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Parte prima - La storia

I contributi di analisi storica, presentati come sintesi delle fonti edite nel volume stesso, si articolano in cinque capitoli.

  1. Agrons, una comunità carnica esemplare - 1.1 Agrons e la Carnia, 1.2 La Carnia tra il Medio Evo e l'Età Moderna,
  2. La Villa di Agrons - 2.1 Contrade e anime, 2.2 I nomi dei luoghi, 2.3 La popolazione, 2.3.1 I Rovis, 2.3.2 I Del Monaco, 2.3.3 I Fabris, 2.3.4 Coloni e fittavoli,
  3. L’Onorando Commune di Agrons e Cella - 3.1 Gli organi ed i compiti del Commune, 3.2 Il territorio ed i terreni del Commune, 3.3 Il Commune e Chiese, 3.4 La fine del Commune,
  4. Le Venerande Chiese e la Veneranda Fraggia - 4.1 La Chiesa di Santo Stefano e la Confraternita di San Rocco, 4.2 La Chiesa di Santa Fosca,
  5. "Jure recti et legalis feudi": la Carnia, Agrons e i gismani - 5.1 I Gismani, 5.2 Le antiche famiglie gismaniali, 5.3 I privilegi dei Gismani, 5.3 Gli eredi dei Gismani e la parabola discendente del loro status.

Nei primi quattro, composti da Paolo Roseano e Giuliana Lucchini, che si distinguono per nitidezza ed efficacia, vengono sunteggiati in rapida sequenza i tratti essenziali della storia della Carnia dal punto di vista amministrativo, economico, sociale e religioso, e di Agrons (territorio, evoluzione demografica, istituzioni amministrative, chiese, confraternite) tra Medio Evo ed Età Moderna.

Nel corso dell'Età Moderna, l’emigrazione temporanea e stagionale degli abitanti di Agrons era orientata verso destinazioni collocate in prevalenza nella penisola istriana; le annotazioni apposte nei registri dei defunti consentono di tracciare un percorso che da Trieste e Caresana, a nord, giunge - via Cenizza, Abitanza, Verteneglio, Portole, Gimino - fino a Valle e Dignano, a sud. A Gimino si insediarono i Rovis (nel cui stemma compare la rapa, come in quello del Comune di Ovaro) che mantennero rapporti bidirezionali con Agrons fino agli inizi dell’Ottocento. Il ramo istriano, l’unico ancora vitale, ha mantenuto e mantiene il ricordo delle lontane radici carniche, come testimonia concretamente la stampa del volume, curata da una casa editrice, con sede a Muggia, facente capo a Paolo Rovis.

In tutto il periodo si mantenne vivo il ruolo istituzionale della comunità di villaggio, del Commune di Agrons e Cella, che si esprimeva attraverso la vicinia, l’assemblea dei capi di ciascun fuoco formalmente aggregato, caratterizzata dalla preminenza degli originari e dalla chiusura verso i foresti. Il Commune si occupava di proprietà collettive, imposte comunali, pubblica sicurezza, pioveghi, sanzioni pecuniarie, ed eleggeva la banca, composta da meriga e giurati, incaricata della gestione organizzativa e investita di poteri di rappresentanza. Inoltre esercitava un controllo, anche economico, sulle istituzioni religiose locali e, congiuntamente agli altri Communi della zona, lo jus patronatus, ovvero il diritto di patronato, che si esprimeva nell’elezione del vicario della Pieve di Gorto ex latere Luincis. Nella piccola villa di Agrons operavano almeno sei persone giuridiche distinte (il Commune di Agrons e Cella, la confraternita di San Rocco, la chiesa di Santo Stefano, la confraternita dei SS Michele ed Elena e del SS.mo Sacramento, la confraternita della B.V. del Rosario, la chiesa dell’Assunta), tutte dotate di banca e cassa proprie, ma con gestioni non prive di commistioni e sovrapposizioni. Interessanti le considerazioni sull’introduzione del culto di San Rocco, legato alla peste (contenete anche il richiamo ad uno scritto inedito di Gilberto dell’Oste che ci auguriamo di poter leggere presto), e alla Chiesa di Santa Fosca, voluta dai Rovis, che trapiantarono una devozione praticata a Gimino.

Gabriele Siciliani è l’autore del quinto, e più ampio, capitolo nel quale si fanno un po’ i conti, con lo sguardo rivolto all’intera Carnia, delle conoscenze sui gisamani.

