Enrico Agostinis

 

Pietro Samassa alias Pìori di Tòch

o della umana riabilitazione di una guida e alpinista maudit

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Chi

Pietro Samassa
Fig. 1 - Pietro Samassa.

Pietro Samassa nasce a Collina in comune di Forni Avoltri (UD) il 16 settembre 1866, primo figlio di Luigi Samassa da Forni Avoltri e di Marianna Sotto Corona di Toch1. Nel 1894 Pietro sposa Ottavia Gerin dalla quale in vita ha 11 figli, 3 dei quali morti infanti. Samassa muore a 45 anni, il 10 marzo concomitanza con un'epidemia di tifo che colpisce Collina: 3 mesi dopo la sua morte nascerà la dodicesima figlia.

Pietro Samassa è conosciuto per la sua attività di guida e di alpinista, che nel corso di poco più di vent'anni di attività lo porta a una sistematica serie di prime salite, anche assolute, sui monti delle Alpi Carniche fra il Piave e Monte Croce Carnico, in particolare per quanto concerne i suoi monti di casa, fra passo Giramondo e Monte Croce: i gruppi di Volaia e Cogliàns-Chianevate.


Una premessa, due percorsi, molte conclusioni

Pietro Samassa fu in vita guida alpina apprezzata in Friuli e in Austria, come testimoniano i resoconti delle numerose ascensioni, da lui guidate e condotte insieme a vari clienti, apparsi sulla stampa di settore italiana e austriaca e in particolare su In Alto, storico periodico della Società Alpina Friulana, nonché nei profili biografici di Samassa che nel tempo si sono succeduti2.

Collina nei primi anni del '900.
Fig. 2 - Collina nei primi anni del '900.

Dopo la sua morte prematura, e già a partire dagli stessi necrologi, agli entusiastici encomi di carattere più spiccatamente "tecnico" si affiancarono tuttavia commenti e giudizi assai critici su alcuni aspetti caratteriali della sua personalità. In alcuni casi vi fu anche una evidente commistione e sovrapposizione dei due ambiti: detto altrimenti, la personalità dell'uomo avrebbe negativamente condizionato la qualità, se non l'essenza stessa, del "servizio" fornito dalla guida. Con il tempo, di questa curiosa e apparentemente innaturale commistione di apologia e censura del personaggio Samassa è stata particolarmente enfatizzata la seconda, più funzionale a (ri)costruzioni d'effetto incentrate sullo stereotipo guida-cacciatore-contrabbandiere. Al fondo di verità prelevato − in verità spesso acriticamente − dalle fonti storiche, in più d'un caso si sono aggiunti elementi di pura invenzione allo scopo di colorire ulteriormente di tinte forti un personaggio su cui costruire, se non proprio un romanzo noir, almeno un feuilleton d'avventura o una commedia del genere "guardie e ladri": Samassa nel ruolo di Fantomas-Zorro-Jesse James, e le guardie ridotte a macchiette comprimarie, vere e proprie caricature di gendarmi austriaci e finanzieri italiani. Nulla di originale, ma non certo un buon servizio alla ricerca storica e neppure allo stesso Samassa3. Transeat.

Quando, nell'estate del 2015, entrai in possesso di tre libriccini riempiti dalle annotazioni di pugno della guida collinotta pensai di essere prossimo a far luce intorno all'enigma-Samassa, ovvero intorno alla vita e soprattutto alla personalità di questa controversa figura dell'alpinismo friulano fra '800 e '900, di cui quest'anno 2016 ricorrono 150 anni dalla nascita4.

Non sapevo di essere in realtà prossimo a infilarmi in un autentico ginepraio. Un labirinto o ancor meglio un gioco di specchi, dove un'immagine rimanda a un'altra che a sua volta rimanda a un'altra ancora che rimanda... fino a ritrovarmi sommerso di informazioni, notizie, tracce, indicazioni, ragguagli, ma sempre e inesorabilmente respinto lontano dall'uscita del labirinto o gioco di specchi che sia. Con il contenuto di quei tre taccuini (non sono diari, non sono agende, non sono registri) ho riempito pagine e pagine di eventi, di transazioni, di giornate di lavoro, di prezzi e di attività di Samassa (anche come guida alpina, certo, anche se non particolarmente numerose), ma la chiave di lettura della sua personalità, quella che cercavo, non si trova lì dentro. O piuttosto non si trova solo lì dentro ed è giocoforza cercare anche fuori, apparentemente anche molto lontano sia nel tempo che nello spazio.

Tuttavia, è pur vero che anche una non-informazione può talvolta essere utile quando è noto il contesto in cui calarla. Ed è ciò che ho cercato di fare in questo lavoro, cercando di inquadrare Samassa nel contesto − soprattutto storico-alpinistico − in cui visse e operò.

Nel prosieguo di questo lavoro si incontreranno dunque fatti e luoghi e personaggi apparentemente assai distanti da Samassa, eppure a lui legati da vincoli strettissimi, assai più di quanto talvolta possa apparire di primo acchito. Molto di ciò è connesso alla storia dell'alpinismo, alla sua nascita e alla sua evoluzione, tutte cose di cui chi di alpinismo si occupa − certo assai pochi per professione, ma moltissimi per passione − già conosce mentre, al contrario, chi di alpinismo non si interessa potrà trovare noiose. Analogamente, chi è più appassionato alla storia dell'alpinismo potrà trovare ridondanti e non particolarmente interessanti le notizie che riguardano più da vicino la vita quotidiana di Samassa, le sue occupazioni tradizionali e tutta l'attività estranea all'alpinismo stesso e al suo "mestiere" di guida.

Per questa ragione (e anche per semplificarmi la vita...) ho ritenuto opportuno dividere il lavoro in due parti. Una prima parte che riguarda il Samassa quotidiano, impegnato in occupazioni non dissimili da quelle che impegnano i suoi contemporanei (quelli non trascinati via dall'onda migratoria), compaesani collinotti e montanari di qualsiasi villaggio alpino o appenninico: in sostanza, uno spaccato di vita montanara a cavallo fra '800 e '900. La seconda parte insiste invece sul Samassa guida alpina, con particolare riguardo al contesto o, più genericamente, all'"ambiente" − geografico, sociale, economico, umano − in cui egli si trovò di fatto a svolgere l'attività di guida.

Va da sé che i due ambiti non sono rigorosamente disgiunti e isolati: al contrario sono intercomunicanti proprio attraverso il principale personaggio di questo lavoro, e quindi un certo grado di sovrapposizione è inevitabile, ed è per ciò che fra i due "atti" dell'opera è inserito un intermezzo. Lungi dal considerarlo una mera ridondanza, per chi privilegerà una lettura piuttosto che l'altra sarà anzi un modo per gettare un occhio anche "dall'altra parte".


Pietro Samassa dietro le quinte


Le carte

I taccuini di Samassa (di seguito nel testo Note5) non contengono informazioni minimamente esaustive della sua vita. Esse coprono, e in maniera sotto molti aspetti lacunosa, un periodo ridotto (gli anni dal 1890 al 1903) della sua già breve esistenza, ma anche di questo periodo non forniscono una copertura organica e regolare. Principalmente per questa ragione nel prosieguo di questo lavoro le Note non saranno oggetto di una impossibile trattazione sistematica: le annotazioni saranno invece utilizzate singolarmente quando particolarmente pertinenti o rilevanti nell'ambito dell'argomento in trattazione.

Collina, circa 1910
Fig. 3 - Collina, circa 1910. In primo piano casa Mòdie-Bianchi ancora in costruzione. Insecondo piano casa Toch, terminata nel 1890 e quindi già da vent’anni. Abitata da Pietro con la moglie e 8 figli, non sembra esattamente la casa di un uomo ricco.

Di ritorno al contenuto, le Note consistono in un enorme numero di microinformazioni relative a ogni genere di eventi, transazioni, lavori, luoghi, incontri, fatti, personaggi e altro ancora inerente le moltissime occupazioni di Samassa6, attività per lo più comuni e ordinarie come il commercio e il lavoro d'impresa, ma talvolta anche scabrose e illegali come il contrabbando e la caccia di frodo. Già quest'ultima notizia (la presenza di informazioni "sensibili") costituisce un'informazione tanto indiretta quanto rilevante: proprio in virtù della palese annotazione di informazioni delicate − e in certo modo anche rischiose se in mani sbagliate − è difficile pensare che vi sia una qualche forma di esclusione, di autocensura o di selezione delle informazioni stesse da parte di Samassa. In altri termini, pur con tutti i limiti sopra accennati possiamo ragionevolmente ritenere che le Note siano rappresentative di quel ritaglio di vita su cui insistono, in particolare per quanto concerne l'attività "professionale" − qualunque cosa ciò significhi − di Samassa stesso.

Dalle centinaia e centinaia di annotazioni una cosa emerge al di sopra di ogni altra, e con tutta chiarezza: Samassa non ha una singola professione costante e duratura nel tempo da cui tragga il sostentamento della propria famiglia. È muratore, boscaiolo, (micro)imprenditore, commerciante di latticini, di legna, di pelli e altro ancora, senza dimenticare le altre ben conosciute attività, lecite e meno lecite, di cui si dirà fra breve. Insomma, tante sono le attività di cui si occupa, spesso contemporaneamente, che è persino difficile dire se almeno ne ha una prevalente, che lo impegni più di altre o che più di altre sia per lui fonte di reddito. Più semplice è dire, e con ragionevole certezza, quali attività non siano prevalenti quanto a tempo loro dedicato e a ricavi da esse generati. In confronto a quanto noto sino a oggi, i risultati sono sorprendenti.

Al netto della improbabile qualifica di calzolaio asserita alla visita di leva7 e a quella più verosimile di muratore dichiarata al momento del matrimonio, le attività "professionali" associate a Samassa dai suoi più recenti biografi sono quelle di cacciatore (o, secondo alcuni, semplicemente "bracconiere"), contrabbandiere e guida alpina. Attributi qualitativamente corretti − bracconiere compreso − ma quantitativamente lontani dalla realtà. Samassa fu tutto questo ma nulla di ciò, sia singolarmente che nell'insieme, può essere definito sua attività prevalente, sia in termini di tempo impiegato che di reddito generato8. Nelle Note le suddette attività attribuitegli come professionali sono tutte riportate, ovviamente in maniera come sempre disorganica, ma emerge con chiarezza che si tratta di occupazioni discontinue e comunque non sistematiche: con una stima certo approssimativa, ma anche non inverosimile, possiamo circoscrivere l'impegno in ciascuna di esse a poche decine di giorni l'anno.

Attività marginali, dunque, ma poiché esse rivestono considerevole importanza nell'immaginario collettivo e nella rappresentazione della vita di Samassa che solitamente viene fornita, vedremo di darne conto con una buona dovizia di particolari.


Varie, ma non sempre eventuali

Iniziamo dall'ultimo punto dell'ordine del giorno di assemblee condominiali e consigli di amministrazione (varie & eventuali, appunto) in quanto, lungi dall'essere un mero complemento al "suo mestiere", tali sono le attività che scandiscono i mesi, gli anni e la vita di Pietro Samassa. Varie sono le sue professioni in età matura, così come eventuali − nel senso di occasionali, contingenti − sono le sue occupazioni giovanili, fino ai 22-25 anni:

oggi fatto una giornata nella frana a ristorar e comodar;

oppure

fatto il stramezo nela camerina prima a destra;

e ancora

oggi pure terminato il muro dei Pirucei del 4° piano io e Ilario Gaier.

Rispettivamente, si tratta della bonifica della frana di Collinetta, in previsione dell'apertura della strada Forni Avoltri-Collina, della nuova casa di famiglia che Pietro sta costruendo insieme al padre Luigi9, e della ristrutturazione di casa Agostinis-Pirucèlo, a Collinetta.

Sebbene in maniera più organizzata e continuativa rispetto agli anni giovanili, anche negli anni della maturità Samassa fa un po' di tutto. O almeno fa quasi tutto il fattibile in un villaggio della montagna carnica di fine '800. Le attività che sulla base delle sue annotazioni risultano prevalenti sono quella di muratore e di boscaiolo, sia come lavoratore dipendente che piccolo impresario. Da dipendente è pagato a giornata, come è prassi normale in quei tempi, mentre come piccolo impresario si aggiudica appalti nel settore delle costruzioni o dell'esbosco di qualche lotto di abetaia, e quindi ingaggia personale che a sua volta retribuisce. Anche in questi casi lavora manualmente in prima persona, computando e valorizzando le proprie giornate di lavoro in cantiere o nel bosco al pari degli altri operai.

In edilizia il lavoro più consistente, che lo tiene impegnato per diversi anni, è la ricostruzione dell'acquedotto di Collina, appaltato nel 1898 all'impresa De Antoni di Mieli e poi da questi subappaltato a Orazio Caneva, Giuseppe Agostinis e Pietro Samassa insieme al padre Luigi. Impresa travagliata, come scrive Eugenio Caneva nelle sue Memorie10. Per ragioni non bene accertate e che lo stesso Caneva non chiarisce, il lavoro si protrae per oltre 7 anni, dal 1898 al 1905. Sull'impresa lo stesso Samassa si diffonde in numerosi particolari: nominativi degli operai e loro giorni di lavoro, materiali, trasporti ecc., ma tutto ciò non getta alcuna luce sulle ragioni dell'incredibile ritardo.

Anche per quanto concerne i lavori boschivi Samassa agisce come subappaltatore dei grandi commercianti di legnami della Carnia: nelle sue Note li elenca in dettaglio, ciascuno con il proprio marchio distintivo del legname.

Marchi di commercianti di legname
Fig. 4 - Marchi distintivi dei tronchi dei diversi commercianti di legnami in Carnia.

Per conto del commerciante Samassa prende parte alle aste − ad es. Forni Avoltri il 9/5/1902. Fui a l'asta per Palma Domenico per le piante di Drio Maleto − e quindi programma i lavori ingaggiando il personale necessario: a questo proposito sono interessanti i particolari − operazioni e costi − del trasferimento del legname dal bosco fino al fondovalle del Degano, lungo un percorso veramente d'altri tempi. Quello che segue è l'elenco dettagliato dei costi di produzione e trasporto del legname, dal luogo di esbosco fino al "porto" carrabile o fluitabile11.

Bosco de Navo 185 piante
facitura 50  
Bignadura fin in Cumugnos 30  
di Cumugnos al molin 25  
dal molin a fulin 12  
dal fulin al Zovo 65  
dal Zovo al ponte lans 30  
strada dal folin al Zovo 2.12  
dal Zovo al porto 10  
ponte lans governatura 10  
tutto il martore 1.00  
dani di campagna 20  
  2.52  

La descrizione evidenzia come il percorso dei tronchi non sia né breve né semplice (ma ve ne sono di più lunghi e complicati). Dal Bosco de Navo, sopra Collina, i tronchi scendono al fondovalle del rio Fulìn, sotto Collinetta. Di qui il legname deve essere trascinato in salita lungo il sentiero (oggi ampia strada carreggiabile) verso Givigliana e quindi, oltrepassato il crinale (Zovo) che divide il bacino del Fulìn da quello del Degano, calato a quest'ultimo in località Sglinghin (Rigolato).

È da sottolineare che al tempo di Samassa Collina era priva di strade propriamente dette: oltre alla gerla, il mezzo di trasporto più usato era la slitta da carico, buona per il fieno e la legna ma inservibile per il trasporto dei tronchi12.

Oltre al bosco e all'edilizia Samassa pratica con una certa continuità il commercio dei latticini: burro, ricotta e soprattutto formaggio, che acquista anche in malga dai produttori e rivende al minuto.

Accordo fra Pietro Samassa e Nicolò Pascolin Culàu
Fig. 5 - Accordo fra Pietro Samassa e Nicolò Pascolin Culàu di Sigilletto per la compravendita di latticini, fieno e legname.

Memoria con Pascolin Nicolò di Sigileto.
Dacordo di soministrarmi il Formaggio fato Lui nella Sua Malga Bel Vedere genere di Salamora col prezzo al chilogrammo levato a Sigileto di £. 1.30.

È la produzione di formaggio salato (salamora nella grafia di Samassa, nella parlata di Collina formadi di salmuério) di Nicolò Pascolin nella malga Belvedere13. Acquisti simili Samassa ne fa un po' ovunque, anche fuori Collina (il cognome del venditore nella nota che segue, Durigon, è caratteristico di Rigolato), e per quantitativi i più diversi.

Compro Buro da Bepi Durigon Kg. 12.900
a £. 2.00 il chilo importa £. 25.80

I latticini sono poi rivenduti al minuto.

il 31/1.98 alla Putella Kg.1.100 di formagio 1.60
ebbi 2 paia di cerclis da ciaspe14 1.00

E anche

Trasporto Tamussin Giovanni Braido 5.77
il 7 Febraio consegno Edelbais15 dacordo 2.50
il 25 Marzo consegno a Lui stesso Formagio  
salamora Kg. 1.40 3.08
£ undici e trenta 11.35
il 3/4 consegno una libra di Buro 1.00
  12.35

Considerato che il prezzo medio di acquisto del formaggio è 1.30 £/Kg e la rivendita al minuto 1.40 £/Kg non si può neppure dire che Samassa applichi ricarichi particolarmente esosi. In prevalenza il formaggio è venduto al minuto a Collina, ma nelle Note sono registrate diverse spedizioni e trasporti di latticini in Istria, dove si trova una nutrita colonia di emigrati collinotti, fra cui alcuni parenti di Samassa, e dove egli stesso si reca ripetutamente.

Come abbiamo visto sopra, oltre ai latticini c'è altra "merce" che risulta particolarmente appetita e di cui − comprensibilmente, vista la sua conoscenza dei monti − Pietro si dedica con profitto (sic) alla raccolta.

1898
Scotti Giuseppe presso Signor Alberto Caneva in Dignano di spedirgli circa 100 Edelbais

A quel tempo non solo la raccolta delle stelle alpine non è proibita e neppure regolamentata, ma anche la sensibilità ambientale è ancora tutta da inventare se in quegli stessi anni, nel bollettino della Società Alpina delle Giulie, si legge

Mentre si procede lentamente [...] si può fare larga provvista di stelle alpine (Edelweiss) che crescono in abbondanza, e non sono tanto ricercate dai pastori dei luoghi, forse per la distanza dai centri di smercio16.

Pietro Samassa
Fig. 6 - Una coppia di elbàis in piena fioritura. Un tempo assai comuni nei prati di alta montagna –quasi come le margherite –, la raccolta indiscriminata li ha oggi costretti alla semiclandestinità (foto Dorino Bon).

Stelle alpine come margherite!

Stiamo divagando. Ulteriori attività assortite di Pietro Samassa che ritroviamo puntualmente registrate: vendita di legna, soprattutto − ma non solo − ai gestori delle malghe Chiampei e Chianaletta; produzione e vendita di scandole in larice per tetti, a 35 Lire al migliaio; riparazione di tetti in paglia di segale, lavoro per il quale è richiesta particolare competenza e abilità; compravendita di prodotti agricoli vari: fagioli, cavoli e soprattutto fieno, quest'ultimo utilizzato anche nel trasporto del legname, per diminuire l'attrito dei tronchi allo scivolamento; cointeressenza con Michele Tolazzi nella gestione della malga Volaia (Obere Wolayer Alpe); gestione − o qualche cosa di simile, visto che ne tiene accurata contabilità − della stazione di monta taurina di Collina; sfalci di fieno per conto terzi; trasporto di materiali vari. Ed è naturalmente possibile-probabile-quasi certo che qualche cosa mi sia sfuggito, o non compaia nelle Note.

Da questa congerie di attività che, come ben si comprende, coinvolge moltissimi altri soggetti − fornitori, clienti, operai, la moglie stessa di Pietro e la serva/servo di casa17 − attingiamo anche qualche utile informazione riguardo al salario dei lavoratori del tempo, quanto meno a Collina e dintorni, espresso in valuta corrente (Lire). 1.30 £ è la retribuzione media di una giornata/uomo di sfalcio dell'erba da fieno (una donna prende 1 £: a parità di attività, il lavoro di una donna è ovviamente meno retribuito); a spalar neve 1.10; un operaio o boscaiolo 1.40-1.50; un artigiano, ad esempio un fabbro, 2.00-2.10.

