Note su Alessandro Tarlao

Un precursore dello sviluppo turistico. Tra Grado, Parenzo e Rigolato Fiore della Carnia

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Rigolato, ingresso a Magnanins in una cartolina spedita nel 1953
Ingresso (fiorito) a Magnanins - cartolina spedita nel 1953

Rigolato Fiore della Carnia

Tra gli Anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso a Rigolato si manifestarono, con una certa irruenza, chiari segni di una vocazione turistica moderna, di massa, allineata con le aspettative e le aspirazioni consumistiche della nascente società del benessere e dell'incombente miracolo economico. Lo slogan pubblicitario Rigolato Fiore della Carnia, che sopravvive nei ricordi dei ragazzi di allora e ancora riemerge di quando in quando, nei contesti più diversi, a livello locale, venne inventato in quel periodo.

Ma le attese legate allo sviluppo turistico si scontrarono ben presto con forze che spingevano in direzione affatto diversa. Il miracoloso sviluppo economico di quegli anni fagocitò gran parte delle aree montane italiane, falcidiandone l’agricoltura, forzando l’abbandono del territorio e incentivando l’emigrazione definitiva. Rigolato non sfuggì a questo andamento; anzi, nel suo piccolo, vi primeggiò. L’industria turistica nacque, sì, ma attecchì a macchie di leopardo ­­— ristrette isole, meglio vocate e attrezzate — sparse tra le Alpi.

Il naufragio di un’idea come il Fiore della Carnia nulla toglie, tuttavia, a chi, in tale contesto, la immaginò e attorno a essa profuse energie e investì denaro, combatté insomma, cercando di concretizzarla.

Si trattò in primis del graisano — già apprezzato per le sue capacità in vita e divenuto una figura quasi mitica post mortem — Alessandro Tarlao. Arrivato a Rigolato nel 1949, «in pochi anni trasformò un paese ancora vergine per il turismo, lo portò all'avanguardia, lo fece diventare il «Fiore della Carnia»1. Aveva una personalità che non passava inosservata.

Intelligenza, passione, senso artistico, fertilità di idee, iniziativa e coraggio fanno di lui un «costruttore» nato, lo aiutano nel suo lavoro miracoloso che sa ambientarsi perfettamente e suscita all'intorno consensi ed energie2.

Si insediò all’Albergo San Giacomo da dove sparse una contagiosa ventata di ottimismo sull’intero paese. Così ricorda quel periodo Danila Pochero:

Un signore triestino che era arrivato per gestire l’albergo S. Giacomo (un certo Tarlao) con molta iniziativa e con le sole sue forze fece di Rigolato «il fiore della Carnia», così era chiamato. Anche i cartelli all’inizio e fine del paese portavano questa dicitura. Fece degli spot pubblicitari, ogni due o tre paracarri e sui muretti che costeggiavano la strada mise delle casette di fiori. Lanciò il concorso balcone fiorito, per invogliare la gente del paese ad abbellire le case con dei fiori variopinti. E infatti in quel periodo Rigolato era così bello e colorato che passò nella storia come fiore della Carnia. Per dare movimento anche ai lunghi inverni allestì uno ski-lift su una collina fra Magnanins e Valpicetto, organizzava gare di sci, insomma non c’era di che annoiarsi e i villeggianti erano molto numerosi. Rigolato ad ogni stagione pullulava di gente che portava benessere e vita3.

Nel 1952, in qualità di rappresentante degli albergatori, partecipò a «un viaggio di istruzione ed orientamento in vari cantoni della Svizzera»4. Lo stesso anno pubblicò sul periodico Alpe Carnica un articolo dal titolo Due impressioni agli albergatori carnici5. Nel 1955 la Camera di Commercio di Udine gli rilasciò un «diploma di benemerenza con medaglia di oro ‹per avere dotato lo albergo San Giacomo di Rigolato di un'attrezzatura moderna e confortevole e per avere curato la gestione facendone un centro di attrazione turistica›.6»


Nel periodo asburgico

Quando arrivò a Rigolato Alessandro Tarlao aveva dietro di sé una lunga, e a tratti drammatica, storia, che riusciamo a carpire, a spezzoni, grazie al periodico L’Arena di Pola, ora digitalizzato e consultabile liberamente on-line7.

Era nato nel 1886, a Grado, ottavo tra dodici fratelli, figli di Alessandro (calzolaio, n. 1849 m. 1906) e Teodolinda Rovere, originaria di Umago, che si erano sposati nel 18728.

Nel 1909 fu uno dei soci fondatori - assieme, tra gli altri, a Biagio Marin - della Società Canottieri Ausonia di Grado, «che oltre allo sport curava l'educazione nazionale»9.

Nel 1911, uscito indenne da un processo di natura politica, collegato a un atto dimostrativo, dal sapore irredentistico, ostile alla flotta austriaca ancorata a Grado, ripiegò su Parenzo dove gestì il caffè del Casino Sociale «che era il centro di attività dell'irredentismo istriano ed il gestore doveva perciò essere di provata fede patriottica»10.

Allo scoppio della prima guerra mondiale cercò di trasferirsi in Italia, ma venne catturato e internato.

Avvicinandosi il periodo dell'intervento italiano in collegamento col comm. Zilli di Venezia mi adoperai a procurare passaporti ai giovani che passavano il confine per arruolarsi. L'8 maggio del 1915 fui arrestato nel settore di Cormons mentre tentavo io pure di espatriare. Portato a Trieste forse per l'incuria o la benevolenza del gendarme che mi accompagnava potei tagliare la corda. Fui però nuovamente arrestato a Parenzo e dopo una peregrinazione per le carceri di Via Tigor, il castello di Lubiana e quello di Vienna fui trasferito nel campo di Oberhollabrun (Austria inferiore) dove mi trovai con molti patrioti triestini, istriani, goriziani, che avevano dovuto subire l'internamento11.

