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CAPO I. - La Pieve di S. Maria di Gorto e le sue antiche filiali.

I vescovi che, almeno dalla seconda metà del scolo IV, risiedettero in Zuglio, se pur non trovarono già entrato il Vangelo nelle vallate contermini, certo dovettero adoperarsi per piantarvi la civiltà cristiana; onde credo che fin da questi primi tempi Gorto udisse la buona novella, e, se il carattere dei nostri antichi avi non era troppo differente da quello dei tardi nepoti, la novità e divina bellezza del Vangelo dovette trovare presto buon numero di amatori tra i bei monti gortani.

Una tradizione, che ragazzetto ancora udivo ripetermi, dice come un tempo trovavasi un solo prete in tutto il Canal di S. Pietro ed uno solo in tutto quel di Gorto; ed, incontratisi un giorno in cima la Valcalda, facevano reciproci lamenti che il campo dell’uno limitasse quello dell’altro. Non sarà vero il fatto de' lamenti, ma parlando la tradizione di tempi, ne' quali la vallata di Giulio Carnico contava un sacerdote solo, ed assegnandone fin d’allora uno alla nostra, ci dice che ben antica dev’essere la cristianità di Gorto.

Ma, anche lasciando stare il valore della tradizione, pare affatto ragionevole il ritenere che, formatosi relativamente un buon numero di fedeli e forse qualche gruppo non isprezzabile nei piccoli villaggi, — che certo non doveano mancare almeno in Gorto (prendendo questa parola nel senso stretto), — a fin di meglio assisterli e dilatarne il numero, il vescovo lasciasse qui stabile un sacerdote. A ciò dovea indurlo anche la distanza non piccola, se doveasi scendere a Tolmezzo per la valle del Degano, la strada malagevole (se pur v’era un sentiero) se era da valicarsi la Valcalda.

Non crederei quindi necessario aspettare la venuta degli Slavi e la scesa del vescovo Fidenzio in Cividale (anno 730 circa) per assegnare un prete fisso nel Canal di Gorto.

È vero che perdura vivissimo tra noi, come nella vallata di Socchieve, un’altra tradizione, secondo la quale i nostri morti, prima che ci fossero le nostre pievi, venivano trasportati a S. Maria Maddalena di Invillino. Io son tentato di pensare che questa tradizione non sia veridica quanto al trasporto dei cadaveri. La via era troppo lunga e chissà quanto pericolosa. In Canal di S. Canciano mostrano ancora sulla montagna la strada per la quale i Sappadini portavano i morti alla Pieve, valicando las Planas. Questa sarebbe un'enormità nelle stagioni migliori, una cosa affatto impossibile nel tempo delle nevi.

Formatosi un nucleo di cristiani, questi non avranno mancato di provvedersi almeno d'una piccola cappellina, e non sarà stato loro tanto difficile l’avere un campicello, nel quale collocare i resti mortali dei loro fratelli. La tradizione adunque, benché in tal modo esposta, parmi doversi interpretare, non nel senso letterale del trasporto dei cadaveri, ma in quello più largo di una dipendenza spirituale dal sacerdote che dovea risiedere in Invillino. Presa così, si riferirebbe o ai primissimi tempi dell' evangelizzazione dei Carni, quando Gorto non poteva per anco avere un sacerdote proprio, od a tempi assai posteriori, nei quali, mancato il vescovo di Giulio Carnico, il centro della direzione ecclesiastica era trasportato provvisoriamente in Invillino. E forse ebbe luogo una cosa e l’altra.

Se non vi va questa spiegazione, datene un’altra migliore. Incendi, topi, vandali forestieri e nostrani distrussero o saccheggiarono i nostri archivi, onde s’è costretti ad andar innanzi a tastoni nel buio.

La prima memoria scritta dalla Pieve di Gorto è del 10 novembre 1119. In questo giorno il patriarca Voldarico, fondando l’abbazia di Moggio, le assegnava anche le pievi di Dignano e di Cavazzo con ogni diritto di pievania e di tenervi i placiti di cristianità. Le assegnava anche la Pieve di Gorto, ma questa senza il diritto di tener placito. La pieve di Gorto dunque esisteva già. Non si domandi quando fu fondata. Le pievi possono dirsi nate da sé. Un popolo cristiano rurale unito sotto un sacerdote suo proprio, con chiesa sua propria, costituiva nei primi tempi una pieve, senza che fosse necessaria una bolla di fondazione della parrocchia ed una nomina del sacerdote1.

I placiti poi consistevano in questo che l’Arcidiacono patriarcale venuto in visita convocava i giurati delle ville formanti la pieve, si faceva dar relazione dei disordini morali pubblici o notorii accaduti nel loro territorio dopo l’ultimo placito, accoglieva ricorsi e lamenti, esplicava sul clero e popolo del suo Arcidiaconato tutta l'ecclesiastica sua autorità di tutela sulle amministrazioni sacre, di patrocinio sulle vedove e pupilli od altri indifesi, di polizia sui costumi, di giudice nelle controversie, di vindicatore dei delitti. (NaitL’Arcidiacono e la Pieve di Tolmezzo p. 57).

Stando dunque alla bolla di Voldarico, l’Abate di Moggio non avea diritto di tenere placiti in Gorto, che quindi dovea restare sotto la giurisdizione dell'Arcidiacono della Carnia.

Il 15 giugno 1185 Domenico abbate di Moggio con assenso del suo monastero investe Odalrico detto Gusetto, Strabo e Vecellone genero del quondam Giovanni di Mione di tutto il quartese di vivo e morto et de jure bladi ecc. a diritto di feudo del monastero, coi dati pesi (Nait - p. 104).

1228. 9 luglio. Papa Gregorio IX confermando con sua bolla i privilegi dell’ Abbazia di Moggio, inchiude la decima di Gorto, ma non fa parola del diritto di tener placiti (Nait - p. 173).

1299. Trovasi ricordata per la prima volta la chiesa di S. Maria ed il suo cimitero (Gortani - Canal Pedarzo).

1305 12 maggio. Giacomo Cementario e Palma sua moglie, coniugi di Tolmezzo, fanno un legato di tre lire alla chiesa di Santa Maria con obbligo ai Camerari di dare quattro soldi al prete procuranti plebem dictam, quattro a quel di S. Vilico d’Ovaro, quattro a quel di S. Giorgio di Gorto, che pro tempore saranno vicari e rettori di detta Pieve, con obbligo di celebrare una messa al mese (pergamena della Pieve).

