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Note


  1. Di Tòch sarà anche la casata di Pietro Samassa. L'origine è nel cognome Toch, autoctono di Collina, da cui l'omonima casata di Tòch successivamente trasmessa ai Samassa per via femminile e in due stadi successivi: 1) Toch → Sotto Corona (1797); 2) Sotto Corona → Samassa (1865). Degli uomini che si accasavano presso la moglie si diceva che andavano in cuc (da cuculo, per la nota abitudine di questo volatile di deporre le proprie uova nei nidi altrui): la discendenza della coppia spesso acquisiva la denominazione della casata della moglie stessa. Andarono dunque in cuc prima il trisavolo di Pietro, GioBatta Sotto Corona, sposando Maria Maddalena Toch di Tòch (la portatrice della casata), e poi il padre di Pietro, Luigi Samassa, sposando Marianna Sotto Corona di Toch

  2. Fra i più recenti Valnea Pinzan (In Alto-Cronache della Società Alpina Friulana, vol. LXXVI, n. CXII-1994); Sergio De Infanti (Novecento. Dai monti della Carnia, a cura di ASCA - Associazione Sezioni Carniche del CAI, Ed. Andrea Moro, Tolmezzo-2002); Adelchi Puschiasis (Collina e l'alpinismo, ovvero l'alpinismo a Collina, 2014). In chiave storica il profilo più ampio è quello di Giovanni Battista Spezzotti ne L’alpinismo in Friuli e la Società Alpina Friulana Vol. I, 1874-1899, Società Alpina Friulana, Udine-1963). 

  3. A dimostrazione di come e quanto siamo in presenza di un trito cliché, cito solo (basta e avanza) la rifrittura horror-kitsch degli asseriti tagli sulle piante dei piedi autoprocurati da Samassa per aumentare, con il sangue rappreso, l'aderenza dei piedi alla roccia, e in tal modo sfuggire alla cattura dei gendarmi austriaci lanciati al suo inseguimento con i cani (e buon per Zorro-Samassa che i sergenti Garcia-gendarmi non pensino a praticare analogo trattamento ai loro segugi…). Merce di seconda mano e di terza scelta, dal momento che identica operazione per identiche finalità è riportata alla lettera già da Eliane-Claire Engel nella sua conosciutissima Storia dell'alpinismo, (ed. Oscar Mondadori 1968, p.26, ma le edizioni inglese e francese sono del 1950). Lungi dal riprendere e contrabbandare la fandonia per verità rivelata, così chiosa l'Autrice: «Viene da chiedersi come mai uomini nel pieno possesso delle loro facoltà mentali abbiano potuto inventare una storia del genere − una storia che, pure, ha continuato a essere ritenuta vera fin quasi la fine del secolo scorso» [XIX]. Parole sacrosante, ma evidentemente Engel non era al corrente che i biografi di Samassa hanno continuato a ritenerla veritiera, nonché peculiare caratteristica del Nostro, ben addentro il XX secolo e anche oltre. Per inciso, fra i contemporanei il solo Puschiasis in op.cit. riporta la chiosa della stessa Engel e prende le distanze da questo ormai consolidato chiacchiericcio. 

  4. La coincidenza della ricorrenza con il recupero delle Note è abbastanza casuale. Diciamo che è una buona occasione per una rivisitazione del personaggio Samassa e della letteratura che su questo personaggio è stata costruita. Approfitto di questa nota per ringraziare sentitamente Carla Barbolan, pronipote di Pietro Samassa, per la cortesia a rendermi disponibili le Note per il lungo periodo necessario alla loro trascrizione. 

  5. Le numerose citazioni nel testo sono riportate in corsivo. 

  6. Attività che, comprensibilmente, non comprendono la sfera del privato familiare a eccezione di due eventi: la tragica morte del fratello Giovanni nel 1893, e l'annotazione nascita del primo figlio, anch'egli significativamente chiamato Giovanni, nel 1895. 

  7. Calzolaio certamente Samassa non fu, dal momento che in più parti delle Note si ritrovano pagamenti per fabbricazioni, modifiche o acquisti di calzature effettuati da Samassa, sempre a terzi. Sempre dalle Note sembra invece possibile che calzolaio fosse il suo nonno materno, Giuseppe Sotto Corona. 

  8. Come si vedrà più oltre, la stessa attività di guida era quella più redditizia in rapporto al tempo impiegato, ma non la principale fonte di reddito. 

