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Economia e toponomastica

Anche dalle righe che precedono (oltre che dal buonsenso) appare chiaramente che la toponomastica è elemento funzionale al rapporto fra uomo e territorio. Tanto banale quanto ineludibile, questa affermazione è vieppiù valida là dove l’interazione fra uomo e territorio è intensa e continua: necessità viarie da un lato, e di sfruttamento del territorio dall’altro, conducono ad un presidio del territorio del quale il “marcamento” del territorio stesso è una necessaria conseguenza (se non un presupposto).

Il rapporto fra economia (ovviamente in senso lato) e toponomastica si intreccia e si confonde con quello fra la toponomastica stessa e il territorio, al punto che una netta linea di demarcazione è difficilmente individuabile: l’economia si sovrappone al territorio (tanto in senso stretto che figurato), se ne appropria, lo modifica, gli attribuisce appellativi talvolta arbitrari, talvolta perfettamente “naturali” e calzanti.

Non potendo tracciare una linea di demarcazione fra i due ambiti (ciò di cui peraltro non si sente l’esigenza in questo lavoro, i cui scopi sono essenzialmente descrittivi) gioverà dire che la presenza di toponimi a vario titolo legati all’attività agro-silvo-pastorale è assai elevata, ritrovandosi in numerosissimi toponimi composti con i termini generici (prât, cjamp, bošc, runc ecc.) nonché nei toponimi derivati da attività artigianali (sieo, mulìn, cjalcinêro).

È importante sottolineare, ancora una volta, come l’aspetto intrinsecamente ludico della toponomastica sia praticamente assente (unico esempio è il Plan di Trìcui, o “Pianoro delle Altalene”); oppure, e non senza qualche forzatura35, è elemento rintracciabile solo nei toponimi di origine venatoria, definizioni di luoghi ben al di fuori della portata (e dell’interesse) del contadino o del boscaiolo.

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