« Prev
7/22 Next »

Territorio6

Collina, oggi frazione del comune di Forni Avoltri in alta Carnia, è posta nella parte più elevata della breve valle (6 km circa) del rio Fulìn e dei suoi affluenti/precursori7, un solco pressoché rettilineo e orientato in direzione E-O.

Il Fulìn è affluente di sinistra del torrente Degano, nel quale si immette in corrispondenza del cosiddetto Ponte Coperto, lungo la SS 315. Il Degano è, a sua volta, il principale affluente del Tagliamento a monte del Fella: vi si immette a Villa Santina dopo avere formato il Canale di Gorto, antico e primigenio solco del Tagliamento stesso.

Profondo e incassato nella sua parte terminale, nella sua parte mediana e superiore il solco vallivo del Fulìn si allarga sul versante settentrionale (destra orografica), lasciando spazio ad ampie terrazze sulle quali si trovano le frazioni di Frassenetto, Sigilletto e Collina.

A partire dal Ponte Coperto e procedendo in senso antiorario, il territorio della frazione di Collina confina con il comune di Rigolato (fino alla forcella Plumbs)8, con il comune di Paluzza (fino alla Cima di Mezzo, lungo la cresta che collega il m. Cogliàns alla Creta Chianevate), con l'Austria (lungo il confine di Stato fino alla Tacca del Sasso Nero), con la frazione capoluogo di Forni (fino alla Cima Ombladêt), e con la frazione di Sigilletto (lungo il rio Armentin o Armentis e il rio Fulìn, fino a ritornare al Ponte Coperto)9.

In termini di coordinate geografiche, il territorio di Collina è compreso fra 46°34'13.78" – 46°36'39.24" di long. N, e 12°48'46.55" – 12°53'98.47" di lat. E.

Il limite settentrionale del territorio è posto in corrispondenza di un saliente della cresta di confine (quota 2112 CTR), poco a ONO del passo di Volaia. Il limite meridionale coincide con il limite occidentale, in corrispondenza della confluenza del rio Fulìn nel Degano, pochi metri a valle del Ponte Coperto, mentre il limite orientale è posto a SSE del m. Florìz (quota 2160 CTR), lungo la dorsale che congiunge il massiccio del m. Coglians al m. Crostis.

La massima elevazione è data dalla vetta del monte Cogliàns (2780 m), mentre la quota meno elevata del territorio (770 m) è posta alla già citata confluenza del rio Fulìn nel Degano. Il dislivello dell’intero territorio è quindi quasi esattamente di 2000 m.

La conca di Collina si apre alla base delle massime elevazioni delle Alpi Carniche, che costituiscono una formidabile barriera a difesa dai gelidi venti settentrionali: questi infatti hanno accesso alla conca di Collina solo attraverso il passo di Volaia10, consentendo così d’inverno, grazie anche alla favorevole esposizione, temperature non eccessivamente rigide.

Sotto il profilo climatico, tuttavia, non si può non sottolineare l’effetto del considerevole e ben noto abbassamento dei limiti altimetrici, comune a tutta la Carnia e quantificabile in 300-500 m rispetto al resto della catena alpina. Gli effetti sul territorio sono rilevanti sotto ogni aspetto e visibili anche al meno attento osservatore, con particolare riguardo tanto alla vegetazione spontanea quanto agli ormai rarissimi coltivi a dimensione superiore all’orto monofamiliare.

Va da sé che oggi, ormai del tutto abbandonata l’attività agricola propriamente detta, gli effetti dell’abbassamento dei limiti altimetrici sono pressoché circoscritti al solo panorama (transizione fra le diverse fasce di vegetazione, e fra l’ultima di esse e la roccia nuda), ma ben si comprende come in altri tempi l’impatto sull’economia locale dovesse essere tutt’altro che trascurabile, e certamente in senso tutt’altro che positivo.

Nell'insieme, il territorio evidenzia una morfologia assai tormentata, caratterizzata non solo dalla pressoché totale assenza di terreni pianeggianti, ma anche dalla assai limitata disponibilità di pendii dolci e soprattutto uniformi.

Con buona approssimazione, la superficie può essere suddivisa in quattro zone, in funzione di quota ed esposizione più o meno favorevole, ovvero: 1) aree già a coltivi e prati di valle, 2) foresta, 3) prati di monte e pascolo alpino, 4) roccia nuda, in larghissima parte calcare di scogliera del devoniano, di un grigio chiarissimo quasi bianco, altrimenti scisti scuri del carbonifero.

Sulle quattro superfici sopra elencate si inseriscono gli altri elementi caratteristici del territorio, quali le aree occupate dall’abitato e dalla viabilità principale11, i terreni di frana e i numerosi solchi – antichi e recenti, e talvolta di grandi dimensioni – di scorrimento delle acque (gli agârs), elemento principale della discontinuità delle superfici e dei pendii della valle su entrambi i versanti.