Essi costituivano un corpo separato - la terza universitas, accanto ai Quartieri e alla Comunità di Tolmezzo - della Contrada carnica, dotato di «ufficiali propri, assemblee proprie, provvedimenti propri, disciplina propria», e ciò fino all’entrata in vigore del Codice napoleonico, che mise fine alla coesistenza «di ordinamenti distinti, simbolo di un pluralismo giuridico soggettivo e oggettivo tipicamente medievale». Infatti, accanto agli «Statuti civici e di villa, che dettavano regole che prevalevano sulle Costituzioni della Patria», c’erano le «regole dettate dagli Statuti della Magnifica Comunità di Tolmezzo» e lo « ius proprium cui era soggetta l’élite locale», mentre le regole della Patria «intervenivano solamente per casi che non era possibile risolvere attraverso l’applicazione delle fonti particolari».

La loro origine rimane avvolta nella leggenda, essendo gli eredi delle stirpi insediate nei castelli feudali e nelle località fortificate rase al suolo, verso la metà del XIV secolo, dal patriarca Nicolò di Lussemburgo (Ampezzo, Agrons, Allesso, Bellorto, Emonia detta Muina, Forni, Frata, Feltron, Invillino, Monai, Moscardo, Noiariis, Chiasteons, Cella, Cescalns, Castelnovo, Dumblans, Nonta, Ravejo, Sochieve, Semprolle, Sudrio, Verzegnis, Zuglio - Sezza, Sjaio e Duron, San Lorenzo, stando ad Agostino Spinotti e Nicolò Grassi), «abitate da altrettanti casati, spesso riuniti in consorzi feudali, detentori di beni investiti a ragione di feudo retto e legale sparsi in tutto il territorio della Contrada e spesso anche in Friuli».

Tra i casati più importanti, e di più antica attestazione, emergono

  • i de Agrons, documentati dal 1204, con possedimenti centrati prevalentemente in Carnia (nel 1274 riscuotevano, tra l’altro, la decima di Collina Piccola) e aperture alla pedemontana, e i de Luincis, che ebbero «un ruolo determinante nelle vicende carniche del XV secolo», nel Canale di Gorto;
  • i di Socchieve (nel 1275 Roberto di Socchieve teneva in feudo della Chiesa di Aquileia mezza decima di Gracco e Collina), i di Nonta, i di Feltrone dai quali discendono gli Janesi tolmezzini, nel Canale di Socchieve;
  • i de Legio (nel 1176 un Leonardo de Leces è membro della feudalità friulana libera), con interessi in prevalenza concentrati nella pianura friulana, nel Canale di San Pietro.

Alle famiglie gismaniali più importanti se ne affiancavano altre minori, i cui possedimenti derivavano anche da «singole investiture fatte a soggetti che si erano imparentati con le famiglie maggiori oppure che avevano iniziato ad acquistare beni e prestigio a scapito del nobilume locale».

Riprendendo la periodizzazione proposta da Stefania Pico, l’evoluzione storica delle casate gismaniali è suddivisibile in tre periodi caratterizzati:

  • il primo, dalla origini agli inizi del XIV secolo, da una «forte impronta aristocratica del loro stile di vita e per un certo protagonismo sulla scena politica friulana» e dalla distribuzione dei possedimenti in Carnia, nella pianura friulana e Oltralpe;
  • il secondo, dal XIV secolo al tramonto dell’epoca patriarcale, dalla «forte localizzazione» e da «un sempre maggiore radicamento sul territorio carnico»,
  • il terzo, ricadente nell’epoca veneta, dal completamento della decadenza economica e sociale, tanto che la classe gismaniale «mal riusciva a conciliare alcune distinzioni riconosciutele con la propria situazione sociale ed economica fortemente deteriorata».