Questo documento oltre al farci sapere che a quest’epoca da noi esercitavano il loro ufficio tre sacerdoti, uno presso la pieve, uno ad Ovaro, uno a S. Giorgio, dicendo che tutti erano vicarii e rettori della Pieve, fa capire che quella di S. Giorgio non era già una cura separata, ma il servizio era fatto per così dire in solido dai tre vicarii, viventi separati per essere più pronti ove fosse stato il bisogno senza però trovarsi troppo lontani dalla chiesa principale.

Dov’era questa? Quintiliano Ermacora afferma che, dov’è ora la Pieve, fosse nel 1350 il castello d’Ermanno di Luincis, e descrive minutamente un assedio ed una presa affatto stridenti con questa postura. Non credo possibile che il castello d'Ermanno fosse qui, se pure Ermanno avea castelli quassù. Nessun documento e nessuna tradizione accenna che la Pieve sia stata mai altrove che qui. Il popolo del Canal Pedarzo non meno che quello delle altre cure staccate dice unanime che i suoi morti antichi sono lassù alla Pieve sul colle. E Canal Pedarzo si staccò prima del supposto assedio. Anziché por qui un castello medioevale, non sarebbe più ragionevole il ritenere che la chiesa primitiva di S. Maria sia stata costruita colle rovine dell’antico castellare romano, utilizzando forse anche qualche tratto di muro che poteva reggersi ancora sano? E non fu giudicato improbabile che una parte del campanile sia residuo di torre romana. Ma di questo a miglior agio più innanzi.

Per ragion di chiarezza pongo qui l’ordine col quale nei nostri documenti sono ricordate le chiese più antiche di Gorto.

  • 1299. S. Maria, la Pieve.
  • 1305. S. Vigilio di Ovaro, S. Giorgio di Comeglians.
  • 1310. S. Stefano di Cella.
  • 1316. S. Canziano di Canal Pedarzo, S. Martino presso Luincis.
  • 1319. S. Lorenzo di Clavais, S. Giacomo di Rigolato.
  • 1320. S. Andrea di Zovello.
  • 1322. S. Croce di Luincis.
  • 1323. S. Matteo di Monaio.
  • 1327. S. Odorico di Ovasta.
  • 1335. S. Nicolò di Comeglians.
  • 1341. S. Tomaso di Cludini, S. Nicolò di Uezis, S. Michele di Collina.
  • 1342. S. Vito di Liariis.
  • 1346. S. Giacomo di Pesariis, S. Lorenzo di Forno, S. Giovanni di Frasseneto.

Quanto a quella di Pesariis, si han motivi per ritenere venisse consecrata il 21 oppur il 22 settembre 1344 da Giovanni vescovo di Parenzo e vicario generale del Patriarca Bertrando.

Il 23 luglio 1318 compare un Carismano di Gorto prete e notaio residente in Ovaro. Questi è il primo dei sacerdoti officianti in Gorto, de' quali si conosca il nome. Come tutti i notai di quei tempi, scriveva in latino. Ma aveva un latino tanto grosso e sgrammaticato, che se ne vergognerebbe qualunque principiante.

Due anni più tardi è a S. Giorgio un prete Assalone (note Gortani).

Addì 25 marzo 1336 si presenta un Artrussio vicario di S. Maria della Pieve.

1339. 7 settembre. — Un di Ovaro testando legò otto denari al suo sacerdote, e quattro al compagno di lui residente nella detta Pieve.

Per suo sacerdote qui non si può intender altro che il vicario abitante dal lato di Ovaro.

Il 27 novembre di quest’anno (1339) il Canal Pedarzo domandò all’abate di poter tenersi un vicario proprio, perché la Pieve era tanto estesa e la popolazione talmente moltiplicata che i sacerdoti addetti alla cura non bastavano a tanta gente per amministrare sacramenti, andar in giro, specialmente nell’inverno, ed inoltre accadendo spesso per le nevi ed inondazioni che i bambini morissero senza battesimo, gli adulti senza confessione, Eucaristia, olio santo, e restassero i cadaveri insepolti oltre il tempo conveniente. L'abate Giberto accordò che d’allora in poi nella «cappella di S. Canziano dovesse risiedere un cappellano o vicario da istituirsi da lui ed avesse la cura d’anime per le ville di Sostas, Luch, Prich, Avausa, Prato, Sovia (la parte inferiore di Prato), Plugeria, Troium, Osagis, Pesariis, Tramponolium (che non si sa dove fosse) e Pradompnus, e dovesse inoltre andar alla Pieve nei dì consueti, Letaniis, Processionibus, scrutinio, e fare ogni cosa come avevano sempre fatto gli altri vicarii, e come facevano gli altri pievesani nelle loro Pievi» (not. Ulvino di Udine - Archiv. capit. Udine - atto mancante della fine). Tal concessione venne fatta dopo udito il parere anche dei vicarii Artrusio, Assalone e Carismano.

Vuolsi da quei di Canale che la loro chiesa sia stata la prima a staccarsi dalla Pieve, e che perciò nelle funzioni interparrocchiali di Gorto, al parroco di Prato spetti il posto di diacono. Questo diritto era forse riconosciuto e goduto quando ci si teneva a queste preminenze, e non era entrata la mania di mandar in aria quanto sa di vecchio. Riguardo poi all’essersi per primo separato dalla Matrice il Canale di S. Canziano, abbiamo veduto come almeno da 35 anni trovavasi già un vicario a S. Giorgio. I Canalotti quindi su questo punto avranno ragione solo qualora il vicario di S. Giorgio non avesse avuta a quei dì una cura sua propria, non solo distinta ma nettamente separata dagli altri due residenti in Ovaro e Luincis. Ma probabilmente questa separazione non si maturò che più lardi, ed un po’ alla volta, come pare debba dedursi dai documenti posteriori.

II 25 febbraio 1342 compare Don Iacopo, il primo vicario noto di S. Canziano (perg. della Pieve), Artrussio non lo si trova più, di Carismano si ha notizia fin al 18 aprile 1345, e di Assalone fin al 17 luglio 1348.

La serie dei vicarii continua ma con molte lacune pei secoli XIV e XV; di quelli stessi che si conoscono molte volte si ignora la residenza (Vedi in fine - Serie dei Vicarii di Luincis e di Ovaro).

1367. Verso quest’anno, e probabilmente ancor prima, le ville di Forni Avoltri, Frassineto, Sigileto, Collina ottengono d’avere un cappellano loro proprio per esercitarvi la cura d'anime con dipendenza dal solo abate di Moggio, al quale spettava il diritto di nomina.