Risalgono a quel periodo le tre foto pubblicate in appendice in cui compare frammischiato ai compagni di prigionia, tra i quali anche un giovanissimo Sofronio Pocarini e il compaesano Romano Marocco12. Il suo nome compare nell'elenco de I deportati della Venezia Giulia nella guerra di Liberazione di Ettore Kers, edito nel 1923, dal quale si desume la professione presumibilmente esercitata in quel periodo (pasticciere) e la data del secondo arresto a Parenzo (23 dicembre 1915)13.


Dalla Redenzione alla seconda Guerra Mondiale

Nel dopoguerra tornò di nuovo a Parenzo, dove si sposò con Maria Dobrillovich e dove, nel 1920, nacque il figlio Alessandro junior. Questo secondo soggiorno in Istria si concluse probabilmente poco dopo l'istituzione della Provincia di Pola (1923).

Finita la guerra potei ritornare a Parenzo dove mi sposai con Maria Dobrillovich presi parte a tutte te manifestazioni di esultanza per l'avvenuta redenzione. Fui nominato presidente del comitato per i festeggiamenti dell'annessione. Ma ben presto Parenzo ebbe a subire un'umiliazione per il trasferimento del capoluogo della provincia a Pola. La città perdeva di importanza e dovetti tornarmene a Grado, nel mio paese natio14.

Si ristabilì nuovamente a Parenzo verso la fine degli Anni Trenta, a ridosso dell'entrata in guerra, per costruire il Bagno Savoia, che, aperto nel 1940, operò per sole tre stagioni.

per insistenza dell'allora podestà Bruno Godeas ritornai a Parenzo dove costruii il "Bagno Savoia". Aperto nel 1940 ebbe la possibilità di tre sole stagioni estive però nonostante le difficoltà della guerra ebbe una clientela numerosa. Ho sempre pensato che Parenzo poteva diventare una piccola Abbazia. Venne invece la rovina con la calata degli slavi15.

Nel 1943, dopo l’armistizio, assieme a un folto gruppo di parentini venne arrestato dai partigiani titini e imprigionato a Pisino. Fu l’unico del gruppo a scampare alle foibe16.

Fui arrestato insieme a tanti numerosi patrioti. Dopo alcuni giorni di prigionia al castello di Pisino fui liberato grazie ad un frequentatore del mio bagno che credevo italianissimo e che ritrovai invece capo dei titini. Fui l'unico sopravvissuto, tutti gli altri vennero infoibati. Troppo lungo e doloroso sarebbe rievocare terribili giorni, ma dopo quella tragedia decisi già nell'ottobre del '43 di ritornare con la famiglia a Grado17.

Tornato a Grado fu arrestato e liberato dai partigiani di Terzo e Aquileia.


Nell'Italia repubblicana

Nel dopoguerra, ormai ultrasessantenne, dovette reinventarsi di nuovo, partendo da zero.

Abbandonati casa e lavoro, ora doveva rifarsi nuovamente una vita. Perdute erano anche le «campagne» della moglie parentina18.

In quel contesto maturò la decisione del salto verso le montagne.

Nel 1949 si trasferì in Carnia a Rigolato dove aiutato dalla moglie e dal figlio Sandrin diede un impulso turistico al paese e un'attrezzatura moderna e confortevole all'albergo «San Giacomo». In quell'albergo era felice di accogliere gli esuli Parentini19.

Il San Giacomo occupava una costruzione nuova fiammante, realizzata dai fratelli «Gino e Guido D'Andrea, geniali costruttori edili. La loro ditta [...] lottizzò interi versanti della Costa Azzurra ed a Massa Lubrense, in Campania»20.

A metà degli Anni Cinquanta l'attivismo di Alessandro Tarlao appare travolgente.

Ma Tarlao non ha pace: pensa insistentemente alla funivia che dovrebbe raggiungere i campi di neve, vede sciamare torme di sciatori. Ha fatto infiorare tutti i davanzali delle finestre, tutto il paese è ridipinto e nuovo, ville e pensioni sorgono dappertutto. Ha dallo scorso anno movimentato il soggiorno con le gite trisettimanali che da Rigolato portano al lago di Braies ed al Grossglokner, di modo che con poca spesa tutti i villeggianti possono avere la possibilità di godere delle bellezze della stupenda regione dolomitica. I paesani guardano a lui con rispetto e gratitudine, lo sentono loro guida ed in lui apprezzano le qualità della gente giulia21.

I contatti tra Istria e Rigolato rinfocolati dall'insediamento di personaggi dalle vaste relazioni come Alessandro Tarlao, si rinnovarono imprevedibilmente anche grazie al diffondersi delle Colonie alpine in cui schiere di giovani istriani, tra i quali molti profughi o figli di profughi rifugiati a Trieste e dintorni, soggiornarono in quegli anni.

Ora sulla strada versa Sappada il «San Giacomo» signorile con i suoi ambienti e le luci smorzate accoglie gli affezionati che sempre vi ritornano. Quanti istriani vi hanno ritrovato «l'aria di casa»! Quanti, rosi dalla nostalgia, sono andati lassù a passarvi il Natale ed il Capodanno e seduti intorno al caminetto nella «sala istriana» decorata dagli stemmi delle città giuliane, hanno cantato in coro le antiche canzoni mentre piantato nella neve un grande albero di Natale illuminava la facciata dell'albergo con le sue cento luci22!

Conclusa l’avventura a Rigolato, «se ne ritornò a Grado dove diede vita a un nuovo albergo»23.

Morì nella sua città natale nel 1966.

Lo seguirono la moglie Maria nel 1973 e il figlio Alessandro nel 1986.


Appendice A - L'Arena di Pola

Si trascrivono integralmente i due articoli de L'Arena di Pola utilizzati per il collage di note biografiche composto sopra.

