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Memorie di Givigliana

Anche ai libri di storia più seriosi accade talvolta di assumere, per i motivi più vari, ruoli e funzioni particolari. La Storia della Carnia di Pio Paschini, per esempio, a un certo punto divenne, come osservò Giorgio Ferigo, «il manuale di ogni carnico — giovane e meno giovane — che si interessasse di storia, almeno fino a tutti gli anni Settanta»1; qualcosa di più, insomma, di un comune libro di storia locale.

In modo analogo, per i giviglianotti e i loro discendenti sparsi in ogni angolo del mondo le Memorie di Givigliana di don Pietro Cella sono divenute un testo fondante, radice e alimento, ad un tempo, della memoria e della identità comunitarie. Non può essere un caso, quindi, che l'unica traduzione finora disponibile di quest'opera2 si debba ad un giviglianotto — Piari di Vau, alias Pieri Pinčan/Pierino Pinzan, cultore di storia locale ed estremo paladino di Givigliana — che l'ha resa in rigoladotto, radicandola definitivamente nel luogo di cui tratta3.

Memorie di GiviglianaMemorios di Gjviano

Primo componimento storico, almeno in apparenza, di don Pietro Cella, venne edito nel 1928 dal Premiato Stabilimento Tipografico L. Lukežič di Gorizia «per festeggiare la faustissima sagra della Messa nuova del Sac. Della Martina Amedeo»4, ultimo giviglianotto, «a distanza di centoventisei anni dalla morte di P. Giacomo Gortana»5, a vestire l'abito talare.

Si presenta modestamente, come

piccolo studio sul paese di Givigliana in tutte le sue vicende, dalle origini fino al giorno d'oggi […] È l'umile studio della vita del popolo, che non ha grandi fatti da portare all'ammirazione del pubblico, e si svolge lenta ed oscura, ma potente. Si manifesta nei costumi e nelle istituzioni, che sono il capolavoro dei paesi, nelle vicende della proprietà, nella fortuna delle famiglie6.

Dotato di una scrittura limpida ed efficace, per comporlo Pietro Cella sfruttò non solo gli archivi canonici, ma anche quelli privati, della «famiglia del fu Giovanni Gortana Denèl che, fra le altre, offrì senza ombrosità la maggior copia di carte che rese possibile la compilazione di questo opuscolo»7, in particolare. Egli poté inoltre giovarsi delle conoscenze, e della dimestichezza col luogo e con le persone, acquisite nel corso di un lungo e tormentato periodo, «dall'otto settembre 1912 fino al 30 novembre 1923»8, vissuto sul posto in qualità di mansionario9.

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