Il documento fattone venne presentato dagli uomini delle quattro ville il 2 maggio 1467 a Fra Leonardo Vicario Abaziale e Priore di Moggio, che constatò come quel privilegio cartapecoraceo era vecchio di cento anni e più, e riconosceva e confermava agli abitanti di Sopra ponti il diritto di avere un prete proprio (Wolf, schede, pag. 69) dichiarando ancora che non saranno obbligati a contribuire nulla a nessuno fuori del loro sacerdote, che però sempre si mostrino benevolenti e devoti verso la matrice S. Maria di Gorto (Arch. Arc. Spiritualium Mos. c. 40). Il priore constatava anche come il documento fosse già in parte consunto dai topi o dalle tignuole.

Nello stesso anno 1467 il 25 aprile il Vic. Gen. di Moggio scrive a Pre Donato Arcidiacono di Gorto ed a Pr. Giovanni officiante nella chiesa di S. Giorgio di Comeglians invitandoli a Moggio a render conto delle ingiurie lanciate contro P. Erardo de Alemannia officiante in Forni Avoltri (Arch. Arc. ibid. c. 38).

1368, 15 giugno. — Fu steso un atto notarile in Liariis super pratum ubi fit festum sancti Viti, e (come dice il Gortani: Le vecchie famiglie di Gorto) s’intende già festa da ballo, che non rare volte andava a finire anche quassù fra baci di Nenne e colpi di pugnale, come le sagre napoletane di Piedigrotta.

1413, 1 ottobre. — Pretendendo i vicarii della Pieve che quel di San Canziano dovesse il dì del Natale celebrare in S. Maria, Tomaso de’ Cavalcanti sentenzia che officii come anticamente in S. Canziano e poi lestamente accorra alla Pieve (note Gortani).

1417, 7 ottobre. — Il patriarca Lodovico di Teck ordina al Gastaldo della Carnia di pagare ai beneficiati del Canale di Gorto la biada come segue, cioè metà frumento e metà segala, tolta dai quartesi sequestrati all’abate di Moggio, da cui dipendevano; e ciò perché l’abate non curava di provvedere ai detti sacerdoti. Assegnavansi quattro staia e mezzo per ciascuno ai due sacerdoti della Pieve di S. Maria di Gorto, e al sacerdote di S. Giorgio di Gorto, e a quel di S. Giovanni di Frassineto e del Canal di Pesariis quattro per ognuno (Joppi - ex manusc. coaevis - V. Nait).

Di sacerdoti a Rigolato ed a Monaio non si parla. Dunque questi due paesi non s’erano peranco staccali dalla cura centrale. Appare invece come a sé quel di S. Giorgio, mentre s’intitolano dalla Pieve solo i primi due.

Anche un documento del 27 settembre 1421 ricorda quei due sacerdoti che nella Pieve di Gorto fanno continua residenza com’è loro dovere.

1443, 16 febbraio. — Zaccaria da Ferrara governatore dell’Abbazia di Moggio affitta il quartese di Gorto per 48 marche di soldi all’anno (V. Nait, a pag. 106).

1454, 13 aprile. — In Comeglians, nella sala della casa degli eredi del fu Giovanni Marangone, dinanzi a Ser Lodovico di Colloredo, gastaldo della Carnia, sedente in placito pro tribunali comparve Giacomino di Bartolomeo di Ovaro procuratore degli Uomini e della chiesa di S. Vilio di Ovaro, dicendo che essi uomini comprarono in altri tempi certo terreno per fare una casa pel loro sacerdote, ed, essendo tutti pronti a far la parte loro, tranne gli uomini di Zovello consorti e parrocchiani e sudditi, e dovendo il sacerdote di Ovaro servire anche quelli di Zovello, domandò venissero i Zovellani costretti a prestar essi pure l’opera loro. Cristoforo di Zovello, nunzio della sua villa rispose che, venendo il sacerdote lassù, essi gli pagano le spese la sera ed il pranzo al mattino e quelle offerte che vogliono; - che que' di Ovaro, se hanno la spesa del costruir la fabbrica; hanno anche il comodo di aver lì pronto il sacerdote. Allegate le proprie ragioni e difesele da una parte e dall'altra; il Gastaldo dichiarò che i Zovellani non erano tenuti a concorrer nella spesa (perg. della chiesa di Zovello).

Zovello con Monaio avrebbe dovuto, per la maggior vicinanza, far parte della cura di S. Giorgio. Non saprei qual ragione trovare a spiegar questa dipendenza dal vicario d'Ovaro, se non fosse che allora da noi le cure venissero delimitate, più che da decreti dell’autorità, dalla volontà o capricci dei popoli. Se ancora regnano animosità fra certi paesi contermini, in ciò non sarà stato differente il mondo d’allora, e forse era peggio; e forse a tenersi da una parte anziché dall’altra furono alle volte indotti anche dalla simpatia od antipatia per questo o per quel sacerdote. Di simili irregolarità nelle divisioni delle cure si ha un bell’esempio nella parrocchia di Rivalpo, che nel 1530 servivasi del prete di Sutrio lasciando i più vicini di Zuglio e di Piano, mentre tenevasi soggetta a questo Lovea. (carte arch. par. Rivalpo). Anzi l’esempio dura tuttora in Arta soggetta a S. Pietro di Zuglio, mentre Cedarchis e Cadunea sono soggette a Piano.

È vero che nel 1466 il 26 giugno, gli uomini di Zuviel domandano che il sacerdote officiante in Cercivento amministri i Sacramenti nella loro Chiesa e celebri, perché sono troppo distanti di Ovaro. Ma il Vic. di Moggio non concede. (Arcv. Arciv. Spiritualium Mosacensium I c. 8 e 9).

Si sa però che già nel 1466 il 27 luglio, Fr. Leonardo Vic. di Moggio ordina a P. Nicolò officiante in Ovaro di portarsi a Zovello a celebrare ed amministrare i sacramenti, cioè nei mesi d’estate una Messa per settimana, e nei mesi d’inverno ogni 15 giorni, e poi nelle feste degli Apostoli, di più il giorno di S. Andrea e nel giorno della Dedicazione della Chiesa di Zovello, e dà facoltà a quelli di Zovello di farsi amministrare i sacramenti da qualunque altro sacerdote. Stabilisce poi che quelli di Zovello debbano tenersi sempre e come sudditi della Pieve di S. Maria di Gorto (ivi c. 14 e 15).