  9. «1890 - Venne resa abitabile la casa di Luigi Samassa, dopo tanti anni che fu in costruzione. Casa che fu diverse volte in vendita, e che fu anche offerta ai fratelli Caneva fu Leonardo da Dignano». Eugenio Caneva, Promemoria per ricordare date e fatti avvenuti, manoscritto non pubblicato, Collina. 

  10. Eugenio Caneva, Promemoria ai posteri, manoscritto non pubblicato, Collina. Eugenio Caneva (1842-1918, e quindi contemporaneo di Pietro Samassa) è conosciuto soprattutto come ideatore e fondatore della Latteria di Collina, prima latteria dell'intera provincia di Udine, ma è l'autentico genius loci del villaggio fra i due secoli. Opera costantemente richiamata nei miei scritti, il suo Promemoria ai posteri è una autentica miniera di date, persone e fatti di Collina a cavallo fra '800 e '900. È anche un interessantissimo repertorio di opinioni personali che Caneva spesso condisce con commenti piccanti e corrosivi, e talvolta con autentico veleno. Il Promemoria è opera ponderosa che copre cinquant'anni di vita collinotta e l'intera esistenza di Pietro Samassa: ciò nonostante, in tutti gli scritti di Caneva la costruzione dell'acquedotto è l'unica menzione di Pietro. Viceversa, nelle Note di Samassa Eugenio Caneva compare ripetutamente in compravendite di immobili e transazioni varie, come cessioni di servitù, saldo di debiti (del padre di Samassa, Luigi) ecc. 

  11. Dettaglio dei costi (valori in Lire/centesimi) di produzione e trasporto del legname al "porto" carrabile o fluitabile. Navo, Cumugnos (corrett. Cumùnios), molin (Mulìnos o Mulin di Codâr), fulin, folin (Fulìn), Zovo (Ğùof), Ponte Lans sono toponimi. Come in tutte le attività specialistiche, anche il boscaiolo ha un suo gergo con il quale luoghi, strutture, attrezzi e operazioni del mestiere sono identificati e definiti con precisione. Qui nell'ordine troviamo facitura (da = fare) = taglio e sramatura del tronco; bignadura (bignaduro)=trasporto dal luogo di esbosco (qui Bosco de Navo, sopra Collina) ad altrove; governatura=l'insieme delle operazioni di sistemazione del materiale fino alla consegna al committente (qui termina il lavoro del boscaiolo p.d.: il committente a sua volta caricherà sui carri o fluiterà il legname); martore (martùor) = ripido solco lungo il pendio entro il quale scende il legname. Qui Samassa produce uno schema molto semplificato, a scopo contabile: con il dettaglio delle operazioni del boscaiolo e del relativo vocabolario si potrebbero riempire pagine e pagine. 

  12. Di fatto Collina rimase priva di strade fino alla vigilia del primo conflitto mondiale, quando si concluse la costruzione della strada Fulìn-Tors, o strado di Créts. Interamente costruita a spese della frazione, la strada aveva precisamente lo scopo lo di ridurre gli onerosissimi costi di trasporto del legname dal luogo di esbosco alla carreggiabile o al luogo di fluitazione. Obiettivo raggiunto con la strado di Créts, ma di fatto immediatamente vanificato dal sopravvenire della guerra prima, dalla rivoluzione dei mezzi di trasporto poi, e infine dalla globalizzazione. Quanto alla gerla, è cosa nota che il "motore" era fornito soprattutto dalle donne: per dirla ancora con Eugenio Caneva, il trasporto era effettuato a dorso di donna

  13. Questa annotazione di Samassa mi ha consentito di dirimere una vecchia questione riguardante il toponimo Belvedere. Pur costantemente riportata nelle carte e nelle guide alpinistiche, di questa casera si era del tutto perduta la memoria fino a indurre a dubitare, visto lo stato dei luoghi particolarmente infelice per l'attività malghiva, della sua stessa esistenza. Al contrario, Belvedere non solo esistette come malga ma fu anche casera, ossia vi si produceva formaggio. 

  14. Si tratta di telai (cércli = cerchio) per racchette da neve (in lingua cjàspos). 

  15. Stelle alpine (in lingua elbàis, dal tedesco Edelweiss). V. anche più avanti. 

  16. Giuseppe Luzzatto, Pizzo Collina (m. 2691), in Alpi Giulie, Rassegna bimestrale della Società Alpina delle Giulie, Anno X n. 2, Marzo-Aprile 1905, pp. 37-38. "Larga provvista", e pure a fini commerciali: mica il mazzetto per la morosa! Non è di questo parere il lungimirante Julius Kugy (più avanti lo ritroveremo fra i protagonisti di questo lavoro), che nei suoi scritti stigmatizza la raccolta indiscriminata dei fiori alpini. 