Voleva fare di Parenzo una piccola Abbazia; oggi ha affermato validamente in Carnia la sua intraprendenza d'albergatore.

Lo scorso anno la Camera di Commercio di Udine rilasciava ad Alessandro Tarlao il diploma di benemerenza con medaglia di oro «per avere dotato lo albergo San Giacomo di Rigolato di un'attrezzatura moderna e confortevole e per avere curato la gestione facendone un centro di attrazione turistica».
Chi non conosce il popolare «Sandrin» di Parenzo? Si può ben dire di Parenzo, benchè sia nato ed abbia trascorso la giovinezza a Grado. Giunse a Parenzo nel 1911, dopo avere subito un processo politico, ed assunse la gestione del caffè del Casino Sociale nell'allora Piazza del Consiglio, una delle fucine più ardenti dell'irredentismo istriano.
A Parenzo ritornò dopo la prima guerra mondiale reduce dal campo d'internamento di Oberhollabrun, dove trascorse tre anni insieme alle più belle figure dei patriotti giuliano-dalmati. A Parenzo prese moglie e gli nacque il figlio. Vi ritornò nuovamente nel 1940 per attrezzare modernamente il bagno Savoia, nella incantevole «valletta», facendone un luogo di delizie. Nonostante la guerra, vi accorreva già da molte città italiane una clientela finissima. «Oh — sospira Sandrin — se Parenzo non avesse subito quella disgrazia sarebbe diventata una piccola Abbazia».
L'abbandonò stremato nel 1943, dopo la catastrofe. Era l'unico superstite del folto gruppo degli infoibati, salvato miracolosamente a Pisino. Sulla terrificante vicenda scrisse un diario che fu già pubblicato dall'Arena.
Abbandonati casa e lavoro, ora doveva rifarsi nuovamente una vita. Perdute erano anche le «campagne» della moglie parentina. Nel 1949 si trasferì da Grado nelle valli carniche, a Rigolato. In pochi anni trasformò un paese ancora vergine per il turismo, lo portò all'avanguardia, lo fece diventare il «Fiore della Carnia».
Intelligenza, passione, senso artistico, fertilità di idee, iniziativa e coraggio fanno di lui un «costruttore» nato, lo aiutano nel suo lavoro miracoloso che sa ambientarsi perfettamente e suscita all'intorno consensi ed energie.
Ora sulla strada versa Sappada il «San Giacomo» signorile con i suoi ambienti e le luci smorzate accoglie gli affezionati che sempre vi ritornano. Quanti istriani vi hanno ritrovato «l'aria di casa»! Quanti, rosi dalla nostalgia, sono andati lassù a passarvi il Natale ed il Capodanno e seduti intorno al caminetto nella «sala istriana» decorata dagli stemmi delle città giuliane, hanno cantato in coro le antiche canzoni mentre piantato nella neve un grande albero di Natale illuminava la facciata dell'albergo con le sue cento luci!
Ma Tarlao non ha pace: pensa insistentemente alla funivia che dovrebbe raggiungere i campi di neve, vede sciamare torme di sciatori. Ha fatto infiorare tutti i davanzali delle finestre, tutto il paese è ridipinto e nuovo, ville e pensioni sorgono dappertutto. Ha dallo scorso anno movimentato il soggiorno con le gite trisettimanali che da Rigolato portano al lago di Braies ed al Grossglokner, di modo che con poca spesa tutti i villeggianti possono avere la possibilità di godere delle bellezze della stupenda regione dolomitica.
I paesani guardano a lui con rispetto e gratitudine, lo sentono loro guida ed in lui apprezzano le qualità della gente giulia. A lui anche il nostro compiacimento ed il nostro augurio.