Prezzi di beni e servizi? Il formaggio costa 1.40 £/Kg e il burro circa 2.10 £/Kg; un paio di scarpe costa circa 5 £ e una pelle di vacca 16; 2.50 £ la levatrice, e 5.20 £ il parroco per un funerale con due paternosters18.

Alla luce di tutto questo si comprenderà poi, in tutta la sua pienezza, come e soprattutto quanto l'attività di guida alpina potesse risultare remunerativa, e quindi appetibile, in confronto alla vita-di-tutti-i-giorni.


Il grande cacciatore

Gli storici dell'alpinismo associano sistematicamente le prime guide alpine all'attività-occupazione-professione di "cacciatore". Un po' come in certi libri d'avventura o film western dove il cacciatore di pellicce, con tanto di berretto di castoro d'ordinanza alla Davy Crockett, è anche esploratore e profondo conoscitore dei territori altrimenti terra incognita.

Samassa è certamente cacciatore, e anche assai appassionato. Nelle sue Note ciò si comprende non solo dalle prede, che elenca minuziosamente (comprese quelle che non dovrebbe...), ma anche per l'interesse al suo "strumento di lavoro": con i fucili spende somme considerevoli, ma in parte vi è anche spinto dall'evoluzione della tecnologia, non diversamente da ciò che facciamo noi ad esempio con l'informatica. Nel 1899 Pietro ha ancora un fucile (il suo "sistema operativo") ad avancarica, e deve farlo modificare (dalla versione 2.0, o anche oltre): l'armaiolo deve quindi provvedere a

ridurmi a retrocarica un fucile a 2 canne, una ad elica e una tonda [...] la mira posibilmente la vechia con un piccolo alzo di tirrar fin a . a balla.

Su questa modifica Samassa spende una intera pagina di minuziosi particolari sulla chiusura, i cani, la righetta e altro ancora. Si vede che l'argomento lo coinvolge, come pure si capisce che ormai di caccia se ne intende: ha ormai 33 anni, e un bel po' di esperienza alle spalle. Ma ogni grande cacciatore(?!) ha fatto la sua gavetta.

Come tutti i cacciatori, Samassa inizia la pratica in età giovanile: apprendistato, si chiamava una volta, come in tutte le attività che richiedono esperienza. A 23 anni c'è la passione e l'esercizio, ma i risultati scarseggiano.

Li 14 [gennaio 1890] sereno e 15 gradi di fredo a ore 8 [...] oggi statto a caccia io e Meni per veder dei caprioli e non visti a fatto nessuna traccia.

Non va meglio il 21 gennaio:

oggi siamo statti a caccia e visti 11 camoci sotto la siela e Meni a fallato a motivo che le rivato e i camoci uscivano. questi 11 camoci sono venuti dalla Volaia...

L'11 e 24 marzo è tempo di gallo cedrone, ancora senza risultato, mentre il 25

oggi Miche Tolazzi mazzato un Galo Dindio in compagnia solo e noialtri tutti al leto. Mazzato nel piano Bevorchian.

Zero prede non è il bilancio di un grande cacciatore, ma noi già sappiamo che non sarà sempre così. In ogni caso, quel 25 marzo, mentre Michele Tolazzi fa bottino, Pietro è ancora a letto (al leto) perché nel pomeriggio deve trasferirsi a Zovello, dove è ingaggiato come boscaiolo.

Nei mesi successivi, nelle interruzioni del lavoro a Zovello, Pietro torna a Collina e va ancora alla caccia del gallo cedrone, ma i risultati si fanno sempre attendere.

Quel che non manca sono invece gli aneddoti, anche gustosi:

oggi statto al Gallo al Zov da Dalt a cantato solo 8 volte a ore 5 e 3 minuti e poi se scampato verso Sigileto con 4 galine.

Come dire: i cacciatori con un palmo di naso, e il cedrone che se la spassa con le galline. Ma al gaudente pennuto non può andare sempre bene:

Mazzato il Gallo Luriot Giuseppe Tamusin a Zuof da Dalt venduto a Fanin pagato Lire Italia 4 e 10.

"Luriot" resta oscuro anche per un collinotto, ma intanto sappiamo che l'oste Fanin (Faleschini) paga il gallo 4.10 Lire, quasi 3 giorni di salario di un operaio.

Da luglio a dicembre mancano le pagine, ma infine

li 12 [dicembre] Martedì [...] oggi a ore 10 e 20 minuti mazai io un camoscio in Ciampei di Clapos, un zoCol, e un Meni.

Degli anni successivi non abbiamo una cronologia così precisa: la sensazione è che le uscite a caccia si diradino a causa dei crescenti impegni di lavoro, obblighi che spesso lo portano lontano da Collina. Con il passare degli anni diminuiscono i giorni di attività, ma parallelamente Pietro migliora le sue performances venatorie: nel 1899 presenta addirittura un consuntivo dell'anno precedente:

'98 Camozzi mazzati io Pietro Samassa
1 sora il lastron di pez
1 Drio il lago Volaia
1 alla Piramide di Ciampei di Clapos
  zo per la Valentina rimpeto li Zalins
1 alla piramide del Lago Volaia
  cima la Valentina
1 alla corona verde del cadin Volaia
1 alla prima corona drio il Lago verso il Cadin
1 sulla sela di Moraretto

8 camosci in un anno. Sono molti? Sono pochi? Oggi sarebbero comunque troppi (anzi, una strage) ma non è dato sapere se e quanto la selvaggina a quel tempo fosse abbondante. Inoltre, nel contesto storico e culturale in cui si muove Samassa, nella visione assolutamente antropocentrica del tempo il camoscio vale esattamente come la stella alpina che abbiamo visto in precedenza: è lì per essere "raccolto" da chi è in grado di farlo. È la mutata sensibilità comune − sociale, ambientale − che ha promosso il camoscio e la stella alpina dallo stato di res nullius a quello di res omnium, con tutto quel che ciò comporta.

Di ritorno al numero di camosci abbattuti, un'altra osservazione balza tuttavia all'occhio: i camosci sono in maggioranza (5 su 8) abbattuti oltreconfine19. Dettaglio certamente imprudente da mettere per iscritto, ma che per ciò stesso fa supporre che il totale sia corretto e nel computo Samassa non nasconda nulla, neppure le prede proibite. Che a quel tempo il bracconaggio fosse pratica diffusa è cosa nota, così come è verosimile che i bracconieri si spingessero, per evidenti ragioni, nei luoghi più impervi e meno battuti delle montagne. Per i bracconieri di val Trenta Julius Kugy parla di "parossismo venatorio", e "il più temerario era lui, il più audace, il più abile": Andreas Komac, una delle guide predilette di Kugy stesso. Proprio grazie alle sue "virtù" di bracconiere Andreas finirà guardacaccia...

Ma i generosi biografi ci dicono che Samassa vende carichi di pelli così consistenti che manco nello Yukon...20 Altro che 8 camosci! Contabilità occulta, allora? No. Ecco come il Nostro si procura pelli e trofei.

Comeglians 0.45
Vettura 1.00
Desemon .05
Ampezzo pranzo 1.80
Vettura fino a Forni 6.00
N. 24 pezzi di pelle di Camozzi compratte a Forni di sotto il 29 del 12.98  

Sono spese di viaggio, in Lire.

Il grande cacciatore che ci hanno propinato compra le pelli e i trofei da altri! In particolare le pelli senza trofeo sono pagate 2.50 £ cadauna; con il trofeo 4.50 £. Forse nel corso dello stesso viaggio (non è del tutto chiaro, perché nel tempo registra diverse trasferte in val Tagliamento), altri acquisti: «a Dinperz 6 piels»21. È chiaro ora come siano così cospicui i carichi di pelli di camoscio e di trofei che Samassa consegna o, ancor meglio, spedisce ai suoi acquirenti, situati per lo più a Mauthen e comunque in Austria. Business is business.

Infine, per chiudere l'argomento "grande cacciatore & bracconiere", a margine dei dati quantitativi e dei traffici di Samassa gioverà anche ricordare che a quel tempo, oltre a una integrazione del bilancio familiare con la (ri)vendita delle pelli e dei trofei, la caccia provvede anche − non certo in via esclusiva, ma sicuramente anche − a una discreta integrazione e varietà della dieta alimentare, almeno quanto a proteine22. Fino agli anni '50 del XX secolo sulle mense montanare la carne fresca − soprattutto bovina, ma anche lo stesso pollame − è cibo assai poco comune, per lo più riservato ai rari giorni di grande festa o destinato agli infermi e consimili; nello stesso tempo, nelle famiglie contadine e montanare le bocche da sfamare sono numerose assai. Anche in questo caso non si tratta di una interpretazione né di una giustificazione della caccia di fine ' Collina: come già riguardo allo status di "bene disponibile" di camosci e stelle alpine, è un semplice dato di fatto.

In ogni caso Pietro Samassa non è un cacciatore (o bracconiere) di professione. Non si può escludere che ciò rientri nelle sue aspirazioni più o meno segrete, dal momento che la caccia è sicuramente più gratificante del tagliar tronchi, ma Samassa di caccia certo non campa.


L'inafferrabile contrabbandiere

Li 15 [aprile 1890] a ore 7 quasi sereno perfetto 8 e 40 controbando.

O anche

1898. Oggi il 21/10 spedii letera a Liesig23 per che mi ritornino il mio Zuchero circa 9 chili e ½ che me lo portò via una guardia.

Così parlò (scrisse) il Gatsby di Collina24, grande contrabbandiere. Più esplicito di così!

Vi sono altre annotazioni simili, e anche quando Samassa non è altrettanto esplicito si capisce ugualmente che certi viaggi a Mauthen e alcune sue "liste della spesa" sono un po' "particolari". Tuttavia, oltre al citato sequestro dello zucchero non vi sono altri interventi dei custodi della legge: Samassa menziona bensì una contravenzione a Forni Avoltri di cui si occupa personalmente, ma l'ammenda riguarda danni boschivi (i citati dani causati nel trasporto del legname) ed è a carico del commerciante di legname. Vi sono inoltre alcune non meglio identificate spese di dogana a Udine25, tuttavia in nessun modo riconducibili a una sanzione.

Che a Collina, come ovunque fra le Alpi Marittime e le Carniche, il contrabbando al minuto fosse pratica comune è cosa persino banale a dirsi26. Ma qualche chilo di sale o di tabacco o di zucchero non facevano di alcuno un contrabbandiere a tempo pieno, e neppure part-time: come molti suoi compaesani e consimili, dai confini con la Francia a quelli con l'Impero asburgico, Samassa era un contrabbandiere occasionale ancorché, come vedremo nel prosieguo, per nulla sprovveduto.

Sebbene per poche settimane, Pietro Samassa nasce suddito di Francesco Giuseppe I, imperatore d'Austria e re d'Ungheria, quando ormai da mezzo secolo il confine fra Ducato di Carinzia e Regno Lombardo-Veneto è assai più permeabile di quanto non diventi dopo il 1866, anno in cui il Friuli entra a far parte del Regno d'Italia. Anagraficamente null'altro che un dettaglio, ma Pietro crescerà a una scuola, quella della generazione precedente la sua, che nei confronti di quel confine ha consuetudini decisamente più disinvolte di quanto i nuovi tempi post 1866 non impongano. Forse anche in ragione di ciò, e come già per la caccia di frodo, fra le popolazioni di confine la pericolosità percepita e la riprovazione sociale per questo genere di illecito è prossima allo zero.

All'attività di contrabbando, anche se non esercitata in prima persona, è legato uno degli eventi più tragici della vita di Pietro Samassa, circostanza sulla quale nelle Note egli si diffonde con inusitata lunghezza, intensità e precisione, fino a dettagli decisamente impressionanti dai quali traspare tutta la sua angoscia. Riporto per intero il testo di Pietro27.

Li 22 [dicembre 1893] oggi grande dispiacere. Il tempo vento e caligo fino a ore 9 e ½ e dopo nuvolo misto. Geri fui in cima la Valentina e ogi pure fin alla casera28. Prima ero a 8.20, geri in cima, e a ore 10 là del Lago di ritorno, drio le informazioni di Gius. Zanier Col. Mio Fratello è asofogato verso le 2 le 3 dopo mezogiorno che in quel momento era il tempo sciroco.
Li 23 oggi proprio l'ultima speranza di vederlo più vivo in questo mondo. Il motivo che statto essendo partito con una mal compagnia e l'anno bandonato, e essendo una cativa giornata si dubita che sia andato sotto le valanghe sopra li strenti del Lago Volaia29. N.B. il tempo è belisimo le noti uguale a agosto senza un pel di aria.
Li 24 tutto il giorno bellissimo e tepido sereno. Ogi Domenica Vigilia di Natale una belissima note, ma io e li miei aflitto.
Li ore 5 sereno oggi statti 46 da Forni e circa 20 [da Collina?]. Il tempo là del Lago e cima della Valentina fredo assai, e non l'avemo trovato.
Li 31 Dicembre Domenica belissimo ma fredo. A ore 8 e 10 e 12 sereno, a ore 2 pom. bello, a ore 5 e 6 e 9½ belo sereno, a ore 10 id.
L'ultimo del anno 1893 terminato sano, ma con la gran disgrazia del 21 passatto la Morte del mio buon Fratello.

***

Segue dal 21 Dicembre la mancanza del mio Fratello.
Oggi trovato a ore 10 meno cinque di matina, il 16 Luglio e ero solo di compagnia. Trovato a piedi della riviera per [dove] si varda dal lago Volaia in cima la Valentina. In quela riviera fu mossa una Valanga di neve circa 4 quarte e lui discendendo dalla cima Valentina fu rapito e trasportato al fondo.
La posizione che lo trovai metà era fuori della neve. Era sdraiato colla vita davanti verso tera, non avendo conosciuto che abbia fatto nessun sforzo per uscire che qua era stanco sfibrato, che già una valanga lo aveva rapito agli strenti della Valentina avendo trovato il beretto e il bastone. Partito poi lì senza bastone e 4 quarte di neve era in Ciaspe, che poi le [ho] ora ancora con me sempre adesso. Esso si trovava tutto corotto con gran odore di pamatica Romatich essendo statto preso della valanga verso le 4 pomeridiane, o anche le 3 o anche le 5, ma alle 4 era il più gran scirocco che in allora si sentiva a venir valanghe d'ogni parte.
Per la cretta mio fratello portava seco 44.22.11._13.11.32.19.17.11.14.19
51.24.15.32.29.42.23.20.23.14.45
15.30.19.20. e drugo-nizc 1894/1/7/2

C'è veramente poco da aggiungere alla descrizione di questa terribile sciagura, dove alla tragedia della scomparsa del fratello minore si aggiunge, sei mesi più tardi, il ritrovamento del corpo in condizioni altrettanto drammatiche. Solo due annotazioni a margine di questa tragica vicenda. Anzitutto, i numeri delle ultime tre righe sono codici di identificazione della merce che Giovanni Samassa portava con sé. Altrove, sempre nelle Note, Pietro riporta la chiave di questo codice, che tuttavia non consente una completa decrittazione del messaggio: la parte iniziale è una cariga di..., ma al seguito non si riesce a dare senso compiuto. Si tratta certamente di un carico di contrabbando, probabilmente zucchero. In secondo luogo, la frase essendo partito con una mal compagnia e l'anno bandonato è l'unica espressione, nelle centinaia di pagine dei tre libretti, in cui Pietro Samassa assume un tono accusatorio nei confronti di chicchessia. Nella fattispecie, i compagni di viaggio del fratello che, a suo dire, lo avrebbero abbandonato.

Il lago Volaia con il Rauchkofel
Fig. 7 - Il lago Volaia con il Rauchkofel al centro e, sulla destra, la base della cima Lastròns del Lago. Fra i due monti, nell’ombra, la parte superiore del Wolayertal, che dal Valentintörl scende al lago e dove perse la vita Giovanni Samassa.

Da Collina, la via per Mauthen attraverso Volaia e il Valentin Törl, dove perde la vita Giovanni Samassa, è decisamente più lunga e soprattutto più pericolosa di quella per Monte Croce Carnico via forcella Plumbs e val di Collina: nei secoli passati la via di Volaia era praticata soprattutto da contrabbandieri e migranti irregolari, in quanto consentiva di evitare sia il valico di Monte Croce che buona parte della strada principale dal passo a Mauthen, strada già allora assai frequentata e quindi soggetta a maggiori controlli30. Il fatto che i viaggi per Volaia fossero effettuati anche in pieno inverno e in condizioni di grave pericolo − come le condizioni in cui Giovanni Samassa fu travolto da una valanga, dopo una pesante nevicata e con grande scirocco − è oltremodo indicativo della potente "spinta", necessità o convenienza che fosse, a correre il rischio.

Di ritorno a Pietro e per concludere anche questo argomento, il contrabbando non poteva essere per lui più di un'attività saltuaria, non fosse altro perché non aveva il tempo di dedicarvisi. Nelle sue Note il calendario è colmo di impegni in lavori "normali" ai quali poi si aggiungono, letteralmente disperse qua e là, le missioni riconducibili ai traffici illeciti, solo o in piccoli gruppi di due o tre. Questo per le risultanze in sé. Quanto alle ragioni per cui Samassa non dedicasse più tempo a questi traffici, verosimilmente più redditizi del lavoro quotidiano, ci si può sbizzarrire nel campo delle ipotesi, tutte però prive di conferma. La prima e più banale ragione che viene in mente è che, stante l'esiguità del "mercato" (Collina, o poco altro: se non altro per ragioni logistiche non è molto credibile che egli potesse rifornire di merce di contrabbando mezza Carnia), non ci fosse grande domanda per collocare la merce stessa.

Conclusione. Come già per la caccia e i relativi commerci, Pietro Samassa non è contrabbandiere di professione non fosse altro perché, a quanto ci è dato vedere dai suoi impegni, non ha il tempo e il modo di esserlo.


La guida alpina

Qui si tratta naturalmente dell'attività di guida alpina di Pietro Samassa vista dall'"interno", ossia nell'ambito della sua attività lavorativa globale. Una fonte di reddito come altre, insomma.

In estrema sintesi, come sopra: 10-15 giorni l'anno, come egli stesso si premura di farci sapere con una ben ordinata tabellina dove sono elencati clienti e relativi proventi per l'anno 1897 e 1898, probabilmente fra i più redditizi per la guida collinotta.

Pietro Samassa in veste di guida
Fig. 8 - Pietro Samassa in veste di guida (www.alpinwiki.at).
il 29 Agosto   100.20
29 da Ferucci Arturo 13
30 da Giuseppe Urbanis31 25
17 [settembre?] da Baldermann Gus 15
ricevo in tutto   153.20
più £   3
     
     
Cozzi Trieste32   17
Bolaffio "   25
Scolz Berlin   11
Wagung Wien   11
Ugo Karischg Viena   13
di Wienna   77
Li due dalla forca Monumenz   1.50
    5.50
Slocovich Trieste   12
ricerca di sassi   2
dal Notaio   1.10
dal Wienese   1.10
    100.20
Ricevo Cento dal 6 Luglio fin al 20 Agosto 1897. Pietro Samassa    

Non tutto è chiaro intorno alle due tabelle: la prima si riferisce evidentemente al 1897 (con Urbanis sulla nord del Cogliàns), e la seconda al 1898 (con Bolaffio, Cozzi e compagnia di Vienna sul Seekopf). A complicare le cose è la data in calce alla seconda tabella (20 Agosto 1897) il cui totale (100.20) è riportato come prima riga della prima tabella33. Si tratta quasi certamente di una modifica a posteriori, che tuttavia non muta la sostanza delle cose: quel che già è chiaro, e con maggiore evidenza si vedrà più avanti, è che si tratta comunque di guadagni decisamente esorbitanti se rapportati al salario giornaliero di un operaio quale Samassa è nella vita di tutti i giorni. A eccezione della ricerca di "sassi", che rende come un giorno da artigiano o da operaio specializzato, la differenza con un salario "normale" è di un ordine di grandezza e oltre: con una giornata da guida Samassa guadagna da 10 volte (e più) il suo normale salario giornaliero. È un punto di grande importanza su cui ritorneremo quando tratteremo più ampiamente della guida Pietro Samassa e dell'alpinismo del suo tempo.