E per provvedere meglio alla cura di quei di Zovello, nel 1467, 7 ottobre, Pr. Mattia officiante in Ovaro è obbligato a lasciare un prete in suo luogo ogni qualvolta si assenta, sotto pena di una marca di soldi, perché sia provveduto a che quei di Zovello non muoiano senza sacramenti. (Arch. Arciv. Spiritualium Mos. I, c. 61).

Ma quei di Zovello, si vede che non sono molto coutenti del vicario di Ovaro, il quale — data la lontananza e le strade malagevoli — non potea certo accontentarli troppo; ed ecco il 28 giugno del 1469, visitando, il vicario di Moggio Fra Leonardo, la Chiesa di Zovello, il popolo approfitta dell’occasione per rinnovare a lui stesso la domanda del 1466, di passare cioè sotto la giurisdizione del sacerdote officiante di Cercivento. Ma la domanda ottiene di nuovo risposta negativa, (ivi c. 13).

Questi continui rifiuti persuasero il popolo di Zovello a cercare altra via, ad unirsi cioè col vicino Monaio ed avere così l’assistenza spirituale da quel sacerdote.

Mentre infatti Zovello era unito al vicario di Ovaro, Monaio sembra fosse unito al vicario di san Giorgio. Non si sa spiegare altrimenti il Canone che fu loro imposto, come risulta dal seguente documento:

1469, 27 aprile. — Essendovi controversia fra i parrocchiani di Santa Maria e di S. Giorgio lamentantisi di certa concessione fatta dal vicario dell’abazia alle comunità di Monaio e Zovello, e sostenendo queste d’essere esentati dagli oneri ed angherie degli uomini della cura di S. Giorgio; il conte Guido di Porcia per delegazione avuta sentenzia che:

  1. quei di Monaio ad onore di S. Giorgio e per salute dell’anima loro sieno quindinnanzi tenuti a dare alla chiesa di S. Giorgio un soldo per famiglia secondo il solito.

  2. non sieno più obligati a dar al monaco di S. Giorgio nulla di quanto erano soliti di contribuirgli prima della concessione ottenuta; perché non ha più la fatica dell’accompagnare il Corpo di Cristo e gli altri sacramenti dalla sua chiesa a Monaio.

  3. essendo soggetti alla chiesa di S. Matteo, non possano venir eletti in camerari di S. Giorgio, perché obligati a tutti gli oneri spettanti alla Matrice.

  4. possano ricevere il Crisma o dal Monastero di Moggio o dalla Pieve o dalla chiesa di S. Giorgio, e non si possa loro negarlo, non essendo lecito far contese pei sacramenti.

  5. se alcuno per sua devozione volesse far celebrare dal cappellano di S. Giorgio una messa in S. Matteo, quei di Monaio od il loro sacerdote non possano opporsi; né quei di S. Giorgio, se i Moneani volessero farne celebrare in quella chiesa.

  6. così nemmeno sia impedito che quei di Monaio possano far cantare messa dal loro cappellano in S. Maria (Stampa ad lites - Pieve).

Già a questo tempo Zovello aveva cimitero suo, poiché fin dal 4 febbraio 1466 Cristoforo quondam Micolla di Alvarins abitante in Zovello, testando sceglieva di venir sepolto presso la chiesa di S. Andrea (perg. Ch. Zovello).

1473, 1 gennaio. — Ser Bertolo di Ovasta capitano grande del Quartiere, il capitano piccolo delle ville di Ovasta, Mione, Luint, Zella, Agrons e Muina - quel del Canal Pedarzo, quel delle ville di Mieli, Tualiis, Noiareto e Calgareto, - quel delle ville sotto la chiesa di S. Giacomo, quel delle ville di Sopraponti, ed il cameraro di S. Maria nominano procuratori per gli affari della Pieve con Pietro Bazinello di Mione per certo maso (cassa 3 chiavi, Pieve - note Wolf).

Il documento mostra come in questo tempo esistesse anche la cura di Rigolato.

1476. Negli alti del notaio Andrea Vigna (Arch. not. Udine) trovasi copia delle partite di Pro Pellegrino quondam Odorico di Palù di Monaio beneficiato in S. Matteo ed esattore del quartese per l’abate. Tali partite vanno dal 1476 al 1500. Le famiglie del Canal di S. Canziano paganti quartese in quelli anni oscillano fra 74 ed 88, un quinto delle attuali ed anche meno. Ed essendo allora poca la popolazione è da supporsi che pochissime fossero le famiglie nullatenenti.

Pare che i vicarii o curati delle ville di Gorto staccatesi dalla Pieve amassero di allargare le loro prerogative. A questo studio di decentramento opponevansi i due vicarii di S. Maria e forse più dei vicarii i governatori o (come diremmo oggi) gli amministratori della chiesa, i quali temevano che col diminuirsi del concorso de’ popoli scemassero anche le entrate. Naturalmente questo motivo, che era il più forte, non lo si confessava, ma allegavansi ragioni d’ordine, di divozione, di rispetto alla Matrice, e portavansi innanzi teorie di diritto canonico più o meno calzanti al caso concreto. Le lagnanze mandavansi al vicario abbaziale, che udite le parti, promulgava sentenze. Così ne uscì una contro i curati il 29 agosto 1529, una seconda il 22 aprile 1532, una terza il I maggio 1536. Questa fu data in Ovaro sotto il portico della chiesa di S. Vigilio, sedendo pro tribunali Battista Liliano da S. Daniele Vicario generale in spiritualibus dell'abate. I sindaci, camerari e popolo della Pieve fecero le loro lagnanze perché i cappellani di S. Giovanni Battista di Frasseneto, S. Giacomo di Rigolato e S. Matteo di Monaio, i quali eran tenuti a venir alla Pieve ogni anno nel sabato delle palme ad afficium munus puerorum e nel sabato santo, pare fossero negligenti; e così anche i cappellani di S. Giorgio e S. Canziano, i quali non venivano il sabato e la domenica delle palme, il sabato Santo e nei dì della Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Natale ed Epifania, e nell’Annunziazione, Purificazione, Natività ed Assunzione di Maria Santissima, mentre anche tutte le donne di quelle parrocchie sono tenute a venire coi fanciulli ad officium munus. Il vicario sentenzia che i cappellani di Frasseneto, Rigolato e Monaio debbano intervenire nel sabato delle palme e sabato Santo, dandosi però loro la consueta mercede: sieno sciolti dall’obbligo di accorrere alla Matrice in altri giorni. Le donne di dette tre cure debbano ogn'anno o venire, com’è antica consuetudine, coi loro fanciulli, od offrire un cero del valore di dodici soldi. I cappellani poi di S. Giorgio e S. Canziano sian tenuti ad accorrere alla Pieve annualmente il sabato e la domenica delle Palme, il sabato Santo, il dì della Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Natale, Epifania e nelle quattro feste predette della Madonna. (Stampa ad lites - Pieve).