L’Arena di Pola, 1026 (27 giu. 1956), p. 3
Alessandro Tarlao scomparso da pochi mesi fu uno dei nostri. Vogliamo seguire le sue tappe parentine da una sua lettera in cui ci dava notizie biografiche.
Insieme a Biagio Marin e a Olivotto fu a Grado l'animatore della società canottieri «Ausonia», che oltre allo sport curava l'educazione nazionale. In una notte del 1911, in cui la flotta austriaca ancorata nelle acque di Grado festeggiava la fondazione della sezione del «Flottenverein», egli sradicò un'insegna con una grande aquila imperiale. Processato fu assolto per mancanza di prove. «Fu in quella occasione — scrive — che pressato dall'amico Umberto Cuzzi venni a Parenzo a gestire il caffè del Casino Sociale» in piazza del Consiglio, che era il centro di attività dell'irredentismo istriano ed il gestore doveva perciò essere di provata fede patriottica. «Come vecchio ginnasta mi associai subito alla "Forza e Valore" e alla società dei canottieri. Avvicinandosi il periodo dell'intervento italiano in collegamento col comm. Zilli di Venezia mi adoperai a procurare passaporti ai giovani che passavano il confine per arruolarsi. L' 8 maggio del 1915 fui arrestato nel settore di Cormons mentre tentavo io pure di espatriare. Portato a Trieste forse per l'incuria o la benevolenza del gendarme che mi accompagnava potei tagliare la corda. Fui però nuovamente arrestato a Parenzo e dopo una peregrinazione per le carceri di Via Tigor, il castello di Lubiana e quello di Vienna fui trasferito nel campo di Oberhollabrun (Austria inferiore) dove mi trovai con molti patrioti triestini, istriani, goriziani, che avevano dovuto subire l'internamento, (Deve essere stato poi a Mittergrabern). Dei Parentini trovai Zelco, Ghersina, la famiglia Privileggi, Ugo, i Rocco, Mengaziol, Monfalcon, Dari. Vi era anche il padre di Nazario Sauro e dopo il famoso processo venne la madre. Finita la guerra potei ritornare a Parenzo dove mi sposai con Maria Dobrillovich presi parte a tutte te manifestazioni di esultanza per l'avvenuta redenzione. Fui nominato presidente del comitato per i festeggiamenti dell'annessione. Ma ben presto Parenzo ebbe a subire un'umiliazione per il trasferimento del capoluogo della provincia a Pola. La città perdeva di importanza e dovetti tornarmene a Grado, nel mio paese natio».
Dopo alcuni anni di lavoro intenso a Grado nel campo turistico e alberghiero «... per insistenza dell'allora podestà Bruno Godeas ritornai a Parenzo dove costruii il "Bagno Savoia". Aperto nel 1940 ebbe la possibilità di tre sole stagioni estive però nonostante le difficoltà della guerra ebbe una clientela numerosa. Ho sempre pensato che Parenzo poteva diventare una piccola Abbazia. Venne invece la rovina con la calata degli slavi. Fui arrestato insieme a tanti numerosi patrioti. Dopo alcuni giorni di prigionia al castello di Pisino fui liberato grazie ad un frequentatore del mio bagno che credevo italianissimo e che ritrovai invece capo dei titini. Fui l'unico sopravvissuto, tutti gli altri vennero infoibati. Troppo lungo e doloroso sarebbe rievocare terribili giorni, ma dopo quella tragedia decisi già nell'ottobre del '43 di ritornare con la famiglia a Grado».
Fu di nuovo arrestato dai Partigiani di Terzo e di Aquileia e poi liberato. Nel 1949 si trasferì in Carnia a Rigolato dove aiutato dalla moglie e dal figlio Sandrin diede un impulso turistico al paese e un'attrezzatura moderna e confortevole all'albergo «San Giacomo». In quell'albergo era felice di accogliere gli esuli Parentini.
Nel 1955 ebbe dalla Camera di Commercio di Udine il diploma di benemerenza con la medaglia d'oro.
Sentiva però la nostalgia del mare e se ne ritornò a Grado dove diede vita a un nuovo albergo.
Attaccatissimo a Parenzo l'amò sempre con il sentimento di figlio. L'ultimo suo desiderio fu che il Comune di Grado dedicasse una via a Parenzo. Ne aveva avuto la promessa e stava attendendo quando la morte lo colse. Diceva: «Quel giorno verrete tutti!»
F[ranolich].P[ietro].
L’Arena di Pola, 1547 (15 nov. 1966), p. 3

Appendice B - Dal diario di un candidato alla foiba nel castello di Pisino

Il racconto di Alessandro Tarlao sui drammatici avvenimenti da lui vissuti nel settembre del 1943 comparve a puntate — che si ripropongono unificate in questa appendice — su quattro numeri de L'Arena di Pola, tra il 22 marzo e il 19 aprile 1950.

Dallo sfacelo dell'8 settembre la calata degli slavi su Parenzo
Dal diario di un “candidato alla foiba” nel castello di Pisino.
La narrazione che segue è tratta dal diario del sig. Sandrin Tarlao, arrestato nel settembre ‘43 a Parenzo dagli slavi e miracolosamente scampato alla morte. A Parenzo dove gestiva l’albergo Bagni-Savoia aveva avuto occasione di ospitare certo Giuseppe Pilat, che colà si recava a villeggiare. Arrestato e portato a Pisino, trovò il Pilat divenuto caporione partigiano. La conoscenza con questi e le premure usategli quand’era suo cliente non solo lo salvarono, ma gli diedero la possibilità di intervenire più volte in favore dei parentini detenuti.
Alla caduta di Mussolini Parenzo rimase tranquilla. Alcun avvenimento degno di nota si verificò in città. Non ci furono né dimostrazioni né incidenti.
I primi incidenti si ebbero qualche giorno avanti l’8 settembre, quando cioè venne emanato un decreto governativo che ordinava la scarcerazione dei detenuti politici. Nelle carceri di Parenzo ce n’erano circa una decina che inscenarono una dimostrazione. Ad essi si aggiunsero i loro familiari. Il capitano Martini, che non aveva ricevuto disposizioni, era contrario alla scarcerazione. Ma il pretore, dott. D’Alessandro, scarcerò tutti fatta eccezione per un detenuto imputato di reati comuni. Questo venne liberato di prepotenza il 10 settembre dai villici calati dalla campagna, accortisi che ormai in Parenzo non vi era un’autorità funzionante.
Intanto stavano arrivando camion di soldati provenienti dalla Croazia e da altre parti della Jugoslavia. In gran parte indossavano abiti borghesi, ottenuti dai contadini slavi in cambio delle armi. Altri vennero vestiti in borghese a Parenzo dai cittadini. Le armi vennero tutte concentrate nella caserma dei carabinieri e consegnate al maresciallo Petracchi, dal col. Angelo Boraia. Dopo l’armistizio il battaglione si sciolse. Pochi rimasero in caserma, i più, indossati abiti borghesi, cercarono di raggiungere a piedi le loro case. Ma pochi vi arrivarono.
Intanto gli slavi si fecero sentire. Si diffusero voci in città che presto sarebbero scesi ad occuparla. Tra questo si sapeva esservi elementi venuti dalla Jugoslavia ancor prima dell’8 settembre con il compito di fare propaganda anti-italiana e opera di disfattismo.
Ed erano questi che organizzarono l’occupazione della città.
I parentini pensarono bene di costituire un comitato cittadino provvisorio con il compito di provvedere alla tutela dei cittadini. Correva voce in città, diffusa ad arte, che gli slavi erano bene armati ed equipaggiati. Per cui il comitato pensò di venire a trattative, con l’accordo che i due comitati, quello slavo e quello italiano, avrebbero assieme amministrata la città.
Il comitato slavo diede solenne promessa che nessun cittadino avrebbe subito molestie. In seguito a tali accordi il 14 settembre alle 10.30 gli slavi entrarono in città, in due «colonne» di sette persone, armati di vecchie pistole. Procedevano con la pistole spianate. Un gruppo si fermò in riva, l’altro prese possesso della caserma dei carabinieri.
La popolazione assisteva muta e avvilita allo spettacolo. Più tardi dopo l’ingresso in città delle sue colonne… corazzate calarono altri contadini slavi dalla circostante campagna e si armarono con le armi possesso della caserma dei carabinieri.
Venne costituita la guardia popolare. Tra i primi provvedimenti, il sequestro dei due vaporini dell’Istria-Trieste, lo stesso giorno, 14 settembre, in transito per Parenzo e diretto uno a Pola e l’altro a Trieste. I passeggeri vennero fatti sbarcare, dopo di che il comandante della guardia popolare, un popolaro comunista, analfabeta, diede ordine di farli saltare.
Ma dopo insistenze si convinse ch’era più opportuno semplicemente non farli partire. Ordinò pertanto che fossero arenati in un’insenatura vicina.
Continuava intanto la calata in città dei contadini slavi. Vennero pure dei capoccia che presero in mano la direzione del Comune, trascurando il comitato cittadino. Si crearono nuovi uffici, ma non si verificò alcun fatto degno di nota. Così fino alla domenica, quando si ebbero i primi arresti.
Ad uno per volta veniva recapitato l’invito a presentarsi al comando per una firma, per informazioni o altro, con l’assicurazione che sarebbero potuti rientrare immediatamente a casa. Analoghi arresti avvennero nelle frazioni vicine. Qualche singolo soltanto fu rilasciato. Gli altri trattenuti, malgrado l’intervento di Mons. Radossi, Vescovo di Parenzo e Pola. Più tardi saranno trasportati nel castello di Pisino.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 704 (22 mar. 1950), p. 3