La ritorsione patriarcale seguita al tradimento di Ermanno di Luincis e il conseguente rafforzamento della Magnifica Comunità di Tolmezzo, ridimensionarono definitivamente il potere dei gismani, che decaddero fino «a confondersi con la gente del popolo», nonostante la riconosciuta «nobiltà originaria» derivante dal «carico militare di cavalleria cui erano tenuti come i castellani del Friuli». Godevano infatti «del privilegio del foro», essendo «giudicati solo dal tribunale del Luogotenente e non dalla giustizia tolmezzina», in base al «principio per cui un subfeudatario non può giudicare un altro subfeudatario», di particolari esenzioni fiscali, «non erano tenuti nemmeno a contribuire alla riparazione e alla manutenzione della viabilità pubblica», ed erano «legittimati a portare armi, proibite al resto della popolazione rurale». I beni «erano loro investiti a ragione di feudo retto e legale, trasmissibile per via femminile e maschile. Prevaleva inoltre il godimento consorziale, legato generalmente alla discendenza dal medesimo capostipite».

La loro presenza territoriale non era uniforme, ma si mantenne localizzata in prevalenza attorno alle antiche località fortificate; quella «in cui si riscontrava il maggior numero di feudi era il villaggio di Luincis e dintorni».

Lunghe, interessanti note esplicative/integrative contornano il testo; da una di queste si ricavano i nomi delle casate gismaniali riscontrati dall’autore [grassetto e corsivo sono nostri]:

  • «nel Canale di Gorto sono: Crosilla di Luincis e Liariis, Giacometti, Fiorencis, Les, De Colle di Luincis e di Muina, Ariis di Ovaro, de’ Franceschi di Mione e Agrons, de Corte di Ovasta, Zanelli di Ovasta, Agarinis di Ovaro, Carlevariis di Luincis, Velentini ed Enrici di Luincis, Spinotti e Vernier di Muina, Rovis, del Monaco, Pizuli di Agrons, Mirai di Lenzone, Gonano di Lenzone, Blasi di Luincis, Erman di Mione, Micoli di Muina, Toscano di Mione, Canfignello di Entrampo, Gussetti di Entrampo, Fenon di Entrampo, Cussina di Comeglians, Vidale di Rigolato».
  • «Nel Canale di San Pietro: Talotti di Arta, Rupil di Arta, Bianzan di Arta, Galante di Arta, Scala di Siaio, Ortis di Siaio, Jacotti di Cabia e Fielis, Chilutti, del Negro di Cabia, Morassi di Cercivento, Pitt di Cercivento, de Rivo di Cercivento».
  • «Nel Canale di Socchieve, a Nonta: Gottardis, Rigotti, Rossi, Sotto-Castello, Candussi; a Feltrone: Picotti, Sidins, Danelon, Linda sive de Giorgis, German; a Ampezzo: Benedetti».

Le località attualmente incluse nel Comune di Ovaro primeggiano su tutte per numerosità di casate; solamente tre sono, invece, quelle riconducibili, direttamente o indirettamente, all’Alto Gorto, due delle quali di emigrati.

  1. I De Corte trasferitisi da Rigolato a Ovasta verso la fine del XIV secolo, i quali si imparentarono per matrimonio con i Marchi di Ovasta e «probabilmente in virtù di questo legame matrimoniale, divennero gismani della Carnia», e
  2. I Gussetti di Entrampo, nobilitati grazie al matrimonio, nella seconda metà del Cinquecento, di Nicolò Gussetti da Valpicetto con Valentina Zanelli da Ovasta.
  3. Non si sa se anche i Vidale di Rigolato (più probabilmente di Valpicetto) divennero gismani per via matrimoniale. Una certa importanza a cavallo tra Cinquecento e Seicento certamente l’avevano acquisita. Nel 1607, stando agli atti dell’accatastamento dei beni comunali, il nucleo di Antonio Vidal da Valpicetto si collocava tra i più rilevanti in termini di anime e animali grossi. Un ventennio dopo, il 12.10.1628, Zuane Vidal di Valpiceto, compare tra i destinatari di un’ordinanza del Luogotenente Andrea Bragadin (pubblicata sul numero 9 di Pagine Friulane del 25.1.1900 a p. 451) in quanto «possessori delli beni di Gismania obbligati al servizio Militare, in tempo di Guerra, che non avendo curato di obbedire ai precedenti nostri ordini nella contribuzione della spesa del Cavallo mantenuto li mesi passati inservizio di sua Serenità e di sodisafare la loro rata, che in pena di Ducati 200 per cadauno… debbano in pena di giorni dieci haver effettivamente contato al detto Capitanio dei Gesmani le portioni a loro spettanti…». Quando si scoprirà quali fossero tali «beni di Gismania» forse si riuscirà anche a capirne qualcosa in più.
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