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L'alpinismo fra secolo dei lumi e Belle époque

Non è questo il luogo né il tempo né l'autore per una nuova (nel senso di "ulteriore") storia dell'alpinismo. Tuttavia, a partire da un pur difficile tentativo di profilo dell'alpinista-tipo in chiave diacronica e nelle diverse aree delle Alpi, un minimo di inquadramento storico è necessario per comprendere il contesto in cui la guida Pietro Samassa si trovò a operare. Contesto che va considerato nelle sue peculiarità non solo in relazione ai tempi nei quali Samassa fu attivo come guida (più o meno 1890-1910), ma anche connesse ai luoghi dove la guida di Collina visse e operò: le Alpi Carniche, decisamente al di fuori (repetita juvant) del mainstream alpinistico.

1935. L’attacco del sentiero Spinotti
Fig. 13 - 1935. L’attacco del sentiero Spinotti, con il camino iniziale e la famosa scala a pioli. "Invenzione" alpinistica di Samassa, che per primo lo percorse in discesa intorno al 1890, per molti anni il tracciato costituì la via normale al Cogliàns per chi partiva da Volaia prima di essere sostituito dalla attrezzata via Koban-Prunner sulla parete nord.

Fra i primi visitatori moderni delle montagne39 l'interesse preminente non è neppure la vetta ma piuttosto l'"ambiente" montagna: botanica, zoologia, geologia, meteorologia. Certamente non interessa l'aspetto antropico o, più semplicemente, "umano". Il mito del bon sauvage è certo presente fra i nuovi frequentatori della montagna, ma lo stesso "selvaggio" è semplicemente parte del panorama, come sottolinea l'alpinista e storico dell'alpinismo Gian Piero Motti:

Ma chi erano in fin dei conti questi turisti? Il più delle volte scienziati, uomini di cultura, nobili, personaggi del clero benestante, insomma individui appartenenti a classi sociali molto agiate e depositarie della cultura dell'epoca. [...] Lo scienziato, lo studioso della natura, il cercatore di avventure [...] aveva esclusivo interesse per il fattore ambientale e naturale della montagna. Costui giungeva direttamente al paesaggio alpestre, saltando a piè pari l'aspetto indigeno e umano40.

A fine '800, al tempo di Samassa, questa figura ha già subito un'evoluzione, quanto meno in senso alpinistico: l'«interesse per il fattore ambientale e naturale della montagna», per usare l'espressione di Motti, se pure c'è ancora non è più esclusivo ma passa in secondo piano davanti alla conquista della vetta prima, e della nuova via per la vetta stessa poi. Oppure, e più precisamente, in quanto tale la frequentazione della montagna a scopi naturalistici non si coniuga più con l'appellativo di alpinista. Ci sono e ci saranno grandi alpinisti naturalisti − o naturalisti alpinisti − ma già verso la metà dell'800 ci sono fior di alpinisti, forse ormai maggioranza, cui della natura cale poco o punto41. Naturalmente in tutto questo non c'è nulla di nuovo: si tratta di cose note, cose risapute che appartengono alla storia dell'alpinismo ma che qui è opportuno richiamare.

L'alpinismo evolve dunque negli obiettivi (la vetta acquista valore in quanto tale e la via per raggiungerla pure, in quanto rispondente a determinati criteri estetici e logici) e nella tecnica (in Dolomiti a fine '800 siamo alla soglia del V grado), ma sotto il profilo antropologico l'alpinista-tipo rimane lo stesso: un essere sostanzialmente alieno che guarda solo in alto (la vetta, la via) e il cui eventuale rapporto con l'"indigeno" fornitore di servizi (la guida, il portatore, l'oste) è di esclusiva fruizione.

Essi esplorano, conquistano la montagna, ne scoprono la bellezza solitaria, i nuovi paesaggi, provano la soddisfazione della conquista dopo la lotta e la fatica, ma sfugge loro completamente la realtà umana della montagna: ignorano i montanari, essi sono pure comparse, paesaggio42.

Come a dire che ciò che conta è la propria e soggettiva lotta coll'Alpi43 (maiuscole nel carattere e nel "valore") mentre l'altrui, quella quotidiana per la sopravvivenza (e quindi con l'alpe, minuscola di carattere e d'importanza), semplicemente non esiste.

