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Fu (vera) gloria?

Per una volta partiamo dalle conclusioni, anche se non proprio nude e crude.

Pietro Samassa non è e non fu una guida famosa, né un famoso alpinista. Per gli storici dell'alpinismo, al di fuori del nostro orticello cargnello-furlano cui va aggiunta una non trascurabile appendice austro-tedesca, Pietro Samassa rimane oggi il perfetto sconosciuto che fu in vita. Ebbe una certa notorietà a Udine e a Trieste, grazie alle Società Alpine (Friulana e delle Giulie) e ai loro soci, suoi clienti. Ebbe anche non pochi clienti in Austria e Germania, ma a occidente la sua notorietà non si spinse oltre il Piave. Fuori del Friuli, più di Pietro Samassa è conosciuto e citato persino Nicolò Sotto Corona, in quanto guida di Paul Grohmann nella prima salita al Cogliàns. Il che suona abbastanza paradossale dal momento che, come guida e come alpinista, Sotto Corona non valse certo Samassa.

A cavallo fra '800 e '900, per essere una guida famosa devi avere clienti importanti e/o raggiungere importanti obiettivi alpinistici: i clienti di Samassa non sono alpinisti di grande rango, e la sua attività alpinistica si svolge sui monti di casa, Volaia e Cogliàns-Chianevate, ben al di fuori del mainstream alpinistico che scorre nelle Alpi Occidentali e in Dolomiti.

Alcuni dei grandi e famosi binomi guida-cliente degli anni di Samassa (1890-1910) si chiamano Burgener-Mummery (e Dent), Antonio Dimai-Phillimore e Raynor, Lochmatter-Ryan, Knubel-Young; e, per rimanere alle guide, in quegli anni sulla piazza ci sono i Sepp Innerkofler, Émile Rey, Angelo Dibona, Michele Bettega, Tita Piaz e altri ancora. Gli obiettivi? Prime assolute o vie nuove, c'è di che scegliere, e scusate le omissioni: la cresta di Z'Mutt al Cervino; il Grépon, la cresta ovest delle Grandes Jorasses, la cresta des Hirondelles, il Dru nel gruppo del Bianco. La sud della Meije nelle Alpi del Delfinato. E ancora, in Dolomiti, nord della Piccola di Lavaredo, ovest del Croz dell’Altissimo, nordovest della Civetta, sud della Tofana di Rozes...

La cerchia dei Monti di Volaia (Biegengebirge)
Fig. 12 - La cerchia dei Monti di Volaia (Biegengebirge), vera e propria riserva di caccia alpinistica di Pietro Samassa. Da sinistra a destra, il passo e il lago Volaia, quindi i monti Capolago, Canale, Creta di Chianaletta, Sasso Nero, Volaia.

Non è che un microscopico campionario, tanto per le guide/clienti che per le ascensioni, al quale Samassa può contrapporre i suoi clienti non certo famosi (con la sola eccezione di Kugy), e le sue salite quasi domestiche, sui monti di casa e poco oltre ma sempre nelle Alpi Carniche.

È opinione abbastanza diffusa (naturalmente chez nous: Carnia e dintorni) che in alcune sue salite Samassa abbia superato difficoltà non raggiunte altrove, su dolomia o sul granito delle Alpi occidentali. Non sembra essere così: sotto questo profilo i suoi "concorrenti" si chiamano ancora Mummery, e poi Winkler e Zsigmondy, ma anche Angelo Dibona e Piaz, che di Samassa non sono di molto più giovani, e persino il Bersagliere Jean-Antoine Carrel, classe 1829. Nonché, quasi sulla soglia di casa, Osvaldo Pesamosca.

Samassa superò ripetutamente e in molte vie difficoltà classificabili, secondo le attuali valutazioni (scala UIAA), di IV grado, che è anche la massima difficoltà ufficialmente da lui superata: per la prima volta documentata, in un passaggio sulla sud della Chianevate con Urbanis (1894). Alcuni autori attribuiscono a Samassa una solitaria di IV grado antecedente al 1892, sulla nord-ovest della Chianevate, ma la circostanza sembra smentita dallo stesso Samassa in una sua annotazione dove, di quello stesso percorso, scrive mi lo provò il 20 agosto 1898. Nondimeno, già la salita del 1881 di Mummery sul granito del Grépon comporta il superamento di una fessura oggi valutata IV+, mentre alcuni storici dell'alpinismo (Enrico Camanni fra questi) anticipano il superamento del IV grado addirittura al 1865, quando Jean-Antoine Carrel sale la cresta del Leone del Cervino. Infine nel 1887 Winkler, solo, sale la Terza torre del Vajolet che da allora porta il suo nome, aprendo un itinerario valutato IV-/IV con un passaggio di IV+/V- (fessura Winkler) e scrivendo un pagina memorabile nella storia dell'alpinismo.