  17. È questo il termine usato nel testo. Il significato non è tuttavia quello letterale dell'italiano: indica piuttosto una "persona di servizio" o, ancora più correttamente, "garzone". Si tratta di giovani poco più che adolescenti (l'impiego ha una durata solitamente breve, di pochi anni), di Collina o dei paesi contermini, adibiti a svariate mansioni propriamente di servizio, come il trasporto del vitto agli operai e ai boscaioli, oppure di materiali vari alle malghe ecc. Mansioni cui peraltro non si sottraggono né la moglie di Pietro né Pietro stesso. La retribuzione del servo/a è di 8 Lire al mese oltre al vitto (e forse l'alloggio, il cui valore è tuttavia trascurabile). 

  18. Viene il sospetto che il funerale costi 5 Lire, e i 20 centesimi siano il supplemento per i paternoster (10 cent cadauno). In valuta corrente, 1 £ del 1899 corrisponde a circa 4.5 € del 2016: naturalmente si tratta del puro valore monetario, e non del potere d'acquisto (Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2008). 

  19. È vero che nel 1898 Italia e Austria sono alleate (c'è la Triplice Alleanza), ma la coalizione non si spinge fino all'abolizione dei confini! E anche oggi che c'è Schengen (finché c'è) i cacciatori si guardano bene dal cacciare oltreconfine. O almeno dovrebbero farlo. 

  20. In questo senso un cospicuo contributo ai biografi moderni viene dall'alpinista austriaco Heinrich Koban, che di Samassa nel 1932 scrive schwer bepackt mit Gemshäuten im Herbst nach Mauthen kam, um sie hier den Gerbern zu verkaufen ("arrivava a Mauthen carico di pelli di camoscio per venderle ai conciatori"), suggerendo che le pelli fossero tutte frutto delle cacce proibite di Samassa (in Festschrift zum 70 Jähriges Bestand des Zweiges Austria D.u.Ö.A.V., 1862-1932. Vienna: Verlag des Zweiges Austria, D.u.Ö.A.V., 1932). Analogo "contributo" Koban fornirà circa gli avventurosi contrabbandi di Samassa, con relativi scontri con le guardie di frontiera 

  21. Ad Ampezzo 6 pelli (la grafia corretta odierna è Dimpéç). 

  22. Ieri come oggi, a Collina non crescono neppure i fagioli, e le sole proteine disponibili in loco derivano dal latte, dalle uova e dagli insaccati (un maiale/anno per famiglia, quando c'è). Roba da far inorridire i dietisti! Ciò ovviamente non significa che i Collinotti avessero la benché minima idea del concetto stesso di "proteina": analogamente, manco avevano una lontana idea della definizione scientifica di "dieta", della quale avevano tuttavia pratica contezza. 

  23. Liesing, in Lesachtal, sede della Gendarmeria. 

  24. Un sacco di questi nuovi ricchi non sono altro che grandi contrabbandieri. Così il pettegolezzo di un personaggio (secondario) de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, con riferimento a Gatsby stesso. 

  25. Come abbiamo visto in precedenza Samassa effettuava con una certa regolarità spedizioni sia verso l'Austria propriamente detta che verso l'Istria, all'epoca anch'essa parte dell'Impero austroungarico. 

  26. Non posso sottacere che c'è chi afferma che Samassa organizzasse colonne di portatori di merce di attraverso Volaia, vegliando armato dall'alto a che gendarmi e finanzieri non turbassero il traffico. 

  27. Il testo è stato parzialmente riportato da Pietro Agostinis (nipote di Samassa, di cui riprende il nome di battesimo) nel Giornale sociale del Circolo Culturale Eugenio Caneva di Collina, 1988 e 1996. Il testo qui riportato è ripreso integralmente dalle Note a eccezione di irrilevanti modifiche apportate per migliorarne la leggibilità. Molti "errori" di ortografia ed espressioni mutuate dalla parlata di Collina sono stati intenzionalmente lasciati intatti per non togliere autenticità a un testo di altamente drammatico. 

  28. In cima la Valentina corrisponde al Valentin Törl; la casera è la Obere Wolayer Alpe. 

  29. Gli strenti del Lago Volaia indicano un luogo nell'alto Wolayertal, fra il lago e il Valentin Törl. 

  30. V. anche Enrico Agostinis, Mons di Culina, Culìno e Culinòts

  31. È la prima alla Nord del Cogliàns del 30 agosto 1897. 

