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Origini della toponomastica

I capitoli che precedono, talvolta lunghi e divaganti in apparentemente prolissi excursus, non hanno lo scopo di descrivere al lettore le bellezze o bruttezze, il territorio, le caratteristiche e le attività del luogo del quale ci accingiamo ad analizzare la toponomastica. Meglio, non hanno il solo scopo di illustrare, descrivere e decantare. Scopo principale è invece quello di porre le basi per un corretto inquadramento (avevo scritto contestualizzazione, ma mi sono auto-emendato) della toponomastica di Collina.

È logico pensare che la base toponomastica di Collina si sia sviluppata nei primi secoli della colonizzazione del territorio: o, meglio, che a quel tempo si sia sviluppata la base della toponomastica odierna. Non abbiamo elementi certi a sostegno di questa tesi: tuttavia, un documento del 1595-1605 riporta un buon numero di toponimi esattamente identificabili con i toponimi odierni (grafia a parte, ma si tratta di un testo in lingua italiana) 40. Di più: tutti i toponimi colà registrati alla fine del cinquecento esistono ancora oggi.

Giova ripetere ancora che, con rare eccezioni, i toponimi sono figli della morfologia del territorio (gli agârs, claps, plans, riùs…) e dell’economia (i prâts, cjamps, runcs, mulins…). La viabilità, a sua volta figlia dell’economia e del territorio, e sulla quale ci siamo soffermati a lungo, dà anch’essa accesso ai luoghi variamente denominati e descritti qui di seguito. Ecco dunque che a posteriori la lunga introduzione trova una sua ragion d’essere e, almeno così mi auguro, mette a profitto le pagine descrittive a mo’ di antipasto al pranzo vero e proprio che seguirà.

Non è stata effettuata un’analisi statistica sui pur numerosi toponimi che andremo a descrivere. Non si è dunque quantificata la loro distribuzione per tipo e origine, un’attività che esula dagli obiettivi di questo lavoro e che potrà fruttuosamente essere portata a termine in futuro (e auspicabilmente da altri). Non posso tuttavia esimermi qui da una analisi almeno grossolana degli elementi più specifici e caratteristici della toponomastica di Collina.

Come ho già implicitamente rilevato poche righe addietro, è il territorio con la sua morfologia a farla da padrone nella genesi della toponomastica. Comprensibilmente, verrebbe da dire, vista la complessità e l’elevato livello di articolazione del terreno: elementi questi che a loro volta vengono in aiuto del contadino o del boscaiolo al momento di conferire identità al bosco, al prato o al campo, o anche solo al luogo di passaggio verso la propria destinazione. Talvolta, alla morfologia del terreno si aggiunge la curiosità e la fantasia dell’uomo, solleticata dal profilo di un costone, da un masso strano o da un evento inatteso.

Nella nostra toponomastica sono dunque dominanti il territorio e la sua morfologia: a questi si accoda un buon numero di toponimi legati al lavoro dei campi, del bosco o dell’artigianato, spesso in riferimento a chi in questi luoghi esercita la propria attività. Una sorta di commistione fra economia (sia pure primordiale) e toponomastica, che viene parzialmente a compensare la totale assenza di toponimi prediali in senso stretto.

Gli antropotoponimi, versione moderna dei toponimi prediali (nella quasi totalità sono databili negli ultimi due secoli), risultano infatti prevalentemente circoscritti alle aree nell’immediato intorno di insediamenti artigianali dai quali derivano i già citati Mulìn di Codâr, Sieo di Cjanóuf e simili.

Circa la già menzionata assenza di una toponomastica prediale “classica”, un ruolo determinante è stato probabilmente giocato dai tempi e dalle modalità della nascita di Collina.

Avvenuta in epoca di poco posteriore all’anno 1000, la colonizzazione di questa testata di valle periferica si colloca in condizioni geograficamente e temporalmente lontane dai meccanismi di genesi della toponomastica prediale. Condizioni non solo lontane dalla centuriazione, ma anche dagli assetti fondiari e dai meccanismi del lento frazionamento della proprietà terriera propri di altre realtà geopolitiche della Carnia e soprattutto del Friuli.

È possibile, forse anche probabile, che la proprietà fondiaria a Collina sia rimasta indivisa più a lungo che altrove (o comunque molto a lungo), di fatto prevenendo la genesi di toponimi prediali. Tracce di terreni di proprietà comune o di proprietà della locale chiesa di san Michele (un altro modo di configurare la proprietà comune) sono tutt’altro che rare, tanto nella toponomastica che negli archivi, così come nelle cronache recenti e in alcuni aspetti delle odierne strutture consortili.

Detto delle differenze, non si può tuttavia non rilevare lo stretto legame che unisce la toponomastica di Collina a quella del resto della Carnia e del Friuli. Non sappiamo con certezza, ma possiamo forse intuire perché alcuni coloni decidano di andare a Collina a piantar sementi, a pascolar vacche e tagliar fieno (nonché, per nostro sommo godimento, ad inventare toponimi ex novo)41. Di fatto ci vanno, trascinandosi dietro cultura, lingua, usi e costumi dei luoghi di provenienza (con pochi dubbi, la Carnia stessa): in sostanza portando con sé tutto ciò che, coniugato con gli elementi del territorio, è alla base della toponomastica che è giunta fino a noi. Di qui le strette analogie, e talvolta le identità, con i toponimi di altri luoghi vicini e meno vicini.

Trattando delle origini della toponomastica è comunque necessario evidenziare un aspetto che, pure implicito nelle considerazioni sin qui effettuate, tende ad essere dimenticato quando si passi al confronto dell’interpretazione etimologica con lo stato attuale dei luoghi.

Abbiamo già sottolineato come e quanto i toponimi – non tutti, ma in larga maggioranza – siano antichi, nati secoli e secoli prima del limite massimo a cui si spinge la conoscenza diretta dei Collinotti d’oggi, la stessa tradizione orale o le evidenze documentali (circa 100, 200, e 500 anni, rispettivamente). In una sola parola, l’esperienza non va oltre i 500 anni.

Va da sé che, nel plurisecolare intervallo che intercorre fra l’origine – o, meglio, il consolidamento – della toponomastica e il limite superiore dell’esperienza e della conoscenza, il territorio può subire e spesso subisce modificazioni stravolgenti, ad opera tanto dell’uomo quanto degli eventi naturali, così da rendere irriconoscibile la propria ragione etimologica. Si tagliano e ricrescono boschi, si costruiscono e si cancellano strade, si dissoda e si abbandona, si scava e si livella, si edifica e in capo a cent’anni non si ritrova pietra su pietra.

In questi casi, il solo legame con la situazione pristina è, per l’appunto, l’etimologia (oltre, beninteso, al buon senso). Se nella foresta troviamo una radura ad uso di prato o pascolo, è molto probabile che sia opera dell’uomo: se poi si chiama Runc, è stata (quasi) certamente creata in un certo modo; se invece si chiama Cércen, è stata ricavata con un’altra tecnica.

Analogamente, se un terreno contiene il termine Vidrìnos esso era quasi certamente terreno di proprietà della chiesa locale, o comunque soggetto a gravami in denaro o in natura in ottemperanza alle regole che governavano la comunità locale.

Questi metodi di ricostruzione onomastica sono spesso in forte odore di eterodossia per i locali. In particolar modo i più anziani, che hanno precisa memoria dei luoghi e degli usi storici secondo la propria personale esperienza e ne hanno sedimentato interpretazioni altrettanto “storiche”, manifestano meraviglia o sospetto – e talvolta autentico rigetto – nei confronti di interpretazioni “rivoluzionarie”.

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