Da Parenzo fino a Pisino sulle corriere della morte
Le tragiche vicende dei parentini rivissute attraverso il diario di un "candidato alla foiba”.
È il mattino del 20 settembre. Nella caserma dei carabinieri, dove si è installato il comando partigiano, si trovano già arrestate diverse persone. Il dott. Benedini, direttore dell’Istituto Agrario, Antonio de Vergottini, possidente, i fratelli Maria e Renato Bernardon, commercianti, de Manzolini Armando, impiegato, Nicolò de Vergottini, Bruno Godeas, il segretario comunale cav. Di Tizio, Alessandro Tarlao, albergatore. Tutti sono stati arrestati nello spazio di poche ore.
Verso le nove viene a fare visita agli arrestati il Vescovo Mons. Radossi, cercando di infonder loro coraggio e soprattutto rassegnazione. Alle 11 il sig. Di Tizio viene chiamato fuori dalle stanza e più non rientra. Tutti se ne compiacciono credendo - ingenui - che sia stato liberato e ciò fa sperar bene anche per loro. Gli arrestati vengono ogni tanto visitati dai partigiani. Entrano minacciosi, biechi, con le loro facce da banditi - tutti infatti hanno in precedenza fatto conoscenza con le galere per reati comuni. Guardano i rinchiusi con aria di sfida. Sbattono la porta. Caricano e scaricano le loro pistole rivolte verso i prigionieri. Così continua fino a sera.
Alle dieci vengono informati che dovranno venir trasferiti: un’ora più tardi un gruppo è fatto partire. Tra gli altri vi sono Sandrin Tarlao, Antonio Paoletti con sua moglie Teresa e la cognata, arrestati il giorno avanti, e alcuni di Orsera.
Mentre il gruppo attende di partire, fatto l’appello il dott. Benedini e Godeas Bruno sono rilasciati. Gli altri incolonnati sono portati alla riva davanti la casa Libutti, dove vengono fatti salire su una corriera. Dietro procede un’altra vuota. A Mompaderno anche su questa vengono caricati prigionieri. Il viaggio prosegue. La scorta continua a insultare e minacciare. Passa così una notte d’inferno per tutti. Notte di terrore. Più d’uno immagina quello che gli spetta e si rassegna. Da forte. Il cav. Barbo è uno di questi, raccomanda agli amici: «se qualcuno di voi avrà la ventura di sopravvivere dica ai miei familiari che io sono morto serenamente».
Alle quattro del mattino la corriera arriva a Pisino. La signora Teresa Paoletti e le sorelle Dellapicca vengono fatte scendere alla caserma dei partigiani. Gli altri proseguono fino alle carceri, dove sono rinchiusi, in 48 in un’unica cella di pochi metri quadrati, priva di aria e di luce. Gli insetti, di ogni specie, abbondano. Per dormire devono accumularsi gli uni sugli altri. In piedi stanno appena, appena senza toccarsi. Manca l’aria ma non la puzza che il bugliolo emana.
Ai 24 di settembre i tedeschi bombardano Pisino. Bombe cadono nelle vicinanze, il vecchio edificio ad ogni scoppio traballa tutto. Ma le porte non si aprono. I carcerieri sono scappati, i prigionieri sono soli. La confusione è immensa. I partigiani dalle alture sparano contro gli aerei con pistole, moschetti e fucili da caccia. Poi ritorna il silenzio.
Uno dei capi partigiani, certo Pilat, in un improvviso slancio di umanità dispone perché i prigionieri delle carceri vengano trasferiti nel castello di Montecuccoli che con le sue grosse e centenarie mura offre maggior riparo dalle bombe.
PARTE SECONDA
Nell’ampio castello la situazione dal lato... logistico è migliorata. L’acqua è più abbondante e l’ora d’aria dà la possibilità di sgranchire le gambe.
I parentini hanno a loro disposizione una biblioteca. Sono stati infatti rinchiusi nell’archivio dell’antico capitanato distrettuale. Per trascorre il tempo leggono i vecchi atti ed i vecchi processi. Trovano in queste navate le gesta degli antenati e dei processi dei loro attuali aguzzini. Tutti avanzi di galera e figli di delinquenti. Molti di cui sono stati difesi dall’avv. Tomaso de Vergottini. Suo figlio Antonio rinchiuso in quella stanza lo apprende leggendo gli atti.
Dopo una settimana giunge a Pisino Anna Maria Barbo portando pacchi per i detenuti, notizie, saluti. In tanta tristezza finalmente un attimo di gioia.
Il 29 settembre viene a Pisino il Vescovo Radossi. Non gli permettono di parlare con gli arrestati, può solo mandar loro sigarette. Saperlo vicino infonde nei cuori atterriti e trepidanti un po’ di serenità e fiduciosa speranza. Ma poco varrà la sua parola su quelle bestie pregne di odio e sitibonde di sangue.
Il 2 ottobre alcune signore di Parenzo vengono a far visita ai loro cari. Sono le mogli di de Vergottini Nicolò, del maestro Cragno, di Sandrin Tarlao. Il colloquio che si svolge in una ex cucina del castello, dura una decina di minuti. Poi il distacco. Per i primi due sarà definitivo. Presagiscono forse esser quello l’ultimo saluto. Alle 13.30 un lontano ronzio richiama la attenzione di tutti. Aumenta sempre più. Diventa rombo. Rombo di motori. Sono aeroplani. Poco dopo cadono le prime bombe. Il bombardamento dura a lungo. Sembra eterno. Poi il silenzio. Un silenzio di morte.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 705 (29 mar. 1950), p. 3