Attività molto redditizia, quella di guida, ma le tabelle sono anche esplicative di quanti giorni in un anno potessero essere così proficui. Di sola montagna non campa(va)no neppure le grandi guide, ma esse almeno facevano stagione piena e, spesso "accaparrate" con un anno di anticipo, avevano persino di che scegliere: al contrario, per Samassa anche d'estate corda e piccozza erano null'altro che una parentesi fra falce, accetta e cazzuola. Siamo nella media dei giorni di contrabbando o di caccia, e forse ancor meno di quelli: 10-15 giorni l'anno. Ancora una volta, se con "professione" intendiamo l'attività da cui un soggetto trae la maggior parte del proprio reddito, Pietro Samassa non è guida alpina di professione.

In sintesi, con caccia, contrabbando e alpinismo Samassa non si guadagna il pane. O quanto meno non quello quotidiano.


Il riposo del guerriero

Che fa Pietro Samassa quando non sta dietro ad alcuna delle sue molteplici occupazioni? Tralasciando che dalla sua contabilità non è raro vedere giornate di lavoro anche la domenica, nel bosco o in cantiere, e a parte la caccia, che per Pietro è sicuramente un piacere ma che produce anche reddito e di cui quindi abbiamo già ampiamente letto e scritto, che fa Pietro alla sera del sabato del villaggio e nel dì di festa?

Staiàt di Caminòn
Fig. 9 - Una parete dello Staiàt di Caminòn decorata da Giovanni Napoleone Pellis per il carnevale del 1946.

Stando a ciò che scrive, a Pietro piace il ballo. Dove? A Collinetta, nello Staiàt di Caminòn34.

Li 4 [febbraio 1893] Ballo a Collinetta fin alle 6 di mattina.

È un sabato di carnevale (le Ceneri cadono il 24 febbraio), e Pietro è ancora giovane e scapolo. Danze, allora, ma non sempre fa nottata: la settimana successiva,

Li 11 [febbraio 1893] Ore 11½ ritorno dal ballo ossia statto in mascher e balato là di Caminon suonatore Giov. Tam[ussin].

Passato il carnevale, viene anche il tempo della penitenza:

li 3 [aprile 1893] oggi Seconda festa di Pasqua io son confesato

(e dunque sappiamo che Pietro nutre anche un po' di timor di Dio).

Infine qualche altra sera ancora registra andato tardi a dormire, e abbiamo terminato. O quasi.

Una birra qua e una là con questo e con quello, un pranzo in osteria con qualcun altro (guardie comprese, a Forni come a Mauthen), qualche trasferta in Istria, dove al business associa il piacere del viaggio in sé35, nel corso del quale registra mezzi, luoghi e orari più e meglio di un capotreno (il tutto è sempre minuziosamente annotato), ma nulla di più.

A meno che non ometta sistematicamente i suoi vizi (ma quando "eccede" con le birre − una volta ne beve "persino" 3 − se lo annota, quasi a mo' di auto-rimprovero, o almeno di auto-controllo), la vita di Pietro è di una noia mortale. D'altra parte, se si eccettuano i balli organizzati un po' dappertutto, non si può certo dire che Collina e dintorni e la Carnia tutta offrano chissà poi quali diversivi. E infatti un tempo era persin troppo comune l'"evasione" nell'alcol: naturalmente vino, e altrettanto naturalmente non della migliore qualità. Insomma, e per concludere: chi non aveva l'abitudine di alzare il gomito diveniva virtuoso per forza...


Spigolature

Fra le curiosità delle Note sono i numerosi indirizzi che Samassa registra una tantum, inframmezzati a tutt'altre annotazioni e che poi scompaiono nel nulla. Indirizzi e recapiti spesso di persone di un certo rilievo, almeno a giudicare dai titoli che si portano appresso, e non sempre immediatamente collegabili ad alcuna sua attività (a meno che non si tratti di potenziali clienti da portare in montagna). Alcuni esempi, sparsi fra le Note e apparentemente senza alcun nesso fra loro:

Principe Luigi Porcia
Spital an der Drau, Carinzia

Marchese Massimo Mangilli
Per Mortegliano
Prov. Udine Flumignano

Carlo Vocgeler
i. r. Notaio, a Kotschach

Altra pratica curiosa di Samassa, l'abitudine di registrare i tempi al minuto.

Li 9 [febbraio 1893] il sole tramonta nel buso di Comeligo ossia fra il monte Pleros e il monte Cadin di Forni verso la Paralba, geri non è arivato e oggi a Durato 11 minuti scarsi, ma intendo dire che a ore 4.19 quatro e Dicianove e levato Drio il monte Pleros.

Finché rileva le effemeridi quotidiane la precisione ha un senso, ma non sempre appare così strettamente necessario.

li 27 [maggio 1893] bello a ore 3, idem a ore 4, piova [...] a ore 3 e 7 minuti [pom.], nuvolo e tuona sempre o di una parte o de l'altra a ore 5 piova, a ore 5 e 18 piova forte [...]

Oppure il gallo cedrone che «a cantato solo 8 volte a ore 5 e 3 minuti».

Come ben si comprende (o forse no...) un'insieme di microiformazioni in cui è difficile trovare un autentico filo conduttore: l'eventuale fil rouge bisogna definirlo a priori, e nelle Note andarsi a cercare gli elementi e le informazioni che supportano o smentiscono l'ipotesi di lavoro. Se di quadro generale si può parlare, Pietro Samassa ne esce come un uomo indaffarato in ogni direzione, in cento attività, in mille dettagli, mestieri, occupazioni, lavori.

Nessuna ipotesi si può invece avanzare circa le ragioni di tutto questo fermento, e soprattutto della necessità di registrare e tener conto di ogni più piccola spesa o ricavo. Per di più, di queste entrate e uscite raramente si trova un consuntivo che vada oltre la singola operazione36, la quale è subito accostata a un'altra il cui nesso con la precedente risulta oscuro, e un pur ipotetico filo conduttore è subito smarrito. Dopo avere scorso pagine e pagine di numeri e contratti e accordi e vendite e lavori effettuati e "dipendenti" pagati, non sono riuscito a farmi un'idea di quanto Samassa guadagnasse in un anno.

Della persona Pietro Samassa conosciamo ormai tutto quanto ci è dato sapere. Fine del primo atto, è tempo di passare al personaggio, ma prima è necessario transitare attraverso una curiosa "interfaccia", a mezza via fra privato e pubblico, del protagonista delle nostre fatiche. Un intermezzo, appunto.


Le leggende metropolitane (o forse villiche, ma sempre leggende)

Che mai hanno a che fare le leggende con l'attività concreta, ancorché non sempre esercitata entro i limiti del lecito, di un seppur singolare collinotto? Molto.

Pietro Samassa in una rara foto di studio
Fig. 10 - Un inedito Pietro Samassa in una rara foto di studio (cortesia Annamaria Samassa).

Come abbiamo visto, il primo a menzionare esplicitamente per iscritto le proprie attività illecite − caccia di frodo e contrabbando − è lo stesso autore, Pietro Samassa. A maggior ragione è molto probabile che di queste come di altre attività meno disdicevoli l'autore, senza dubbio non incline alla riservatezza e anzi un po' guascone e vanaglorioso, meni vanto a destra e manca. Insomma la fonte primigenia delle "imprese" di Samassa potrebbe essere, almeno in parte, lo stesso Samassa. Da questa base, opportunamente amplificata, prende l'avvio una serie di invenzioni fantasiose, vera e propria saga che vuole Samassa una sorta di personaggio maudit o un Fantomas ante litteram: dalle citate cacce proibite e dal contrabbando che avrebbero fatto di Samassa-Gatsby-Davy Crockett un uomo ricco (premessa corretta, conclusione arbitraria nonché fallace: Samassa fu certamente benestante, ma altrettanto certamente non fu ricco), fino all'horror-kitsch dei tagli sulle piante dei piedi. Tagli autoprocurati da Samassa per aumentare, con il sangue rappreso, l'aderenza dei piedi alla roccia allo scopo di sfuggire alla cattura dei gendarmi austriaci lanciati al suo inseguimento con i cani (e, fola per fola, buon per il Nostro che gli ottusi gendarmi non pensino a praticare analogo trattamento − i tagli ai polpastrelli delle zampe − ai loro cani…).

Come dire che non è sufficiente il luogo comune che vuole Samassa trascorrere le giornate bighellonando per i monti a caccia di camosci o facendosi beffe di doganieri e gendarmi, ma per fare audience è necessaria anche la componente horror. Fuffigne sive stupidezzi, buoni per spaventare i bambini. Ma solo quelli di una volta: con quelli di oggi, abituati a ben altro, non funzionerebbe più.


Fuoco amico

Un po' meno leggenda, ma pur sempre nell'ambito del "si dice..." c'è anche da registrare il radicato convincimento, soprattutto sotto i campanili dei paesi contermini a Collina, che il maggior danno alla carriera di guida di Pietro Samassa sia derivato dalle malelingue sue compaesane, ovvero dalle chiacchiere e calunnie sul suo conto da parte degli stessi Culinòts.

Che nelle osterie di Collina e dintorni girassero maldicenze sul conto di Samassa non è solo cosa possibile, ma anzi piuttosto probabile. Nulla di nuovo sotto il sole (il paese è piccolo, e di conseguenza la gente è quasi obbligata a mormorare...): lo stesso Eugenio Caneva, il cui operato in favore del suo paese lo colloca oggi assai prossimo agli altari − laici, ma pur sempre tali −, in vita fu oggetto di insinuazioni e maldicenze assai più pesanti che non quelle relative al bracconaggio e contrabbando o al carattere fumantino di Samassa. Non casualmente le calunnie nei confronti di Caneva furono profferite proprio in osteria, e a quel livello sarebbero rimaste se i diffamatori non fossero stati dallo stesso Caneva trascinati in tribunale (dove, come tramandano le cronache, furono processati e condannati)37.

Collinetta 1903. Esterno di osteria
Fig. 11 - Collinetta 1903. Esterno di osteria (non necessariamente quella dei pettegolezzi...).

Che anche Samassa sia finito sotto il tiro del "fuoco amico" dei compaesani invidiosi è dunque assai probabile (ma non c'è ragione di credere che nelle taverne nei paesi vicini il Nostro, ormai noto ben oltre gli angusti confini di Collina, fosse trattato molto meglio...): tuttavia, di qui a sostenere che furono queste chiacchiere verosimilmente alcoliche a portare nocumento alla popolarità, alla carriera e infine alla memoria della guida collinotta ce ne corre. Anzitutto, se restiamo ai fatti, di queste maldicenze e della loro natura non v'è notizia certa né tanto meno v'è documentazione: anche la "denuncia di un compaesano" all'origine dell'asserito inseguimento dei gendarmi (sì, proprio quello dei tagli...) affonda le sue radici nei fumi delle osterie d'antan, terribile miscela d'alcol e tabacco a quel tempo entrambi di pessima qualità. Insomma siamo alla diceria sul pettegolezzo stesso (in matematica, detto p il pettegolezzo e d la diceria, si scriverebbe pd), non propriamente una caratteristica della ricerca storica seria né del metodo scientifico.

In secondo luogo le chiacchiere da taverna non sono pubblicizzate sulla stampa e non si allontanano molto dalla taverna stessa38, a meno che a renderle pubbliche non provveda lo stesso "chiacchierato", come fece Caneva portando in tribunale i maldicenti. Detto altrimenti, se da Fanìn quei cjochèlos di Bepo e Toni e Jacum sparlano di Pìori, le dicerie arrivano a Rigolato e a Forni (dove magari condiscono ulteriormente la minestra), ma quanto a Vienna e Udine e Trieste...

Attribuire dunque alle maldicenze dei suoi compaesani il pregiudizio o impedimento alle (potenziali) migliori fortune della guida Pietro Samassa è quanto meno superficiale o tendenzioso, e probabilmente ambo le cose. Come si vedrà più avanti, a limitare il potenziale alpinistico e l'evoluzione della carriera di Samassa furono ben altre cause che non le eventuali beghe di campanile, o sotto il medesimo.


Pietro Samassa alla ribalta


Fu (vera) gloria?

Per una volta partiamo dalle conclusioni, anche se non proprio nude e crude.

Pietro Samassa non è e non fu una guida famosa, né un famoso alpinista. Per gli storici dell'alpinismo, al di fuori del nostro orticello cargnello-furlano cui va aggiunta una non trascurabile appendice austro-tedesca, Pietro Samassa rimane oggi il perfetto sconosciuto che fu in vita. Ebbe una certa notorietà a Udine e a Trieste, grazie alle Società Alpine (Friulana e delle Giulie) e ai loro soci, suoi clienti. Ebbe anche non pochi clienti in Austria e Germania, ma a occidente la sua notorietà non si spinse oltre il Piave. Fuori del Friuli, più di Pietro Samassa è conosciuto e citato persino Nicolò Sotto Corona, in quanto guida di Paul Grohmann nella prima salita al Cogliàns. Il che suona abbastanza paradossale dal momento che, come guida e come alpinista, Sotto Corona non valse certo Samassa.

A cavallo fra '800 e '900, per essere una guida famosa devi avere clienti importanti e/o raggiungere importanti obiettivi alpinistici: i clienti di Samassa non sono alpinisti di grande rango, e la sua attività alpinistica si svolge sui monti di casa, Volaia e Cogliàns-Chianevate, ben al di fuori del mainstream alpinistico che scorre nelle Alpi Occidentali e in Dolomiti.

Alcuni dei grandi e famosi binomi guida-cliente degli anni di Samassa (1890-1910) si chiamano Burgener-Mummery (e Dent), Antonio Dimai-Phillimore e Raynor, Lochmatter-Ryan, Knubel-Young; e, per rimanere alle guide, in quegli anni sulla piazza ci sono i Sepp Innerkofler, Émile Rey, Angelo Dibona, Michele Bettega, Tita Piaz e altri ancora. Gli obiettivi? Prime assolute o vie nuove, c'è di che scegliere, e scusate le omissioni: la cresta di Z'Mutt al Cervino; il Grépon, la cresta ovest delle Grandes Jorasses, la cresta des Hirondelles, il Dru nel gruppo del Bianco. La sud della Meije nelle Alpi del Delfinato. E ancora, in Dolomiti, nord della Piccola di Lavaredo, ovest del Croz dell’Altissimo, nordovest della Civetta, sud della Tofana di Rozes...

La cerchia dei Monti di Volaia (Biegengebirge)
Fig. 12 - La cerchia dei Monti di Volaia (Biegengebirge), vera e propria riserva di caccia alpinistica di Pietro Samassa. Da sinistra a destra, il passo e il lago Volaia, quindi i monti Capolago, Canale, Creta di Chianaletta, Sasso Nero, Volaia.

Non è che un microscopico campionario, tanto per le guide/clienti che per le ascensioni, al quale Samassa può contrapporre i suoi clienti non certo famosi (con la sola eccezione di Kugy), e le sue salite quasi domestiche, sui monti di casa e poco oltre ma sempre nelle Alpi Carniche.

È opinione abbastanza diffusa (naturalmente chez nous: Carnia e dintorni) che in alcune sue salite Samassa abbia superato difficoltà non raggiunte altrove, su dolomia o sul granito delle Alpi occidentali. Non sembra essere così: sotto questo profilo i suoi "concorrenti" si chiamano ancora Mummery, e poi Winkler e Zsigmondy, ma anche Angelo Dibona e Piaz, che di Samassa non sono di molto più giovani, e persino il Bersagliere Jean-Antoine Carrel, classe 1829. Nonché, quasi sulla soglia di casa, Osvaldo Pesamosca.

Samassa superò ripetutamente e in molte vie difficoltà classificabili, secondo le attuali valutazioni (scala UIAA), di IV grado, che è anche la massima difficoltà ufficialmente da lui superata: per la prima volta documentata, in un passaggio sulla sud della Chianevate con Urbanis (1894). Alcuni autori attribuiscono a Samassa una solitaria di IV grado antecedente al 1892, sulla nord-ovest della Chianevate, ma la circostanza sembra smentita dallo stesso Samassa in una sua annotazione dove, di quello stesso percorso, scrive mi lo provò il 20 agosto 1898. Nondimeno, già la salita del 1881 di Mummery sul granito del Grépon comporta il superamento di una fessura oggi valutata IV+, mentre alcuni storici dell'alpinismo (Enrico Camanni fra questi) anticipano il superamento del IV grado addirittura al 1865, quando Jean-Antoine Carrel sale la cresta del Leone del Cervino. Infine nel 1887 Winkler, solo, sale la Terza torre del Vajolet che da allora porta il suo nome, aprendo un itinerario valutato IV-/IV con un passaggio di IV+/V- (fessura Winkler) e scrivendo un pagina memorabile nella storia dell'alpinismo.

È pressoché certo che Samassa abbia raggiunto i suoi limiti tecnici arrampicando solo e non con i suoi clienti, e che quindi egli sia andato anche oltre quel IV grado per lui abituale. Tuttavia è anche vero che del superamento di questo limite non si ha notizia certa. D'altra parte, chi mai poteva raccogliere le testimonianze di Samassa e delle sue salite: crederlo, valutarne le imprese e formalizzarne la portata e l'importanza sulla stampa di settore? Chi avrebbe potuto, se non proprio coloro che lo prendevano per matto, o per un rozzo montanaro un po' spaccone e un po' millantatore (e in alpinismo fra il matto e il millantatore non si sa che cosa sia peggio)? Forse Samassa andò anche "oltre", ma oltre che cosa? Il V- di Winkler del 1887? E dove, e quando? E, soprattutto, è poi così importante?

Samassa alpinista mediocre, dunque, o semplicemente "normale"? Tutt'altro. In assenza di notizie certe (ma abbiamo davvero bisogno di pesare un alpinista con il bilancino dello speziale?) possiamo comunque affermare che, nel contesto in cui si mosse, Samassa fu guida e alpinista sicuramente d'avanguardia non solo per le sue realizzazioni, ma soprattutto per la capacità di immaginare la fattibilità − o almeno la saggiabilità − di itinerari dai più allora ritenuti impercorribili o eccessivamente temerari. È proprio questo a differenziare Samassa dall'altra guida friulana all'avanguardia a cavallo fra i due secoli, Osvaldo Pesamosca di Raccolana. Tecnicamente fortissimo, probabilmente anche più di Samassa (il passaggio chiave sul pilastro sud ovest del Montasio nel 1908 è opera sua), Pesamosca tuttavia di Samassa non possedeva la personalità e la creatività alpinistica che caratterizzarono la guida di Collina. Esattamente ciò che, come vedremo nel prosieguo, a Samassa rimproverarono senza mezze misure i soli possibili referenti di cui egli potesse disporre, gli stessi di cui sopra: i suoi clienti, ossia non esattamente l'avanguardia dell'alpinismo dell'epoca.

Samassa fu guida di un grande alpinista, Julius Kugy (con cui, come si vedrà, il rapporto fu tuttavia episodico e tormentato, ai limiti del conflittuale), di alcuni bravi alpinisti friulani e triestini e anche di molti clienti austriaci e tedeschi, ma nessuno di essi di altissimo livello tecnico. Al contrario, molti furono alpinisti autenticamente appassionati ma tecnicamente modesti, e soprattutto dagli angusti orizzonti: inidonei a fungere da stimolo alle già notevoli capacità tecniche di Samassa, di fatto essi agirono in senso contrario limitandole, incapaci di vedere nell'"ambizione" (un termine che incontreremo spesso) e negli slanci di quella guida carnica dai modi spicci, assai poco canonici e ancor meno rispettosi delle gerarchie, nulla più della temerarietà e dell'incoscienza di un pretenzioso montanaro.