Creta della Chianevate 1921
Fig. 14 - Creta della Chianevate, 1921. Lungo il sentiero di guerra, via normale alla cima.

Per quanto necessaria e in buona misura rappresentativa della realtà, si tratta naturalmente di una generalizzazione cui non mancano le eccezioni. Nei loro viaggi del 1861-63 Churchill e Gilbert osservano e riportano numerose scene di umanità varia e, con il non trascurabile contributo delle rispettive consorti che li accompagnano nel viaggio, persino interagiscono con qualche valligiano44. Ma l'eccezione più importante a questa "regola" l'abbiamo proprio in casa nostra, con Giovanni Marinelli e la sua Guida della Carnia, dove all'elemento antropico in tutti i suoi aspetti è data una posizione di assoluto rilievo45. Tuttavia, nella fattispecie Churchill e Gilbert sono viaggiatori e non alpinisti, e lo stesso Marinelli, pur amante della montagna e fra i fondatori della Sezione CAI di Tolmezzo prima e della Società Alpina Friulana poi, è anzitutto geografo e poi alpinista. E se pure la sua attività alpinistica fu certamente intensa, questa non fu certo sufficiente a collocarlo fra i più agguerriti alpinisti del suo tempo. Eccezioni, insomma, e non la regola: nella stragrande maggioranza dei casi, alle genti che popolano le pendici del suo "terreno di gioco" (la montagna) l'alpinista-tipo è e rimane del tutto estraneo.

È un approccio alla montagna che sotto diverse forme e manifestazioni continuerà fino ai giorni nostri (si pensi allo sci e, più in generale, al turismo mordi-e-fuggi): rimanendo nell'ambito di questo lavoro, tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che uno degli ambiti in cui questo atteggiamento avrà un impatto considerevole è il rapporto cliente-guida, di cui si tratterà diffusamente più avanti.

Concludo questa prima parentesi storica ricordando necessariamente come proprio gli anni di Samassa vedano notevoli mutamenti e importanti elementi di discontinuità nella pratica alpinistica sino ad allora quasi rigidamente seguita. Anzitutto, ormai vinte per le vie "normali" pressoché tutte le principali vette delle Alpi, ci si rivolge a itinerari di salita alternativi e di crescente difficoltà, oppure alle vette prima di allora ritenute secondarie e/o troppo difficili, se non "impossibili". Lungo questa linea hanno origine i due elementi di rottura con il passato. Da un lato si sviluppa e si estende il cosiddetto "alpinismo senza guida", che porta gli alpinisti di punta del tempo a ideare prima, e a realizzare poi, nuove ascensioni di grande difficoltà senza l'ausilio di guide. Dall'altro lato le migliori guide del tempo, interpretando il proprio ruolo in maniera decisamente innovativa rispetto al passato, non si presentano più come meri esecutori al servizio dei clienti e dei loro progetti, ma agiscono quasi in "concorrenza" con gli alpinisti senza guida: ora la guida individua l'obiettivo − sia esso la vetta o la nuova via − che definisce, studia e infine raggiunge, con o senza cliente. L'alpinista-guida è ormai a pieno titolo sullo stesso piano dell'alpinista-cliente (o ex tale), e persino "firma" le proprie vie46. Come vedremo è tutt'altro che un dettaglio, e men che meno di poco conto.

Questi due elementi di rottura con l'alpinismo tradizionale incontrano, comprensibilmente, fortissime resistenze, con alpinisti e guide schierati su ambo i fronti, con polemiche roventi sulla stampa specializzata e con reciproci giudizi − spesso autentici anatemi − altrettanto roventi.

Nell'ambito di questo lungo e complesso processo evolutivo l'alpinismo friulano avrà un ruolo marginale, sviluppandosi più tardi rispetto ad altre aree delle Alpi e mantenendosi in costante ritardo fino al periodo fra le due guerre mondiali. Tutto ciò avrà un ruolo di rilievo sull'attività di guida di Pietro Samassa e soprattutto sul profilo, anche caratteriale, che di lui ci sarà tramandato.

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