È pressoché certo che Samassa abbia raggiunto i suoi limiti tecnici arrampicando solo e non con i suoi clienti, e che quindi egli sia andato anche oltre quel IV grado per lui abituale. Tuttavia è anche vero che del superamento di questo limite non si ha notizia certa. D'altra parte, chi mai poteva raccogliere le testimonianze di Samassa e delle sue salite: crederlo, valutarne le imprese e formalizzarne la portata e l'importanza sulla stampa di settore? Chi avrebbe potuto, se non proprio coloro che lo prendevano per matto, o per un rozzo montanaro un po' spaccone e un po' millantatore (e in alpinismo fra il matto e il millantatore non si sa che cosa sia peggio)? Forse Samassa andò anche "oltre", ma oltre che cosa? Il V- di Winkler del 1887? E dove, e quando? E, soprattutto, è poi così importante?

Samassa alpinista mediocre, dunque, o semplicemente "normale"? Tutt'altro. In assenza di notizie certe (ma abbiamo davvero bisogno di pesare un alpinista con il bilancino dello speziale?) possiamo comunque affermare che, nel contesto in cui si mosse, Samassa fu guida e alpinista sicuramente d'avanguardia non solo per le sue realizzazioni, ma soprattutto per la capacità di immaginare la fattibilità − o almeno la saggiabilità − di itinerari dai più allora ritenuti impercorribili o eccessivamente temerari. È proprio questo a differenziare Samassa dall'altra guida friulana all'avanguardia a cavallo fra i due secoli, Osvaldo Pesamosca di Raccolana. Tecnicamente fortissimo, probabilmente anche più di Samassa (il passaggio chiave sul pilastro sud ovest del Montasio nel 1908 è opera sua), Pesamosca tuttavia di Samassa non possedeva la personalità e la creatività alpinistica che caratterizzarono la guida di Collina. Esattamente ciò che, come vedremo nel prosieguo, a Samassa rimproverarono senza mezze misure i soli possibili referenti di cui egli potesse disporre, gli stessi di cui sopra: i suoi clienti, ossia non esattamente l'avanguardia dell'alpinismo dell'epoca.

Samassa fu guida di un grande alpinista, Julius Kugy (con cui, come si vedrà, il rapporto fu tuttavia episodico e tormentato, ai limiti del conflittuale), di alcuni bravi alpinisti friulani e triestini e anche di molti clienti austriaci e tedeschi, ma nessuno di essi di altissimo livello tecnico. Al contrario, molti furono alpinisti autenticamente appassionati ma tecnicamente modesti, e soprattutto dagli angusti orizzonti: inidonei a fungere da stimolo alle già notevoli capacità tecniche di Samassa, di fatto essi agirono in senso contrario limitandole, incapaci di vedere nell'"ambizione" (un termine che incontreremo spesso) e negli slanci di quella guida carnica dai modi spicci, assai poco canonici e ancor meno rispettosi delle gerarchie, nulla più della temerarietà e dell'incoscienza di un pretenzioso montanaro.

Ma Samassa avrebbe potuto...? Sarebbe stato...? Se...? Domande naturalmente oziose, anche se personalmente ho una mia risposta che tuttavia vale quel che vale dal momento che, come sempre accade in analoghe situazioni, non ha riprova: anche a Waterloo, se Ney e Grouchy... se  Blücher... Sulla base di quei se, forse ancora oggi andremmo tutti in giro con la coccarda al petto.

Anche la mia risposta è figlia di una serie di se, e quindi indimostrabile. Non provabile (che non significa del tutto priva di riscontri) ma affermativa. Sì, Pietro Samassa avrebbe potuto essere ciò che non fu, una grande e famosa guida, un grande e famoso alpinista, se... Se non fosse andato a incocciare contro limiti insuperabili, primo fra tutti l'ambiente umano, geografico e sociale − e quindi l'ambiente alpinistico − in cui si trovò a vivere e operare, a cui si aggiunse un temperamento "difficile" che non può tuttavia essere considerato l'elemento dirimente. Sulla personalità di Samassa pesano giudizi contrastanti e talvolta drammaticamente antitetici, in buona parte figli dei tempi e del contesto in cui maturarono ma anche spesso assai lacunosi quanto a prospettiva storica in cui collocare fatti e persone. Uno degli scopi di questo lavoro è proprio quello di separare la storia dalle storie.

La risposta è invece affermativa, senza se e ma, intorno alla modernità alpinistica di Samassa. Come si avrà modo di vedere più articolatamente nel prosieguo, nell'ambiente dell'alpinismo friulano di quel tempo egli ebbe un ruolo, ancorché largamente incompreso e in buona parte incompiuto, di autentica avanguardia. Conseguentemente, non è irragionevole pensare che Samassa, trovandosi in ambiente più stimolante rispetto alla periferia del movimento alpinistico dove fu in certo modo costretto e venne di fatto a trovarsi (sicuramente per suoi propri limiti culturali, ma anche per assenza di alternative praticabili), avrebbe potuto ridurre e forse colmare quel divario tecnico e soprattutto culturale che lo divideva dall'alpinismo di punta dei suoi giorni.

Insomma il pur abile, coraggioso, tenace Pietro Samassa si scontrò con limiti, anche suoi propri, pressoché insuperabili, e non li superò.

Detto il dicibile e sgomberato il campo dai che cosa, possiamo ripartire dall'inizio alla ricerca di qualche perché.

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