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Appendice B - Dal diario di un candidato alla foiba nel castello di Pisino

Il racconto di Alessandro Tarlao sui drammatici avvenimenti da lui vissuti nel settembre del 1943 comparve a puntate — che si ripropongono unificate in questa appendice — su quattro numeri de L'Arena di Pola, tra il 22 marzo e il 19 aprile 1950.

Dallo sfacelo dell'8 settembre la calata degli slavi su Parenzo
Dal diario di un “candidato alla foiba” nel castello di Pisino.
La narrazione che segue è tratta dal diario del sig. Sandrin Tarlao, arrestato nel settembre ‘43 a Parenzo dagli slavi e miracolosamente scampato alla morte. A Parenzo dove gestiva l’albergo Bagni-Savoia aveva avuto occasione di ospitare certo Giuseppe Pilat, che colà si recava a villeggiare. Arrestato e portato a Pisino, trovò il Pilat divenuto caporione partigiano. La conoscenza con questi e le premure usategli quand’era suo cliente non solo lo salvarono, ma gli diedero la possibilità di intervenire più volte in favore dei parentini detenuti.
Alla caduta di Mussolini Parenzo rimase tranquilla. Alcun avvenimento degno di nota si verificò in città. Non ci furono né dimostrazioni né incidenti.
I primi incidenti si ebbero qualche giorno avanti l’8 settembre, quando cioè venne emanato un decreto governativo che ordinava la scarcerazione dei detenuti politici. Nelle carceri di Parenzo ce n’erano circa una decina che inscenarono una dimostrazione. Ad essi si aggiunsero i loro familiari. Il capitano Martini, che non aveva ricevuto disposizioni, era contrario alla scarcerazione. Ma il pretore, dott. D’Alessandro, scarcerò tutti fatta eccezione per un detenuto imputato di reati comuni. Questo venne liberato di prepotenza il 10 settembre dai villici calati dalla campagna, accortisi che ormai in Parenzo non vi era un’autorità funzionante.
Intanto stavano arrivando camion di soldati provenienti dalla Croazia e da altre parti della Jugoslavia. In gran parte indossavano abiti borghesi, ottenuti dai contadini slavi in cambio delle armi. Altri vennero vestiti in borghese a Parenzo dai cittadini. Le armi vennero tutte concentrate nella caserma dei carabinieri e consegnate al maresciallo Petracchi, dal col. Angelo Boraia. Dopo l’armistizio il battaglione si sciolse. Pochi rimasero in caserma, i più, indossati abiti borghesi, cercarono di raggiungere a piedi le loro case. Ma pochi vi arrivarono.
Intanto gli slavi si fecero sentire. Si diffusero voci in città che presto sarebbero scesi ad occuparla. Tra questo si sapeva esservi elementi venuti dalla Jugoslavia ancor prima dell’8 settembre con il compito di fare propaganda anti-italiana e opera di disfattismo.
Ed erano questi che organizzarono l’occupazione della città.
I parentini pensarono bene di costituire un comitato cittadino provvisorio con il compito di provvedere alla tutela dei cittadini. Correva voce in città, diffusa ad arte, che gli slavi erano bene armati ed equipaggiati. Per cui il comitato pensò di venire a trattative, con l’accordo che i due comitati, quello slavo e quello italiano, avrebbero assieme amministrata la città.
Il comitato slavo diede solenne promessa che nessun cittadino avrebbe subito molestie. In seguito a tali accordi il 14 settembre alle 10.30 gli slavi entrarono in città, in due «colonne» di sette persone, armati di vecchie pistole. Procedevano con la pistole spianate. Un gruppo si fermò in riva, l’altro prese possesso della caserma dei carabinieri.
La popolazione assisteva muta e avvilita allo spettacolo. Più tardi dopo l’ingresso in città delle sue colonne… corazzate calarono altri contadini slavi dalla circostante campagna e si armarono con le armi possesso della caserma dei carabinieri.
Venne costituita la guardia popolare. Tra i primi provvedimenti, il sequestro dei due vaporini dell’Istria-Trieste, lo stesso giorno, 14 settembre, in transito per Parenzo e diretto uno a Pola e l’altro a Trieste. I passeggeri vennero fatti sbarcare, dopo di che il comandante della guardia popolare, un popolaro comunista, analfabeta, diede ordine di farli saltare.
Ma dopo insistenze si convinse ch’era più opportuno semplicemente non farli partire. Ordinò pertanto che fossero arenati in un’insenatura vicina.
