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La via per il paradiso: lunga e travagliata

In realtà questo pur fondamentale percorso da Collina a Forni non fu mai, fino alla costruzione della nuova strada carrozzabile, un’autentica "via di comunicazione". Per i sette od otto secoli che precedettero la realizzazione dell’attuale strada il percorso fu invece, per i parrocchiani di Collina, ciò che potremmo definire la lunga via della chiesa parrocchiale della cura di Sopraponti a Frassenetto. Ciò non toglie che, per molti aspetti, il percorso rappresenti un autentico pezzo di storia di questo paese, definizione che trova efficacissima sintesi nella Ruvîš, la frana che – ultimo ostacolo per chi giunge da Forni – quasi preannuncia la vicinissima conca di Collina.

Se non un intero volume, la rovisa di CP meriterebbe un ampio capitolo a sé (e infatti così sarà…), in quanto per secoli e secoli fu chiave di volta – naturalmente in negativo – delle comunicazioni della villa: dapprima con la chiesa parrocchiale, e quindi con la sede comunale di Forni Avoltri24. Preoccupazioni di anime prima e di corpi poi, dunque, che troveranno soluzione solo ben oltre gli albori del XX secolo appunto con la costruzione della strada carrozzabile attraverso la Ruvîš, sostanzialmente coincidente con l’attuale strada che da Forni porta a Collina.

Come già accennato qualche riga addietro, in origine il problema connesso a questo percorso non consiste nella difficile comunicazione con il fondovalle: nel 1200, come nel 1500 o 1700, quei di Forni e di Avoltri e Sigilletto han poco da spartire (chiesa e curato a parte) con Collina, tant'è che i Collinotti vanno tranquillamente a valle per il Gùof, e in Tadésc per Volaia e Plumbs.

Non preoccupazione di transito di beni e persone, dunque, ma bensì di movimento d'anime: il dì di festa – e ogni volta che Dio comanda (sic), d'estate come d'inverno – il gregge della cura di Sopraponti è chiamato a riunirsi al suo pastore, officiante nella parrocchiale di san Giovanni Battista. È infatti la parrocchiale la sola titolare e depositaria di fonte battesimale e di messa domenicale, nonché dell’ufficio divino di tutte le feste e ricorrenze religiose (a quel tempo, beninteso, altrettanto comandate della domenica).

Ben per quelli di Sigilletto, una camminatina o poco più; un po' peggio per quei di Forni e di Avoltri, su per un sentiero in ripida ascesa – magari con neve e ghiaccio – da discendere poi perigliosamente. Per quelli di Collina, un vero disastro.

Un’autentica sventura, poiché l'esile sentierino che in continui saliscendi attraverso la ruvîš e ponti e rivi conduce a Sigilletto e Frassenetto non unisce, ma divide e separa la popolosa comunità di Collina – la più numerosa della cura ma priva di battesimi e messa festiva – dalla chiesa e dalla Chiesa. E più d’ogni altro disagio o pericolo è l'ineludibile attraversamento della frana, a poche decine di metri dall’abitato di Collina, all’origine di infortuni e disgrazie a ripetizione, con morti e feriti. A un certo punto, i Collinotti non se la sentono più di attraversare continuamente, avanti e indietro in ogni stagione e con ogni clima, la pericolosissima ruvîš. E piantano la grana25.

La prima clamorosa e documentata manifestazione di dissenso è del 1602. È l'anno della visita pastorale del luogotenente patriarcale Agostino Bruno, il quale ordina urgenti lavori di manutenzione alla Parrocchiale di Sopraponti. I Collinotti rifiutano il loro contributo: a più miti consigli sono ricondotti solo nel 1606, nientemeno che dal Vicario abbaziale in persona, e sotto pena di privazione dell'ingresso alla chiesa. Dopo il confronto e la prova di forza patriarcale, per quasi un secolo e mezzo i documenti tacciono: il dissidio certamente continua, ma non giunge all’orecchio del Patriarca. Finché…

Nel 1744, il rifiuto al pagamento del contributo per il rifacimento della Parrocchiale si ripete clamorosamente, e non sarà l'ultimo. Nuovamente, i riottosi Collinotti desistono solo davanti alla rinnovata prospettiva del fuoco eterno, non però senza una puntualizzazione fedelmente registrata dal notaio Giovanni Battista Vidoni, precisazione che non abbisogna di commenti tanto è esplicita: “(…) comparsi appresso a me Nod. li Sigg. (…) rappresentanti l'Onor. Comune di Collina, & instarono a notarsi qualmente quello sin hora hanno somministrato in solievo della Ven. Parrocchia sudetta, e quello pure somministreranno non intendano esser socumbenti per titolo d'obligazione, ma di pura amabilità e cortesia, e non altramente, & tanto esposero (…)”26.

