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CAPITOLO PRIMO - CENNI STORICI

I patriarchi di Aquileia che avevano dominio sulla Carnia non vi bandirono alcun bosco; investirono invece l'abbazia di Moggio di quelli esistenti nei Canale del Ferro la quale a sua volta li concesse ai comuni di quel Canale verso perpetue livellazioni. Fu la Repubblica Veneta che per sopperire ai suoi grandi bisogni cominciò ad usare di qualche foresta dapprima con moderazione imponendo sulle medesime una specie di riserva marittima, indi senza limitazioni in modo da provocare lagni e proteste dai comuni che mostravansi insofferenti ed insorgevano contro questi atti riguardandoli come vere spogliazioni. La Repubblica, a tagliar corto, senza riguardo al patto 16 luglio 1420 con cui la Carnia, serbava integri i suoi diritti, statuti e consuetudini, pose mano al diritto di forestare o bandire che spettava fin dall’epoca di Carlo Magno a sovrani, a repubbliche, a municipi, e colla ducale del 1583 bandì i boschi che meglio credette, ossia, in altri termini li fece suoi.

I comuni si lagnarono disconoscendole il diritto di bandire e sostenendo che i boschi erano loro antica proprietà; ma senza risultato, poiché furono ridotti all’obbedienza.

Il Consiglio dei Dieci che aveva nelle sue mani le redini dell’amministrazione forestale, estese ai boschi della Carnia le disposizioni che presiedevano al reggimento delle foreste fissò la rotazione dei tagli, il rimboschimento delle pendici ed alluvioni, li fece confinare e misurare compilandone un catasto od inventario con indicazione numerica di tutte le piante esistenti in ognuno di essi distinte per categorie di essenza, diametro, altezza e comprendendovi tutte quelle di grossezza superiore ai cinque centimetri. Secondo le regole stabilite, ogni taglio successivo veniva registrato nell’inventario medesimo e questo doveva rifarsi ogni vent’anni, rivedendo in tale circostanza i confini e rinnovando ove occorreva la terminazione. Di questi lavori giudiziosi e diligenti una parte è raccolta nell’archivio dei Frari a Venezia, di altra rimane traccia tutto dì fra noi nella confinazione dei boschi fatta con termini ciclopici segnati colla sigla C X (Consiglio dei Dieci) e nei catastici Nani e Mocenigo, per non dire di altri, ricordati sui termini medesimi colle date incise nel 1620 e del 1731, ultimo quello Morassi del 1794.

Gli inventari dei boschi, i catasti e quanto ha attinenza al loro governo ed amministrazione attestano come non v’abbia azienda forestale che per saggezza possa reggere al confronto di quella tenuta dal Consiglio dei Dieci. Esso era in grado di conoscere ad ogni momento e con un semplice sguardo se, quando, ove ed in qual quantità, poteva ricavare i legnami occorrenti al suo arsenale, ch’era considerato il fulcro, il cuore dello stato. Si resta compresi di stupore al vedere come un corpo così ristretto, così carico di mansioni, con così pochi mezzi governasse tutti i boschi della Repubblica, e lo stupore si muta in ammirazione quando si esamini la chiarezza dei concetti, la semplicità dei metodi, la fermezza e costanza dell’azione.

L’Austria che ebbe nel 1798 il territorio della Repubblica nulla innovò. Durante il Regime Italico, succedutole per poco tempo, si diede principio (1811) alla formazione del catasto geometrico parcellare così che venne determinata la figura geometrica e la superficie in misura metrica dei boschi e venne loro attribuito un estimo. In esso verniero considerati senz’ombra di dubbio proprietà dello Stato ed intestati nel sommarione o libro delle partite alla ditta Demanio dello Stato.

A quest’epoca i legnami non affluivano più all’arsenale di Venezia, una parte, la migliore, si vendeva sul luogo di produzione ai commercianti, altra si cedeva ad immigrati dall’altipiano di Asiago che esercitavano piccole industrie forestali e che rimasero tra noi, come le famiglie Tessali, Rigoni, Bonora e quelle che sembrerebbero chiamate per antonomasia Foraboschi, Strazzaboschi ecc.

Dopo la restaurazione del 1815 l’Austria riprese il possesso dei boschi che già si chiamavano comunemente demaniali, li godette indisturbata e li conservò sino al- l’avvento del governo nazionale, eccettuato quello detto Pieltinis in comune di Sauris, che cedette alla famiglia Toscano. Sotto l’amministrazione austriaca i boschi furono tenuti in molto rispetto e rade furono le tagliate per modo che il governo nazionale li trovò densi di piante e di piante mature.

