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Territorio e toponomastica

A Collina come altrove, la morfologia e i caratteri principali del territorio giocano un ruolo assolutamente preminente nella genesi della microtoponomastica: l'elevatissimo numero di agârs e riùs e vals è più eloquente di qualsiasi dissertazione accademica14. Nulla di nuovo sotto il sole, tranne che la tormentata morfologia del territorio si presta forse più di altre ad un impiego intensivo della toponomastica, ispirando e talvolta sollecitando nel valligiano una creatività tanto necessaria quanto abbondante (e, almeno in apparenza, talvolta gratificante, giacché da qualche toponimo traspare l’intento chiaramente scherzoso, quando non manifestamente burlesco, dell’ignoto creatore).

L'esasperato frazionamento della proprietà fondiaria ha fatto il resto, ispirando o sospingendo il villico ad una minuziosa opera di autentico cesello in punta di… falce, ritagliando con grande precisione spazi e definizioni che, con il tempo, si sarebbero trasformati in “luoghi” e “toponimi” talvolta, gli uni come gli altri, davvero micro.

Nel merito delle caratteristiche del territorio, non sorprende notare come la maggior parte dei nomi di luogo sia strettamente connessa alla frequentazione del territorio stesso da parte dei valligiani. Conseguentemente, la densità dei toponimi diminuisce man mano che ci si allontana dall’abitato, per progressivamente rarefarsi e infine quasi scomparire sulle vette: tant’è che gli oronimi sono sempre descrizioni d’insieme, rifacentesi a caratteristiche grossolane e soprattutto ben visibili da lontano. I pochi microtoponimi “alti” son per lo più ascrivibili a cacciatori, unici e soli valligiani a sfidare (e, almeno in origine, non per “sport” ma per autentica fame) il pirìcul, il pericolo perennemente in agguato, fosse esso una caduta, la valanga, o il maleficio di una strega.

Più numerosi invece gli idronimi, grazie all’abbondanza d’acqua lungo entrambi i versanti della valle: ogni rio ha il suo nome, e così ogni ruscello (o quasi) entro il raggio d’azione dell’Homo Collinensis, contadino o boscaiolo che fosse.

Quanto a fitotoponimi e zootoponimi, entrambi non hanno una posizione di particolare rilievo nella nostra microtoponomastica. Il numero dei toponimi di origine zoologica è davvero esiguo e quasi interamente circoscritto agli animali domestici (buoi, cavalli, un asino…), mentre comprensibilmente più numerose sono le piante che entrano a far parte della toponomastica locale, sia collettivamente (colarìot-noccioleto, pecìot-abetaia ecc.) che individualmente (véspol-faggio, larç-larice ecc.). L’interesse toponomastico alle piante di taglia inferiore al nocciolo è peraltro molto modesto, probabilmente per la scarsa o nulla funzionalità alla pur modesta economia locale15. Quassù la vita è dura…

È dura al punto che anche gli “incidenti sul lavoro” si sprecano: nella quotidianità di boscaioli, contadini e pastori e migranti c’è la scivolata, la pianta che ti cade addosso, la frana e la valanga, il pirìcul che colpisce o che sfiora, la vita e la morte separati da un nonnulla, o da Qualcuno. E i sentieri nei boschi, nei prati e nei pascoli si popolano di immagini sacre, a ricordare, a proteggere, a confortare: dal fondo della valle all’ultimo prato di mont il montanaro ricorda chi lo ha protetto (o cerca di farsi ricordare da chi potrebbe proteggerlo…), e strategicamente colloca icone, edicole e croci16. Eppure, di tanta devozione popolare nella toponomastica rimane poco o nulla, e gli agiotoponimi sono pochissimi: un san Giovanni, un san Leonardo, un generico “santo” e nulla più. C’è da chiedersene la ragione.

E la risposta può essere “perché non ce n’è bisogno”… Anche nella fede il montanaro è misurato, e sa quando e come ostentare le proprie frequentazioni con Cristo e i santi: e se le immagini sacre sparse per la valle si contano a decine (mai però sovraffollate), per contare i luoghi con i nomi di santi e madonne avanzano le dita di una mano.

Ma è sufficiente così. I santi non si usano dibànt17...

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