In che consisteva quell'officium munus puerorum?

L’officium puerorum come risulta dal Rituale del Patriarca Lupo (Museo di Cividale) e dal Rituale Ecclesie Glemone (sec. XV, Biblioteca Civ. di Udine), era lo stesso dello scrutinium parvulorum che nella Chiesa si usò fino al secolo X per preparare al battesimo i catecumeni. Generalizzato l’uso del battesimo privato, nella diocesi di Aquileia si mantenne l’antico costume fino al 1595, riducendo però — non si sa quando, ma certo prima del secolo XV — ad una sola volta l’obbligo ai genitori di condurre i loro bambini all’antica Chiesa battesimale cioè alla Pieve, alla quale erano tenuti secondo i luoghi e la consuetudine, a dare un contributo in denaro o generi.

Negli atti dell’Archivio Arcivescovile di Udine si incontrano durante il sec. XVI parecchie proteste da parte delle filiali, o per la difficoltà del viaggio o per i pericoli di carattere igienico ai quali potevano andar incontro i bambini per togliere un tale uso, che fu tolto poi nel 1595 dal patriarca Francesco Barbaro, quando introdusse il Rito Romano in tutta la Diocesi.

Negli ultimi tempi la cerimonia consisteva nella celebrazione di una ss. Messa speciale per i bambini il sabato precedente la Domenica delle Palme, durante la quale venivano anche benedetti.

Costumasi ancora in Canal Pedarzo portar in processione al venerdì santo i bambini d’un anno o lì presso vestiti d'abitini nuovi, infioccati e coi volanti (cun trips). Tal uso potrebbe essere un rimansuglio di quell’ antico officium puerorum.

Il 15 luglio 1540 il vicario abaziale sentenzia che il vicario di Ovaro non può assentarsi, ed il domani fissa l’ordine col quale quei delle diverse cure devono procedere quando ai funerali voglion invitare, oltre il proprio, altri vicarii (Sched. Wolf).

Il dì 1 settembre 1542 Fra Dionisio Savorgnano, dell’ordine dei minori di regolare osservanza, guardiano del convento del sacro monte Sion testificava che Acazio Chatulino di Venzone, sacerdote della diocesi aquileiese avea visitati i Luoghi Santi. Reduce in Gorto, ov’era stato vicario di Luincis, e fu poi vicario di S. Giorgio, Don Acazio largheggiò con tutte le nostre chiese con reliquie. Alcune di queste ora faranno sorridere. La fede di quei tempi non facevasi da tutti passare pel crogiuolo della critica.

Essendo morto Don Francesco Carlevariis vicario d'Ovaro, i comuni di quella cura elessero per loro sacerdote Don Zuane di Piazza, e lo presentarono al vicario abaziale, che il 19 gennaio 1593 lo confermò per tale uffìcio (Gortani, in Cercivento p. 235).

Messo al sicuro il proprio quartese, gli abati non furono stretti nel concedere prerogative ai popoli di Gorto, accordarono si tenessero vicarii o cappellani proprii; ma se li procacciassero da sé, e sopratutto se li pagassero di tasca propria. La conferma abaziale devesi certo ritenere per una istituzione canonica vera e propria, nonostante i nostri vecchi vantarono e difesero sempre come loro diritto il privilegio di eleggere i proprii sacerdoti ed anche di amovere, cosa stridente col concetto di beneficio ecclesiastico.

Addì 15 gennaio 1511 il cameraro ed il sindico di S. Matteo di Monaio, col consenso e per volontà degli uomini di Monaio e Zovello elessero in loro sacerdote e pastore dell’anime loro per un anno nella cura della detta chiesa di S. Matteo e di S. Andrea di Zovello il venerabile prete Domenico Mraviacho (?) di S. Vincenzo d’Istria accettante coll’onere ed onore del beneficio, come l’ebbero i suoi antecessori. Oltre i legati, il popolo colle chiese dovean dargli 50 lire di soldi, 64 quartari di frumento e segala (metà per sorta), unum logiam (lôze) di legna per ogni famiglia, la casa di abitazione, un orto chiuso sufficiente. Stabilivasi però che, qualora la persona e la condotta del sacerdote non piacessero al popolo, questo potesse licenziarlo, avvertendolo però un mese prima che l'anno si compisse. E viceversa il sacerdote, non piacendogli di fermarsi in detta cura, avverta un mese prima acciò il popolo possa provvedersi di sacerdote, ed egli stesso di beneficio. E ciò doveasi osservate in futuro di anno in anno.

Basta dare un'occhiata alle serie di sacerdoti fino a questo secolo per vedere com’erano ex omni tribu et populo et natione, e relativamente pochi sono dei nostri. Dovea esservi qui grande carestia di preti. E quindi non è meraviglia se la cura di Ovaro, rimasta senza vicario, otteneva il 27 novembre 1523 da Francesco Lusio vicario abbaziale tre mesi di tempo per scegliersi e presentargli un vicario idoneo. Al 28 gennaio non era peranco stato trovato, e si concede una proroga sino a tutto marzo.

Questa elezione, che a Monaio facevasi per un anno, forse nelle altre cure era già, e certo fu poi, ad triennium, e tale si conservò fino alla soppressione dell’abbazia, quando ogni vicario o curato si nominò parroco e passò per vero beneficiato.