Sia genuino o strumentale l’argomento della strada, per quasi due secoli i Collinotti si battono duramente per ottenere prete e fonte battesimale propri, e la querelle con i curati di Sopraponti, timorosi di perdere prebende e benefici, assume toni drammatici. Fra suppliche al Patriarca prima e al vescovo poi, accompagnate da ingiunzioni, rifiuto del pagamento dei tributi, minacce di preclusione al culto della chiesetta di san Michele a Collina, di sospensione a divinis del Mansionario e dei Collinotti dai sacramenti, punteggiata da concessioni puntualmente revocate la controversia si trascina per lustri, decenni, secoli.

Ad abundantiam, le minacce spirituali dei vescovi sono integrate da argomenti decisamente più temporali: carcere e remo per i riottosi che osassero non allinearsi alle bolle curiali.

Tra una fiammata e l’altra, il conflitto prosegue fino 1771, quando finalmente sembra trovare definitiva e stabile composizione. In quest'anno, il vescovo concede a san Michele in Collina (e a san Lorenzo in Forni) messe festive e fonte battesimale, con buona pace di tutti.

O quasi. I parroci di Sopraponti soffiano sul fuoco, e trovano ascolto in curia: il dissidio riesploderà nuovamente di lì a pochi decenni, per proseguire ben entro il XIX secolo. Ma il tempo non passa invano, e infine il conflitto si risolve definitivamente, non prima di aver lasciato un buon numero di vittime lungo la via di Sopraponti27.

Placati finalmente gli animi e saziate le anime, soddisfatto il trascendente, resta – dolorante e doloroso, e autentico nomen omen – l'immanente: la ruvîš è sempre lì, incombente sull’esile traccia che l’attraversa.

Passa ancora molta acqua nel Fulìn, e ai cessati obblighi spirituali extra moenia dei Collinotti se ne sostituiscono altri, del tutto nuovi: i vincoli burocratici. La riorganizzazione degli assetti amministrativi operata dai francesi fra il 1803 e il 1815 modifica pesantemente strutture, istituti, tradizioni: la vicinia, vecchia di secoli, è abolita; Collina, già “comune” autonomo, è accorpata al comune di Forni Avoltri, del quale diviene semplice frazione. Il comune di Forni è a sua volta assegnato al cantone di Rigolato e al distretto di Tolmezzo. Ha insomma termine la sostanziale autonomia amministrativa di Collina: ora il primo centro decisionale della piramide amministrativa, della nascente burocrazia moderna, è Forni, oltre la ruvîš.

Incurante delle umane cose, inamovibile ma sempre in movimento, la ruvîš continua a colpire: non è più l'ecatombe di secoli addietro, ma – un morto qui, due feriti là, in moto o da ferme, dall'alto o al basso – le pietre della frana mietono vittime.

Il 29 agosto 1894, di ritorno a Sigilletto dalla celebrazione di un matrimonio a Collina, cade e muore alla Ruvîš il parroco di Sopraponti, pre’ Pietro Longo: “Uomo di considerazione, pre’ Pietro Longo” scriverà quasi settant’anni più tardi pre’ Fortunato Molinaro28.

Non si può tirare in ballo la nemesi: pre’ Pietro è innocente delle nequizie perpetrate dai suoi predecessori. Tuttavia, l’illustre vittima è forse quella che, paradossalmente, smuove le acque per arrestare infine le pietre.

Nel 1895, a meno di un anno dalla morte del parroco, prende avvio il rimboschimento della frana. Nel 1896, con un abile colpo di mano il maestro Eugenio Caneva trasforma un programma di semplice manutenzione del sentiero nel piano di costruzione di una strada.

Grazie a varie concomitanze di interessi – e anche a qualche furbizia – il piano riesce e si concretizza: il nuovo tracciato attraverso la Ruvîš, praticamente coincidente con l'attuale strada, è realtà. La Ruvîš non uccide più, ma da semplice tracciato a strada – strada vera, carreggiabile – il percorso è ancora lungo, e per concluderlo ci vorrà una guerra. E una pace.

Dopo l’avvio delle ostilità nel 1915, le esigenze belliche convinsero ben presto il comando militare della Zona Carnia della necessità di una strada che avvicinasse Forni Avoltri, sede del comando di settore, alla linea del fronte che si snodava lungo la cresta principale, dal passo Giramondo a Volaia a Monte Croce Carnico.

Un percorso che mettesse in collegamento Forni con Collina, dunque, ovvero con l’immediata retrovia della prima linea che dal monte Volaia correva all’omonimo passo, per poi risalire al Cogliàns e alla Chianevate. Fu quindi dato avvio alla costruzione della strada attuale, i cui lavori furono però interrotti dalla disfatta di Caporetto e dalla conseguente ritirata del novembre 1917 da tutto il fronte orientale. La costruzione della strada fu infine portata a compimento solo nel dopoguerra, a spese del Comune di Forni Avoltri.

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