Gli infoibati parentini
Si sentono quasi i battiti accelerati dei cuori degli arrestati che sanno le loro mogli a Pisino. Dopo due ore il Tarlao vede attraverso l’inferriate della cella, fuori del castello sua moglie. Le manda a dire che se ne ritorni a Parenzo con le signore de Vergottini e Cragno.
Era una pietosa menzogna. La signora de Vergottini rimasta sepolta sotto le macerie era morta, e la signora Cragno gravemente ferita. Giunta in carcere la notizia, una sola è la parola d’ordine: non farla sapere a Cragno e a de Vergottini. E non la sapranno mai. De Vergottini morirà assassinato dai partigiani slavi tranquillo per i suoi due bambini affidati alla mamma. Poveri bambini. Quando la mamma ttendeva nella piazza di Parenzo un mezzo che la portasse a Pisino, non volevano lasciarla partire. Né volevano staccarsi da lei. Undici ore attese nella via la povera signora che qualche camion le offrisse un passaggio. E undici ore i bambini rimasero vicini alla mamma, che li mandava inutilmente a casa.
È la domenica mattina del 3 ottobre.
Radio carcere trasmette che è prossimo il ritorno a casa dei parentini. In serata. Al più tardi la mattina dopo. La gioia e la speranza rianimano i cuori dei miseri. Desta un po’ di meraviglia il fatto che mai nessuno è stato interrogato. Tutti sanno chi sono gli arrestati. La loro vita è stata sempre retta e onesta.
Passa intanto il pomeriggio, lentamente nell’attesa. Tutti pensano a casa, ai loro cari. Alla felicità dell’abbraccio. Alle 21.30 la porta della camerata viene aperta e si fa avanti un partigiano. Legge, al lume di una lampadina tascabile, dei nomi e chiama: l’ing. Alberto Privileggi per primo, seguono poi de Vergottini Nicolò, Rocco Manlio, Rocco Umberto, Cersiach Giusto, Biagini Giacomo, Decastello Gaetano, Depase Domenico, Mengaziol Marcello, (Celin), Tami Nicolò, Bernardon Renato, Machin Giusto, Signorini Vittorio, Dellapicca Giovanna, Paoletti Teresa, Codan Rodolfo, Rodella Giovanni, Cleva Giovanni, Bon Luigi, Draghicchio Silvio, Castro Francesco, Chiarandini Giuseppe, Bronzini Umberto, Bronzini Vittorio, Chersich Mario. Sono poi chiamati Boni Francesco e Mattossovich Giovanni di S. Lorenzo. I chiamati escono uno ad uno. Salutano gli altri, e pare quasi vogliano consolarli. Rassicurarli che verrà anche la loro volta. Tra i non chiamati vi è Paoletti Antonio che insiste per essere incluso nel gruppo. Chiede, prega, implora di poter partire con gli altri, tra i quali vi è sua moglie Teresa. Dice che ha il diritto di rimanere assieme a sua moglie «anche se deve andare alla fucilazione». Fucilazione! Il cuore di tutti a questa parola si agghiaccia. Anche a quelli che invidiavano i partenti appare chiaro il motivo della partenza.
Non partono verso la libertà, verso la vita ma verso la morte.
Le proteste del Paoletti sono inutili. Non gli viene concesso quanto chiede. Deve rimanere. Non è ancora il suo turno. Attraverso la finestra della cella sente la voce della sua compagna. È giù in cortile, la chiama, disperatamente la chiama. Ma ella non risponde. «Teresina. Teresina - invoca il povero Paoletti - non sai che questi sono momenti in cui oggi ci si vede e domani forse non più... rispondimi...». Nessuno risponde. E mai più sentirà la sua voce.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 706-707 (5 apr. 1950), p. 4

