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Perché I luoghi e la memoria

Se il titolo è il vestito di un libro (e spesso scegliamo i libri proprio come i vestiti, a seconda che il titolo o la copertina ci piaccia o meno), addosso ad un libro come questo si può davvero cucire di tutto: dai bragons da lavoro al vestito buono (quello riservato al dì di festa, con camicia candida e cravatta al seguito), dal grimâl alla vestina con i ricami, tutto va bene. Sono rigidamente esclusi solo i vestiti da alta cerimonia: mai visti frac e tight da queste parti, e neppure il meno formale ma pur sempre raffinato smoking ha mai goduto di grande popolarità…

Eppure, fra le molte alternative possibili, nell’optare per I luoghi e la memoria confesso di avere avuto più di una perplessità dinanzi ad un titolo così “importante”. Passi per i luoghi, un termine buono per tutti gli usi e tutte le stagioni, dall’agenzia di viaggi alla TV allo sport. Ma la memoria, proprio no.

La memoria-Memoria è una cosa seria, da spendere con cautela, con riguardo, persino con reverenza se non con timore. La Memoria è Aristotele e Dante, è il Piave, Marzabotto, il 25 aprile. È anche la festa del Ringraziamento, la Bastiglia, la Shoah e l’Egira e la Pasqua e Hiroshima e molto, molto altro ancora. È sintesi della storia, della dignità e delle miserie dei singoli popoli, o di tutti i popoli insieme a formare l’umanità intera. Memoria di sé, Memoria per ricordare (o per non dimenticare, che non è proprio la stessa cosa).

Memoria da “grandi”, verrebbe da dire: grandi religioni, grandi paesi, uomini e popoli, culture e l’intero genere umano. Tutto in grande, come se i “piccoli”, le piccole comunità lontane, emarginate (o autoemarginate) non avessero Memoria.

Forse è così. Forse i piccoli e gli emarginati non hanno – o non sanno avere, o non vogliono avere – Memoria e nemmeno memoria. Forse i piccoli hanno solo ricordi.

E per rendere dignità ai ricordi di questa minuscola comunità, per tramutare i ricordi in memoria (beninteso, con m rigorosamente in minuscolo) li abbiamo fatti passare attraverso i luoghi, attraverso tutti i luoghi del territorio, in una sorta di lunghissimo pellegrinaggio evocativo di cose, persone, opere, e quindi di storia, di civiltà, di cultura, e di molto altro ancora, dimenticato o rimosso che sia. Un lungo cammino per (ri)costruire memoria e radici, forse anche per sostentare un’identità sempre più anoressica e a serio rischio di consunzione.

Spogliata di tanta necessaria retorica, la sostanza de I luoghi e la memoria è tutta qui.

Ai lettori mi rimane di render conto del sottotitolo, di quella toponomastica ragionata e non apparentemente messa lì a bella posta per incuriosire il potenziale lettore. Ecco dunque come il ragionata corrisponda al tentativo di dare ragione degli oltre trecento toponimi riportati qui, allo sforzo di restituire a ciascuno ruolo e posizione, e di riscoprirne l’autentico e originale (o almeno supposto tale) significato. Un’identità storica – stavo per scrivere personalità! – quale tutti i luoghi e i toponimi che li rappresentano certamente possiedono: specificità talora immediate e trasparenti, talora tutt’altro che palesi, celate come sono dietro cortine più o meno fitte che ne occultano il reale significato. Identità che indubbiamente, a distanza di secoli, meritano una doverosa (ri)scoperta.

Con le ineliminabili approssimazioni1, questo è dunque il senso dell’aggettivo ragionata associato alla nostra toponomastica.

Al contrario, là dove associati ai toponimi emergono fatti e accadimenti e persone d’antan, spezzoni di vita vissuta e talvolta (o spesso) emozioni e sentimenti, là è la parte non ragionata della toponomastica. Là sta ciò che della toponomastica fa una cosa davvero viva e vitale, popolata di donne e uomini che su questa terra (la loro terra) hanno lavorato e vissuto, gioito e pianto e pregato (forse poco) e imprecato (certamente molto). Tutti quelli che ora dormono, dormono, sulla Collina…2

Anche questa è memoria. Di più: anche questa è Memoria.

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