono le quote di proprietà. 

  42. Nel 1890 Morareto appartiene interamente a tale Daniele Durigon da Magnanins. Nel suo Promemoria ai posteri lo stesso Eugenio Caneva, ideatore e fondatore della Latteria Sociale di Collina, afferma che le pressioni del proprietario di Morareto sul Consiglio direttivo della Latteria portarono all'abbandono della casera Valutis, di proprietà del comune di Forni Avoltri e gestita direttamente dalla stessa Latteria. Pressioni indebite? Improprie? Caneva non lo afferma esplicitamente, ma non si esime dal chiosare “tanto precipitosa fu la decisione, altrettanto presto avvenne il pentimento”. Quanto al Consorzio Privato di Collina, si tratta dell'erede (almeno moralmente, se non in punta di diritto) della vicinia di Collina, da antica data proprietario e gestore di parte dei beni collettivi della frazione, mentre si è in attesa della ri-costituzione del Comitato frazionale cui sarà deputata la gestione dei beni d'uso civico della frazione attualmente — e pro tempore — amministrati dal Comune di Forni Avoltri. 

  43. Nei documenti di cui qui si tratta i Collinotti rispondono in solido della gestione della Monte di Collina. Quanto alla logica, va ricordato che nelle comunità investite di qualsivoglia diritto comune chi si allontanava dalla villa perdeva il beneficio, e lo stesso beneficio non era automaticamente concesso al nuovo entrato: talvolta la concessione era preclusa del tutto, talvolta il neo comunista era sottoposto a una trafila di anni e/o con notevole esborso finanziario. E la mobilità di individui e famiglie fra Culino Pìçulo e Culìno Grando, con patronimici e denominazioni di casate al seguito, era decisamente (e comprensibilmente) rilevante… 

  44. V. la stessa carta di Giampiccoli (1787) nelle prime pagine del testo, dove sono riportate “Collina Grande” e “Collina Piccola”. 

  45. Sicuramente anche ruderi, sul terreno o nella memoria. Dai documenti che coprono un arco di 600 anni (ma sappiamo che nella realtà sono certamente di più) dal 1400 al 2000 emergono almeno sette o otto monti o malghe nel solo territorio di Collina, esclusa quindi la val di Collina. Di queste, due sono ancora operative (Morareto e Plumbs), e di altre due sono visibili i ruderi (Chiampei e Chianaletta). Le rimanenti sono del tutto cancellate dal territorio, ruderi di una memoria anch'essa in attesa di definitiva cancellazione. 

  46. Ultim'ora. Di norma scrivo con il PC appoggiato su superfici molto solide, e non su un tavolino a tre gambe. Tuttavia, evocati da tanto misteriose quanto potenti forze arcane di natura sconosciuta (non certo per merito mio, diversamente avrei provveduto ben prima, e in ben altra misura), il giorno 2 luglio 2015 si sono materializzati a Morareto circa 60 bovini, di cui una quindicina di vacche da latte. Il quadro rimane oscuro assai, come le prospettive, ma… spirin. Speriamo bene. 

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