  32. Si tratta di Pietro Cozzi, e non di Napoleone. Entrambi soci della Società Alpina delle Giulie, seguiranno tuttavia percorsi alpinistici ben diversi. Pietro è teorico dell'alpinismo classico con guida (coerentemente con le circostanze) e, per le cronache, fervido sostenitore dell'alpinismo al femminile (insieme a numerose citazioni, ne fa un quasi-ritratto Daniela Durissini in C'è una donna che sappia la strada?, Lint ed., 2000). Viceversa Napoleone Cozzi, principalmente in coppia con Alberto Zanutti, segue tutt'altro percorso: nel gruppo del Cogliàns aprirà due nuove vie sulla Nord della Chianevate, e raggiungerà livelli di rilievo assoluto soprattutto in Civetta e anche sul Campanile di val Montanaia. 

  33. Nelle Note l'ordine cronologico è un'astrazione, e nella sequenza degli addendi qui il 1898 potrebbe precedere il tal modo molte cose andrebbero al loro posto. 

  34. In sé un semplice fienile, lo Staiàt di Caminòn fu per i Culinòts quello che il Moulin de la Galette, un vecchio mulino a vento sulla collina di Montmartre convertito in sala da ballo, fu per gli operai e contadini della periferia parigina. Lo Staiàt ospitò tre o quattro generazioni di danseurs (e danseuses) di Collina, fino al memorabile carnevale del 1946. 

  35. Oltre al business caseario, a Pola e Trieste Samassa ha parenti-clienti in chiave alpinistica, fra cui Umberto Sotto Corona con cui salirà nel 1901 il Sasso Nero (Alpi Giulie, Rassegna bimestrale della Società Alpina delle Giulie, Anno 6 n.6, Novembre 1901). 

  36. Il rendiconto annuale dei proventi come guida citato in precedenza è un'eccezione: non isolata ma pur sempre tale. 

  37. Lo stesso Caneva − certo non pubblicamente e men che meno in osteria − è di penna autenticamente velenosa, e nelle sue Memorie non risparmia accuse e critiche feroci a compaesani, foresti e conoscenti, fino a spingersi ben oltre i limiti consentiti dal codice penale (non casualmente le sue Memorie furono redatte per i posteri, e non furono rese pubbliche): dalla semplice accusa di inettitudine al ladrocinio, fino alla "maffia", ce n'è per tutti − nomi e cognomi compresi − e per tutti i gusti. Con mia grande sorpresa, sul conto di Samassa (anche imprenditore) non c'è nulla. 

  38. Nota di costume, ovvero sul come prima l'osteria e poi bar e quotidiani sportivi abbiano avuto per i maschi la stessa funzione "sociale" che svolsero prima la filo e poi parrucchiere e riviste rosa (colore evidentemente sintomatico...) per le donzelle. 

  39. Sorvoliamo sull'ascensione di Petrarca al Mont Ventoux nel 1336 e su altre performance tardo-medievali e rinascimentali, candidate suggestive ma difficilmente classificabili come "alpinismo". Partiamo quindi dalla prima salita al Monte Bianco da parte di Balmat e Paccard nel 1786, sebbene secondo molti storici anche questa ascensione difetti in parte di spirito alpinistico (almeno in Balmat, certamente condizionato in maniera determinante dal forte compenso promesso ai primi salitori). Tuttavia, anche dopo la salita al Bianco altri decenni dovranno trascorrere prima che, per dirla con Mallory, la gente salga le montagne semplicemente "perché sono là". Infine, a prescindere dalla datazione dell'inizio dell'alpinismo, sostanzialmente irrilevante ai fini di questo lavoro, i primi esploratori/salitori delle Alpi non sono italiani ma "foresti", soprattutto britannici. 

  40. Gian Piero Motti, La storia dell'alpinismo, a cura di Enrico Camanni, Priuli & Verlucca, Torino, 2013 (1a ed. 1977). Alle categorie suddette Motti aggiunge anche i "giovani oziosi benestanti in cerca d'avventura e d'evasione". 

  41. Nel 1863 Grohmann arriva a Cortina per salire "la Tofana". Assolda Francesco Lacedelli-Chèco da Melères il quale, una volta avviati e giunti a Cian Zoppè, gli chiede quale delle tre Tofane voglia salire. Al che Grohmann non risponde "di Rozes" o "de Inze", o "la più bella" o "la più panoramica": risponde "la più alta". 