Continuava intanto la calata in città dei contadini slavi. Vennero pure dei capoccia che presero in mano la direzione del Comune, trascurando il comitato cittadino. Si crearono nuovi uffici, ma non si verificò alcun fatto degno di nota. Così fino alla domenica, quando si ebbero i primi arresti.
Ad uno per volta veniva recapitato l’invito a presentarsi al comando per una firma, per informazioni o altro, con l’assicurazione che sarebbero potuti rientrare immediatamente a casa. Analoghi arresti avvennero nelle frazioni vicine. Qualche singolo soltanto fu rilasciato. Gli altri trattenuti, malgrado l’intervento di Mons. Radossi, Vescovo di Parenzo e Pola. Più tardi saranno trasportati nel castello di Pisino.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 704 (22 mar. 1950), p. 3

Da Parenzo fino a Pisino sulle corriere della morte
Le tragiche vicende dei parentini rivissute attraverso il diario di un "candidato alla foiba”.
È il mattino del 20 settembre. Nella caserma dei carabinieri, dove si è installato il comando partigiano, si trovano già arrestate diverse persone. Il dott. Benedini, direttore dell’Istituto Agrario, Antonio de Vergottini, possidente, i fratelli Maria e Renato Bernardon, commercianti, de Manzolini Armando, impiegato, Nicolò de Vergottini, Bruno Godeas, il segretario comunale cav. Di Tizio, Alessandro Tarlao, albergatore. Tutti sono stati arrestati nello spazio di poche ore.
Verso le nove viene a fare visita agli arrestati il Vescovo Mons. Radossi, cercando di infonder loro coraggio e soprattutto rassegnazione. Alle 11 il sig. Di Tizio viene chiamato fuori dalle stanza e più non rientra. Tutti se ne compiacciono credendo - ingenui - che sia stato liberato e ciò fa sperar bene anche per loro. Gli arrestati vengono ogni tanto visitati dai partigiani. Entrano minacciosi, biechi, con le loro facce da banditi - tutti infatti hanno in precedenza fatto conoscenza con le galere per reati comuni. Guardano i rinchiusi con aria di sfida. Sbattono la porta. Caricano e scaricano le loro pistole rivolte verso i prigionieri. Così continua fino a sera.
Alle dieci vengono informati che dovranno venir trasferiti: un’ora più tardi un gruppo è fatto partire. Tra gli altri vi sono Sandrin Tarlao, Antonio Paoletti con sua moglie Teresa e la cognata, arrestati il giorno avanti, e alcuni di Orsera.
Mentre il gruppo attende di partire, fatto l’appello il dott. Benedini e Godeas Bruno sono rilasciati. Gli altri incolonnati sono portati alla riva davanti la casa Libutti, dove vengono fatti salire su una corriera. Dietro procede un’altra vuota. A Mompaderno anche su questa vengono caricati prigionieri. Il viaggio prosegue. La scorta continua a insultare e minacciare. Passa così una notte d’inferno per tutti. Notte di terrore. Più d’uno immagina quello che gli spetta e si rassegna. Da forte. Il cav. Barbo è uno di questi, raccomanda agli amici: «se qualcuno di voi avrà la ventura di sopravvivere dica ai miei familiari che io sono morto serenamente».
Alle quattro del mattino la corriera arriva a Pisino. La signora Teresa Paoletti e le sorelle Dellapicca vengono fatte scendere alla caserma dei partigiani. Gli altri proseguono fino alle carceri, dove sono rinchiusi, in 48 in un’unica cella di pochi metri quadrati, priva di aria e di luce. Gli insetti, di ogni specie, abbondano. Per dormire devono accumularsi gli uni sugli altri. In piedi stanno appena, appena senza toccarsi. Manca l’aria ma non la puzza che il bugliolo emana.
Ai 24 di settembre i tedeschi bombardano Pisino. Bombe cadono nelle vicinanze, il vecchio edificio ad ogni scoppio traballa tutto. Ma le porte non si aprono. I carcerieri sono scappati, i prigionieri sono soli. La confusione è immensa. I partigiani dalle alture sparano contro gli aerei con pistole, moschetti e fucili da caccia. Poi ritorna il silenzio.
Uno dei capi partigiani, certo Pilat, in un improvviso slancio di umanità dispone perché i prigionieri delle carceri vengano trasferiti nel castello di Montecuccoli che con le sue grosse e centenarie mura offre maggior riparo dalle bombe.
PARTE SECONDA
Nell’ampio castello la situazione dal lato... logistico è migliorata. L’acqua è più abbondante e l’ora d’aria dà la possibilità di sgranchire le gambe.
