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Una biografia monca

Ma chi era Pietro Cella? Da dove veniva? A fronte di tante citazioni delle sue opere, non esiste nessuno studio, nemmeno una tesi di laurea, su di lui e sulle sue opere.

Ecco il profilo che ne dà il Dizionario biografico friulano:

CELLA Pietro — sacerdote, maestro, storico (n. Cadunea, Tolmezzo 1887 - m. post 1940). Esercitò il ministero a Givigliana, Arta, Pontebba e Comeglians dove ricoprì anche l'incarico di direttore didattico. Collaborò in friulano alle riviste della Società filologica friulana. Pubblicò, tra l'altro, Memorie di Givigliana (Gorizia 1928), tradotte in friulano da P. Pinzan, e Storia della scuola in Carnia e Canal del Ferro (Tolmezzo 1940)33.

Poche e scarne notizie la cui vacuità appare quasi esaltata dalla vaghezza in cui è avvolta la data di morte («post 1940»), tanto da far sorgere il sospetto di un'allusione a qualcosa di indicibile.

E in effetti qualcosa di scomodo (… almeno a partire dall'8 settembre 1943) Pietro Cella c'è l'aveva, ed era costituito dalla sua convinta adesione al fascismo.

In alcuni punti delle Memorie di Givigliana traspare una profonda avversione al socialismo34, che potrebbe lasciar spazio per ipotizzare una contiguità col fascismo di tipo meramente strumentale, magari in funzione di contrapposizione all'ateismo e all'anticlericalismo di matrice marxista, come accadde a molti cattolici, anche non inquadrati nel clero. Ma per Pietro Cella, cui certamente l'ingenuità non s'addiceva, questa motivazione è palesemente insufficiente, in quanto egli abbinò l'appartenenza al clero con l'inquadramento nei ranghi della burocrazia statale e con un aperto, attivo e convinto, sostegno al nuovo regime.

Perfino nei suoi raccontini friulani non mancano gli accenni positivi al fascismo. Se in Al Cogliàns (1936) il riferimento al Duce è inserito in un contesto ironico e apparentemente neutro35, ecco, invece, l'inequivocabile conclusione di Not d'avòst (1936) dedicata a Silverio36 che si rifiuta di resuscitare:

Operaris e soldaz di duçh i timps, scaltait: Silverio, il veçhio çhiargnel, nol à vulùt risuscitâ. Po ben, saveiso ce? Za che vuei a Paluce a è la sagre da Furlanie, anin lajù a jodi i nostis fruz vistîz da Balile, ornamènt da fieste e nove storie e nove poesie da Çhiargne. Nus contaràn lôr se il mont al è cambiât37.

Nel capitolo finale della sua opera maggiore, dedicato alla scuola fascista, l'appoggio al regime, congiunto e un sorta di integralismo fondamentalista cattolico, viene esplicitato e rivendicato con chiarezza. I passi che si potrebbero citare sono numerosi, ma ci fermeremo all'incipit:

In novembre del 1923, giusto un secolo dopo la fondazione definitiva in Friuli della scuola pubblica fu attuata la riforma fascista.
Con essa si aprì la terza fase della scuola di Stato, la fase della raggiunta autonomia spirituale ed amministrativa.
Con perfetto stile fascista, e cioè con risolutezza e celerità insolite negli annali della scuola, la riforma venne promulgata e posta in atto nel breve giro d'un anno, ed all'infuori di ogni dibattito parlamentare e d'ogni campagna di stampa. Passò originariamente sotto il nome del filosofo idealista Giovanni Gentile, allora Ministro dell'Istruzione, e come portato dalla sua dottrina, ma senza che mai il Fascismo ne abbia veramente sposata la teoria. La riforma si è in seguito sviluppata e perfezionata con assoluta indipendenza fascista.
Il cuore della riforma sta nella franca restaurazione dei principi spirituali.
Debellati i vecchi divieti dell'agnosticismo laico, la scuola fu rimessa in pieno nella corrente della vita nazionale. I principi di fede e d'autorità, sia soprannaturali della Chiesa che naturali della Patria, furono rimessi in onore, al primo rango dei valori spirituali, e con essi furono armonizzati i corrispondenti principi di scienza e libertà, professati con abuso nella fase laicista.
Aperto l'orizzonte alla libera luce di Dio, fonte d'ogni bene, la scuola si accinse alla grande opera del suo rinnovamento.
L'insegnamento religioso fu restituito con onori di primo posto e di norma d'ogni altro insegnamento. Non molte furono le ore destinate all'istruzione religiosa, ma tuttavia non minori di quanto prescrivevano, ai loro tempi, il Regolamento Organico lombardo veneto e la Legge Casati.
Senonché la riforma fascista porta un'alta impronta di superiorità, in quanto affida tutto l'insegnamento elementare all'ispirazione religiosa in senso strettamente cattolico38.

Anche per questo aspetto, certamente non secondario della sua figura, Pietro Cella meriterebbe di essere studiato39.

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