Contro la prerogativa della rinunzia e conferma triennale sostenuta dai popoli, tentò recalcitrare nell’aprile 1615 Don Leonardo Mirai curato di S. Giorgio. I comuni della cura lo citarono davanti a Placido Quintiliano arcidiacono della Carnia e vicario abbaziale perché, scaduto il triennio, né dava rinunzia, né domandava conferma, ma voleva continuare nell’ufficio suo. Allegarono le rinunzie fatte da Don Salvatore de Secretis curato di S. Giacomo nel 1574, da Don Francesco Balbino curato di S. Giorgio nel 1564, un’elezione di curato di S. Matteo nel 1596 fatta con obligo di rinunzia; produssero anche una sentenza criminale fatta contro il Mirai in occasion della morte di certa Susanna di Pustet. Il 3 marzo 1616 fu promulgata la sentenza. Fabio Quintiliano appoggiandosi alla decisione del concilio di Trento pronunziò che il Mirai non era tenuto a rinunziare il beneficio nelle mani dei comuni, ma in quelle dell’ordinario, cui spetta la collazione, e visto che lo stesso Don Leonardo teneva tal beneficio da 19 anni. I rappresentanti del popolo non accettarono la sentenza, riservandosi di studiarvi su. Probabilmente la sentenza stessa fu dal superiore cassata, non tenendo il decreto del concilio perché vero beneficiato e pievano era l’abate, non i vicarii o curati. A pensar ciò sono indotto dal vedere come in Ovaro, Luincis, Prato, Monaio, si continuò nel sistema della rinunzia triennale, sistema che certo quei vicarii o curati non avrebbero accettato qualora il deliberato tridentino fosse stato in loro favore. Ma fosse o no modificata la sentenza, il Mirai la durò a S. Giorgio fino all’anno 1634.

Il giorno 15 settembre 1567 Bartolomeo di Porcia si trova personalmente in Ovaro in visita speciale per le controversie dei sindaci della Pieve contro gli uomini delle cure di S. Giorgio e S. Canziano, perché questi vengano costretti come membri soggetti alla Pieve a venire coi loro fanciulli ad officium munus come per antica consuetudine il sabato delle palme, a senso della sentenza 4 luglio 1533; ed inoltre i sacerdoti delle dette due cure debbano intervenire ai divini ufficii in S. Maria nei dì fissali dalla sentenza stessa. I popoli di S. Giorgio e S. Canziano domandano venga rigettata l'istanza quanto al portare i bambini alla Piove, perché in causa di ciò eran successi moltissimi inconvenienti tra le loro donne, ed alcuni bambini eran morti. L’abate toglie l’obbligo del venire, ma per ricognizione della matrice debbano pagare (come le cure di Frasseneto e Rigolato) un cero da limitarsi a seconda della qualità del viaggio. Pel curato di S. Giorgio, il suo avvocato disse ch’egli avrebbe voluto venire; ma il cameraro ed altri gliel'avevano proibito dicendogli facesse l’officio suo nella chiesa di S. Giorgio. Il curato di S. Canziano (Don Antonio di Roja) disse che la distanza dalla Pieve era troppo grande, ch'era tenuto a far prima la funzione nella sua cura, che il mezzodì passava prima ch’egli avesse fluito (e ciò è probabilissimo, data la interminabilissima lunghezza del Kyrie cantato nella forma gortana antica), che non può attendere in due luoghi, e quindi dev’essere alleviato da tal peso.

Le ragioni dei due curati non furono giudicate buone dall’abate, che li obbligò ad andar alla Pieve colle cotte nei dì stabiliti, ed inoltre condannò a 40 soldi di pena il cameraro di S. Giorgio per la proibizione data al suo sacerdote. (St. ad lites - Pieve).

Ma col passar del tempo anche questo correre a S. Maria diventò raro e poi finì.

Negli ultimi mesi di quell’anno 1567 o nei primi del seguente accadde in Gorto un'innondazione, la quale fra altro devastò certi beni che l’Abazia possedeva in Comeglians, ed affittava ad un Leonardo q. Pietro del Dogano (not. Agostino Varisco - A. N. U.).

Il 26 gennaio dell’anno 1570 l’abate stesso affittava per 195 ducati da L. 6:4 il quartese di Gorto a Ser Vitale q. Pietro di Villa di Carnia ed a Ser Tomaso q. Antonio di Palù abitante in Tolmezzo (not. Ag. Var.).

Addì 20 maggio 1583, trovandosi in Osais in occasione di visita, Giacomo di Rudo (?), protonotario apostolico ed abate di Moggio, ad istanza degli amministratori della Pieve condanna le chiese di S. Vigilio di Ovaro e di S. Antonio di Mione a sottostare ad un terzo delle spese per la visita stessa (carte della Pieve.)

Placido Quintiliano, Arcidiacono di Tolmezzo e Vicario abaziale, il 10 marzo 1615 ordina al cameraro e sindaci della Pieve di non vender, mentre si celebra la Messa od altri divini ufficii, olio o candele od altre cose, che disturbano la divozione e dei celebranti e degli uditori; e commina loro la pena d'esser privi dell’ingresso nella Chiesa santa (Archiv. Arcid. Tolmezzo).

Il 13 maggio 1683 nella casa di Giacomo Agarinis in Ovaro si prese una bella decisione per ravvivare l’union dei popoli gortani. Da molti secoli, con non ricordata origine, in Gorto solevano un per famiglia il lunedì delle rogazioni partir dalle loro cinese colle loro croci accompagnati dai curati, unirsi alla chiesa d. S. Martino, di qui andar alla Pieve e tornar a S. Martino, ove ascoltavasi la messa. Quindi i governatori della Pieve distribuivano un pane ed una bozza ili vino a cadauna famiglia.

Essendosi dopo il 1645 lasciata cadere tal consuetudine, si decide di ripristinarla. Si stabilisce perciò che il lunedì ognuno sia pronto di buon mattino, parta la processione dalle chiese col curato e colle croci, si canti il vangelo ne' luoghi soliti, intervenga per ogni famiglia una persona sufficiente (ossia non un semplice ragazzo), sotto pena di L. 1:4 da devolversi alla Pieve per ogni famiglia mancante. I merighi non manchino. Le processioni di Monaio, Rigolato, Sopraponti s'uniscano a S. Nicolò di Comeglians, e col curato e popolo di S. Giorgio, cantando un vangelo per ciascuno, vengano a S. Martino. Qui si uniscano quei di S. Canziano, ed assieme vadano a S. Maria, ove celebri il vicario d’Ovaro, riservandosi a lui dell’offertorio solo 12 soldi. Di lassù tornino a S. Martino. Preceda le altre la croce di Zovello, segua prima quella della Pieve, poi quella di S. Giorgio, quindi quella di S. Canziano (di queste due, un anno preceda una, l’altr’anno l’altra), e dietro vengano quelle di S. Matteo, S. Giacomo, S. Giovanni di Sopraponti, se non si troverà consuetudine in contrario. Giacomo Agarinis, alfiere della milizia, con un caporale ordinerà la processione a due o più per fila, colle corone in mano fin a S. Martino. Qui celebrerà il vicario di Luincis, pagato con un legato dei de Colle di Muina, e dell’offertorio non abbia che soldi 12. Dopo la messa il cameraro darà a ciascuna delle famiglie intervenute un pane del peso di due oncie e mezza bozza di vino. Ai preti un pane ed un boccale di vino. I merighi dovranno notificare il numero dei fuochi esistenti nelle loro ville, e quali famiglie mancarono, e ciò sotto pena di L. 6:4 (not. G. B. Spinotti - carta della Pieve).