I parentini hanno a loro disposizione una biblioteca. Sono stati infatti rinchiusi nell’archivio dell’antico capitanato distrettuale. Per trascorre il tempo leggono i vecchi atti ed i vecchi processi. Trovano in queste navate le gesta degli antenati e dei processi dei loro attuali aguzzini. Tutti avanzi di galera e figli di delinquenti. Molti di cui sono stati difesi dall’avv. Tomaso de Vergottini. Suo figlio Antonio rinchiuso in quella stanza lo apprende leggendo gli atti.
Dopo una settimana giunge a Pisino Anna Maria Barbo portando pacchi per i detenuti, notizie, saluti. In tanta tristezza finalmente un attimo di gioia.
Il 29 settembre viene a Pisino il Vescovo Radossi. Non gli permettono di parlare con gli arrestati, può solo mandar loro sigarette. Saperlo vicino infonde nei cuori atterriti e trepidanti un po’ di serenità e fiduciosa speranza. Ma poco varrà la sua parola su quelle bestie pregne di odio e sitibonde di sangue.
Il 2 ottobre alcune signore di Parenzo vengono a far visita ai loro cari. Sono le mogli di de Vergottini Nicolò, del maestro Cragno, di Sandrin Tarlao. Il colloquio che si svolge in una ex cucina del castello, dura una decina di minuti. Poi il distacco. Per i primi due sarà definitivo. Presagiscono forse esser quello l’ultimo saluto. Alle 13.30 un lontano ronzio richiama la attenzione di tutti. Aumenta sempre più. Diventa rombo. Rombo di motori. Sono aeroplani. Poco dopo cadono le prime bombe. Il bombardamento dura a lungo. Sembra eterno. Poi il silenzio. Un silenzio di morte.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 705 (29 mar. 1950), p. 3

Gli infoibati parentini
Si sentono quasi i battiti accelerati dei cuori degli arrestati che sanno le loro mogli a Pisino. Dopo due ore il Tarlao vede attraverso l’inferriate della cella, fuori del castello sua moglie. Le manda a dire che se ne ritorni a Parenzo con le signore de Vergottini e Cragno.
Era una pietosa menzogna. La signora de Vergottini rimasta sepolta sotto le macerie era morta, e la signora Cragno gravemente ferita. Giunta in carcere la notizia, una sola è la parola d’ordine: non farla sapere a Cragno e a de Vergottini. E non la sapranno mai. De Vergottini morirà assassinato dai partigiani slavi tranquillo per i suoi due bambini affidati alla mamma. Poveri bambini. Quando la mamma ttendeva nella piazza di Parenzo un mezzo che la portasse a Pisino, non volevano lasciarla partire. Né volevano staccarsi da lei. Undici ore attese nella via la povera signora che qualche camion le offrisse un passaggio. E undici ore i bambini rimasero vicini alla mamma, che li mandava inutilmente a casa.
È la domenica mattina del 3 ottobre.
Radio carcere trasmette che è prossimo il ritorno a casa dei parentini. In serata. Al più tardi la mattina dopo. La gioia e la speranza rianimano i cuori dei miseri. Desta un po’ di meraviglia il fatto che mai nessuno è stato interrogato. Tutti sanno chi sono gli arrestati. La loro vita è stata sempre retta e onesta.
Passa intanto il pomeriggio, lentamente nell’attesa. Tutti pensano a casa, ai loro cari. Alla felicità dell’abbraccio. Alle 21.30 la porta della camerata viene aperta e si fa avanti un partigiano. Legge, al lume di una lampadina tascabile, dei nomi e chiama: l’ing. Alberto Privileggi per primo, seguono poi de Vergottini Nicolò, Rocco Manlio, Rocco Umberto, Cersiach Giusto, Biagini Giacomo, Decastello Gaetano, Depase Domenico, Mengaziol Marcello, (Celin), Tami Nicolò, Bernardon Renato, Machin Giusto, Signorini Vittorio, Dellapicca Giovanna, Paoletti Teresa, Codan Rodolfo, Rodella Giovanni, Cleva Giovanni, Bon Luigi, Draghicchio Silvio, Castro Francesco, Chiarandini Giuseppe, Bronzini Umberto, Bronzini Vittorio, Chersich Mario. Sono poi chiamati Boni Francesco e Mattossovich Giovanni di S. Lorenzo. I chiamati escono uno ad uno. Salutano gli altri, e pare quasi vogliano consolarli. Rassicurarli che verrà anche la loro volta. Tra i non chiamati vi è Paoletti Antonio che insiste per essere incluso nel gruppo. Chiede, prega, implora di poter partire con gli altri, tra i quali vi è sua moglie Teresa. Dice che ha il diritto di rimanere assieme a sua moglie «anche se deve andare alla fucilazione». Fucilazione! Il cuore di tutti a questa parola si agghiaccia. Anche a quelli che invidiavano i partenti appare chiaro il motivo della partenza.