Più precisamente, il prato (oggi ovunque non più falciato) occupa quasi esclusivamente le terrazze a nord della conca, là dove l’intervento umano aveva creato gli spazi per coltivi e prati da sfalcio in virtù di più favorevole esposizione (S), quota (fra i 1100 e i 1300 metri di altitudine), e inclinazione (i pendii sono meno proibitivi). Terreni a prato sull'opposto versante si trovano solo verso la testata della valle, dove le pendenze si attenuano e l’esposizione muove da N a NO12.

La foresta occupa interamente il versante a bacìo, assai ripido e uniforme e con costante esposizione a N, come pure ricopre i pendii del versante a solatio al di sopra dei 1350 m e fino ai 1600-1700 m. Nella quasi totalità è formata da conifere d’alto fusto: in larghissima prevalenza abete rosso, ma anche abete bianco, pino nero austriaco e numerosi larici; pochi faggi punteggiano qua e là la fascia boscosa fino a quote di tutto rispetto (1500-1600 m).

Al di sopra dei 1600-1700 metri ha inizio il terreno del pascolo alpino che, seppure in maniera non uniforme, si spinge fino a 2000-2200 metri. Il pascolo è inframmezzato da resinose d’alto fusto: nella parte inferiore, alcuni audaci e isolati abeti rossi sfidano le pesanti nevicate sciroccali, mentre a quote più elevate sono i larici a sfidare, con alterni risultati, valanghe, fulmini e burrasche di vento. Al di sopra dei 2200 metri è solo roccia nuda, che a sua volta ospita mughi, licheni e la rada flora d’alta quota, amatissimi residui glaciali resistenti a tutto (con grande, grandissima fatica, sin qui resistenti anche all’homo imbecillis).

Fino a cinquant’anni addietro, in linea con l’economia allora prevalente (o almeno ancora largamente presente), in luogo dell’attuale prato non regolato il territorio ospitava due varietà di terreni, ossia i coltivi e i prati da sfalcio in quota. I terreni a coltivo erano comprensibilmente circoscritti alla sola tavièlo (l’area immediatamente circostante l’abitato), entro limiti altimetrici ancor più ristretti rispetto ai prati da sfalcio di fondovalle: in pratica, fra i 1150 e i 1280 m13.

Lo sfalcio in quota, localmente detto in mont (letteralmente “in montagna”), recuperava alla produzione di fieno alcuni terreni soprastanti il limite del bosco, e quindi a quote sensibilmente più elevate (anche oltre i 1700 m) rispetto ai prati di valle. Anche questi prati da sfalcio in quota (i prâts di mont) costituivano un elemento di assoluto rilievo in un’economia ad elevato livello di autoproduzione-autoconsumo e saldamente incentrata sulla stalla (il maiale e soprattutto la vacca da latte), in quanto consentivano di liberare ai coltivi gran parte dei terreni di valle.

Cessata l’attività agro-pastorale, nel breve volgere di 50 anni tutte queste aree in quota hanno subito il prepotente ritorno del bosco, che in parte o in tutto ha già cancellato dal territorio il segno della presenza umana. Uguale sorte tocca ora ai prati di valle, del tutto impotenti di fronte alla discesa o alla risalita del bosco.

Tabella 1 - Rendita censuaria dei terreni (censimento 1851)

qualità   classe   rendita censuaria
Coltivo a vanga 1 1,54
  2 1,07
  3 0,76
Prato 1 1,76
  2 1,26
  3 0,89
  4 0,52
  5 0,21
Bosco resinoso dolce 1 0,39
  2 0,26
  3 0,15
Bosco ceduo forte   0,09
Boschina mista   0,06
Pascolo 1 0,17
  2 0,08
Pascolo in alpe 1 0,28
  2 0,13
  3 0,10
Zerbo   0,04
Sasso nudo = dirupi nudi   0,00

 

La tabella qui a lato riporta il valore di rendita censuaria dei terreni per destino d’uso e classe, espressi in lire austriache per pertica (censimento 1851). Abbastanza curiosamente, appare in tutta evidenza come a parità di “classe” (o qualità) il prato avesse una rendita superiore al campo. Tuttavia, ciò non deve soverchiamente stupire in quanto il centro dell’attività agricola (e non solo) era la vacca, autentico fulcro dell’economia e della sopravvivenza stessa del valligiano. Le proteine della povera dieta dei Collinotti d’antan provenivano in gran parte dal latte vaccino: oltre al latte stesso, burro, ricotta e soprattutto formaggio.

Oltre ai più o meno quotidiani latticini, il regime alimentare proteico dei Collinotti comprendeva solo il maiale (per lo più un capo all’anno per famiglia), e il raro pollame di qualche altrettanto raro dì di festa. A metà del XX secolo la carne bovina in tavola era ancora una rarità (“roba da malati”): si può facilmente immaginare come fosse considerata secoli e secoli addietro.

« Prev
7/22 Next »
sei qui