  42. Adolfo Brunati, Cento anni dopo, in Rivista della Montagna n.24, 1976. Nel testo, soggetto della frase (Essi) sono due alpinisti in particolare (Martelli e Vaccarone, intorno al 1875), ma l'intera categoria è perfettamente rappresentata. Come per Motti, la cui Storia dell'alpinismo segue di un anno l'articolo di Brunati, cominciano a volare i sassi nello stagno della storia dell'alpinismo, sino ad allora immobile e fermo alla lotta con l'Alpi di Guido Rey (v. nota succ.). 

  43. «Io credetti, e credo, la lotta coll'Alpi utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede». Ogni socio CAI nato nel XX secolo conosce questa frase di Guido Rey − scritta nel novembre chiusura della sua dedica a Ugo De Amicis del volumetto Alpinismo acrobatico − in quanto stampata sulla tessera del sodalizio fino al 1995. Frase a effetto inesorabilmente datata, e non tanto per l'iperbole guerresca e un po' rétro della "lotta" in sé ma per l'insopportabile enfasi retorica, curioso mix di rudezza e di snobismo il cui (ab)uso è andato ben oltre le intenzioni dello stesso autore. Ben prima del Nuovo mattino e della "rivoluzione culturale" antiretorica e anticonformista che, con la significativa parola d'ordine La pace con l'Alpe, attraversò il movimento alpinistico negli anni '70 del secolo scorso, al pensiero di quella "lotta con l'Alpi utile come il lavoro" anche a qualche grande alpinista e accademico del CAI sarà sfuggito − magari a denti stretti per risparmiare fiato, spingendo sui pedali della bicicletta nel tragitto (naturalmente in salita) dall'officina ai piedi delle montagne − un ma vieni un po' in fabbrica a lavorare per davvero

  44. Josiah Gilbert and George Cheetham Churchill, The Dolomite mountains, 1864. 

  45. Giovanni Marinelli, Guida della Carnia, Società Alpina Friulana ed., Tip. Ricci, Firenze 1898 (Ia ed.). Ma già 25 anni prima, nel occasione di una sua collaborazione con Cesare Lombroso Marinelli studia le popolazioni di Sauris e di Collina non solo con grande attenzione ma con altrettanta sensibilità, producendosi in un'analisi socioeconomica e antropologica necessariamente breve ma di autentica modernità. 

  46. In certa misura anche Samassa (come vedremo, in maniera del tutto inconsapevole) rientra in questo schema, o almeno ci prova. Nelle Note egli lascia traccia scritta di alcune vie che studia, e talvolta percorre, che successivamente proporrà al cliente. Una di queste è la nord della Chianevate, poi effettuata con successo con Kugy e Bolaffio. 

  47. Impossibile accorpare Carniche e Giulie in un unico destino alpinistico. La differenza più evidente ha un nome e un cognome: Julius Kugy. 

  48. «[...] Com’erano ignorate le cime e le giogaie, così era poco nota o mal nota la loro storia e la loro bibliografia [...]». Così Giovanni Marinelli a proposito delle montagne friulane in La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi, in Bollettino del Club Alpino Italiano per l’anno 1888, vol. XXII, n. 55, pp. 122-176. Analoga considerazione anche da parte di Spezzotti in op.cit. 

  49. Udine & l'alpinismo friulano? No, è l'universo piemontese dei tempi di Quintino Sella descritto da Massimo Mila in Cento anni di Alpinismo in Italia, Appendice a Claire Elaine Engel, op. cit. Torino e Piemonte anni '60 dell'800, dunque, ma calza a pennello alla Udine e al Friuli di trenta o quarant'anni più tardi. 

  50. Spezzotti, op.cit. 

  51. Per alcuni interessanti aspetti dell'"universo" guida-cliente v. Melania Lunazzi, Le guide alpine, in Caterina Ferri, Antonio Giusa, Melania Lunazzi, Antonio Massarutto, Alpi Carniche e Dolomiti Friulane - Itinerari alpinistici dell'800, Libreria Editrice Goriziana-2000, pp. 47-50. 