Ma Samassa avrebbe potuto...? Sarebbe stato...? Se...? Domande naturalmente oziose, anche se personalmente ho una mia risposta che tuttavia vale quel che vale dal momento che, come sempre accade in analoghe situazioni, non ha riprova: anche a Waterloo, se Ney e Grouchy... se  Blücher... Sulla base di quei se, forse ancora oggi andremmo tutti in giro con la coccarda al petto.

Anche la mia risposta è figlia di una serie di se, e quindi indimostrabile. Non provabile (che non significa del tutto priva di riscontri) ma affermativa. Sì, Pietro Samassa avrebbe potuto essere ciò che non fu, una grande e famosa guida, un grande e famoso alpinista, se... Se non fosse andato a incocciare contro limiti insuperabili, primo fra tutti l'ambiente umano, geografico e sociale − e quindi l'ambiente alpinistico − in cui si trovò a vivere e operare, a cui si aggiunse un temperamento "difficile" che non può tuttavia essere considerato l'elemento dirimente. Sulla personalità di Samassa pesano giudizi contrastanti e talvolta drammaticamente antitetici, in buona parte figli dei tempi e del contesto in cui maturarono ma anche spesso assai lacunosi quanto a prospettiva storica in cui collocare fatti e persone. Uno degli scopi di questo lavoro è proprio quello di separare la storia dalle storie.

La risposta è invece affermativa, senza se e ma, intorno alla modernità alpinistica di Samassa. Come si avrà modo di vedere più articolatamente nel prosieguo, nell'ambiente dell'alpinismo friulano di quel tempo egli ebbe un ruolo, ancorché largamente incompreso e in buona parte incompiuto, di autentica avanguardia. Conseguentemente, non è irragionevole pensare che Samassa, trovandosi in ambiente più stimolante rispetto alla periferia del movimento alpinistico dove fu in certo modo costretto e venne di fatto a trovarsi (sicuramente per suoi propri limiti culturali, ma anche per assenza di alternative praticabili), avrebbe potuto ridurre e forse colmare quel divario tecnico e soprattutto culturale che lo divideva dall'alpinismo di punta dei suoi giorni.

Insomma il pur abile, coraggioso, tenace Pietro Samassa si scontrò con limiti, anche suoi propri, pressoché insuperabili, e non li superò.

Detto il dicibile e sgomberato il campo dai che cosa, possiamo ripartire dall'inizio alla ricerca di qualche perché.


L'alpinismo fra secolo dei lumi e Belle époque

Non è questo il luogo né il tempo né l'autore per una nuova (nel senso di "ulteriore") storia dell'alpinismo. Tuttavia, a partire da un pur difficile tentativo di profilo dell'alpinista-tipo in chiave diacronica e nelle diverse aree delle Alpi, un minimo di inquadramento storico è necessario per comprendere il contesto in cui la guida Pietro Samassa si trovò a operare. Contesto che va considerato nelle sue peculiarità non solo in relazione ai tempi nei quali Samassa fu attivo come guida (più o meno 1890-1910), ma anche connesse ai luoghi dove la guida di Collina visse e operò: le Alpi Carniche, decisamente al di fuori (repetita juvant) del mainstream alpinistico.

1935. L’attacco del sentiero Spinotti
Fig. 13 - 1935. L’attacco del sentiero Spinotti, con il camino iniziale e la famosa scala a pioli. "Invenzione" alpinistica di Samassa, che per primo lo percorse in discesa intorno al 1890, per molti anni il tracciato costituì la via normale al Cogliàns per chi partiva da Volaia prima di essere sostituito dalla attrezzata via Koban-Prunner sulla parete nord.

Fra i primi visitatori moderni delle montagne39 l'interesse preminente non è neppure la vetta ma piuttosto l'"ambiente" montagna: botanica, zoologia, geologia, meteorologia. Certamente non interessa l'aspetto antropico o, più semplicemente, "umano". Il mito del bon sauvage è certo presente fra i nuovi frequentatori della montagna, ma lo stesso "selvaggio" è semplicemente parte del panorama, come sottolinea l'alpinista e storico dell'alpinismo Gian Piero Motti:

Ma chi erano in fin dei conti questi turisti? Il più delle volte scienziati, uomini di cultura, nobili, personaggi del clero benestante, insomma individui appartenenti a classi sociali molto agiate e depositarie della cultura dell'epoca. [...] Lo scienziato, lo studioso della natura, il cercatore di avventure [...] aveva esclusivo interesse per il fattore ambientale e naturale della montagna. Costui giungeva direttamente al paesaggio alpestre, saltando a piè pari l'aspetto indigeno e umano40.

A fine '800, al tempo di Samassa, questa figura ha già subito un'evoluzione, quanto meno in senso alpinistico: l'«interesse per il fattore ambientale e naturale della montagna», per usare l'espressione di Motti, se pure c'è ancora non è più esclusivo ma passa in secondo piano davanti alla conquista della vetta prima, e della nuova via per la vetta stessa poi. Oppure, e più precisamente, in quanto tale la frequentazione della montagna a scopi naturalistici non si coniuga più con l'appellativo di alpinista. Ci sono e ci saranno grandi alpinisti naturalisti − o naturalisti alpinisti − ma già verso la metà dell'800 ci sono fior di alpinisti, forse ormai maggioranza, cui della natura cale poco o punto41. Naturalmente in tutto questo non c'è nulla di nuovo: si tratta di cose note, cose risapute che appartengono alla storia dell'alpinismo ma che qui è opportuno richiamare.

L'alpinismo evolve dunque negli obiettivi (la vetta acquista valore in quanto tale e la via per raggiungerla pure, in quanto rispondente a determinati criteri estetici e logici) e nella tecnica (in Dolomiti a fine '800 siamo alla soglia del V grado), ma sotto il profilo antropologico l'alpinista-tipo rimane lo stesso: un essere sostanzialmente alieno che guarda solo in alto (la vetta, la via) e il cui eventuale rapporto con l'"indigeno" fornitore di servizi (la guida, il portatore, l'oste) è di esclusiva fruizione.

Essi esplorano, conquistano la montagna, ne scoprono la bellezza solitaria, i nuovi paesaggi, provano la soddisfazione della conquista dopo la lotta e la fatica, ma sfugge loro completamente la realtà umana della montagna: ignorano i montanari, essi sono pure comparse, paesaggio42.

Come a dire che ciò che conta è la propria e soggettiva lotta coll'Alpi43 (maiuscole nel carattere e nel "valore") mentre l'altrui, quella quotidiana per la sopravvivenza (e quindi con l'alpe, minuscola di carattere e d'importanza), semplicemente non esiste.

Creta della Chianevate 1921
Fig. 14 - Creta della Chianevate, 1921. Lungo il sentiero di guerra, via normale alla cima.

Per quanto necessaria e in buona misura rappresentativa della realtà, si tratta naturalmente di una generalizzazione cui non mancano le eccezioni. Nei loro viaggi del 1861-63 Churchill e Gilbert osservano e riportano numerose scene di umanità varia e, con il non trascurabile contributo delle rispettive consorti che li accompagnano nel viaggio, persino interagiscono con qualche valligiano44. Ma l'eccezione più importante a questa "regola" l'abbiamo proprio in casa nostra, con Giovanni Marinelli e la sua Guida della Carnia, dove all'elemento antropico in tutti i suoi aspetti è data una posizione di assoluto rilievo45. Tuttavia, nella fattispecie Churchill e Gilbert sono viaggiatori e non alpinisti, e lo stesso Marinelli, pur amante della montagna e fra i fondatori della Sezione CAI di Tolmezzo prima e della Società Alpina Friulana poi, è anzitutto geografo e poi alpinista. E se pure la sua attività alpinistica fu certamente intensa, questa non fu certo sufficiente a collocarlo fra i più agguerriti alpinisti del suo tempo. Eccezioni, insomma, e non la regola: nella stragrande maggioranza dei casi, alle genti che popolano le pendici del suo "terreno di gioco" (la montagna) l'alpinista-tipo è e rimane del tutto estraneo.

È un approccio alla montagna che sotto diverse forme e manifestazioni continuerà fino ai giorni nostri (si pensi allo sci e, più in generale, al turismo mordi-e-fuggi): rimanendo nell'ambito di questo lavoro, tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che uno degli ambiti in cui questo atteggiamento avrà un impatto considerevole è il rapporto cliente-guida, di cui si tratterà diffusamente più avanti.

Concludo questa prima parentesi storica ricordando necessariamente come proprio gli anni di Samassa vedano notevoli mutamenti e importanti elementi di discontinuità nella pratica alpinistica sino ad allora quasi rigidamente seguita. Anzitutto, ormai vinte per le vie "normali" pressoché tutte le principali vette delle Alpi, ci si rivolge a itinerari di salita alternativi e di crescente difficoltà, oppure alle vette prima di allora ritenute secondarie e/o troppo difficili, se non "impossibili". Lungo questa linea hanno origine i due elementi di rottura con il passato. Da un lato si sviluppa e si estende il cosiddetto "alpinismo senza guida", che porta gli alpinisti di punta del tempo a ideare prima, e a realizzare poi, nuove ascensioni di grande difficoltà senza l'ausilio di guide. Dall'altro lato le migliori guide del tempo, interpretando il proprio ruolo in maniera decisamente innovativa rispetto al passato, non si presentano più come meri esecutori al servizio dei clienti e dei loro progetti, ma agiscono quasi in "concorrenza" con gli alpinisti senza guida: ora la guida individua l'obiettivo − sia esso la vetta o la nuova via − che definisce, studia e infine raggiunge, con o senza cliente. L'alpinista-guida è ormai a pieno titolo sullo stesso piano dell'alpinista-cliente (o ex tale), e persino "firma" le proprie vie46. Come vedremo è tutt'altro che un dettaglio, e men che meno di poco conto.

Questi due elementi di rottura con l'alpinismo tradizionale incontrano, comprensibilmente, fortissime resistenze, con alpinisti e guide schierati su ambo i fronti, con polemiche roventi sulla stampa specializzata e con reciproci giudizi − spesso autentici anatemi − altrettanto roventi.

Nell'ambito di questo lungo e complesso processo evolutivo l'alpinismo friulano avrà un ruolo marginale, sviluppandosi più tardi rispetto ad altre aree delle Alpi e mantenendosi in costante ritardo fino al periodo fra le due guerre mondiali. Tutto ciò avrà un ruolo di rilievo sull'attività di guida di Pietro Samassa e soprattutto sul profilo, anche caratteriale, che di lui ci sarà tramandato.


A est del Piave (e a ovest del Fella)47

Per chi arriva da occidente, al di là di Cortina niente più montagne?, si chiedeva un po' retoricamente ma non senza meraviglia William A.B. Coolidge, a fronte della totale mancanza di letteratura in merito. Sappiamo che non è così, ma è fuor di dubbio che le nostre montagne siano state "scoperte" ben più tardi del Bianco e delle stesse Dolomiti48: anche di qui il ritardo nello sviluppo dell'alpinismo friulano rispetto ad altre aree, cui si è già fatto riferimento in precedenza. A fine '800, mentre dal Bianco al Delfinato, dall'Oberland Bernese al Rosa e alla Bregaglia, dal Wetterstein al Karwendel, da Cortina alla val di Fassa l'alpinismo è in fermento grazie a "cittadini" inglesi e austriaci, ma anche lombardi e piemontesi, le Alpi Carniche come le stesse Dolomiti Friulane sono ancora in attesa di esploratori.

Da queste parti, mentre alpinisti liguri e piemontesi fondano il Club Alpino Accademico (la crème dell'alpinismo senza guida, 1904), la crème della borghesia alpinistica friulana promuove e organizza ascensioni in comitiva. Sempre di crema si tratta, ma non è proprio la stessa cosa. Più o meno negli stessi anni, in Friuli e dintorni si discetta se gonne, busti e trecce (si parla di alpinismo al femminile) siano compatibili con la pratica dell'alpinismo: ignara della disquisizione, senza troppo curarsi di mise e di coiffure l'inglese Beatrice Tomasson sale, con Bettega e Zagonel, la sud della Marmolada (1901, difficoltà fino al V). Non c'è di che stupirsi: nei processi evolutivi − e l'alpinismo non è certo una realtà statica − c'è chi è avanti e chi è più indietro, chi all'avanguardia e chi nelle retrovie. Non si tratta di gerarchie o di giudizi di valore. Al contrario, con il tempo lo sviluppo nella fruizione della montagna può giungere a un punto morto, l'evoluzione può mutare in involuzione e chi era indietro a inizio '900 può trovarsi avanti nel 2000. Tuttavia, negli anni di Samassa così stanno le cose nel suo universo alpinistico.

Detto della recita e del teatro, chi sono gli attori?

[...] Un piccolo mondo cittadino di personaggi assai autorevoli − gentiluomini, studiosi, agiati professionisti, benestanti, scienziati − che evadevano dalle costrizioni della vita di città correndo le Alpi, per lo più col pretesto di compiere studi geologici. Questa era la dignitosa copertura scientifica con la quale essi giustificavano di fronte a se stessi, magari di fronte a genitori, consorte, superiori, relazioni sociali e mandane, quella loro strana smania che li spingeva fuori dalle comodità della vita civile, a faticare e sudare su per greppi incolti, a dormire in fienili, a nutrirsi di polenta e latte, a sbrindellarsi gli abiti tra gli sterpi e le rocce. A vederli oggi, effigiati in fotografia, così autorevoli nei loro alti colletti duri, con la catena d'oro sul panciotto, così precocemente anziani, secondo il costume ottocentesco...49.

Potrebbe sembrare una caricatura, ma a dar conto di quanto lo schizzo tratteggiato da Massimo Mila calzi all'alpinismo friulano di fine '800 basta qualche altra citazione del già menzionato e insospettabile Spezzotti. Il benemerito storico dell'alpinismo friulano, non esattamente un rivoluzionario e neppure un climber in bandana da Nuovo mattino, è meno bozzettista di Mila ma non meno icastico:

E tornando in Friuli, [...] verso il 1900 i fatti ed i fasti alpinistici non sono molto rilevanti o degni di speciale menzione, né per qualità delle imprese né per particolare assiduità alle vette. Le relazioni che si conservano recano quasi sempre gli stessi nomi; raro è il muovere verso cime ignote od inaccesse dai versanti più incogniti e repulsivi. Accostarsi ai monti era ormai consuetudine quanto si vuole dilettosa e compensatrice, ma non aliena da qualche pigrizia di spirito e vincolata ad una convenzionalità che escludeva emozioni e particolari sapori di novità50.

Se a ciò si aggiunge che "gli stessi nomi" che stendono le relazioni salgono quasi sempre itinerari di difficoltà media (per quei tempi) o poco più, e che quasi tutti, dalla base alla vetta, della guida vedono solo le suole delle scarpe o la mano che la guida stessa porge loro per sollevarli, il quadro è completo. Ottime persone e veri appassionati, buoni alpinisti dotati di autentico entusiasmo, ma non proprio l'avanguardia e l'élite dell'alpinismo mondiale del tempo. O no?

Così al tempo di Samassa. Dalle nostre parti, i primi a muovere le acque con una nuova concezione dell'alpinismo (senza guida) saranno gli alpinisti d'Oltralpe, soprattutto il salisburghese Lothar Patera, inesauribile cercatore e realizzatore di itinerari in tutte le Carniche, da Sesto a Tarvisio. I primi senza guida di lingua italiana saranno invece due triestini, i già citati Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti, che nel 1905 e 1907 apriranno due vie sulla nord della Creta Chianevate. L'alpinismo friulano avrà poi di che rifarsi abbondantemente. Ma, per l'appunto, poi.


Clienti & guide, umanità varia51

Fra i numerosi luoghi comuni cui certa storiografia e gran parte della narrativa alpinistica d'antan troppo spesso indulgono c'è anche quello della montagna che affratella sempre e comunque, cancellando ogni differenza sociale e di status. Grazie (anche) a questa visione decisamente edulcorata − pressoché indiscussa fino oltre la metà del secolo scorso ma ancora oggi molto radicata fra gli stessi alpinisti − si dimentica o si omette di ricordare che, dagli albori dell'alpinismo al periodo fra le due guerre e anche oltre, il rapporto cliente-guida fu quasi esclusivamente un rapporto di autentica subalternità: protagonisti da una parte il cliente-datore di lavoro (come abbiamo visto, spesso proveniente dall'alta borghesia quando non dalla nobiltà, ma sempre e comunque di condizione agiata), e dall'altro la guida-prestatore d'opera (spesso autenticamente indigente, comunque sempre in condizioni di bisogno)52. Al punto che, come le cronache alpinistiche e le stesse relazioni dei clienti sottolineano, la preminenza del cliente − supremazia certamente economica, ma soprattutto culturale − fu frequentemente in grado di imporre alla guida subalterna53 itinerari non solo semisconosciuti, ma anche manifestamente e oggettivamente pericolosi, o ritenuti tali. Le storiche vie di salita "normali" pullulano di passaggi "del gatto", "della strizza" o "della paura", passi ritenuti difficili (per quei tempi) dove la guida terrorizzata si sarebbe figuratamente attaccata ai calzoni del coraggioso e tecnicamente superiore cliente54. Che poi in alcune circostanze questa supremazia tecnica e soprattutto culturale del cliente sia stata la necessaria premessa di alcune grandi conquiste alpinistiche nulla ha a che fare con la considerazione in sé, che mantiene e anzi vede rafforzata la propria validità.

Né è il caso di scambiare quello che di fatto è sincero rispetto o stima "professionale" da parte dei clienti (si vedano ad esempio le note di autentico apprezzamento dei clienti annotate sui libretti di guida, o sugli stessi libri e cronache di alpinismo) per un accorciamento delle distanze sociali. Vero è che, soprattutto per le guide famose dei centri alpinistici più frequentati (Chamonix e poi Courmayeur, Valtournenche, Zermatt e le Alpi svizzere, Cortina e in generale le Dolomiti fra Sarca e Piave), complice la lunga e continua frequentazione la separatezza fra il cliente regolare e la guida si riduce fino a richiamare qualcosa di prossimo all'amicizia e persino alla familiarità, ma si tratta di casi episodici, particolari e certo non estendibili alla generalità delle cordate e ancor meno alla totalità delle guide.

A maggior ragione questa disparità perdura a lungo nelle Alpi orientali, oltre il Piave. Il Peralba e la Creta della Chianevate-Kellerspitzen (il Cogliàns è addirittura misconosciuto) non vantano né le quote del Bianco e del Cervino né la spettacolarità delle Dolomiti, e di ciò risente la frequentazione da parte dei turisti prima e degli alpinisti poi55. Nelle Alpi Carniche i valligiani entrano in contatto con il turismo "di massa" (ante litteram, ma tanto per capirci) in ritardo rispetto alle Alpi occidentali e alle stesse Dolomiti. Forse anche in conseguenza di ciò lo stesso sviluppo dell'alpinismo autoctono friulano risulta differito rispetto ad altri settori delle Alpi, ma dalla scarsità o dal ritardo di visitatori nella montagna carnica deriva soprattutto la mancanza di consuetudine dei valligiani al contatto con i "foresti". Un divario che avrà ripercussioni fino ai giorni nostri.

Collina inizi '900
Fig. 15 - Collina, inizi ’900. Donne ad attingere acqua alla fontana in piazza. Al centro, in secondo piano, l’albergo di Tamer (oggi albergo Monte Volaia).

Di ritorno al rapporto guida/cliente in relazione a personaggi a noi più familiari, nell'anno della salita al Cogliàns (1865) e del tentativo alla Creta Chianevate (1870) Paul Grohmann è un ricco imprenditore viennese56 e la sua guida Nicolò Sotto Corona un attempato falegname collinotto. È facile immaginare quali siano le gerarchie in questo connubio alpinistico: e infatti in qualche circostanza (il tentativo fallito alla Chianevate) un Grohmann stizzito non si farà ritegno di far pesare il suo status, strigliando a dovere le sue guide per quel che egli valuta essere una perdita di tempo. Del proprio tempo, naturalmente.

