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Economia

Si è già detto dell’origine di Collina come luogo stanziale, in contrapposizione ai luoghi di transito – di persone, merci, denaro, come i luoghi di mercato, di esazione di gabelle, di stazioni di posta e quant'altro – che hanno dato origine a borghi come Tolmezzo, Venzone (e, oltreconfine, Mauthen-Mudo), oppure la stessa Comeglians, tanto per non allontanarci troppo da “casa”31.

Su queste premesse di sostanziale autoproduzione-autoconsumo, integrata da modesti commerci a dimensione di gei e di cràšeno – rispettivamente, la gerla e la cassetta del cramâr – Collina sopravvisse (ma certamente non prosperò) per secoli32.

Il versante a bacìo (sx orografica della valle, esposizione costante a N) è totalmente boscoso e quasi ovunque ripidissimo, e pertanto del tutto inadatto a qualsiasi impiego agro-pastorale. Al contrario, il versante a solatio offre pendii più atti a questi scopi, economia primaria di nome e di fatto per la gente di quassù.

Un tempo probabilmente anch'essi boschivi, e successivamente deforestati nella loro parte inferiore per far luogo agli insediamenti abitativi e alle attività agricole ad essi connesse, i declivi immediatamente a N dei due abitati e il breve fondovalle fra le confluenze del rio Plumbs e del rio Collinetta nel rio Fulìn hanno rappresentato la quasi totalità del territorio disponibile per l'attività agricola.

L’elenco delle coltivazioni è necessariamente breve, giacché l’abbassamento dei limiti altimetrici si fa sentire pesantemente: patate (dopo il 1800), cavoli, rape, segale, orzo (qualcuno favoleggia di frumento33, ma non se ne ha memoria alcuna) e qualche ortaggio come carote e piselli (ma non fagioli). Non altro. Non frutta, se si eccettuano nocciole e frutti di bosco, ma è roba selvatica, e sul resto non c’è da contare. Pruni e meli (pochi) fruttificano a loro comodo, vale a dire ogni due o tre anni e più; dai due (2) noci esistenti alla metà del XX secolo si vedono (e si sentono!) cadere sfere verdi dure come sassi; i due (2) ciliegi sono piante ornamentali, o giù di lì. E questa è tutta l’agricoltura di Collina.

Poi ci sono i prati, ma questo è già allevamento (una vacca e un maiale per casa sono allevamento!). Fieno buono, dai prati di Collina: quando il clima lo consente, tre tagli da giugno a settembre – rispettivamente urtigóul, fén e mujàrt – e poi via nel fienile, aspettando l’inverno sempre troppo lungo. Alle aree di fondovalle vanno aggiunti i già citati prati di mont: aree in quota con la fienagione limitata ad un solo taglio annuale il cui ricavato è stivato in loco, nelle mèdos (biche) o entro le stàipos (fienili) disseminate nei prati periferici, per poi essere trasportato a valle durante l’inverno.

Fra i prati di valle e quelli in alpe o il pascolo, fino a 1600-1700 metri si estende la foresta di abeti, in gran parte e per lungo tempo proprietà comune e indivisa34, dalla quale la comunità traeva il soldo integratore del bilancio della Villa (oltre, beninteso, al legnatico per gli abitanti) e con la cui rendita Collina pagò il mutuo sottoscritto per la costruzione della già citata strada del Fulìn.

Già, perché il bosco faceva di Collina un villaggio “ricco”: naturalmente secondo criteri di altri tempi, e soprattutto secondo l’opinione di chi, pur avendo altro, non aveva il bosco (o ne aveva di meno, o meno bello: l’erba del vicino è sempre più verde). Vera o presunta che fosse la ricchezza, questa non ha comunque impedito che lunghe schiere di Collinotti si avviassero per le strade del mondo in cerca non di (altre) ricchezze ma piuttosto di una decorosa sopravvivenza.

Da ultimo, non si può omettere di rammentare tutta quella serie di attività artigianali – mulini, segherie, battiferro – che, pur mantenendo una dimensione modesta e mai andando oltre le esigenze del villaggio, hanno comunque giocato per secoli un importante ruolo nell’economia locale, lasciando di sé ampia testimonianza sul territorio e nella memoria di Collina.

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