  52. Con una piccola nota di colore diciamo pure che la storiografia alpinistica ci consegna un quadro con i clienti-alpinisti appartenenti ai canonici tre stati ante rivoluzione francese (nobiltà, clero, borghesia); al contrario le guide, salvo rare eccezioni, in tutta evidenza provengono dal quarto stato (il proletariato, magari non ancora in senso marxiano...). Non è questo il luogo per lanciarsi in audaci e spericolate analisi sociologiche dei primi 150 anni dell'alpinismo, dai suoi albori alla prima guerra mondiale: nondimeno è difficilmente confutabile che, seppure con qualche necessario aggiustamento, anche in montagna il rapporto cliente-guida (con relativi portatori − e portatrici − al seguito, zaino o gerla in spalla) non fu dissimile da quello che nel corso delle loro esplorazioni "orizzontali" ebbero Livingstone con le sue guide Bantu o le "giacche azzurre" con le loro guide native americane, o che ancora oggi molti alpinisti mantengono nei confronti degli Sherpa himalayani. Il termine più calzante per la relazione otto-novecentesca cliente-guida sarebbe "rapporto di classe", locuzione che può apparire troppo forte e per di più datata anche se in buona sostanza di questo si trattava, soprattutto agli albori dell’alpinismo. Non casualmente le guide "offrono i loro servigi", e infatti nei ricoveri alpini vi sono alloggi separati − come nelle case upper class per padroni e servitù − per clienti e guide, e non certo a tutela del comfort di queste ultime. Al Ricovero Marinelli a forcella Morareto "il piano superiore ha due soli ambienti, un piccolo atrio e un dormitorio che può servire per 12 alpinisti; superiormente, in una soffitta, riposano le guide" (Giovanni Marinelli, Guida della Carnia, Seconda edizione con aggiunte e modificazioni, G.B. Ciani Ed., Tolmezzo 1906, nota a p.204). 

  53. Uso il termine "subalterno" in quanto lo ritengo adeguato a rappresentare correttamente il rapporto guida/cliente, e anche perché ha un perfetto equivalente nel friulano sotàn che si incontrerà più oltre. Ben altra terminologia − a mio avviso di ridondante durezza − impiegò nel 1949 Tita Piaz per stigmatizzare la sudditanza spesso voluta e ostentata da parte delle guide nei confronti dei clienti: nel suo A tu per tu con le crode l'ormai settantenne guida fassana usò i termini "servi" e "servilismo". 

  54. Al moderno e disincantato lettore non sfuggirà questa curiosa "necessità" del cliente di rimarcare e tramandare ai posteri, non senza una buona dose di irridente sarcasmo, l'asserita inferiorità tecnica e l'inadeguatezza della guida nei passaggi chiave dell'ascensione. Tanto più che, sempre a cospetto del mauvais pas ma a parti rovesciate, la guida che vorrebbe comunque procedere è descritta come temeraria e sconsiderata, e ad essa si deve contrapporre, con prudenza e accortezza ma anche con fermezza, il saggio cliente costretto alla pur dolorosa rinuncia. 

  55. Nei loro viaggi splendidamente descritti nel citato The Dolomite mountains, Gilbert e Churchill della Carnia percorrono le carrozzabili di fondovalle. Non vanno alla base dei monti della catena principale, e men che salgono sulle cime, ma risalgono il canale di Gorto alla massima velocità consentita dai tempi e dai mezzi (buona parte a piedi, almeno i gentiluomini). In parte anche a causa delle nubi che coprono i monti, mancano persino la visione a distanza del versante meridionale del gruppo Cogliàns-Chianevate, che pure conoscono tanto di fama che per averlo osservato da Plöcken. Unica apparizione il Tuglia, che li accompagna fin quasi a Sappada. 

  56. Al verificarsi del dissesto dell'azienda di famiglia, nel 1873, Grohmann scompare dalle cronache alpinistiche. 

  57. Non traggano in inganno i compensi di Samassa che abbiamo visto in precedenza. Intorno al 1875 le tariffe "normali" erano di 3 o 4 Lire al giorno, che salivano a "ben" 5 o 6 per le cime più impegnative, fra cui il Cogliàns (Giovanni Marinelli, Dal Peralba al Canino, Annuario della Sezione CAI di Tolmezzo-Udine, vol. III, 1877, p.33). 

  58. Non Samassa, il quale non solo sa leggere e scrivere ma, pur nel travaglio di un rapporto non facile con grammatica e sintassi, è anche provvisto di una discreta proprietà di linguaggio. 

  59. Come si è visto, di ciò non vi è alcuna traccia nelle Note

  60. Ma le altre guide, di qua e di là dei confini, erano forse meno borderline (sic!) di lui? Forse, invece di vantarsene come improvvidamente faceva lui, i montanari sapevano starsene zitti... 

