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16.09.1905 - numero 15

Corrispondenze

« Kiel (F.M.). Il dodici Luglio i padroni ci hanno gettati sul lastrico tutti, carpentieri, muratori e manovali senza distinzione.
Noi italiani eravamo in una quindicina ed abbiamo divisa la dura sorte de' nostri fratelli tedeschi.
Il 14 Agosto però rimanemmo stupefatti, perché vedemmo discendere dal treno un certo numero di operai i quali anziché uscire all'aperto di fermarono tutti raggruppati sul perrone aspettando che la polizia li accogliesse sotto le sue ali protettrici. Naturalmente li riconoscemmo subito per italiani, e ci avvicinammo e parlammo loro scongiurandoli di non voler tradire lo sciopero. Ma nulla giovò. Alcuni fecero cenno di non capire, altri dissero che erano ungheresi!
Ma erano bugie, poiché alcuni fra di loro erano conosciutissimi anche da noi, per esempio i capi Giovanni Gerometta e fratelli di Anduins, i due Gaier – veri uccellacci di rapina e di malaugurio – e un certo Tok, tutta gente che potrebbe benissimo cantare per conto proprio il verso del canto del crumiro:
"Nel fango noi siamo cresciuti
nel fango vogliamo restar."
Naturalmente la comparsa inopinata di questi traditori ha rinfrescati i tristi ricordi dello sciopero del 1902 che già andavano dileguandosi dalla mente di questi operai. Perciò noi ci rivolgiamo a tutti gli uomini di buona volontà e diciamo loro: Facciamo in modo che il nome italiano non sia più mal visto ed odiato, ma amato e ben accolto da per tutto e perciò entriamo tutti nell'organizzazione e compiamo con lieto animo i doveri che il sentimento di solidarietà ci impone anche se qualche volta dovessero parere gravi.»

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