La negligenza dei capi, l’accidia dei fedeli e forse anche beghe fra gli intervenuti fecero ricadere anche quest'ultimo richiamo all’unità dei popoli gortani.

Il 7 settembre 1710 Carlo Pantaleoni vicario generale dell’abazia è giudice tra i governatori ed i vicarii della Pieve riguardo alle modalità e spese della rinunzia e conferma triennale. Sedici anni più tardi è in visita Bernardino Angelo Serlio, altro vicario abbaziale (c. Pieve).

Addì 24 marzo 1729 Daniele Delfino, patriarca eletto ed abate di Moggio, ad istanza del cameraro e governatori di S. Maria intima ai curati di Monaio, Rigolato e Sigilleto di dover (in pena di marche tre e sospensione a divinis) recarsi come di consuetudine ab immemorabili nel sabato santo ad assistere alla benedizione del fonte battesimale e dei ceri pasquali (c. Pieve).

Nel 1756 i comuni delle due cure di S. Maria decisero di trattenere ai loro vicarii il salario se, dopo riammoniti, continuavano nel ritardar la messa parrocchiale, le confessioni e la publicazione e adempimento dei legati (c. Pieve).

Nel 1777 venne soppressa l'abazia di Moggio, e Gorto restò senza pievano. Don Gio. Batta Gortano vicario di Luincis ebbe il 5 marzo il titolo di Preposito, titolo destinato a passare poi di uno in altro per ordine di anzianità negli altri curati del Canale, che quind’innanzi presero stabilmente il nome di parroci (Reg. can. di Luincis). Passato per due o tre, anche il titolo di Proposito venne abolito.

Il 6 aprile 1781 i procuratori della Pieve fecero un ricorso contro i curati (Sched. Wolf). Trattavasi dell’intervenire alla funzione del sabato santo. Quei benedetti curati eran proprio trascuranti. Un po’ di dolor di ventre o di testa, malati in parrocchia, il zoppicar del cavallo, l’accennar di voler piovere, eran ragioni fortissime e sempre pronte per restarsi a casa. I decreti e le sentenze antiche non valevano più. E non valse soverchio nemmeno il ricorso. Ed i parrocchiani di S. Maria dovettero rassegnarsi a non veder più alla cara Pieve le maestose funzioni d’un tempo, il poetico arrivo di tanti popoli, di tante processioni.

La bella solennità dell’Assunta fu crudemente rotta, l’anno 1541, da una rissa, che nata non si sa come né perché né da chi, assunse proporzioni terribili, ed il colle della pieve parve un campo di battaglia. Vi presero parte con diverse armi Giorgio di Runchia coi figli Nicolò, Giovanni e Bulcone (ossia Volfango). Leonardo, Giacomo e Daniele Peu di Chialina, Giovanni fu Francesco di Mione, Giacomo di Lorenzo delli Zuanni di Mieli, Domenico di Pustetto di Comeglians, Pietro de pe de Villa pure di Comeglians, Giovanni fu Nicolò Fabro di Raveo, Adamo e Pietro di Bernardino Avalino, Tomaso di Mosoleto di Enemonzo, Odorico de pe de Villa abitante in Esemon di sopra, Giovanni Mattia di Trava, Giorgio di Osualdo Giorgio di Fusea, Giovanni Merletto di Lauco, Leonardo di Pietro Zilli di Viaso, Leonardo di Floriano Giovanni Paolo d'Invillino e Leandro suo figlio, Giuseppe Claugna di Venzone, Domenico Giovanni de Corte di Rigolato. Furono citati come complici anche Giovanni di Quelsadorno di Rigolato, Antonio Flermanni, Dosio Bacinelli e Giovanni Bacinelli di Mione detto Galiot nonché Leonardo ed Antonio fratelli Chiandoni di Ludaria; ma questi cinque poterono provare la loro innocenza.

Bulcone di Runchia vi lasciò la vita, Leonardo di Floriano d'Invillino fu talmente conciato che ne morì pochi giorni dopo. Della morte di questo furono incolpati i primi undici Gortani sopra enumerati; ma difesi dal celebre giureconsulto udinese Tiberio Deciani vennero prosciolti dall’accusa d’omicidio e furon condannati tutti (e specialmente Leonardo e Giacomo Peu ed il Pustetto) per ferimenti. La morte di Leonardo fu poi apposta a Matteo di Palù di Monaio, il quale venne condannato in contumacia al bando perpetuo dalia Carnia. L’uccision di Bulcone da Runchia fu attribuita a Leandro d'Invillino il quale poté scolparsene, ma perché ne avea pur ferito più d’uno venne condannato in lire 50 e bandito per due anni. Anche gli altri undici si ebbero multe per i ferimenti dati. Onde è da credersi che la battaglia sia stata addirittura feroce e ben grande il numero dei malconci. (Archiv. munte. Tolmezzo - Libro di raspe).

La brutta tragedia avrà poi dissuaso più d’uno dall’intervenire alla più bella festa della Pieve. Ma fu un caso unico, il quale non può toglierci dal pensare che il convenire di tante genti lassù avesse in se dell’attraente, del morale ed una forza eminentemente civile. L’adunarsi per funzioni e cerimonie care al cuore di tutti dovea essere come il ritornar periodico − tanto più dolce quanto meno frequente − di molti membri d’una famiglia per una festa amata. Nessuna istituzione umana parla tanto di fratellanza all’animo, quanto le funzioni religiose. Ed i popoli di Gorto inginocchiati nella loro Pieve doveano sentirsi popoli fratelli. Ed usciti sul sagrato, la cui terra era ed è terra fatta delle ceneri degli avi di tutti i Gortani, pregava ognuno per l’anime dei morti di tutti, spingendo il suo amore fino a quelli che non aveva mai conosciuti né veduti, ma che eran cari a quelli che lì insieme con lui pregavano pei morti loro ed anche per i suoi.