Poco dopo il nostro riscatto bisogni finanziari ed economici di opportunità spinsero il governo a cedere molte foreste; parecchi anche fra noi agognavano al loro acquisto, ma sorse bentosto l’idea, coltivata con intelligenza e con amore, di procurare ai comuni della Carnia il ricupero dei boschi demaniali. Per ventura, mercé lo studio e l’opera di persone intelligenti e sagaci, fra cui va ricordato Giuseppe Giacomelli allora deputato politico del collegio, diciannove comuni si consociarono a questo scopo e si stabilirono relazioni fra di essi ed il governo nazionale: una commissione delegata da quelli, dopo opportune indagini sul valore dei boschi, trattò col governo per il loro acquisto e l’ottenne al prezzo di L. 455.000, - in seguito a che si addivenne al contratto 31 agosto 1874 approvato dalla legge 2 luglio 1875 col quale i 38 boschi demaniali della Carnia, passarono in proprietà dei comuni di Amaro, Ampezzo, Arta, Comeglians, Forni Avoltri, Forni di Sotto, Ligosullo, Ovaro, Mione (ex comune), Paluzza, Prato Carnico, Preone, Ravascletto, Rigolato, Socchieve, Tolmezzo, Treppo Carnico, Verzegnis e Villa Santina. Una commissione provvisoria amministrò il Consorzio sino al 1 gennaio 1879 in cui cominciò a funzionare regolarmente l’amministrazione definitiva giusta lo statuto debitamente approvato.

Sin da quando trattavasi l’acquisto dei boschi, i comuni vagheggiavano di ottenere quelli compresi nei rispettivi territori ed il desiderio di una spartizione del patrimonio fu sempre nutrito, tant’è che all’art. 1° dello statuto è stabilito che la comunione possa sciogliersi nei primi cinque anni successivi al saldo delle somme dovute al governo sulla proposta di almeno dieci comuni e posteriormente anche su quella di uno solo. Il pagamento di saldo al governo avvenne nel 1885 e già nella seduta 11 settembre 1883 l’assemblea dei delegati dei comuni consorziati, discusso l’oggetto della divisione del patrimonio, nominava una commissione con incarico di studiare l’argomento. Questa riferì proponendo per tanto un rilievo sommario dei boschi consorziali, il che venne deliberato in seduta 24 Ottobre 1884. Il rilievo e la stima vennero compiuti da un collegio di periti che riferirono il 10 febbraio 1886, per modo che l’assemblea il 12 dello stesso mese demandò alla commissione speciale l’esame di tali lavori per completare gli studi di cui era incaricata.

La commissione raccolse le sue considerazioni nella relazione 29 luglio 1886, nella quale proponeva lo scioglimento della comunione a mezzo di aste; ma tanto questa forma di divisione come quella per assegno e l’altra ancora per sorteggio furono respinte dall’assemblea consorziale nella seduta 26 febbraio 1887.

In seguito alle risultanze del rilevamento vennero intanto definite alcune controversie riflettenti i confini, altre furono deferite ad arbitri, altre risolte giudizialmente, cosicché negli anni successivi il patrimonio andò man mano integrandosi. L’assemblea dei delegati si occupò di nuovo dello scioglimento del Consorzio nell’adunanza 23 maggio 1890 e questa volta, fatto appello alla concordia, deliberò unanime la divisione dei beni, ritenuti non comodamente divisibili, mediante incanti giusta l'art. 988 del C. C. nei quali al primo non dovevano ammettersi che i comuni consorziati ed incaricò la giunta di provocare l’approvazione della deliberazione da parto dei consigli comunali, dell’autorità tutoria e dell’autorità governativa. Tale deliberazione venne censurata poco dopo in una riunione di sindaci e delegati tenuta l'11 luglio 1890 in Comeglians e dei 19 comuni consorziati, dieci vi aderirono senza restrizioni e nove si pronunciarono contro, infine sopravvenne il decreto reale 12 Luglio 1894 col quale furono revocati tutti i provvedimenti e deliberazioni del Consorzio e dei comuni riferentisi alla divisione mediante pubblici incanti perché contrarii all’art. 19 del contratto 31 agosto 1874 che divieta la alienazione dei boschi sotto qualsiasi forma. In tal modo ogni cosa rimase in sospeso.

Il desiderio della divisione non restò per questo affievolito e ripetutamente essa venne invocata, infatti l’assemblea dei delegati in seduta del 18 Giugno 1895 incaricava il proprio presidente a presentare una petizione al Parlamento nazionale perché con legge speciale venisse abrogato l’art. 19 del contratto d’acquisto, ma con relazione 28 giugno 1896 veniva da speciale commissione informata delle gravi difficoltà che s’opponevano al conseguimento di tale fine e che anche nel migliore dei casi la divisione stessa non si avrebbe potuto raggiungere che dopo parecchi anni. In vista di ciò vennero avanzate proposte di modificazioni allo statuto nel senso di semplificare, concentrare ed economizzare l’amministrazione, ma a tali proposte, in seduta 8 agosto 1896, l’assemblea non fece buon viso insistendo nella petizione al Parlamento nazionale. Nella successiva riunione del 25 agosto 1898 considerando la quasi impossibilità di conseguire l’abrogazione dell’art. 19 del contratto di acquisto deliberò che la divisione avvenga per gare fra i soli comuni consorziati, esclusa ogni aggiudicazione a privati, lo che fu in massima approvato dalla Giunta Provinciale Amministrativa in seduta 22 settembre 1898.

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Scarica questo file (Perizia-di-Stima.pdf)Descrizione e stima dei boschi consorziali carnici[Tipografia Editrice Gio. Batta Ciani, Tolmezzo, 1904]67 Downloads
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