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Ancora confini, ma a dì di vuìo (aujourd'hui)

Visti i confini sopra descritti, la Monte di Collina dei documenti quattrocenteschi corrisponde — con qualche interessante aggiustamento, soprattutto sotto il profilo storico — alla intera valle del rio di Collina, affluente di sinistra del rio Chiaula, a sua volta “precursore” della Bût. Alla val di Collina propriamente detta sono da aggiungere anche l'arido vallone del rio Monumenz nonché la piccola valle del rio Collinetta, entrambi tributari di sinistra del rio Chiaula. La val Collinetta è una sorta di valletta pensile racchiusa fra la cresta di confine (Creta di Collina-Cresta Verde-Creta di Collinetta) e una quinta che, staccandosi fra la Chianevate e la Creta di Collina, forma verso sud un gradone roccioso che scende ripidissimo a formare il versante settentrionale del vallone Monumenz: verso nord la val di Collinetta si raccorda poi con il valico di Monte Croce, mentre il versante meridionale, oltrepassato il breve pianoro della casera Collinetta di sotto, precipita ripidissimo al fondovalle della Bût. Tutte queste valli sono oggi interamente situate in territorio del comune di Paluzza.

Il limite settentrionale della Monte di Collina, posto ai prati di Stali-Plöcken, si trovava dunque oltre l'attuale confine di Stato (e anche, apparentemente, oltre i confini quattrocenteschi della Repubblica di Venezia)10.

 
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Particolare della Kriegskarte, Sezione XV 5-Forni Avoltri, di Anton von Zach (v. nota 16), da Collina a Monte Croce. In verticale l'immagine è bipartita dalla dorsale che dal Coglians (Quel Cane) scende al Crostis. A sinistra sono ben visibili le valli di Morareto e di Plumbs: a destra, dall'alto, le valli Collinetta (erroneamente indicata in luogo del rio Monumenz), Collina e Chiaula.

D'altra parte, quando si presentò la “necessità” di stabilire i confini fra i possedimenti del Patriarca e quelli del Duca di Carinzia, i confini a Monte Croce rimasero — per ragioni storiche, economiche, sociali, politico-religiose — sostanzialmente indefiniti. E poco o punto definiti rimasero per altri mille anni, sì che furono oggetto di contenzioso anche nel 1921-22, dopo la fine della Grande guerra, in sede di applicazione del trattato di San Germano in materia di frontiere. In quella sede il delegato austriaco riconobbe — salvo rimanere rigidamente ancorato ai confini geografici e geomorfologici effettivamente concordati — che […] una parte dei pascoli alpini furono e sono ancora proprietà di comuni o di soggetti italiani […]11. Fra questi, evidentemente, la piccola parte di pascolo della Monte di Collina fino a santa Elisabetta e ai prati di Stali.

In epoca moderna, oltre alle malghe Collinetta di sopra e di sotto, la qui definita Monte di Collina comprende nella sua parte inferiore le casere Collina Grande e val di Collina; nella sua parte superiore le casere Monumenz e Plotta. Il riferimento allo stato di degrado dell'edificio (domus, al singolare tanto nel primo che nel secondo documento) lascerebbe supporre che, ferma restando l'estensione della “monte” e quindi del pascolo all'intera valle, al tempo della stesura degli atti fosse presente una sola casera propriamente detta, da individuarsi probabilmente fra le già citate casere Collina Grande e val di Collina. Sulla base dei soli documenti di cui ci occupiamo non è possibile stabilire univocamente di quale delle due malghe si tratterebbe, se effettivamente fosse una sola: probabilmente val di Collina, più “centrale”, ma siamo nel campo delle ipotesi12. Dettagli, e per di più di modesto rilievo ai nostri fini: a metà del XV secolo c'era una casera, ed era diroccata. Tanto ci basta.

 
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La parte superiore della val di Collina. Sullo sfondo l'alto canale di san Pietro e il villaggio di Timau (foto e arch. E. Agostinis).

Speculazioni a parte, e di ritorno ai fatti documentali, va da sé che questa fioritura toponomastica di Colline e Colline Grandi e Collinette fra '400 e '600 non ci lascia indifferenti, prestandosi fra l'altro a considerazioni di una certa portata (pur sempre, beninteso, mantenendo il senso delle proporzioni: storia o toponomastica che sia, la nostra sempre micro è…). Se ne tratterà più diffusamente oltre, ma sin d'ora non si può proprio evitare di rilevare come l'antiquitus (nel testo) del diritto collinotto sulla Monte di Collina dovesse già allora essere davvero… antico, significando probabilmente “da sempre” (dove “sempre” va naturalmente inteso come nessuno ha memoria di quando ha avuto inizio, oppure da prima che quella valle avesse un nome, che è poi la stessa cosa).

In buona sostanza, ben prima che a memoria d'uomo e fino al 1448, quando proclamarono la propria rinunzia, utilizzatori di quella valle furono gli uomini della Villa di Collina, e solo loro. Furono invece “altri” — come sempre succede, anche se non sempre questi “altri” sono identificabili — ad attribuire a quella piccola valle, prima in via colloquiale e informale, e poi documentale e ufficiale, il toponimo ancora oggi in uso di val di Collina: prima i viandanti sulla via di Monte Croce, o gli abitanti di Timau (se presenti) o di Cleulis, o di Paluzza e poi dell'intero canale di san Pietro, e infine il Gastaldo di Tolmezzo e l'amministrazione patriarchina. Insomma, la burocrazia.

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Scarica questo file (MonteCollina.pdf)Mons di Culina Culìno e Culinòts[© 2015 Enrico Agostinis]400 Downloads
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