Quanto invece al citato e indubitabile ritardo delle infrastrutture turistiche in Carnia, si può ricordare la descrizione che lo stesso Grohmann dà del pessimo vitto consumato nella locanda di Collina la sera che precedette la prima salita al Cogliàns: "una misera zuppa di riso nella quale ci saranno stati a stento cinquanta chicchi e un salame mezzo andato a male". Non c'è da dubitare che il vitto e l'alloggio siano di estrema modestia, volti a soddisfare ben altri clienti che non la ricca borghesia viennese: d'altro canto anche il grande alpinista, quanto a spirito di adattamento... Certo, il povero Grohmann arriva da Cortina dove ha appena effettuato la prima salita al Cristallo, e il divario fra il cortinese Hotel Aquila Nera e la collinotta osteria Faleschini da Fanìn deve sembrargli davvero insopportabile. Per null'altro che l'insignificante Cogliàns, poi: niente più che un semplice punto d'osservazione per altre mete (Grohmann ipse scripsit).

Naturalmente, nulla di personale con Grohmann, che rimane una grande figura nella storia dell'alpinismo: il personaggio è qui usato solo in rappresentanza della categoria "clienti" (importanti), e in quanto tale non è certo isolato nel suo essere antropologicamente alieno a quelle che oggi si chiamano "terre alte" e di cui sono parte integrante, e anzi parte principale, le persone che vi vivono. Al contrario, come abbiamo ripetutamente visto, Grohmann è perfettamente in linea con il pensiero dominante − se non proprio unico − di quel tempo.

Di ritorno a cose più tangibili, del rapporto cliente/guida si consideri infine l'aspetto meramente negoziale. Se è vero che le prime associazioni di guide risalgono agli anni '20 dell'800 (a Chamonix), per vedere qualche cosa di simile dalle nostre parti bisogna attendere la fine dello stesso secolo, ovvero il 1895. Un altro indice del ritardo nello sviluppo, del turismo prima e dell'alpinismo poi, fra il Peralba e il Canìn, per tacere del negletto Cogliàns. Per tutto questo tempo − ma di fatto molto più a lungo − il rapporto cliente-guida è diretto e senza intermediazione anche sotto il profilo esclusivamente economico-negoziale, con tutto ciò che ne consegue (in questa negoziazione o trattativa, indovinare chi è la parte forte e chi la debole...)57.


I mostri sacri. Ovvero, chi scrive la storia (anche dell'alpinismo).

La domanda è meno retorica di quanto non possa sembrare: se alcune risposte ("i vincitori", "i più forti", "i dominanti") sono effettivamente scontate, altre lo sono assai meno. "La storia la scrive chi sa e chi può" è una di queste ultime, soprattutto se la storia è quella dell'alpinismo e per tutto l'ottocento, o almeno fino alla regolamentazione della professione di guida, metà dei suoi protagonisti − le guide, appunto − sono in gran parte analfabeti58. Detto altrimenti, la storia dell'alpinismo la fanno anche le guide ma la scrivono solo i clienti. Il punto non è, o non è solo, il ruolo e lo spazio che nella storia l'alpinista riconosce alla guida, ma è anche la sostanziale inappellabilità del giudizio dello storico, stante la totale assenza di un pur possibile contraddittorio.

Con ciò già siamo allo scripta manent, ma se la mano dello storico è quella di un grande alpinista, universalmente riconosciuto tale, siamo all'ipse scripsit (o dixit, fa lo stesso). Insomma, "l'ha detto Whymper" (o Freshfield, o Tuckett, o Grohmann...) è come se l'avesse detto la TV. Poi, oltre alla grande storia del grande alpinismo c'è anche la cronaca spicciola, quella dei bollettini delle associazioni alpinistiche, delle comunicazioni private e delle annotazioni di semisconosciuti alpinisti e/o redattori, certo meno autorevoli dell'icona dell'alpinismo ma nondimeno in grado di lasciare ai posteri testimonianza scritta di fatti e accadimenti, nonché di opinioni più o meno personali. Le quali ultime con il passare del tempo tendono a entrare anch'esse a far parte della storia, e ad assumere valore probatorio.

Tutto questo lungo excursus per indurre il lettore a una riflessione critica sul processo di sostanziale consacrazione − laica, ma non troppo... − di cui la storiografia e la cronaca alpinistica d'ogni tempo (auto)gratificano le figure dei grandi alpinisti, e da cui deriva la pressoché completa e acritica accettazione di qualsiasi affermazione da parte delle stesse icone dell'alpinismo.

Appunto. Anche intorno ai nostri monti non mancano affermazioni tranchant e vagamente apodittiche e quindi indiscusse (ancorché non indiscutibili...) da parte di alpinisti assunti nell'Olimpo della gloria, e quindi l'ha detto Grohmann... l'ha scritto Kugy... Ma, di ritorno agli inizi di questo lavoro, attenzione al gioco di specchi dove le figure reali e le loro immagini riflesse si confondono in una serie senza fine. E dunque l'ha scritto Kugy sì, ma... Proprio questo "ma" sarà oggetto di approfondimento in uno dei prossimi capitoli: dopo avere a lungo indugiato sull'ambiente in cui la guida Samassa si trova a operare, è ormai tempo di passare davvero al personaggio Pietro Samassa.


Un uomo di carattere

Pessimo, almeno a leggere i suoi biografi. Un vero caratteraccio.

P. Samassa al Passo della Scaletta
Fig. 16 - «P. Samassa al Passo della Scaletta - agosto 1900» (cortesia Andrée Samassa)

È quasi certo che il temperamento di Samassa abbia giocato un ruolo non secondario nella sua attività di guida alpina59. Quanto meno, questo è un aspetto sul quale alcuni di coloro che lo hanno conosciuto nella sua veste di guida, e che di questa conoscenza hanno lasciato testimonianza scritta, si sono soffermati con non comune intensità. I testi non sono in verità moltissimi, e naturalmente c'è chi si è dilungato e chi è stato più breve, chi esplicito e chi vago, ma le loro asserzioni sono oltremodo significative. Visto che lo scopo preciso è quello di inquadrare caratterialmente Samassa, cercherò di riportare tutte le testimonianze note, disgiungendo per ora l'aspetto caratteriale di Pietro dall'aspetto più propriamente professionale della guida, che sarà sviluppato più avanti. Senza sconti per nessuno: non per Pietro ma neppure per i suoi... analisti.

Se il fenomeno dei senza-guida e l'evoluzione del ruolo della guida stessa innescano e alimentano in tutto l'arco alpino lo scontro fra due diverse concezioni dell'alpinismo, a maggior ragione − in virtù dei tempi più lenti − ciò si verifica nell'ambiente un po' rétro dell'alpinismo friulano. In questo contesto fin de siècle, nella paludata e un po' sonnacchiosa cristalleria dell'alpinismo friulano fa la sua comparsa, proponendosi come guida, un giovanotto carnico che suscita molta ammirazione, altrettanta perplessità e non poca disapprovazione. Un po' guascone e un po' (o forse molto) indisponente, dai modi spicci e dalla lingua lunga, è accompagnato da referenze non esattamente rassicuranti: ottime (fin troppo!) come rocciatore, assai meno sotto il profilo "morale". È l'avventuriero, l'ambizioso, lo scorridore dei monti, il bracconiere e contrabbandiere Samassa60. È anche − alpinisticamente parlando, e per quei tempi e quei luoghi − l'anarchico, il rivoluzionario Pietro Samassa da Collina.

All'establishment dell'alpinismo friulano di costui non piace il modo d'essere e non piacciono i modi di fare. Sulla roccia è bravo, molto bravo: lui sa di esserlo, e certo non ne fa mistero. Forse è persino troppo bravo, ma per essere una buona guida ci vuole ben altro, o almeno così dicono.

Il giorno 10 Marzo si è spento a Collina, suo paese natale, nel pieno vigore dell’età, quest’uomo, che noi riguardavamo come una delle guide più forti e valenti della nostra regione alpina. Arditissimo cacciatore, di Lui si giovarono i topografi e gli ufficiali dell’Ist. Geog. Mil. nei rilievi eseguiti intorno al 1890 sui monti circostanti a Forni Avoltri e Collina.
La sua carriera come guida datava da una salita alla Kellerspitz nell’Agosto del 1892, dopo di che tutte le più notevoli imprese alpinistiche compiute nei gruppi del Coglians e del Volaja per oltre un decennio, furono guidate da Lui. [segue selezione delle salite di Samassa]
Forse non sempre l’ardimento e il valore erano in Lui accompagnate ad altre qualità non meno necessarie e lodevoli, ma in quelle eccelleva. Chi scrive conserva una Sua lettera del Gennaio ’909 in cui, correndo allora sui giornali le notizie dei preparativi del Duca degli Abruzzi per la spedizione all’Imalaia, il Samassa gli esprimeva il desiderio di venir arruolato alla spedizione. Ingenua ma notevole manifestazione del Suo entusiasmo per le imprese ardite!
Un saluto alla Sua memoria! 61

Altro autore, altro commento, anch'esso postumo.

Pietro Samassa morì giovane, nel pieno vigore delle sue forze, e fu una dolorosa sorpresa per noi tutti. Era stato l’uomo più ardito e sfrenato che io abbia conosciuto. Quando raccontava, con le vampe negli occhi, delle sue cacce proibite e del suo periglioso contrabbando, c’era da aver paura. Lì sapeva il fatto suo. Non mi sarei stupito di nessuna pazzia da parte sua: né del sacrificio della propria vita per un’inezia, né di una fucilata improvvisa che avesse sparato, quando gli si gonfiava la vena in mezzo alla fronte, contro un presunto avversario. Poco gl’importava: o io o tu, o la vita o la morte! Così visse la sua breve vita quest’uomo ambizioso, audace, appassionato. La mia ‘relazione’ arriva in ritardo. Ma nella storia dell’esplorazione della Cianevate gli compete un posto onorevole. E ci rimanga stampato, come sarà stato il desiderio di quel temerario, ostinato, impetuoso, ottimo rocciatore della Carnia! 62

E infine lo storico, a 50 anni dalla morte di Samassa.

La maggior personalità che la Carnia abbia espresso in questo campo è certamente Pietro Samassa di Forni Avoltri, sia per slancio d'intrapresa che per innata disposizione. [...]
Come preparazione fu un autodidatta, avvalendosi di una istintiva capacità e facilità all'arrampicata e a dirigersi a tutto suo agio nei terreni più difficili, sempre sorretto da uno spirito quasi aggressivo che lo spingeva alle più ardue prestazioni. Patentato nel 1895, per quasi due decenni si impose, sicuro e conscio del valore delle sue imprese, e per un singolare impasto di meriti, gesti, idee e punti di vista, talvolta molto singolari. [...]
Sul libretto di Samassa, si legge «Pietro Samassa ci guidò il 14 luglio 1900 dalla Cjanevate al Kellerspitz [...] Samassa, arrampicatore abilissimo e molto brillante, si dimostrò per questa difficilissima salita guida senza pari. Gli possiamo fare il più splendido attestato. Giulio Kugy». E sì che di guide Kugy se ne intendeva!
E più avanti: «Abbiamo compiuta l'ascensione del Cogliàns per i Lastroni del Lago, impiegando ore 4.10 (compresi i riposi), ed ore 1.40 nella discesa. Ci ha guidati per questa nuova strada Pietro Samassa, pel quale non abbiamo parole sufficenti di elogio. Alla ben nota arditezza e conoscenza egli unisce la più rara prudenza e modestia. Lo ringraziamo. Antonio Cantore, Maggiore del 7° Alpini». E anche Cantore, il grande generale alpino, era competente a giudicare! [...]
Con Cantore fu di nuovo in una salita dalla Cjanevate al Kellerspitz (Cantore lo conferma anche stavolta «impareggiabile nelle difficoltà»). [...]
Era nato nel 1867, morì appena quarantacinquenne nel 1912.
Un'intera generazione di alpinisti lo conobbe e lo usò come guida ardita e valente. Seppur facile ad accendersi fino a lasciarsi trasportare ad atteggiamenti talvolta incontrollati, di temperamento suscettibile ed anche un po' ambizioso, fu tuttavia un uomo forte e coraggioso, sicuro compagno di chi voleva condividere con lui i rischi ma anche appagarsi delle grandi soddisfazioni che offre l'alpinismo di arrampicata63.

Breve parentesi. Resta da comprendere come si concilino il ritratto da pazzo furioso e quegli aggettivi − scelgo a caso: sfrenato, ambizioso, temerario − con il giudizio (un altro!) che nel 1901, di ritorno dalla salita al Cogliàns per i Lastròns del Lago, il maggiore degli Alpini Antonio Cantore scrive a proposito della stessa guida Pietro Samassa: Alla ben nota arditezza e conoscenza egli unisce la più rara prudenza e modestia64.

Samassa prudente e modesto? L'altrimenti sfrenato e ambizioso Samassa ammantato di virginale modestia? Il futuro generale degli Alpini − anch'egli infine assurto, sebbene per tutt’altri versi, nell'Olimpo del mito − deve aver guardato un altro film con Samassa protagonista, oppure del primo film è entrato a metà del secondo tempo. Oppure il Samassa-film è sempre lo stesso, e Cantore e gli "altri" guardano con occhi(ali) diversi. Vedremo. Di ritorno ai biografi postumi di cui ho riportato i testi, gli autori del necrologio (Ferrucci) e della memoria (Kugy) conobbero personalmente Samassa e lo ebbero come guida. L'autore del profilo biografico (Spezzotti, nato nel 1902) non ebbe modo di conoscere Samassa: le sue impressioni sono quindi indirette e mediate, derivanti forse più d'ogni altro dal padre, Luigi Spezzotti, a sua volta cliente di Samassa.

Del pensiero degli illustri biografi suddetti sul fu Samassa Pietro a mia volta tento una sintesi estrema, in quattro parole 4: abilissimo arrampicatore, guida incompleta (sic). Odo una domanda dal fondo della sala: e perché mai? Solo perché me lo chiedete voi, preciso ciò che peraltro si evince dai testi: Samassa è privo di modestia, di senso della misura, di prudenza, di autocontrollo. Per tacere dell'attribuzione di istinti omicidi sulla quale, per un paio di ragioni, dovremo ritornare e infatti ritorneremo più oltre. In ogni caso, da autentici verdetti inappellabili quali sono (ripeto: il soggetto-oggetto dei commenti è morto), questi ritratti hanno condizionato tutta la letteratura contemporanea che di Samassa è venuta a occuparsi, non escluse vere e proprie invenzioni (alcune indulgenti al macabro) sul suo conto. Seppure inventate di sana pianta, queste leggende hanno trovato nutrimento in quelle autorevoli fonti sopra riportate, che del carattere indubitabilmente fumantino di Samassa ci tramandano descrizioni a tinte davvero fosche.

Vedremo più avanti se tutto è davvero come appare, o gli specchi continuano a prendersi gioco dell'osservatore. Per il momento mettiamo altra carne al fuoco, attingendo ai volumi di storia dell'alpinismo.


Una gabbia di matti

  • a. dotato di audacia e spirito d'avventura, un po' temerario e incosciente
  • b. carattere orgoglioso e tutt'altro che facile
  • c. dall'aspetto selvaggio e dal torrente di bestemmie che pronunciava quando la situazione si faceva difficile
  • d. sacrilegamente ribelle, insofferente di gerarchie sociali, aspro e indisponente a volte
  • e. arrampicatore eccellente ma bizzarro: infatti, quando il suo cliente è troppo stanco per continuare la scalata, egli lo lascia a riposare su qualche cengia e porta a termine da solo l'ascensione.

Ci risiamo: è la stessa minestra di cui sopra, dell'ardito e sfrenato, delle qualità necessarie e lodevoli che non ci sono, ecc. ecc. È sempre il solito Samassa.

Sì. No. Forse.

  • a. è Franz Lochmatter (1878-1933), guida di Valentine John Eustace Ryan.
  • b. è Jean-Antoine Carrel, detto Bersagliere (1829-1891), guida di Edward Whymper (e suo concorrente nella corsa al Cervino).
  • c. è Alexandre Burgener (1845-1910), guida di Albert Frederick Mummery.
  • d. è Tita Piaz (1879-1848), che non necessita di presentazioni anche per chi abbia solo sfiorato la storia dell'alpinismo; guida, fra gli altri di re Alberto del Belgio.
  • e. è Michl Innerkofler (1848-1888), grande guida dolomitica del secondo '80065.
Testata della Chianevate
Fig. 17 - La testata della Chianevate propriamente detta (in friulano significa "cantinaccia"), rinchiusa fra la Creta Monumenz a sinistra, la Cima di Mezzo e il Passo dei Cacciatori al centro, e la parete sud della Creta della Chianevate a destra. Su quest’ultima sale l’itinerario di Samassa e Urbanis del 1895.

Senza eccezione tutti i brevi profili di cui sopra sono stati raccolti senza troppa fatica, spulciando qua e là nei volumi di storia dell'alpinismo. Ora, fra le Guide dei Monti d'Italia TCI-CAI (la Bibbia degli alpinisti italiani) che tenete in casa o trovate in biblioteca prendete i volumi del Monte Bianco, Alpi Pennine, Gruppo del Rosa, Sassolungo-Catinaccio-Latemar, Dolomiti Orientali. Non che siano esaustivi − ci vorrebbe ben altro! − ma sufficienti al nostro caso sì. Prendete questi volumi, un po' (un bel po') di fogli e iniziate a metter giù, riga dopo riga, le prime salite − cime inviolate o vie nuove che siano − di questi signori dal carattere "difficile". E buon divertimento!

Si fa per dire, ovviamente, e solo per sottolineare che Samassa è in eccellente compagnia visto che tutti i sunnominati, tanto i suoi colleghi guide che i loro clienti, sono più o meno suoi contemporanei e tutti sono entrati nella storia dell'alpinismo dalla porta principale. Tutte grandi guide il cui elenco potrebbe prolungarsi di molto, esattamente come l'elenco delle loro "peculiarità" caratteriali... E anche grandi clienti, sulle cui personalità pure gli aneddoti non mancano.

Grande compagnia, caro Pietro, ma non senza distinzioni fra te e loro. Una prima, grande differenza consiste nel fatto che nella storia dell'alpinismo, quella vera, tu manco ci sei entrato, neppure dalla porta di servizio. Un'altra differenza è che per nessuna di queste guide − né per decine di altre come loro o anche come te, ancorché dotate di pessimo carattere − nessuno storico o commentatore si è permesso di scrivere "ottimo rocciatore, ma...", oppure "guida forte e valente, ma..."66. Niente congiunzioni avversative, né alcuno si è mai sognato di dare loro, da vivi e men che meno da morti, dello psicopatico potenziale omicida.

Forse Samassa non vale Burgener né Antonio Dimai, per citare ancora una volta suoi contemporanei già menzionati, ma certamente i suoi valutatori psicoattitudinali non sono né Mummery né Phillimore, e nemmeno Whymper o Grohmann. Forse Samassa non ne è conscio (non possiede gli strumenti culturali per esserlo) ma la sua visione e la sua pratica dell'alpinismo sono molto più in linea con i tempi e con quelle dei suoi colleghi, dal Bianco al Vallese, dall'Ampezzano al Catinaccio, di quanto non lo siano la concezione dell'alpinismo e le vedute dei suoi giudici contemporanei e postumi67.

Naturalmente, per fondate e ragionevoli che siano si tratta pur sempre di semplificazioni: non siamo al "così fan tutti" e neppure siamo in condizione di cucire abiti su misura a ciascun esponente dell'alpinismo friulano del tempo. Non sono tutti così gli alpinisti friulani a cavallo del secolo, né alpinisti di strette vedute né tranciatori di giudizi psicoattitudinali. Certo, fra gli alpinisti, friulani e non, che visitano le nostre Alpi non c'è Winkler, e neppure Mummery: non ci sono esponenti di grandissimo valore tecnico, ma qualcuno almeno di vedute relativamente moderne c'è. Per non rimanere nel vago, uno di questi − non certo il solo, ma ci serve un esempio − è Giuseppe Urbanis.

