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30.07.1904 - numero 14

Collaborazione operaia. Emigrazione ed organizzazione

«Nelle province italiane con forte emigrazione – per esempio il Friuli – gli operai cominciano ad emigrare a 14 anni (N.d.R. e qualche volta anche prima) e seguitano per 25 anni consecutivi a passare all'estero regolarmente 9 mesi all'anno, dimodoché di tutto questo periodi di tempo comprendente 300 mesi ne passano appena 75 a casa in seno alla famiglia.

Appena le prime aure primaverili cominciano a baciare le cime nevose de' monti i nostri poveri operai sono obbligati a baciare la moglie e i figli e a mettersi in via per l'estero.

Partono tutti colla buona speranza del ritorno e del ritrovarsi alla fine d'autunno in buona salute.

Ma la fortuna non assiste tutti nella medesima maniera e quante volte capita che la sventura batta alla porta colpendo o l'emigrante stesso, oppure un membro della sua famiglia e che per la lontananza o l'uno o gli altri non possano assistere e raccogliere l'ultimo respiro del loro caro?

E poi che vita dura, piena di privazioni e di rinunzie dolorose! Qualcuno rimprovera all'emigrante italiano di aver poco amore alla patria! Il rimprovero è ingiusto, ma ci sarebbe da maravigliarsene se fosse vero? Che cosa ha fatto, che cosa fa la patria per lui? Nulla!

È una situazione intollerabile della quale tutti soffrono, gli emigranti, le loro mogli, i figli, poiché d'una vera vita famigliare non si può parlare, e sarebbe nell'interesse di tutti di studiare i mezzi onde poter restare a casa e vivere pacificamente colla famiglia sei mesi dell'anno almeno. Non ci sembra di essere troppo ingordi!

E ciò non sarebbe difficile di ottenere se l'idea dell'organizzazione potesse mettere radici profonde nel loro cuore.

Potrebbero ottenerlo anche quei bravi italiani che in numero di parecchie centinaia lavorano nelle cave di pietra calcare ad Aprath e a Dornach. Lavorano? Arrancano sarebbe detto meglio. La maggior parte sono a cottimo e hanno quindi da provvedere a spese proprie tutto l'occorrente per le mine.

E così qualche volta dopo aver sudato sangue per settimane e settimane, detratte le spese, s'accorgono di non aver guadagnato il becco d'un quattrino. Naturalmente per molti di loro le ore di riposo sono assolutamente sconosciute. Cominciano all'alba, e la sera i pipistrelli li trovano ancora al medesimo posto. Alcuni dicevano che lavorerebbero di notte a fare i buchi delle mine e di giorno a caricare i sassi, se fosse possibile.

E la salute? E la vita?

Non ci pensano!

Eppure per vivere non occorrerebbe lavorare tanto poi, purché il lavoro fosse pagato a dovere! Basterebbero 6 ore al giorno e forse meno! Il resto va tutto a profitto de' signori padroni.

Cari compagni, se foste organizzati potreste rivolgervi ai padroni con delle domande concrete e strappar loro tutti quei miglioramenti nelle condizioni di lavoro che sano stati ottenuti dalle altre organizzazioni. Ma tutto sta nel cominciare. Rammentatevi che l'ex-ministro Gladstone parecchi anni fa ebbe a dire che questo secolo sarebbe il secolo de' lavoratori. Facciamo nostra questa parola del grande statista inglese e lavoriamo e studiamo affinché si adempia!

Cari colleghi non lasciatevi abbindolare dai padroni, perché essi profittano dello stato di disorganizzazione in cui vi trovate per sfruttarvi a più non posso e riempirsi le tasche col frutto delle vostre fatiche. Ed uno di questi è l'imprenditore Fröchte di Essen il quale parlando de' suoi operai disse che da 15 a 18 anni mangiavano il suo pane. Come se le mani di quegli operai si fossero incallite maneggiando il bastone da passeggio o zuzzerellando per le passeggiate e per le piste.

E, tanto per finire, poche parole sui crumiri. Prego caldamente tutti i miei comprovinciali, e specialmente quelli di Rigolato, a combattere con tutte le forse questa macchia che ci disonora e ci danneggia, e d'istituire per l'inverno delle scuole operaie de' circoli di lettura e d'istruzione in cui gli emigranti possano essere istruiti sui loro doveri e diritti.

Fraterni saluti.

Risveglio»

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