Finite le preci formavansi gruppi e cappannelli a dirsi e ripetersi le novelle dell’ultima veduta, rinverdivansi amicizie vecchie, se ne formavano delle nuove; e quei che forse non sapevano d’essersi mai veduti, dato e ricevuto il saluto, avviavano fra loro quella schietta e franca e cordiale conversazione, che tanto naturalmente sgorga dall’indole gortana.

NOTE AL CAPO I.°

Dall’Archivio Arcivescovile di Udine (Vol. I. Spiritualium Mosacensium) ricaviamo questi regesti che indicano la dipendenza in spiritualibus della Pieve di S. Maria di Gorto e delle sue antiche filiali da quella celebre abbazia.

L’interesse storico di questi regesti sta specialmente nella abbondanza di nomi dei titolari della Pieve e delle filiali predette.

Canale di Gorto - in spirit. sotto Moggio.

1466. 9 giugno — Pr. Ioannes Istrianus officians in Ecclesia S. Georgii... in Canali da Gorto è a Moggio per le feste della Dedicazione della Chiesa di S. Gallo. (Arch. Arciv. Spirit. Mosac. I. c. 3).

1466. 26 giugno — Pr. Donato Vicario di Gorto (ivi c. 9).

1467. 8 gennaio — Il Vic. Gen. di Moggio Fr. Leonardo nomina Pr. Donato Vicario di S. Maria della Pieve di Gorto, Arcidiacono di Gorto (ivi c. 25).

1467. 9 giugno — Pr. Giovanni di Zadra officiante in Gorto (ivi c. 51).

1467. 9 giugno — Vacando per la morte di Pre Nicolò il Vicariato della Pieve di S. Maria di Gorto, il Vic. Gen. di Moggio, nomina al detto Vicariato Pre Matteo figlio di Antonio da Lovaria (ivi c. 51).

1467. 7 ottobre — Presbiter Benedictus de Parma noviter institutus ad curam et plebem S. Marie da Gorto (ivi c. 61).

1467. 7 ottobre — Vacando l’Arcidiaconato e Vicariato di S. Maria di Gorto, per privazione di Pre Donato, viene nominato dal Vic. Gen. di Moggio Pr. Benedetto q. Francisci de Scipionibus da Parma (ivi c. 62).

1468. 9 gennaio — Pre Benedetto officiante in Villa de Luincis, viene citato per pagare questo dare a Pro Giorgio da Glemone canonico di Cividale (ivi c. 67).

1468. 23 gennaio — Il Vic. Gen. di Moggio ordina che nella Chiesa di Santa Croce di Luincis si tenga il processo matrimoniale tra Giacomo di Teudo di Givigliano e Maddalena di Nicolò Vitali di Forni Avoltri! (ivi c. 76).

1468. 28 gennaio — Pre Giorgio beneficiato in Canali Pedarcio dal Vicario Gen. di Moggio viene nominato Arcidiacono di Gorto delegato a visitare e riformare le Chiese e le persone ecclesiastiche, tenere i Placiti, trattare le cause matrimoniali, e le cause riguardanti usure, sortilegi, legati a cause pie ecc. ecc. con l’obbligo di pagare ogni anno nelle feste di S. Gallo al monastero di Moggio una marca di soldi in riconoscimento dalla superiorità. Ed obbliga gli affittuarii, i tributarii e censuarii sotto pena di scomunica a pagare questo denaro all’Arcidiacono (ivi c. 79).

1469. 28 febbraio — Il Vic. Gen. di Moggio investe dell'Arcidiaconato di Gorto Pr. Giovanni Regal di Venezia officiante in Forni Avoltri (ivi c. 81).

1469. 12 gennaio — Il Vic. Gen. di Moggio investe Pr. Pietro de Alemannia diocesis (Frisinghensis) del Vicariato della Pieve di S. Maria di Gorto.

1469. 12 gennaio — Il Vic. Gen. di Moggio investe Frate Cristoforo monaco officiante in Ovaro del Vicariato della Pieve di S. Maria di Gorto (ivi c. 81).

1469. 18 marzo — Il Vic. Gen. di Moggio ordina sotto pena di scomunica a Pre Pietro e Fr. Cristoforo Vicario della Pieve di S. Maria di Gorto di dare il Crisma alla Chiesa di S. Matteo di Monaio filiale di S. Maria di Gorto (ivi c. 82).

1469. 3 luglio — Il nuovo Vicario Gen. di Maggio Fr. Michele della Tor de Tarvisia Canalis Villaci Plebanus Motii, nomina Arcidiacono di Gorto Pr. Giovanni di Amaro beneficiato in Canali de Gorto (Spirit Mosac. I. carta volante in fine di mano posteriore).

Ovaro sotto Moggio in Spiritualibus.

1466. 9 giugno — Pr. Nicolaus officians in Ovaro è a Moggio per le feste della dedicazione della Chiesa di s. Gallo.

Comeglians sotto Moggio in Spirit.

1466. 20 giugno — Presb. Ioannes officians in Ecclesia SS. Georgii de Comeglians. (Arch. Arc. Spirit. Mosac. I. 9).

1466. 20 giugno — Il Vic. in Spirit. dall’Abazia di Moggio Fr. Leonardo decide alla presenza di Pre Donato Arcid. di Gorto e di Pre Paolo officiante in Cercivento, che Pre Giovanni da Trieste officiarne beneficiato nella Chiesa di S. Giorgio di Comeglians debba celebrare in detta Chiesa tutte le Messe alle quali è tenuto e poi una domenica del mese nella Chiesa di S. Giacomo di Rigolato ed un’altra domenica nella Chiesa di S. Matteo di Monaio, e così nelle feste degli Apostoli purché non cada la dedicazione di qualche Chiesa o qualche funerale (ivi c. 9.)

1466. 8 agosto — Comeglians — Inventario dei mobili e vesti, e nota delle spese per i funerali di Pr. Virgilio Vicario di S. Giorgio di Comeglians (ivi carta volantc tra le c.. 9 e 10).

1467. 2 dicembre — Vacando la Cappella di S. Giorgio di Comeglians nel Canale di Gorto, il Vic. Gen. di Moggio, nomina a Cappellano Pre Antonio Voneti de Livgoma provincia di Francia diocesis Divionensis, presentato dagli uomini di Comeglians (Spirit. Mosac. I. c. 64).

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Scarica questo file (Pieve Gorto e filiali.pdf)La pieve di S. Maria di Gorto e le sue antiche filiali[Stab. commerciale tipografico librario A. Moretti e G. Percotto, Udine, [1914].]42 Downloads
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