Non partono verso la libertà, verso la vita ma verso la morte.
Le proteste del Paoletti sono inutili. Non gli viene concesso quanto chiede. Deve rimanere. Non è ancora il suo turno. Attraverso la finestra della cella sente la voce della sua compagna. È giù in cortile, la chiama, disperatamente la chiama. Ma ella non risponde. «Teresina. Teresina - invoca il povero Paoletti - non sai che questi sono momenti in cui oggi ci si vede e domani forse non più... rispondimi...». Nessuno risponde. E mai più sentirà la sua voce.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 706-707 (5 apr. 1950), p. 4

Dopo estenuanti alternative sopraggiunge l'ora fatale
Ultima puntata sulla tragedia dei parentini.
La pesante porta sbattuta dal carceriere si chiude con un tonfo sordo. Sono rimasti in dodici: Tarlao, Grego Carlo, de Vergottini Antonio, Cragno Leone, Paoletti Antonio, Galli Beno, Sivilotti Adelchi, Farinati Antonio, Benci Marco, Bernardon Mario, de Manzolini Armando ed il colonnello Baraia. Si guardano l’un l’altro. Sembrano chiedersi che sarà di noi? Chi avrà più fortuna noi o i partenti? «Nessuno» perché le foibe li aspettano. Sentono che un motore s’avvia, deve essere la corriera, poi un altro, poi un terzo, dev’essere una moto. Tutti ascoltano il rombo. Vanno verso Parenzo? NO! La direzione è un’altra. Ogni speranza muore. Ritornano i carcerieri e la porta si riapre. È finita anche per noi, pensano i rimasti. Invece no, non ancora! Entra nella cella il capo-partigiano Pilat ed annuncia che la mattina seguente, tutti partiranno per Parenzo. A piedi perché mancano i mezzi di trasporto. Dice a Tarlao, eletto dagli altri copogruppo, che gli consegnerà un lasciapassare personale e uno cumulativo per il gruppo. Arrivati a Parenzo dovranno presentarsi a quel comando, dopo di che saranno lasciati liberi. Qualcuno, che ben conosce gli slavi, dubita ancora. Ma la speranza rinasce, specie in quanto al cav. Barbo è stato concesso di andare dal fratello farmacista a Pisino per riportargli il materasso avuto in prestito al momento dell’arrivo in carcere. Il Barbo esce dal carcere e poi rientra. Vuole ritornare a Parenzo assieme ai compagni di cella. Invece andrà con loro alla morte. Passa così un’altra notte. Al mattino alle 8 ritorna il Pilat e dà ordine di prendere il bagaglio e scendere in cortile. Sulla porta della cella non vi è più la sentinella. I dodici escono nel cortile. Ma al Pilat si avvicinano due altri partigiani. I tre discutono animatamente. I liberandi se ne stanno ansiosi, cercano di capire qualcosa, ma non afferrano una parola. Sentono però che c’è qualcosa che non va. Infatti si avvicina loro il Pilat e dice che per un contrordine la partenza è sospesa. Devono ritornare in cella. Può andar via soltanto il Tarlao che ha un lasciapassare personale. Questi che conosce il Pilat, da quando usava villeggiare a Parenzo nel suo albergo, gli chiede di fare qualcosa per gli altri, di farli partire come già disposto. Il partigiano promette d’interessarsi, ma poco tempo dopo ritorna e dice che nulla si può fare. Consiglia al Tarlao di andarsene quanto prima, ogni ritardo può essere fatale.
Abbracciati i compagni di prigionia egli se ne parte verso casa. Gli altri lo seguono col pensiero e sperano, sperano ancora di poter fare altrettanto. Vana speranza. Il contrordine, se poi è stato tale e non una finta non si può dirlo, è stato loro fatale. Ormai non la libertà li aspetta, ma la morte.
Saranno caricati anch’essi sulla lugubre corriera e portati via. Accoglierà l’oscura foiba i loro martoriati corpi. Mentre Dio accoglierà vicino le loro anime, purificate dal martirio in nome della Patria.
Fra Cristoforo
L’Arena di Pola, 708 (19 apr. 1950), p. 5
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