  61. Arturo Ferrucci, In morte di Pietro Samassa (1912) in In Alto, Bollettino della Società Alpinistica Friulana, vol. XXIII, n. 1-2, p. 31. Segretario della S.A.F., l'A. fu cliente di Samassa in diverse ascensioni. 

  62. Julius Kugy, Dalla vita di un alpinista, Lint ed. - Trieste, 2000, p.195 (l'originale Aus dem Leben eines Bergsteigers, è del 1925). Sempre sul conto di Samassa, altrove Kugy scrisse: si dimostrò per questa difficilissima salita guida senza pari. Grandissimo elogio, ma non privo di ambiguità. 

  63. Spezzotti, op.cit., p. 151. 

  64. Spezzotti, op.cit., p. 150. 

  65. Quanto alla bizzarria di Innerkofler di lasciare il cliente stanco a riposare su una cengia, e portare a termine da solo l'ascensione, la grande guida di Sesto non sembra un fenomeno isolato, almeno nelle intenzioni: La guida, che è giovane e coraggiosissima, da sola e senza bagagli si proponeva di raggiungere in 2 ore e ½ la cima; io però non permisi che si esponesse a simile rischio. Estensore di questa nota è Giuseppe Urbanis (In Alto, Cronaca bimestrale della Società Alpina Friulana, anno V n. 6, 1894, p. 92), in occasione del fallito tentativo alla sud della Chianevate. Manco a dirlo, la guida giovane e coraggiosissima è Pietro Samassa, freschissimo sposo. 

  66. Di queste cinque grandi guide nessuna morì nel proprio letto, come invece fece il pur imprudente Samassa. Piaz morì per un incidente un bicicletta, ma tutti gli altri persero la vita in montagna. Burgener morì sulla Jungfrau; Carrel morì di sfinimento ai piedi del Cervino; Lochmatter cadde sul Weisshorn; Innerkofler cadde in un crepaccio scendendo dal Cristallo. Non mi risulta che alcuno abbia mai dato loro degli imprudenti. 

  67. Certamente Samassa non ha coscienza di tutto ciò: egli va in montagna come e dove sente di potere andare, e non in relazione a una evoluzione dell'alpinismo che in quanto tale gli è perfettamente estranea o, meglio, del tutto sconosciuta. Solo in un secondo tempo si renderà conto di essere "avanti" rispetto ai suoi clienti e, compreso il valore (anche venale) di tutto ciò, cercherà di metterlo a profitto. 

  68. Di questa salita Samassa stila una relazione interessante e utile, in congiunzione con la relazione di Urbanis su In Alto del 1898, per l'individuazione dell'itinerario seguito. «Oggi il 30 agosto fecci con Gius. Urbanis di Angelo la prima salita al Coglians dal Nort partendo da Collina a 4½ e con ½ ora di sosta al Lago Wolaia e altre picole soste alla traversata sotto il coglians raggiungemo la veta a 9 e 50. N.B. Fu fatta tal salita a diritura [destra] ripida per averla più corta e meno pericolosa, ma è molto meglio seguire il canalone che sta sotto la cresta di mezzo del Coglians e Chianevate facendo la traversata apena lasciati li ghiaioni del passo Valentina. Cima del Coglians il 30/8 97. Samassa.» Per la salita del Coglians da nord Samassa ritiene quindi preferibile la via da NE, lungo il canalone fra Cogliàns e Anticima est (oggi detta Pilastro del Cogliàns e che Samassa qui chiama Chianevate in quanto limite occidentale della Kellerwand) già da lui percorso forse nello stesso 1897. Rispetto all'itinerario in foto, al limite sinistro del terrazzo l'itinerario di Samassa prosegue ancora verso sinistra, fino al canalone in parte ancora in ombra, per poi tenersi sulla destra del canalone stesso. 

  69. In verità, e non certo in positivo, anche i non sempre amati testi di latino: Miserrima omnino est ambitio honorumque contentio, "Miserabile è soprattutto l'ambizione e la caccia agli onori", nientemeno. Cicerone (e chi, se no?), Rhetorica - De officiis, Liber primum, 87

  70. È la prima salita ufficiale (1899) della parete NO della Chianevate, una via di difficoltà (fino al IV) non estreme per l'epoca ma non banale, che pure supera una parete fino ad allora inaccessa e dall'aspetto decisamente impressionante. A margine, si noti che Samassa è perfettamente informato su ciò che si scrive e anche non si scrive su bollettini e riviste di alpinismo. 

