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22.06.1901 - numero 13

I denigratori

«Un gruppo di operai della Carnia che lavorano a Riesa c'inviano il seguente trafiletto con preghiera di pubblicazione:

Ricordiamo che tempo fa, quando eravamo ancora in patria, certi giornali forcaiuoli si agitavano in favore di una legge contro i denigratori d'Italia. Avrebbero fatto molto meglio se invece si fossero adoperati ad escogitare ed applicare i mezzi ed i provvedimenti atti a limitare questa piaga dell'emigrazione forzata, che, gettando sul mercato del lavoro migliaia di braccia affamate, costrette molte volte dalla dura necessità ad offrirsi a qualunque condizione, a lavorare sotto prezzo e a recitare la trista parte del krumiro, come avviene in questo momento a Halle, a Wismar e in altri luoghi, tutte cose che ci fanno pigliare in odio dalla popolazione indigena fino a gratificarci dall'odioso titolo di traditori. Costoro colla loro condotta sono i veri denigratori del nome italiano, e per colpa loro tutti cominciano a risentire il danno della brutta nomea che ci accompagna.
Per tanto ai forti compagni di Halle che già da sì lungo tempo sostengono la loro giusta e legale lotta vada il nostro augurio sincero, come pure ai compagni di tutte quelle località che lottano pel loro diritti.
Seguono le firme

Abbiamo pubblicato volentieri questo trafiletto, non solo pel suo contenuto, ma perché proviene da un gruppo di operai della Carnia, cioè di quella medesima vallata che nel tristissimo momenti che traversiamo fornisce il maggior contingente di krumiri ai padroni e agl'imprenditori, ed alla quale pure appartengono tutti i capi o assistenti che da anni pare che non esercitino altra professione che quella di passare colle loro bande di assoldati da sciopero a sciopero, compiendo così nella lotta fra capitale e lavoro quella parte miserabile che nel medio evo, e nelle lotte di quel tempo era fatta dai capitani di ventura e dai bravi de' signorotto d'allora.

Di più conferma il fatto che noi già da tanto tempo andiamo predicando che questo contegno incosciente di parte de' nostri emigranti ci rende antipatici e odiosi tutti, a queste classi lavoratrici che si veggono per opera di questi sconsigliati e cattivi frustrati nelle loro speranze, e umiliati nelle lotte.
[...]
Che fare?
Tra gli operai, che molte volte più per ignoranza che per cattiveria s'adattano alla tristissima parte, fare un'attiva propaganda perché tutti entrino nell'organizzazione; svegliare la loro coscienza, far conoscere i loro doveri e le conseguenze dolorose per tutti del loro contegno sconsigliato. E ciò non solo in Germania, ma anche a casa, da per tutto; ove si presenti l'occasione.

Per i capi poi, i quali non hanno neppure la scusa dell'ignoranza, ma che per puro interesse personale fanno il male e trascinano altri a farlo, occorrono altri mezzi più energici. Bisogna che tutti siano posti a giorno delle loro marachelle, bisogna che tutti sappiano come si sono condotti nella tale e tal altra occasione; è necessario di saper sempre dove si portano per poter aprire ai compagni del luogo gli occhi sul loro vero essere, e forse col tempo la riprovazione generale potrà su di loro quello che non ha potuto la coscienza e l'intelletto, vale a dire li costringerà a fare i galantuomini.

Ma tutto questo spetta a noi medesimi, e specialmente a quelli della Carnia. A noi incombe il dovere di purificare l'emigrazione nostra da tutti gli elementi impuri che l'insozzano e la disonorano.»

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