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14.10.1905 - numero 17

Corrispondenze

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Bruch a.d. M. Anche in queste parti in cui l'elemento operaio italiano edile è numerosissimo le cose vanno poco bene appunto per la mancanza di solidarietà e di concordia fra gl'interessati. I nostri imprenditori non soltanto hanno il cuore stretto come pigne verdi nelle questioni di salario, ma anche in tutto il resto, fornitura di materiali, legname occorrente per armature ecc. Quasi quasi si direbbe che gl'imprenditori considerino la vita di un uomo assai meno di un travicello o di un pezzo di corda.
Un caso tipico del genere è quello che ci è capitato a noi e che è il soggetto di questa corrispondenza che speriamo valga un poco a svegliare tutti questi operai che dormono ancora della grossa e li persuada della necessità di una buona organizzazione.
Il capomastro A. Rupprecht ci aveva affidata la demolizione di una vecchia casa e la ricostruzione di una nuova. Terminata la prima parte del nostro compito con soddisfazione di lui ci siamo accinti alla seconda; ma superate le fondamenta era un lavoro piuttosto pericoloso perché il surricordato capomastro ci faceva sì l'aguzzino alle spalle perché lavorassimo presto, ma non ci dava il legname necessario, tanto che giunti allo spianamento del primo piano eravamo costretti a lavorare per aria senza armature e barcollanti, rischiando ogni momento di cadere nella sottostante cantina a 10 metri di profondità in braccio alla morte.
Il giorno 15 Settembre stanchi di correre continuamente de' pericoli per l'avarizia dell'imprenditore ci riunimmo tutti e deliberammo di non ritornare l'indomani al lavoro se il signor Ruprecht non ci avesse fornito l'assortimento necessario per l'armatura. E così facemmo. Mi recai dal Polier a spiegargli le ragioni della nostra astensione e poi a raccomandare a tutti i colleghi che lavoravano sulle costruzioni del medesimo capomastro di non recarsi, caso mai fossero comandati, sul nostro lavoro fino a tanto che il padrone non avesse provveduto al legname per le armature, e tutti promisero di favorirci. Cioè tutti no, poiché tre, certi Rupil G. Batta detto Cella di Prato carnico, De Caneva Matteo e Dell'Oste Pietro, il primo di Liaris e il secondo di Cludinico nel comune di Ovaro, dichiararono sfacciatamente che ove il padrone l'avesse comandato non avrebbero tenuto conto alcuno della nostra raccomandazione! Dissi che erano de' crumiri e li lasciai cuocere nel loro brodo. Per fortuna non ebbero poi modo di mettere in evidenza la loro qualità di c... agnotti, poiché il capo-mastro forse pensando che con que' tre soltanto il lavoro non avrebbe fatti molti progressi, sceso a meno avari consigli, ci fornì il legname occorrente e così potemmo riprendere il lavoro interrotto.
Francesco Dell'Oste.

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