  71. Per chi avesse poca familiarità con l'inglese, l'aggettivo-sostantivo highbrow ha qualche attinenza con l'appellativo collinotto alt di cuél di pè (lett. "dal collo del piede alto"). E non chiedete altro: con English e culinòt si gira il mondo! 

  72. Tentativo per una nuova salita al Kellerspitze, in In alto, Cronache della S.A.F., n.6-1894, pp. 92-93. 

  73. Allora come oggi, il compenso era in funzione della difficoltà e della lunghezza della salita: in quegli anni il compenso medio per una guida era inferiore, anche di molto, alle 10 Lire al giorno, ma qui siamo in presenza di un caso molto particolare, e non solo per la nuova qualifica − freschissimo sposo − della guida Samassa. Obiettivo del giorno è la via sulla ancora inviolata parete S della Chianevate, traguardo poi non raggiunto per la rinuncia di Urbanis (forse timoroso per una possibile e decisamente prematura vedovanza della neo-sposa...). L'obiettivo sarà invece raggiunto l'anno successivo, lungo una via oggi valutata II con passaggi di III+ e IV, difficoltà già in sé rispettabili per l'epoca, cui si aggiunge una non trascurabile componente psicologica. 

  74. Senza ulteriori commenti, superflui e comunque inadeguati, andatevi a leggere, se potete (nonostante le ristampe è quasi introvabile), il già citato Dalla vita di un alpinista nella splendida traduzione di Ervino Pocar (l'ultima edizione è di Lint Editoriale, 2000). 

  75. La frase di Kugy sui bivacchi, Una montagna si impara a conoscerla davvero quando ci si dorme sopra (op. cit., p.126), è divenuta proverbiale. 

  76. Kugy sarà sempre un prudente cliente-secondo di cordata, che al presentarsi di difficoltà ritenute "insuperabili" o comunque, a suo insindacabile giudizio, troppo rischiose dà l'ordine del ripiegamento. Tecnicamente, le difficoltà più elevate superate in arrampicata da Kugy sono i di V- lungo i pilastri sud-ovest del Montasio (via "diretta Kugy" del 1908). Primo di cordata era Osvaldo Pesamosca. Va da sé che la grandezza di un alpinista non si misura solo con le difficoltà superate, e Kugy è a buon diritto nella hall of fame della storia dell'alpinismo. 

  77. Naturalmente scuola alpinistica, e non certo di bracconaggio. Non esente da una certa dose di pietismo (dopo tutto è un romantico!) Kugy si servì anche di autentici ex galeotti e futuri tali, falsari, ladri e tentati omicidi, o almeno condannati come tali. Fu invece assai poco indulgente nei confronti di guide forti bevitori, quando non addirittura alcolisti, di fatto liberandosene in chiave ovviamente di sicurezza. 

  78. È il verso finale del Cjiant de Filologiche Furlane ("Canto della Filologica Friulana", testo di Bindo Chiurlo e musica di Arturo Zardini, 1920-22), che icasticamente descrive il popolo friulano come "saldo e onesto, lavoratore". Autodescrizione celebrativa cui si contrappone − o si affianca − il meno encomiastico ma altrettanto radicato sotàn = "sottomesso" o "subalterno", a indicare un popolo uso obbedire al potere e al potente di turno, in divisa, in marsina o in abito talare. 

  79. Samassa non era l'esclusivo depositario dei "segreti" della Chianevate: negli stessi anni Hans Kofler di Sittmoos, in Lesachtal, valeva Samassa quanto a conoscenza dei luoghi, progettualità e capacità arrampicatorie. 

  80. Julius Kugy, Anton Oitzinger, Vita di una guida alpina, Lint-Trieste, 2001, p.91. 

  81. Il riferimento − pressoché alla lettera − sembra essere a Eugen Guido Lammer e al suo Jungborn, pubblicato nel 1922: "Per me il risultato supremo è il modo dell'attività sportiva, l'essere senza guida, il giocare la vita" (edizione italiana, Fontana di giovinezza, Vivalda, Torino 1998, p.26). 

  82. È assai probabile che, mentre in Kugy si radica quel pensiero, nella stessa Trieste, comodamente seduto leggendo il giornale al Caffè degli Specchi possa esservi qualcuno che giudica "arrampicata disperata" la nord del Montasio, nonché squilibrato e "non amante del bene della vita" chi mai avesse osato (toh, il dottor Kugy!) andare a salirla... La chiamano soggettività. 

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