Dopo estenuanti alternative sopraggiunge l'ora fatale
Ultima puntata sulla tragedia dei parentini.
La pesante porta sbattuta dal carceriere si chiude con un tonfo sordo. Sono rimasti in dodici: Tarlao, Grego Carlo, de Vergottini Antonio, Cragno Leone, Paoletti Antonio, Galli Beno, Sivilotti Adelchi, Farinati Antonio, Benci Marco, Bernardon Mario, de Manzolini Armando ed il colonnello Baraia. Si guardano l’un l’altro. Sembrano chiedersi che sarà di noi? Chi avrà più fortuna noi o i partenti? «Nessuno» perché le foibe li aspettano. Sentono che un motore s’avvia, deve essere la corriera, poi un altro, poi un terzo, dev’essere una moto. Tutti ascoltano il rombo. Vanno verso Parenzo? NO! La direzione è un’altra. Ogni speranza muore. Ritornano i carcerieri e la porta si riapre. È finita anche per noi, pensano i rimasti. Invece no, non ancora! Entra nella cella il capo-partigiano Pilat ed annuncia che la mattina seguente, tutti partiranno per Parenzo. A piedi perché mancano i mezzi di trasporto. Dice a Tarlao, eletto dagli altri copogruppo, che gli consegnerà un lasciapassare personale e uno cumulativo per il gruppo. Arrivati a Parenzo dovranno presentarsi a quel comando, dopo di che saranno lasciati liberi. Qualcuno, che ben conosce gli slavi, dubita ancora. Ma la speranza rinasce, specie in quanto al cav. Barbo è stato concesso di andare dal fratello farmacista a Pisino per riportargli il materasso avuto in prestito al momento dell’arrivo in carcere. Il Barbo esce dal carcere e poi rientra. Vuole ritornare a Parenzo assieme ai compagni di cella. Invece andrà con loro alla morte. Passa così un’altra notte. Al mattino alle 8 ritorna il Pilat e dà ordine di prendere il bagaglio e scendere in cortile. Sulla porta della cella non vi è più la sentinella. I dodici escono nel cortile. Ma al Pilat si avvicinano due altri partigiani. I tre discutono animatamente. I liberandi se ne stanno ansiosi, cercano di capire qualcosa, ma non afferrano una parola. Sentono però che c’è qualcosa che non va. Infatti si avvicina loro il Pilat e dice che per un contrordine la partenza è sospesa. Devono ritornare in cella. Può andar via soltanto il Tarlao che ha un lasciapassare personale. Questi che conosce il Pilat, da quando usava villeggiare a Parenzo nel suo albergo, gli chiede di fare qualcosa per gli altri, di farli partire come già disposto. Il partigiano promette d’interessarsi, ma poco tempo dopo ritorna e dice che nulla si può fare. Consiglia al Tarlao di andarsene quanto prima, ogni ritardo può essere fatale.
Abbracciati i compagni di prigionia egli se ne parte verso casa. Gli altri lo seguono col pensiero e sperano, sperano ancora di poter fare altrettanto. Vana speranza. Il contrordine, se poi è stato tale e non una finta non si può dirlo, è stato loro fatale. Ormai non la libertà li aspetta, ma la morte.
Saranno caricati anch’essi sulla lugubre corriera e portati via. Accoglierà l’oscura foiba i loro martoriati corpi. Mentre Dio accoglierà vicino le loro anime, purificate dal martirio in nome della Patria.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 708 (19 apr. 1950), p. 5

Appedice C - Immagini

Mittergrabern - Gruppo di internati
C.1 - Gruppo d'internati a Mittergrabern
(da ERVINO POCAR, Mio fratello Sofronio, Cassa di Risparmio di Gorizia, Gorizia, 1976, p. 68)
Mittergrabern 29.7.1916 – Gruppo di internati
C.2 - Il plotone 1° della baracca 4: accampamento internati: Mittergrabern 29 luglio 1916; foto dell’ing. Vittorio Privileggi
(Fototeca CMSA Trieste, FG Ritratti 817)
Mittergrabern - Gruppo di internati della baracca numero 4
C.3 - Ricordo di un anno otto mesi e nove giorni di internamento: Mittergrabern baracca n. 4
(Fototeca CMSA Trieste, FG Ritratti 823)
La tomba di Alessandro Tarlao
C.4 - La tomba di Alessandro Tarlao, della moglie Maria Dobrillovich e di Alessandro junior nel cimitero di Grado
Panoramica sull'Albergo San Giacomo
C.5 - Panoramica sull'Albergo San Giacomo
(cartolina spedita nel 1953)
L'Albergo San Giacomo nuovo fiammante
C.6 - L'Albergo San Giacomo nuovo fiammante, ancora privo di insegna luminosa. In primo piano la strada non asfaltata (foto U. Candoni - Gestione A. Tarlao)
Albergo San Giacomo - particolare con vista sul retro
C.7 - Albergo San Giacomo - particolare con vista sul retro
(foto U. Candoni, gestione A. Tarlao, cartolina spedita nel 1950)



Albergo San Giacono - particolare con vista sulla terrazza
C.8 - Albergo San Giacono - particolare
(foto U. Candoni - Gestione A. Tarlao)
Albergo San Giacomo in versione invernale
C.9 - Albergo San Giacomo in versione invernale (cartolina spedita nel 1952)
Albergo San Giacomo - particolare
C.10 - Albergo San Giacomo, particolare



Albergo San Giacomo - vista sul retro e sul parcheggio
C.11 - Albergo San Giacomo con vista sul retro e sul parcheggio (cartolina spedita nel 1952)
La stessa foto compare a pagina 6 del primo numero di Friuli nel Mondo (novembre/dicembre 1952) con questa didascalia: «L'Albergo San Giacomo, in armonioso stile provenzale che arieggia le linee delle antiche case carniche è sorto sopra il vecchio focolare della famiglia di Gino D'Andrea e prende nome dal padre del costruttore e dal Santo Patrono della chiesa del paese. (Foto U. Candoni)»
Albergo San Giacomo - interno
C.12 - Albergo San Giacomo, interno
(foto U. Candoni, gestione A. Tarlao)
Albergo San Giacomo - focolare carnico
C.13 - Albergo San Giacomo, focolare canrico
(cartolina spedita nel 1961)
Albergo San Giacomo - interno
C.14 - Albergo San Giacomo, interno
(cartolina spedita nel 1959)

  1. Nel San Giacomo di Rigolato l’operosità di Alessandro Tarlao. Voleva fare di Parenzo una piccola Abbazia; oggi ha affermato validamente in Carnia la sua intraprendenza d’albergatore, in L’Arena di Pola, 1026 (27 giu. 1956), p. 3

  2. Ibidem

  3. Danila POCHERO, Tra il Talm e il Neval. Una mamma racconta, Centro culturale d’informazione sociale Voce della Montagna, Tarvisio, 2002, p. 31. 