Il Cogliàns da nord
Fig. 18 - Il Cogliàns da nord. Su questo versante si svolge la via di Samassa e Urbanis del 1897.

Sotto il profilo squisitamente tecnico Urbanis non è il migliore sulla piazza friulana e giuliana: in verità non è neppure un alpinista di punta, ma è uno che capisce che in questo giovanotto che parla troppo, e talvolta a sproposito, c'è sostanza e non solo incoscienza e millanteria. Urbanis capisce, si fida, e il suo nome finisce sulle guide alpinistiche per due vie che non fanno la Grande Storia dell'Alpinismo, ma la storia dell'alpinismo sulle Alpi Carniche sì. Se per le prime salite della nord dell'Eiger o delle Jorasses, o della sud della Marmolada si parla − giustamente − di soluzioni a grandi problemi alpinistici, per la sud della Chianevate e la nord del Cogliàns68 si parla di soluzioni a due problemi. Non certo "grandi" problemi alpinistici, ma comunque sono problemi risolti, con coraggio e creatività.

Soffermiamoci ora un poco su una sorta di "difetto rivelatore" di Samassa, una pecca che dice molto del suo titolare ma ancor più disvela intorno ai suoi critici.


L'ambizione

Ambizione, vizio o virtù a seconda della prospettiva, e soprattutto a seconda di chi ne è titolare: solitamente, le nostre ambizioni sono qualità, quelle degli altri gravissimi difetti (quello è un ambizioso!). Come se ogni alpinista non avesse l'ambizione di raggiungere la vetta; per tacere di ben altre e più alte ambizioni di cui sono pieni i libri di storia e di scienza, da Einstein a Pasteur a Colombo a Marco Polo69.

Parete sud della Torre e della Creta Chianevate
Fig. 19 - Da forcella Chianevate, parete sud della Torre e della Creta Chianevate, dove si svolge la via di Samassa e Urbanis del 1895. In primo piano, sulla destra, le propaggini occidentali della Creta Monumenz; in basso le ghiaie del vallone della Chianevate, all’attacco della via (foto Dorino Bon).

A fronte dell'irritazione di Samassa per la mancata pubblicazione del resoconto di una nuova via aperta grazie al suo contributo70, Julius Kugy scrive, non senza una buona dose di sarcasmo e di irridente supponenza, uno sferzante "quell'ambizioso voleva vedersi stampato". Anche Spezzotti scrive temperamento suscettibile ed anche un po' ambizioso (pag. 26). Infine, nel necrologio di Ferrucci, nelle qualità non meno necessarie e lodevoli di cui Samassa è privo è troppo facile identificare l'umiltà e la modestia (l'ingenuo Pietro pensava di poter andare in Himalaya con il Duca degli Abruzzi!).

Ambizioso! E superbo, che è pure peccato capitale! Ma chi ambisce mai a essere (versione soft di chi-si-crede-di-essere?) questo zotico montanaro? Vediamo. Propongo due chiavi di lettura, una di alto profilo, e una di profilo molto più basso.

La prima è che, come abbiamo già visto, Samassa sente (forse "sa", ma limitiamoci alla sensazione) di poter fare di più di quel che gli viene chiesto dai suoi clienti. Vuole essere messo alla prova per poter dimostrare ciò che vale, o che ritiene di valere. Per questa ragione vuole che si scriva e si conosca chi è Samassa e che cosa è in grado di fare. Niente da fare: ambizioso!

La seconda chiave assomiglia un poco alla prima, ma è apparentemente (solo apparentemente) più banale e decisamente più tangibile. Persino venale. Che per Samassa la pubblicazione della relazione di una "sua" nuova via, e una conseguente maggiore notorietà, possano significare qualche cliente e qualche lira in più − e abbiamo visto quanto valga questo "più": da 10 volte e più il salario del Samassa-operaio − non sfiora neppure l'highbrow Kugy71. E Samassa resta nulla più che un ambizioso!

Lo stesso principio degli universi culturalmente lontanissimi e incomunicanti vale, certo con maggiore levità, anche per Urbanis. Nel 'alpinista friulano vuole tentare la già menzionata salita della Creta Chianevate da sud, dal vallone. Via posta "prenota" la guida per il 28-29 agosto, ma giunto a Collina

mi attendeva una sorpresa: Pietro Samassa celebrava il giorno appresso le sue nozze! Pensavo già a rimandare la salita a miglior occasione, quando mi abboccai con la guida. Essa, con slancio veramente encomiabile, mi propose di attenderla all'osteria Faleschini un giorno solo, e di compiere la salita all'alba del giorno dopo"72.

Prendiamo buona nota della flessibilità, disponibilità e persino cortesia di Urbanis (tutt'altro che scontate) di fronte al differimento dei suoi programmi, ma proprio non si può non notare come l'alpinista udinese non sia minimamente sfiorato dall'idea che allo "slancio veramente encomiabile" di Samassa − cui vogliamo fortemente credere, dal momento che pianta la neo-sposa nel letto nuziale... − fosse quanto meno da accostare anche l'opportunità, se non proprio la necessità, di non rinunciare alle 25 Lire della sua prestazione73.

Dettagli, ancora dettagli e sempre dettagli, ma il bandolo della matassa − o uno di essi − continua a sfuggire. È ormai tempo di rompere qualche specchio per vedere dove sta la figura autentica, indubbiamente la più autorevole fra quelle che popolano la nostra aula di giustizia-palcoscenico. È tempo di chiamare a testimoniare il dottor Julius Kugy.


Premiata ditta Kugy & Samassa, un binomio male assortito

Julius Kugy (1858-1944) è una personificazione della multinazionalità dell'impero austroungarico. Padre carinziano (ma il cognome originario è Kugaj, poi mutato in Kugy) e madre triestina di ascendenza slovena, Julius stesso è goriziano di nascita (in verità un po' casualmente), compie gli studi a Vienna, ma il centro della sua attività e città d'elezione è Trieste. Al pari di quasi tutti gli alpinisti del suo tempo − per non citarne altri ricordiamo lo stesso Grohmann − Kugy è di agiata famiglia borghese, e confacenti al suo status sono anche i suoi interessi: la botanica, la musica, la letteratura. La sua grande passione è tuttavia la montagna, alla quale dedica buona parte delle sue energie e della sua vita.

Come emerge dai suoi scritti Kugy è un romantico trapiantato nel suo tempo, quando ormai il romanticismo è al tramonto74. Decisamente romantica − soprattutto in riferimento al suo tempo: è la fase di profonda mutazione dell'alpinismo già descritta in precedenza − è anche l'idea che Kugy ha della montagna e dell'alpinismo: un'idea molto personale, una visione quasi intima (talvolta anche un po' intimistica, via...) con la quale mi trovo personalmente in grande sintonia e che, per inciso, mi sembra oggi di grande attualità e modernità. Ad esempio, anche a prescindere dalla differenza d'età (Grohmann nasce vent'anni prima) Kugy è assai diverso dall'alpinista viennese: Grohmann è un autentico consumatore di vette, soprattutto se "più alte" e non ancora salite (o ritenute tali), spesso con autentico approccio "mordi e fuggi"; al contrario, Kugy ama l'alpinismo esplorativo, ama "stare" sulle montagne (bivacchi compresi, per i quali sviluppa un'autentica passione75) e ama conoscerle in quanto tali, non solo perché più alte o più difficili. Mutuando da altro contesto e da altro linguaggio, Grohmann è uno "sciupacime" mentre Kugy è un amante appassionato e persino fedele (si parla pur sempre di montagne), che a distanza di anni e di decenni ancora assapora il piacere del corteggiamento dell'amata.

Per l'esplorazione dei monti, soprattutto le Alpi Giulie, Kugy sviluppa un autentico culto, ma sempre all'interno della sua particolare visione del rapporto con la montagna (o con la vita stessa) di cui si tratterà più oltre: qui basti notare come egli salga cime inviolate e percorra vie nuove anche difficili e di grande impegno, ma sempre mantenendosi al di sotto del limite delle difficoltà conosciute e soprattutto minimizzando il rischio76. In una parola, per Kugy la difficoltà in quanto tale non è il criterio dirimente per la scelta di un determinato obiettivo alpinistico.

Relazione di Samassa della salita con Kugy alla nord della Chianevate
Fig. 20 - 1900. Relazione di Samassa della salita con Kugy alla nord della Chianevate.

Con questo approccio di base Kugy non può che essere uno strenuo difensore dell'alpinismo classico, quello dell'alpinista-con-guida, anche se il ruolo di avanguardia è ormai saldamente nelle mani dei senza-guida. Ma c'è dell'altro, e di più. Kugy teorizza la necessità di plasmare e in un certo senso di "creare" egli stesso le guide, se non proprio a sua immagine e somiglianza almeno a sua precisa utilità e funzionalità. Proprio per ciò, e nonostante le sue numerose salite nelle Alpi occidentali con guide anche famose (fra tutte Joseph Croux e Mathias Zurbriggen), le sue guide predilette rimarranno sempre quelle delle sue amate Giulie: sopra tutti Anton Oitzinger di Valbruna, di cui scriverà la biografia, quindi Andreas e Jože Komac di val Trenta e Osvaldo Pesamosca di Raccolana, guide che lo accompagneranno anche al di fuori della loro stretta area di competenza.

Anche in montagna Kugy rimane tuttavia il gran borghese che antropologicamente è: con le sue guide condivide disagi e pericoli, maltempo e bivacchi à la belle étoile, ma tutto ciò non va a mutare ruoli né a intaccare gerarchie, che sono e rimangono indiscusse.

Se questo è Julius Kugy (i suoi fedelissimi mi perdonino le inevitabili semplificazioni) che cosa hanno in comune un montanaro carnico e un borghese cittadino mitteleuropeo? Ovviamente nulla se non il fatto che, del tutto casualmente, l'habitat del primo è il "terreno di gioco" del secondo. La Weltanschauung dell'uno non può, proprio non può avere alcunché da spartire con quella dell'altro. Posto che Samassa ne possieda una paragonabile a quella di Kugy, dal momento che il welt-universo di Pietro (non solo in senso fisico-geografico) è circoscritto alla sua vallata, o si spinge ben poco oltre. Ma di questo incontro-scontro culturale e caratteriale è necessario definire i contorni, tutt'altro che manifesti.

Ripropongo il ben noto profilo caratteriale postumo che Kugy fa di Samassa, già riportato sopra:

Era stato l’uomo più ardito e sfrenato che io abbia conosciuto. Quando raccontava, con le vampe negli occhi, delle sue cacce proibite e del suo periglioso contrabbando, c’era da aver paura. Lì sapeva il fatto suo. Non mi sarei stupito di nessuna pazzia da parte sua: né del sacrificio della propria vita per un’inezia, né di una fucilata improvvisa che avesse sparato, quando gli si gonfiava la vena in mezzo alla fronte, contro un presunto avversario. Poco gl’importava: o io o tu, o la vita o la morte!

Quando per la prima volta lessi questo periodo enucleato dal suo contesto, il mio primo pensiero-aggettivo per quel giudizio fu "lapidario!". Il secondo, a distanza di pochi secondi, fu "lapidante!". Sembra il profilo di una personalità disturbata, il ritratto di uno psicopatico. Sembra il ritratto di un uomo violento, il profilo caratteriale del brigante Musolino, famigerato pluriomicida coevo di Samassa e di Kugy. Eppure non risulta che Pietro abbia mai compiuto alcuna violenza, abbia mai sparato a chicchessia (checché ne raccontino gli aspiranti epigoni di Dumas), e men che meno abbia ammazzato qualcuno. Per di più è il ritratto di un morto, di uno che non potrà mai più, se mai ne avesse avuto l'intenzione, fare del male ad alcuno. E dunque, perché?

La risposta è nel Kugy tardo romantico di cui sopra, e nella sua prosa in pieno stile Sturm und Drang. Quelle espressioni, quegli aggettivi Kugy non li riserva al solo Samassa ma sono parte integrante del linguaggio con cui egli descrive l'universo, anche e soprattutto umano, che lo circonda.

Qualche esempio. I Pesamosca, guide di Raccolana, sono di schiatta fosca, e Osvaldo Pesamosca guarda con occhi torvi. I cacciatori di val Trenta, come già abbiamo riportato altrove, hanno accessi di parossismo venatorio. Lo stesso amatissimo Oitzinger nella stessa riga di testo ha gli occhi fiammeggianti e lo sguardo cupo. Ma soprattutto, secondo il resoconto di Kugy, nell'affrontare al collo il suo aggressore che lo minaccia con un'accetta Oitzinger lo afferra al collo e lo disarma, esclamando O lui o io, la vita o la morte! Frase che, parola per parola, è già stata messa in bocca anche al povero Samassa, ma con l'esito − ben diverso dal caso di Oitzinger! − che oggi ben conosciamo.

Se non è (solo) il caratteraccio, sono allora le attività illecite, le cacce proibite e il periglioso contrabbando di Samassa a suscitare la riprovazione di Kugy? Molto improbabile. Andreas Komac, una delle sue guide preferite e più fedeli, è il miglior bracconiere di val Trenta, e altrove lo stesso Kugy afferma ero cresciuto alla dura scuola dei bracconieri di val Trenta77. No, dev'esserci dell'altro, qualcosa di più profondo.

Samassa-guida non è certo una "creazione" di Kugy, come sono invece (o Kugy ama pensare che siano) i prediletti Komac, i Pesamosca, gli Oitzinger. L'alpinista triestino e la guida collinotta si incontrano quando Samassa ha quasi 35 anni e alle spalle un curriculum alpinistico di tutto rispetto: è un alpinista d'esperienza e una guida fatta, insomma, per di più con una sua personale visione della montagna, del come e dove salirla. Dacché si è presentato nell'ambito dell'alpinismo friulano ormai conosciamo il caratteraccio di Samassa e la sua guasconeria, e soprattutto conosciamo lo spirito indipendente che, almeno in montagna, non si sente inferiore ad alcuno ed è poco disposto all'obbedienza nei confronti di chicchessia, fosse pure chi lo paga per le sue prestazioni. In una parola, Samassa è un anarchico della montagna, l'esatto contrario del furlano (e carnico) che un inveterato luogo comune vuole sì, sempre e comunque, salt e onest, lavoradôr78, ma anche inesorabilmente sotàn.

Il protagonismo anarcoide di Samassa è giusto il contrario di ciò che Kugy si aspetta dalle sue guide, attori certo indispensabili alla recita delle sue imprese, di cui tuttavia egli rimane solo e unico regista. Ciò darà luogo a scontri memorabili in occasione di alcune "ritirate", ordinate da Kugy e non condivise da Samassa, con quest'ultimo che letteralmente sbotta, impreca, ruggisce, anche se infine cede. Oppure l'episodio riportato in precedenza, quando un Samassa contrariato dalla mancata pubblicazione del resoconto della nuova via sulla nord della Chianevate rifiuta i suoi servigi a uno sbalordito Kugy. Non è la prima volta che Kugy ha a che fare con le bizzarrie delle sue guide: nelle lunghe trasferte nelle Alpi Occidentali ha visto ben altro, ma un conto è chiamarsi Burgener, altra cosa è chiamarsi Samassa, che di fatto non ebbe certo il carisma degli Zurbriggen, dei Burgener e dei Croux, né seppe guadagnarsi l'indulgenza che Kugy ebbe per le "sue" guide delle Giulie.

Siamo al nocciolo dell'intera questione. A conti fatti la sensazione che emerge dal quadro generale, da tutto ciò che sin qui si è detto e scritto è che Kugy, pur sinceramente colpito e ammirato dalle capacità arrampicatorie di Samassa, avrebbe fatto volentieri a meno dei servigi della guida collinotta se essa non si fosse di fatto resa indispensabile per il raggiungimento di alcuni precisi obiettivi dell'alpinista triestino.

Versante nord ovest della Chianevate
Fig. 21 - Il versante nord ovest del massiccio della Chianevate, teatro dell’impresa di Kugy, Bolaffio, Komac e Samassa nel 1899.

Kugy ritiene Samassa il depositario della chiave di un "tesoro" che si chiama Chianevate, e soprattutto della sua parete nord (più precisamente nord-ovest)79. Chissà che nella visione di Kugy non vi sia anche una certa somiglianza fra Samassa e quella parete, forse la più repulsiva di tutte le Alpi Carniche con quel labirinto di ciclopiche faglie ripiegate su sé stesse che sembrano le contorsioni di un dannato nelle fiamme dell'inferno. Di quell'inferno Samassa ha le chiavi per condurre Kugy al paradiso della vetta, e il rigido e compassato alpinista asburgico deve giocoforza venire a patti con quella sorta di demonio collerico dagli occhi fiammeggianti e dalla lingua che non conosce freni.

Proseguendo nella ricostruzione della genesi e della fine di questa "strana coppia", per parte sua Samassa ritiene Kugy in possesso di altre chiavi, quelle del suo possibile successo nella professione di guida: proprio per questo, in una sorta di tentativo di autopromozione, tenta di trascinarlo in territori sconosciuti o, meglio, su difficoltà estreme e forse "d'effetto". Insomma Samassa cerca di dimostrare al suo possibile mentore e testimonial Kugy che lui, Pietro Samassa da Collina, non solo è la miglior guida sulla piazza ma è anche il miglior alpinista in circolazione. Valutazione errata e tentativo destinato a un disastroso fallimento, perché così facendo Samassa entra inconsapevolmente in rotta di collisione con più d'uno dei principi informatori dell'alpinismo di Kugy, segnatamente la gerarchia e la prudenza (o non-imprudenza, nella soggettiva valutazione di Kugy stesso). Sta di fatto che il sodalizio Samassa-Kugy si limita a poche salite, e due sole "prime".

Per meglio comprendere il rigido atteggiamento dell'alpinista triestino nei confronti delle "fughe in avanti" di Samassa è necessario ritornare alla concezione stessa di alpinismo di Kugy, alla sua visione esistenziale dell'alpinismo che volge in apodittico giudizio di valore anche nei confronti degli alpinisti suoi coevi:

Certe arrampicate disperate che oggi si usano sono contrarie al mio modo di sentire. Io amo l'equilibrio, la salute, in una parola il bene della vita80.

Kugy scrive queste parole fra il 1925 e il 193581. Tuttavia, è molto probabile che ciò sia solo l'esternazione di un pensiero profondo di molto anteriore, sedimentato da lunghissimo tempo nell'intimo del suo essere di alpinista: insomma, da sempre per Julius Kugy questo è il modo, il solo e unico per lui concepibile, di vivere la montagna. O di vivere e basta.

Chiaro a che cosa Kugy si riferisca, necessariamente ha da esservi un chi, un "arrampicatore-tipo", oltre a Lammer, che ispiri a Kugy quel pensiero: non i fratelli Zsigmondy e Purtscheller, che pure quanto a rischi non scherzano ma che di Kugy sono amici e che egli stesso assolve, come poi assolverà Comici. Chi altri della sua generazione alpinistica o di quelle successive, fino agli anni '30? Certamente Lammer, ma anche Dülfer, Winkler e lo stesso Preuss? E poi anche Otto Herzog e Emil Solleder, e gli sfortunati protagonisti (ma non i vincitori) dell'assalto alla Eigerwand, e infine la nuova generazione dei Rebitsch e dei Cassin? Elenco estemporaneo e parziale, beninteso, ma sufficiente allo scopo. Inequivocabile e inappellabile, resta l'autoreferenziale giudizio di valore di Kugy che, detto diversamente ma impiegando la sua medesima terminologia, suona così: chi non sente l'alpinismo come lo sento io è un "arrampicatore disperato", uno "squilibrato" che "non ama il bene della vita"82.

