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10.03.1900 - numero 5

Di un odioso intervento negli scioperi

«Tutti avranno potuto osservare che non si è padroni di seguire con attenzione lo svolgimento di uno sciopero di qualche importanza senza battere nella nota antipatica: Operai italiani della tal provincia lavorano sotto la protezione della polizia. Così nel grande sciopero di Amburgo in quello degli stuccatori di Londra, degli scalpellini nelle cave di Ecaussines nel Belgio, ed ora, seconda una notizia pubblicata nell'"Avanti" e nell'"Avvenire del lavoratore" di Trento, nello sciopero dei minatori in Boemia; coll'aggravante in quest'ultimo caso che i krumiri non sarebbero dei poveri disoccupati abbrutiti ed esauriti da mesi di miserie e di sofferenze, ma tutta gente che lavorava alla costruzione di una ferrovia.

A questa nota, che in stile telegrafico rivela tutta l'immensa, l'incommensurabile miseria morale in cui giace e si rivoltola come il porco nel fango una buona parte della classe operaia italiana che viene all'estero in cerca di lavoro e di pane, tutti quelli che nutrono in cuore un po' d'affetto patrio e che sognano un'Italia grande in civiltà non possono fare a meno di sentirsi assaliti da un senso di scoramento indicibile e d'umiliazione profonda.

Ma che proprio si debba sempre essere noi a fare la miserabile figura dei traditori? Che in fondo alle nostre anime non vi sia rimasto neppure un briciolo di sentimento di giustizia, un rimasuglio di dignità, e quasi diremmo di pietà per noi stessi? Che al nostro nome debba proprio andare sempre unita l'odiosa taccia di bravi del capitalismo?

Eppure è così: quest'idea piano piano si fa strada nell'opinione pubblica di tutti gli stati esteri, e in tutte le classi sociali. Alla vecchia leggenda dell'italiano col cappello a punta, le ciocie a piedi ed il trombone fra le mani se ne sostituisce lentamente un'altra non meno antipatica e brutta: quella del mercenario sempre pronto ad offrire le braccia a qualunque prezzo, per quanto meschino, ed a prestare man forte all'oppressore comune nella lotta che in tutto il mondo civile la classe lavoratrice combatte per la sua emancipazione.

Sappiamo già che cosa pensano di noi gli operai pe' quali siamo un specie di bau bau e continuamente oggetto di diffidenza e di sprezzante commiserazione. E chi non ricorda i tristi fatti causati in Isvizzera, in Francia, in America dall'incoscienza de' nostri? Chi non rammenta Marsiglia, Zurigo ed Aigues-Mortes?

Ma neppure nella classi superiori hanno un'opinione migliore di noi. Pochi giorni fa in Friedland e in Ratzeburg avendo gli operai del paese domandato per la nuova stagione un lieve miglioramento nei salari, si sono sentiti rispondere per la stampa: Ordineremo degli italiani».

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