  4. Romano MARCHETTI, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel '900 italiano, a cura di Laura Matelda PUPPINI, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione - Kappa Vu, Udine, 2013, p. 233. 

  5. Ivi, pp. 238-239. 

  6. Nel San Giacomo di Rigolato l’operosità..., cit., p. 3. 

  7. Il tutto per merito dell'Associazione Libero Comune di Pola in esilio. Il sito web è raggiungibile all'indirizzo http://arenadipola.com/

  8. Bruno M. SCARAMUZZA , Graisani. Nomi, soprannomi, genealogie gradesi, Edizioni della laguna, Mariano del Friuli, 2001, p. 403. I Tarlao sono una delle più antiche casate graisane – si vedano Ivi, pp. 113-114, 402-404 e Bruno M. SCARAMUZZA, Graisani. Genealogie gradesi e album fotografico, vol. II, Edizioni della laguna, Mariano del Friuli, 2003, p. 147. 

  9. Pietro FRANOLICH, Il diario di Tarlao. Un precursore dello sviluppo turistico, in L'Arena di Pola, 1547 (15 nov. 1966), p. 3. Si veda inoltre l'articolo di Ennio Pasta LUGNAN L'Ausonia di Grado - Società Remiera, in cui è pubblicata una copia del Processo verbale della seduta costitutiva della Società Canottieri "Ausonia" di Grado, tenutasi addì 1 novembre 1909 alle ore 17 . Con riguardo a questo periodo sono state pubblicate alcune fotografie che lo ritraggono. Due, datate 4.9.1912, riportate in Bruno M. SCARAMUZZA, Graisani. Nomi, soprannomi, genealogie gradesi p. 495, lo mostrano in tenuta sportiva della Società Canottieri Ausonia; lo si scorge anche in un'altra foto di gruppo, risalente al 14.8.1912, pubblicata sempre nello stesso volume a p. 496, e, infine, in una foto, risalente al 1910, pubblicata in Bruno M. SCARAMUZZA, Graisani. Genealogie gradesi e album fotografico p. 213, che lo coglie seduto al caffè con tre amici. 

  10. Pietro FRANOLICH, Il diario di Tarlao. Un precursore..., cit., p. 3. 

  11. Ibidem

  12. Una bella foto di gruppo è stata pubblicata in Ervino POCAR, Mio fratello Sofronio, Cassa di Risparmio di Gorizia, Gorizia, 1976, p. 68; dalle altre due, scaricate dal sito della Fototeca dei Civici musei di storia ed arte di Trieste, apprendiamo che, almeno per un periodo, occupava la baracca n. 4. Sul campo di Mittergrabern si rinvia al racconto di Francesco BARONI, Memorie di un internato triestino (due anni a Mittergrabern). Storia di martiri e d’ignorati eroi nella Grande Guerra 1915-1918, Società anonima editrice Dante Alighieri, Milano - Genova - Roma - Napoli, 1939 (che a pagina 79 non manca di elencare Alessandro Tarlao), oltre che ai diari di Sofronio Pocarini e al ricordo di Sandro Rizzatti pubblicati in Ervino POCAR, Mio fratello Sofronio, cit., pp. 34-68, 328. 

  13. L'Arena di Pola pubblicò a puntate l'elenco dei deportati istriani estraendolo da Ettore KERS, I deportati della Venezia Giulia nella Guerra di Liberazione: storia, aneddoti, documenti, R. Caddeo, Milano, 1923; per Alessandro Tarlao si veda «I deportati nel 1915-18», in L’Arena di Pola, n. 2269 (11 dic. 1982), p. 4

  14. Pietro FRANOLICH, Il diario di Tarlao. Un precursore..., cit., p. 3. 

  15. Ibidem

  16. L'elenco degli infoibati parentini pubblicato il 22.3.1950 sul numero 704 de L'Arena di Pola, si compone 65 nominativi: - 44 residenti a Parenzo, - 10 a Torre, - 8 a Villa Nova e - 3 ad Abrega. 

  17. Pietro FRANOLICH, Il diario di Tarlao. Un precursore..., cit., p. 3. 

  18. Nel San Giacomo di Rigolato l’operosità..., cit., p. 3. 

  19. Pietro FRANOLICH, Il diario di Tarlao. Un precursore..., cit., p. 3. 

  20. Dal sito web del Comune di Rigolato. Danila Pochero così li ricorda: «Questi due fratelli avevano l'arte di costruire case dalla struttura un po' particolare, tipo l'albergo S. Giacomo a Rigolato, anche'esso fatto da loro. Si trasferirono da Rigolato a Udine e poi dopo alcuni anni a Sorrento per costruire ville in un appezzamento di una signora di loro conoscenza, facendone un villaggio dal nome Riviera S. Montano. Oggi (gli uomini non ci sono più) la mamma Rina e una figlia, Dorina, sono le custodi di queste ville, acquistate o affittate da signorotti di tutte le nazionalità.», Danila POCHERO, Tra il Talm e il Neval..., cit., p. 53. 

  21. Nel San Giacomo di Rigolato l’operosità..., cit., p. 3. 

  22. Pietro FRANOLICH, Il diario di Tarlao. Un precursore..., cit., p. 3. 

  23. Ibidem

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