Sono giudizi su cui avremo modo di ritornare fra breve. Tuttavia, per non lasciare del tutto sospesa una questione evidentemente ben lontana dall'essere chiusa, che ci riguarda più da vicino e la cui definitiva conclusione rimando al prossimo capitolo, un conto è dare dello scriteriato a Lammer o a Preuss, entrambi i quali troverebbero nugoli di difensori (anche se Preuss decisamente più di Lammer...); ben altro è dare dell'arrampicatore disperato a un montanaro qualsiasi, nel qual caso l'affermazione di Doktor Kugy suona − e soprattutto suonerà ai posteri − molto più come una definitiva e inappellabile sentenza.


Il giorno del giudizio

Perdonate qualche necessaria ripetizione, ma siamo in chiusura ed è tempo di tirare qualche somma.

Che Pietro Samassa appartenga alla categoria degli alpinisti di cui poco addietro, stigmatizzata dal grande alpinista triestino, è pressoché scontato: per usare le parole dello stesso Kugy, Samassa è ardito e sfrenato, ambizioso, audace, più che temerario, ostinato, impetuoso. Formalmente Kugy non usa l'espressione "imprudente", che tuttavia è termine logicamente associabile a tutti questi aggettivi. Al netto del linguaggio tardo romantico di Kugy di cui si è detto, sono pur sempre parole che pesano come pietre. E ancor più peseranno quando, enucleate dal loro contesto, saranno riprese dai biografi moderni di Samassa

Ma c'è ancora dell'altro che non torna. Più d'una cosa non torna. È fuor di dubbio che, al di là dei sinceri apprezzamenti, sempre rigorosamente confinati all'ambito "tecnico" dell'arrampicata, Kugy sia severissimo e assai duro con Samassa: come abbiamo letto, dal pazzo scatenato all'accusa di comportamento sconsiderato in parete, gliene dice (o, meglio, ne scrive) di tutte. Eppure questo preteso irresponsabile scriteriato, la più audace e scatenata delle guide, non ebbe mai un incidente in montagna né mai rimase incrodato, ciò che invece capitò per mera imprudenza proprio a una delle guide preferite di Kugy. Eppure Kugy loda la prudenza del suo prediletto e stigmatizza l'imprudenza e la temerarietà di Samassa. Due pesi, due misure? Possibile. Probabile. E anche comprensibile.

Di ritorno al giudizio di Kugy nei confronti degli alpinisti estremi e di quelle che lui chiama arrampicate disperate, è evidente che si tratta di una questione prettamente soggettiva, di opinioni e di valutazione delle difficoltà, alpinistiche e non: c'è chi ritiene che quella salita si possa fare e chi ritiene sia impossibile, salvo poi verificare che anche (o soprattutto) in alpinismo il concetto stesso di "impossibile" cambia in funzione dei tempi, nonché di chi lo esprime e soprattutto di chi lo verifica. Questione di punti di vista e di differenze di valutazione, insomma, in cui alcuni la pensavano (e la pensano) come Kugy, altri esattamente al contrario.

Ma oltre che di mere opinioni il confronto è anche questione di "peso", ovvero del differenziale di statura o d'importanza fra chi pronuncia il giudizio − e Herr Doktor Kugy è decisamente giudice "ponderoso": ricordate le icone dell'alpinismo e gli ipse dixit? − e colui su cui il giudizio è proferito, l'accusato. Insomma, come abbiamo ricordato in precedenza, se gli imputati sono Preuss e Zsigmondy è uno scontro di titani, con innumerevoli eccellenti difensori dei due alpinisti nonché giudici inevitabilmente ben disposti; se invece alla sbarra c'è Samassa...


Sentenza

La tomba di Pietro Samassa
Fig. 22 - Collina. La tomba di Pietro Samassa.

Preuss Paul, Zsigmondy Emil, Winkler Georg & al., famosissimi alpinisti, protagonisti della Storia dell'alpinismo mondiale, caduti in montagna: non luogo a procedere per condizione e status di grandissimi dell'alpinismo di tutti i tempi.

Samassa Pietro, guida e alpinista semisconosciuto, comprimario della storia dell'alpinismo friulano, morto nel suo letto: (con)dannato alla nomea di guida e alpinista maudit.


Cent'anni dopo

Di quella nomea che, ripetutamente rivitalizzata, dura ormai da un secolo abbiamo cercato di dar conto, analizzando i quando, i come e i perché, cercandone ragioni (non numerose, ma ci sono) e torti (che sono molti). Infine, Pietro, è tempo che svanisca quel fantasma che ancora tormenta la tua memoria.

Mandi Pìori.

mandi, grazie e scusait

e buinonot


Piccola bibliografia alpinistica

Oltre ai riferimenti bibliografici citati nel testo, per la parte più specificatamente alpinistica sono stati ampiamente utilizzati:

  • Guida dei Monti d'Italia, ed. CAI-TCI, Milano. In particolare:
    • Ettore Castiglioni, Alpi Carniche, 1954
    • Attilio De Rovere, Mario Di Gallo, Alpi Carniche, vol. I, 1988
    • Gino Buscaini, Alpi Giulie, 1974
    • Antonio Berti, Dolomiti Orientali, voll. I-II, 1928(edizioni varie)
    • Ettore Castiglioni, Odle Sella Marmolada, 1937
  • Peter Holl, Karnischer Hauptkamm: ein Führer für Täler, Hütten und Berge, Bergverlag Rother GmbH, 1988
  • Enrico Camanni, Di roccia e di ghiaccio. Storia dell'alpinismo in 12 gradi, Laterza, 2013

Note


  1. Di Tòch sarà anche la casata di Pietro Samassa. L'origine è nel cognome Toch, autoctono di Collina, da cui l'omonima casata di Tòch successivamente trasmessa ai Samassa per via femminile e in due stadi successivi: 1) Toch → Sotto Corona (1797); 2) Sotto Corona → Samassa (1865). Degli uomini che si accasavano presso la moglie si diceva che andavano in cuc (da cuculo, per la nota abitudine di questo volatile di deporre le proprie uova nei nidi altrui): la discendenza della coppia spesso acquisiva la denominazione della casata della moglie stessa. Andarono dunque in cuc prima il trisavolo di Pietro, GioBatta Sotto Corona, sposando Maria Maddalena Toch di Tòch (la portatrice della casata), e poi il padre di Pietro, Luigi Samassa, sposando Marianna Sotto Corona di Toch

  2. Fra i più recenti Valnea Pinzan (In Alto-Cronache della Società Alpina Friulana, vol. LXXVI, n. CXII-1994); Sergio De Infanti (Novecento. Dai monti della Carnia, a cura di ASCA - Associazione Sezioni Carniche del CAI, Ed. Andrea Moro, Tolmezzo-2002); Adelchi Puschiasis (Collina e l'alpinismo, ovvero l'alpinismo a Collina, 2014). In chiave storica il profilo più ampio è quello di Giovanni Battista Spezzotti ne L’alpinismo in Friuli e la Società Alpina Friulana Vol. I, 1874-1899, Società Alpina Friulana, Udine-1963). 

  3. A dimostrazione di come e quanto siamo in presenza di un trito cliché, cito solo (basta e avanza) la rifrittura horror-kitsch degli asseriti tagli sulle piante dei piedi autoprocurati da Samassa per aumentare, con il sangue rappreso, l'aderenza dei piedi alla roccia, e in tal modo sfuggire alla cattura dei gendarmi austriaci lanciati al suo inseguimento con i cani (e buon per Zorro-Samassa che i sergenti Garcia-gendarmi non pensino a praticare analogo trattamento ai loro segugi…). Merce di seconda mano e di terza scelta, dal momento che identica operazione per identiche finalità è riportata alla lettera già da Eliane-Claire Engel nella sua conosciutissima Storia dell'alpinismo, (ed. Oscar Mondadori 1968, p.26, ma le edizioni inglese e francese sono del 1950). Lungi dal riprendere e contrabbandare la fandonia per verità rivelata, così chiosa l'Autrice: «Viene da chiedersi come mai uomini nel pieno possesso delle loro facoltà mentali abbiano potuto inventare una storia del genere − una storia che, pure, ha continuato a essere ritenuta vera fin quasi la fine del secolo scorso» [XIX]. Parole sacrosante, ma evidentemente Engel non era al corrente che i biografi di Samassa hanno continuato a ritenerla veritiera, nonché peculiare caratteristica del Nostro, ben addentro il XX secolo e anche oltre. Per inciso, fra i contemporanei il solo Puschiasis in op.cit. riporta la chiosa della stessa Engel e prende le distanze da questo ormai consolidato chiacchiericcio. 

  4. La coincidenza della ricorrenza con il recupero delle Note è abbastanza casuale. Diciamo che è una buona occasione per una rivisitazione del personaggio Samassa e della letteratura che su questo personaggio è stata costruita. Approfitto di questa nota per ringraziare sentitamente Carla Barbolan, pronipote di Pietro Samassa, per la cortesia a rendermi disponibili le Note per il lungo periodo necessario alla loro trascrizione. 

  5. Le numerose citazioni nel testo sono riportate in corsivo. 

  6. Attività che, comprensibilmente, non comprendono la sfera del privato familiare a eccezione di due eventi: la tragica morte del fratello Giovanni nel 1893, e l'annotazione nascita del primo figlio, anch'egli significativamente chiamato Giovanni, nel 1895. 

  7. Calzolaio certamente Samassa non fu, dal momento che in più parti delle Note si ritrovano pagamenti per fabbricazioni, modifiche o acquisti di calzature effettuati da Samassa, sempre a terzi. Sempre dalle Note sembra invece possibile che calzolaio fosse il suo nonno materno, Giuseppe Sotto Corona. 

  8. Come si vedrà più oltre, la stessa attività di guida era quella più redditizia in rapporto al tempo impiegato, ma non la principale fonte di reddito. 

  9. «1890 - Venne resa abitabile la casa di Luigi Samassa, dopo tanti anni che fu in costruzione. Casa che fu diverse volte in vendita, e che fu anche offerta ai fratelli Caneva fu Leonardo da Dignano». Eugenio Caneva, Promemoria per ricordare date e fatti avvenuti, manoscritto non pubblicato, Collina. 

  10. Eugenio Caneva, Promemoria ai posteri, manoscritto non pubblicato, Collina. Eugenio Caneva (1842-1918, e quindi contemporaneo di Pietro Samassa) è conosciuto soprattutto come ideatore e fondatore della Latteria di Collina, prima latteria dell'intera provincia di Udine, ma è l'autentico genius loci del villaggio fra i due secoli. Opera costantemente richiamata nei miei scritti, il suo Promemoria ai posteri è una autentica miniera di date, persone e fatti di Collina a cavallo fra '800 e '900. È anche un interessantissimo repertorio di opinioni personali che Caneva spesso condisce con commenti piccanti e corrosivi, e talvolta con autentico veleno. Il Promemoria è opera ponderosa che copre cinquant'anni di vita collinotta e l'intera esistenza di Pietro Samassa: ciò nonostante, in tutti gli scritti di Caneva la costruzione dell'acquedotto è l'unica menzione di Pietro. Viceversa, nelle Note di Samassa Eugenio Caneva compare ripetutamente in compravendite di immobili e transazioni varie, come cessioni di servitù, saldo di debiti (del padre di Samassa, Luigi) ecc. 

  11. Dettaglio dei costi (valori in Lire/centesimi) di produzione e trasporto del legname al "porto" carrabile o fluitabile. Navo, Cumugnos (corrett. Cumùnios), molin (Mulìnos o Mulin di Codâr), fulin, folin (Fulìn), Zovo (Ğùof), Ponte Lans sono toponimi. Come in tutte le attività specialistiche, anche il boscaiolo ha un suo gergo con il quale luoghi, strutture, attrezzi e operazioni del mestiere sono identificati e definiti con precisione. Qui nell'ordine troviamo facitura (da = fare) = taglio e sramatura del tronco; bignadura (bignaduro)=trasporto dal luogo di esbosco (qui Bosco de Navo, sopra Collina) ad altrove; governatura=l'insieme delle operazioni di sistemazione del materiale fino alla consegna al committente (qui termina il lavoro del boscaiolo p.d.: il committente a sua volta caricherà sui carri o fluiterà il legname); martore (martùor) = ripido solco lungo il pendio entro il quale scende il legname. Qui Samassa produce uno schema molto semplificato, a scopo contabile: con il dettaglio delle operazioni del boscaiolo e del relativo vocabolario si potrebbero riempire pagine e pagine. 

  12. Di fatto Collina rimase priva di strade fino alla vigilia del primo conflitto mondiale, quando si concluse la costruzione della strada Fulìn-Tors, o strado di Créts. Interamente costruita a spese della frazione, la strada aveva precisamente lo scopo lo di ridurre gli onerosissimi costi di trasporto del legname dal luogo di esbosco alla carreggiabile o al luogo di fluitazione. Obiettivo raggiunto con la strado di Créts, ma di fatto immediatamente vanificato dal sopravvenire della guerra prima, dalla rivoluzione dei mezzi di trasporto poi, e infine dalla globalizzazione. Quanto alla gerla, è cosa nota che il "motore" era fornito soprattutto dalle donne: per dirla ancora con Eugenio Caneva, il trasporto era effettuato a dorso di donna

  13. Questa annotazione di Samassa mi ha consentito di dirimere una vecchia questione riguardante il toponimo Belvedere. Pur costantemente riportata nelle carte e nelle guide alpinistiche, di questa casera si era del tutto perduta la memoria fino a indurre a dubitare, visto lo stato dei luoghi particolarmente infelice per l'attività malghiva, della sua stessa esistenza. Al contrario, Belvedere non solo esistette come malga ma fu anche casera, ossia vi si produceva formaggio. 

  14. Si tratta di telai (cércli = cerchio) per racchette da neve (in lingua cjàspos). 

  15. Stelle alpine (in lingua elbàis, dal tedesco Edelweiss). V. anche più avanti. 

  16. Giuseppe Luzzatto, Pizzo Collina (m. 2691), in Alpi Giulie, Rassegna bimestrale della Società Alpina delle Giulie, Anno X n. 2, Marzo-Aprile 1905, pp. 37-38. "Larga provvista", e pure a fini commerciali: mica il mazzetto per la morosa! Non è di questo parere il lungimirante Julius Kugy (più avanti lo ritroveremo fra i protagonisti di questo lavoro), che nei suoi scritti stigmatizza la raccolta indiscriminata dei fiori alpini. 

  17. È questo il termine usato nel testo. Il significato non è tuttavia quello letterale dell'italiano: indica piuttosto una "persona di servizio" o, ancora più correttamente, "garzone". Si tratta di giovani poco più che adolescenti (l'impiego ha una durata solitamente breve, di pochi anni), di Collina o dei paesi contermini, adibiti a svariate mansioni propriamente di servizio, come il trasporto del vitto agli operai e ai boscaioli, oppure di materiali vari alle malghe ecc. Mansioni cui peraltro non si sottraggono né la moglie di Pietro né Pietro stesso. La retribuzione del servo/a è di 8 Lire al mese oltre al vitto (e forse l'alloggio, il cui valore è tuttavia trascurabile). 

  18. Viene il sospetto che il funerale costi 5 Lire, e i 20 centesimi siano il supplemento per i paternoster (10 cent cadauno). In valuta corrente, 1 £ del 1899 corrisponde a circa 4.5 € del 2016: naturalmente si tratta del puro valore monetario, e non del potere d'acquisto (Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2008). 

  19. È vero che nel 1898 Italia e Austria sono alleate (c'è la Triplice Alleanza), ma la coalizione non si spinge fino all'abolizione dei confini! E anche oggi che c'è Schengen (finché c'è) i cacciatori si guardano bene dal cacciare oltreconfine. O almeno dovrebbero farlo. 

  20. In questo senso un cospicuo contributo ai biografi moderni viene dall'alpinista austriaco Heinrich Koban, che di Samassa nel 1932 scrive schwer bepackt mit Gemshäuten im Herbst nach Mauthen kam, um sie hier den Gerbern zu verkaufen ("arrivava a Mauthen carico di pelli di camoscio per venderle ai conciatori"), suggerendo che le pelli fossero tutte frutto delle cacce proibite di Samassa (in Festschrift zum 70 Jähriges Bestand des Zweiges Austria D.u.Ö.A.V., 1862-1932. Vienna: Verlag des Zweiges Austria, D.u.Ö.A.V., 1932). Analogo "contributo" Koban fornirà circa gli avventurosi contrabbandi di Samassa, con relativi scontri con le guardie di frontiera 

  21. Ad Ampezzo 6 pelli (la grafia corretta odierna è Dimpéç). 

  22. Ieri come oggi, a Collina non crescono neppure i fagioli, e le sole proteine disponibili in loco derivano dal latte, dalle uova e dagli insaccati (un maiale/anno per famiglia, quando c'è). Roba da far inorridire i dietisti! Ciò ovviamente non significa che i Collinotti avessero la benché minima idea del concetto stesso di "proteina": analogamente, manco avevano una lontana idea della definizione scientifica di "dieta", della quale avevano tuttavia pratica contezza. 

  23. Liesing, in Lesachtal, sede della Gendarmeria. 

  24. Un sacco di questi nuovi ricchi non sono altro che grandi contrabbandieri. Così il pettegolezzo di un personaggio (secondario) de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, con riferimento a Gatsby stesso. 

  25. Come abbiamo visto in precedenza Samassa effettuava con una certa regolarità spedizioni sia verso l'Austria propriamente detta che verso l'Istria, all'epoca anch'essa parte dell'Impero austroungarico. 

  26. Non posso sottacere che c'è chi afferma che Samassa organizzasse colonne di portatori di merce di attraverso Volaia, vegliando armato dall'alto a che gendarmi e finanzieri non turbassero il traffico. 

  27. Il testo è stato parzialmente riportato da Pietro Agostinis (nipote di Samassa, di cui riprende il nome di battesimo) nel Giornale sociale del Circolo Culturale Eugenio Caneva di Collina, 1988 e 1996. Il testo qui riportato è ripreso integralmente dalle Note a eccezione di irrilevanti modifiche apportate per migliorarne la leggibilità. Molti "errori" di ortografia ed espressioni mutuate dalla parlata di Collina sono stati intenzionalmente lasciati intatti per non togliere autenticità a un testo di altamente drammatico. 

  28. In cima la Valentina corrisponde al Valentin Törl; la casera è la Obere Wolayer Alpe. 

  29. Gli strenti del Lago Volaia indicano un luogo nell'alto Wolayertal, fra il lago e il Valentin Törl. 

  30. V. anche Enrico Agostinis, Mons di Culina, Culìno e Culinòts

  31. È la prima alla Nord del Cogliàns del 30 agosto 1897. 

  32. Si tratta di Pietro Cozzi, e non di Napoleone. Entrambi soci della Società Alpina delle Giulie, seguiranno tuttavia percorsi alpinistici ben diversi. Pietro è teorico dell'alpinismo classico con guida (coerentemente con le circostanze) e, per le cronache, fervido sostenitore dell'alpinismo al femminile (insieme a numerose citazioni, ne fa un quasi-ritratto Daniela Durissini in C'è una donna che sappia la strada?, Lint ed., 2000). Viceversa Napoleone Cozzi, principalmente in coppia con Alberto Zanutti, segue tutt'altro percorso: nel gruppo del Cogliàns aprirà due nuove vie sulla Nord della Chianevate, e raggiungerà livelli di rilievo assoluto soprattutto in Civetta e anche sul Campanile di val Montanaia. 

  33. Nelle Note l'ordine cronologico è un'astrazione, e nella sequenza degli addendi qui il 1898 potrebbe precedere il tal modo molte cose andrebbero al loro posto. 

  34. In sé un semplice fienile, lo Staiàt di Caminòn fu per i Culinòts quello che il Moulin de la Galette, un vecchio mulino a vento sulla collina di Montmartre convertito in sala da ballo, fu per gli operai e contadini della periferia parigina. Lo Staiàt ospitò tre o quattro generazioni di danseurs (e danseuses) di Collina, fino al memorabile carnevale del 1946. 

  35. Oltre al business caseario, a Pola e Trieste Samassa ha parenti-clienti in chiave alpinistica, fra cui Umberto Sotto Corona con cui salirà nel 1901 il Sasso Nero (Alpi Giulie, Rassegna bimestrale della Società Alpina delle Giulie, Anno 6 n.6, Novembre 1901). 

  36. Il rendiconto annuale dei proventi come guida citato in precedenza è un'eccezione: non isolata ma pur sempre tale. 

  37. Lo stesso Caneva − certo non pubblicamente e men che meno in osteria − è di penna autenticamente velenosa, e nelle sue Memorie non risparmia accuse e critiche feroci a compaesani, foresti e conoscenti, fino a spingersi ben oltre i limiti consentiti dal codice penale (non casualmente le sue Memorie furono redatte per i posteri, e non furono rese pubbliche): dalla semplice accusa di inettitudine al ladrocinio, fino alla "maffia", ce n'è per tutti − nomi e cognomi compresi − e per tutti i gusti. Con mia grande sorpresa, sul conto di Samassa (anche imprenditore) non c'è nulla. 

  38. Nota di costume, ovvero sul come prima l'osteria e poi bar e quotidiani sportivi abbiano avuto per i maschi la stessa funzione "sociale" che svolsero prima la filo e poi parrucchiere e riviste rosa (colore evidentemente sintomatico...) per le donzelle. 

  39. Sorvoliamo sull'ascensione di Petrarca al Mont Ventoux nel 1336 e su altre performance tardo-medievali e rinascimentali, candidate suggestive ma difficilmente classificabili come "alpinismo". Partiamo quindi dalla prima salita al Monte Bianco da parte di Balmat e Paccard nel 1786, sebbene secondo molti storici anche questa ascensione difetti in parte di spirito alpinistico (almeno in Balmat, certamente condizionato in maniera determinante dal forte compenso promesso ai primi salitori). Tuttavia, anche dopo la salita al Bianco altri decenni dovranno trascorrere prima che, per dirla con Mallory, la gente salga le montagne semplicemente "perché sono là". Infine, a prescindere dalla datazione dell'inizio dell'alpinismo, sostanzialmente irrilevante ai fini di questo lavoro, i primi esploratori/salitori delle Alpi non sono italiani ma "foresti", soprattutto britannici. 

  40. Gian Piero Motti, La storia dell'alpinismo, a cura di Enrico Camanni, Priuli & Verlucca, Torino, 2013 (1a ed. 1977). Alle categorie suddette Motti aggiunge anche i "giovani oziosi benestanti in cerca d'avventura e d'evasione". 

  41. Nel 1863 Grohmann arriva a Cortina per salire "la Tofana". Assolda Francesco Lacedelli-Chèco da Melères il quale, una volta avviati e giunti a Cian Zoppè, gli chiede quale delle tre Tofane voglia salire. Al che Grohmann non risponde "di Rozes" o "de Inze", o "la più bella" o "la più panoramica": risponde "la più alta". 

  42. Adolfo Brunati, Cento anni dopo, in Rivista della Montagna n.24, 1976. Nel testo, soggetto della frase (Essi) sono due alpinisti in particolare (Martelli e Vaccarone, intorno al 1875), ma l'intera categoria è perfettamente rappresentata. Come per Motti, la cui Storia dell'alpinismo segue di un anno l'articolo di Brunati, cominciano a volare i sassi nello stagno della storia dell'alpinismo, sino ad allora immobile e fermo alla lotta con l'Alpi di Guido Rey (v. nota succ.). 

  43. «Io credetti, e credo, la lotta coll'Alpi utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede». Ogni socio CAI nato nel XX secolo conosce questa frase di Guido Rey − scritta nel novembre chiusura della sua dedica a Ugo De Amicis del volumetto Alpinismo acrobatico − in quanto stampata sulla tessera del sodalizio fino al 1995. Frase a effetto inesorabilmente datata, e non tanto per l'iperbole guerresca e un po' rétro della "lotta" in sé ma per l'insopportabile enfasi retorica, curioso mix di rudezza e di snobismo il cui (ab)uso è andato ben oltre le intenzioni dello stesso autore. Ben prima del Nuovo mattino e della "rivoluzione culturale" antiretorica e anticonformista che, con la significativa parola d'ordine La pace con l'Alpe, attraversò il movimento alpinistico negli anni '70 del secolo scorso, al pensiero di quella "lotta con l'Alpi utile come il lavoro" anche a qualche grande alpinista e accademico del CAI sarà sfuggito − magari a denti stretti per risparmiare fiato, spingendo sui pedali della bicicletta nel tragitto (naturalmente in salita) dall'officina ai piedi delle montagne − un ma vieni un po' in fabbrica a lavorare per davvero

  44. Josiah Gilbert and George Cheetham Churchill, The Dolomite mountains, 1864. 

  45. Giovanni Marinelli, Guida della Carnia, Società Alpina Friulana ed., Tip. Ricci, Firenze 1898 (Ia ed.). Ma già 25 anni prima, nel occasione di una sua collaborazione con Cesare Lombroso Marinelli studia le popolazioni di Sauris e di Collina non solo con grande attenzione ma con altrettanta sensibilità, producendosi in un'analisi socioeconomica e antropologica necessariamente breve ma di autentica modernità. 

  46. In certa misura anche Samassa (come vedremo, in maniera del tutto inconsapevole) rientra in questo schema, o almeno ci prova. Nelle Note egli lascia traccia scritta di alcune vie che studia, e talvolta percorre, che successivamente proporrà al cliente. Una di queste è la nord della Chianevate, poi effettuata con successo con Kugy e Bolaffio. 

  47. Impossibile accorpare Carniche e Giulie in un unico destino alpinistico. La differenza più evidente ha un nome e un cognome: Julius Kugy. 

  48. «[...] Com’erano ignorate le cime e le giogaie, così era poco nota o mal nota la loro storia e la loro bibliografia [...]». Così Giovanni Marinelli a proposito delle montagne friulane in La più alta giogaia delle Alpi Carniche. Appunti vecchi e nuovi, in Bollettino del Club Alpino Italiano per l’anno 1888, vol. XXII, n. 55, pp. 122-176. Analoga considerazione anche da parte di Spezzotti in op.cit. 

  49. Udine & l'alpinismo friulano? No, è l'universo piemontese dei tempi di Quintino Sella descritto da Massimo Mila in Cento anni di Alpinismo in Italia, Appendice a Claire Elaine Engel, op. cit. Torino e Piemonte anni '60 dell'800, dunque, ma calza a pennello alla Udine e al Friuli di trenta o quarant'anni più tardi. 

  50. Spezzotti, op.cit. 

  51. Per alcuni interessanti aspetti dell'"universo" guida-cliente v. Melania Lunazzi, Le guide alpine, in Caterina Ferri, Antonio Giusa, Melania Lunazzi, Antonio Massarutto, Alpi Carniche e Dolomiti Friulane - Itinerari alpinistici dell'800, Libreria Editrice Goriziana-2000, pp. 47-50. 

  52. Con una piccola nota di colore diciamo pure che la storiografia alpinistica ci consegna un quadro con i clienti-alpinisti appartenenti ai canonici tre stati ante rivoluzione francese (nobiltà, clero, borghesia); al contrario le guide, salvo rare eccezioni, in tutta evidenza provengono dal quarto stato (il proletariato, magari non ancora in senso marxiano...). Non è questo il luogo per lanciarsi in audaci e spericolate analisi sociologiche dei primi 150 anni dell'alpinismo, dai suoi albori alla prima guerra mondiale: nondimeno è difficilmente confutabile che, seppure con qualche necessario aggiustamento, anche in montagna il rapporto cliente-guida (con relativi portatori − e portatrici − al seguito, zaino o gerla in spalla) non fu dissimile da quello che nel corso delle loro esplorazioni "orizzontali" ebbero Livingstone con le sue guide Bantu o le "giacche azzurre" con le loro guide native americane, o che ancora oggi molti alpinisti mantengono nei confronti degli Sherpa himalayani. Il termine più calzante per la relazione otto-novecentesca cliente-guida sarebbe "rapporto di classe", locuzione che può apparire troppo forte e per di più datata anche se in buona sostanza di questo si trattava, soprattutto agli albori dell’alpinismo. Non casualmente le guide "offrono i loro servigi", e infatti nei ricoveri alpini vi sono alloggi separati − come nelle case upper class per padroni e servitù − per clienti e guide, e non certo a tutela del comfort di queste ultime. Al Ricovero Marinelli a forcella Morareto "il piano superiore ha due soli ambienti, un piccolo atrio e un dormitorio che può servire per 12 alpinisti; superiormente, in una soffitta, riposano le guide" (Giovanni Marinelli, Guida della Carnia, Seconda edizione con aggiunte e modificazioni, G.B. Ciani Ed., Tolmezzo 1906, nota a p.204). 

  53. Uso il termine "subalterno" in quanto lo ritengo adeguato a rappresentare correttamente il rapporto guida/cliente, e anche perché ha un perfetto equivalente nel friulano sotàn che si incontrerà più oltre. Ben altra terminologia − a mio avviso di ridondante durezza − impiegò nel 1949 Tita Piaz per stigmatizzare la sudditanza spesso voluta e ostentata da parte delle guide nei confronti dei clienti: nel suo A tu per tu con le crode l'ormai settantenne guida fassana usò i termini "servi" e "servilismo". 

  54. Al moderno e disincantato lettore non sfuggirà questa curiosa "necessità" del cliente di rimarcare e tramandare ai posteri, non senza una buona dose di irridente sarcasmo, l'asserita inferiorità tecnica e l'inadeguatezza della guida nei passaggi chiave dell'ascensione. Tanto più che, sempre a cospetto del mauvais pas ma a parti rovesciate, la guida che vorrebbe comunque procedere è descritta come temeraria e sconsiderata, e ad essa si deve contrapporre, con prudenza e accortezza ma anche con fermezza, il saggio cliente costretto alla pur dolorosa rinuncia. 

  55. Nei loro viaggi splendidamente descritti nel citato The Dolomite mountains, Gilbert e Churchill della Carnia percorrono le carrozzabili di fondovalle. Non vanno alla base dei monti della catena principale, e men che salgono sulle cime, ma risalgono il canale di Gorto alla massima velocità consentita dai tempi e dai mezzi (buona parte a piedi, almeno i gentiluomini). In parte anche a causa delle nubi che coprono i monti, mancano persino la visione a distanza del versante meridionale del gruppo Cogliàns-Chianevate, che pure conoscono tanto di fama che per averlo osservato da Plöcken. Unica apparizione il Tuglia, che li accompagna fin quasi a Sappada. 

  56. Al verificarsi del dissesto dell'azienda di famiglia, nel 1873, Grohmann scompare dalle cronache alpinistiche. 

  57. Non traggano in inganno i compensi di Samassa che abbiamo visto in precedenza. Intorno al 1875 le tariffe "normali" erano di 3 o 4 Lire al giorno, che salivano a "ben" 5 o 6 per le cime più impegnative, fra cui il Cogliàns (Giovanni Marinelli, Dal Peralba al Canino, Annuario della Sezione CAI di Tolmezzo-Udine, vol. III, 1877, p.33). 

  58. Non Samassa, il quale non solo sa leggere e scrivere ma, pur nel travaglio di un rapporto non facile con grammatica e sintassi, è anche provvisto di una discreta proprietà di linguaggio. 

  59. Come si è visto, di ciò non vi è alcuna traccia nelle Note

  60. Ma le altre guide, di qua e di là dei confini, erano forse meno borderline (sic!) di lui? Forse, invece di vantarsene come improvvidamente faceva lui, i montanari sapevano starsene zitti... 

  61. Arturo Ferrucci, In morte di Pietro Samassa (1912) in In Alto, Bollettino della Società Alpinistica Friulana, vol. XXIII, n. 1-2, p. 31. Segretario della S.A.F., l'A. fu cliente di Samassa in diverse ascensioni. 

  62. Julius Kugy, Dalla vita di un alpinista, Lint ed. - Trieste, 2000, p.195 (l'originale Aus dem Leben eines Bergsteigers, è del 1925). Sempre sul conto di Samassa, altrove Kugy scrisse: si dimostrò per questa difficilissima salita guida senza pari. Grandissimo elogio, ma non privo di ambiguità. 

  63. Spezzotti, op.cit., p. 151. 

  64. Spezzotti, op.cit., p. 150. 

  65. Quanto alla bizzarria di Innerkofler di lasciare il cliente stanco a riposare su una cengia, e portare a termine da solo l'ascensione, la grande guida di Sesto non sembra un fenomeno isolato, almeno nelle intenzioni: La guida, che è giovane e coraggiosissima, da sola e senza bagagli si proponeva di raggiungere in 2 ore e ½ la cima; io però non permisi che si esponesse a simile rischio. Estensore di questa nota è Giuseppe Urbanis (In Alto, Cronaca bimestrale della Società Alpina Friulana, anno V n. 6, 1894, p. 92), in occasione del fallito tentativo alla sud della Chianevate. Manco a dirlo, la guida giovane e coraggiosissima è Pietro Samassa, freschissimo sposo. 

  66. Di queste cinque grandi guide nessuna morì nel proprio letto, come invece fece il pur imprudente Samassa. Piaz morì per un incidente un bicicletta, ma tutti gli altri persero la vita in montagna. Burgener morì sulla Jungfrau; Carrel morì di sfinimento ai piedi del Cervino; Lochmatter cadde sul Weisshorn; Innerkofler cadde in un crepaccio scendendo dal Cristallo. Non mi risulta che alcuno abbia mai dato loro degli imprudenti. 

  67. Certamente Samassa non ha coscienza di tutto ciò: egli va in montagna come e dove sente di potere andare, e non in relazione a una evoluzione dell'alpinismo che in quanto tale gli è perfettamente estranea o, meglio, del tutto sconosciuta. Solo in un secondo tempo si renderà conto di essere "avanti" rispetto ai suoi clienti e, compreso il valore (anche venale) di tutto ciò, cercherà di metterlo a profitto. 

  68. Di questa salita Samassa stila una relazione interessante e utile, in congiunzione con la relazione di Urbanis su In Alto del 1898, per l'individuazione dell'itinerario seguito. «Oggi il 30 agosto fecci con Gius. Urbanis di Angelo la prima salita al Coglians dal Nort partendo da Collina a 4½ e con ½ ora di sosta al Lago Wolaia e altre picole soste alla traversata sotto il coglians raggiungemo la veta a 9 e 50. N.B. Fu fatta tal salita a diritura [destra] ripida per averla più corta e meno pericolosa, ma è molto meglio seguire il canalone che sta sotto la cresta di mezzo del Coglians e Chianevate facendo la traversata apena lasciati li ghiaioni del passo Valentina. Cima del Coglians il 30/8 97. Samassa.» Per la salita del Coglians da nord Samassa ritiene quindi preferibile la via da NE, lungo il canalone fra Cogliàns e Anticima est (oggi detta Pilastro del Cogliàns e che Samassa qui chiama Chianevate in quanto limite occidentale della Kellerwand) già da lui percorso forse nello stesso 1897. Rispetto all'itinerario in foto, al limite sinistro del terrazzo l'itinerario di Samassa prosegue ancora verso sinistra, fino al canalone in parte ancora in ombra, per poi tenersi sulla destra del canalone stesso. 

  69. In verità, e non certo in positivo, anche i non sempre amati testi di latino: Miserrima omnino est ambitio honorumque contentio, "Miserabile è soprattutto l'ambizione e la caccia agli onori", nientemeno. Cicerone (e chi, se no?), Rhetorica - De officiis, Liber primum, 87

  70. È la prima salita ufficiale (1899) della parete NO della Chianevate, una via di difficoltà (fino al IV) non estreme per l'epoca ma non banale, che pure supera una parete fino ad allora inaccessa e dall'aspetto decisamente impressionante. A margine, si noti che Samassa è perfettamente informato su ciò che si scrive e anche non si scrive su bollettini e riviste di alpinismo. 

  71. Per chi avesse poca familiarità con l'inglese, l'aggettivo-sostantivo highbrow ha qualche attinenza con l'appellativo collinotto alt di cuél di pè (lett. "dal collo del piede alto"). E non chiedete altro: con English e culinòt si gira il mondo! 

  72. Tentativo per una nuova salita al Kellerspitze, in In alto, Cronache della S.A.F., n.6-1894, pp. 92-93. 

  73. Allora come oggi, il compenso era in funzione della difficoltà e della lunghezza della salita: in quegli anni il compenso medio per una guida era inferiore, anche di molto, alle 10 Lire al giorno, ma qui siamo in presenza di un caso molto particolare, e non solo per la nuova qualifica − freschissimo sposo − della guida Samassa. Obiettivo del giorno è la via sulla ancora inviolata parete S della Chianevate, traguardo poi non raggiunto per la rinuncia di Urbanis (forse timoroso per una possibile e decisamente prematura vedovanza della neo-sposa...). L'obiettivo sarà invece raggiunto l'anno successivo, lungo una via oggi valutata II con passaggi di III+ e IV, difficoltà già in sé rispettabili per l'epoca, cui si aggiunge una non trascurabile componente psicologica. 

  74. Senza ulteriori commenti, superflui e comunque inadeguati, andatevi a leggere, se potete (nonostante le ristampe è quasi introvabile), il già citato Dalla vita di un alpinista nella splendida traduzione di Ervino Pocar (l'ultima edizione è di Lint Editoriale, 2000). 

  75. La frase di Kugy sui bivacchi, Una montagna si impara a conoscerla davvero quando ci si dorme sopra (op. cit., p.126), è divenuta proverbiale. 

  76. Kugy sarà sempre un prudente cliente-secondo di cordata, che al presentarsi di difficoltà ritenute "insuperabili" o comunque, a suo insindacabile giudizio, troppo rischiose dà l'ordine del ripiegamento. Tecnicamente, le difficoltà più elevate superate in arrampicata da Kugy sono i di V- lungo i pilastri sud-ovest del Montasio (via "diretta Kugy" del 1908). Primo di cordata era Osvaldo Pesamosca. Va da sé che la grandezza di un alpinista non si misura solo con le difficoltà superate, e Kugy è a buon diritto nella hall of fame della storia dell'alpinismo. 

  77. Naturalmente scuola alpinistica, e non certo di bracconaggio. Non esente da una certa dose di pietismo (dopo tutto è un romantico!) Kugy si servì anche di autentici ex galeotti e futuri tali, falsari, ladri e tentati omicidi, o almeno condannati come tali. Fu invece assai poco indulgente nei confronti di guide forti bevitori, quando non addirittura alcolisti, di fatto liberandosene in chiave ovviamente di sicurezza. 

  78. È il verso finale del Cjiant de Filologiche Furlane ("Canto della Filologica Friulana", testo di Bindo Chiurlo e musica di Arturo Zardini, 1920-22), che icasticamente descrive il popolo friulano come "saldo e onesto, lavoratore". Autodescrizione celebrativa cui si contrappone − o si affianca − il meno encomiastico ma altrettanto radicato sotàn = "sottomesso" o "subalterno", a indicare un popolo uso obbedire al potere e al potente di turno, in divisa, in marsina o in abito talare. 

  79. Samassa non era l'esclusivo depositario dei "segreti" della Chianevate: negli stessi anni Hans Kofler di Sittmoos, in Lesachtal, valeva Samassa quanto a conoscenza dei luoghi, progettualità e capacità arrampicatorie. 

  80. Julius Kugy, Anton Oitzinger, Vita di una guida alpina, Lint-Trieste, 2001, p.91. 

  81. Il riferimento − pressoché alla lettera − sembra essere a Eugen Guido Lammer e al suo Jungborn, pubblicato nel 1922: "Per me il risultato supremo è il modo dell'attività sportiva, l'essere senza guida, il giocare la vita" (edizione italiana, Fontana di giovinezza, Vivalda, Torino 1998, p.26). 

  82. È assai probabile che, mentre in Kugy si radica quel pensiero, nella stessa Trieste, comodamente seduto leggendo il giornale al Caffè degli Specchi possa esservi qualcuno che giudica "arrampicata disperata" la nord del Montasio, nonché squilibrato e "non amante del bene della vita" chi mai avesse osato (toh, il dottor Kugy!) andare a salirla... La chiamano soggettività.