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CAPO II. - La Chiesa di S. Maria.

Gli avvanzi del castellare romano dovettero fornire i materiali per la costruzione della Pieve di Gorto, e forse se ne utilizzò anche qualche parte di muro, e specialmente quel di cinta e sostegno dal lato di ponente. I frammenti d’iscrizione trovati lungo il selciato che conduce alla chiesa, furon giudicati resti d’epoca antica, e «curiosi ancora nella loro rozzezza informe» sono i due busti scolpiti nel tofo (puddinga) che adornano il muro del sagrato e che accennano ad un’arte rudimentale e forse preromana. Una specie di corona di foglie, che forma l’acconciatura della testa, ricorda quella conservata in certe monete galliche trovate a Zuglio (Marinelli - Guida della Carnia, ed. 1908). È supponibile che più volte la sommità di questo colle da due lati inaccessibile abbia servito da rifugio a’ tempi d’invasioni barbariche, forse vi si rafforzarono, come meglio poterono, gli abitanti vicini, quando al mancar della milizia romana, il castellare dovette restar vuoto, ed essi dovettero pensar da soli a sé stessi.

Quando sia stata costrutta quassù la prima chiesa non si sa. Ho già detto di creder vi fosse prima del tempi d’Ermanno di Luincis. Certo vi era nel 1372. (Perg. Forni Avoltri). Fin dal 1370 vi era un altare dedicato a S. Daniele, ed il 29 luglio di quell’anno Fra Marino vescovo Cedronense concedeva 40 giorni d’indulgenza a chi lo visitava (perg. Pieve).

Il Grassi nelle sue notizie della Carnia dice che il 16 marzo 1401 Nicolò Ferrolesi di Luint venne investito da Antonio Panciera vescovo di Concordia e abate commendatario di Moggio di beni feudali nelle ville di Mione e di Ovasta, coll’obbligo di riparare la Fabbrica della Chiesa di S. Maria di Gorto e la Chiesa dei Santi Giovanni e Stefano della Pieve medesima.

Il Nait portando questo regesto lo dice meritevole di quarantena non constandogli che l’abbazia a que' tempi fosse convertita in commenda, né che il Panciera ne fosse abate. Inoltre il Grassi non cita le fonti della notizia da lui data, e non si trovano ricordati beni dell’abbazia in Mione e Ovasta. Lo stesso Grassi voleva far passare per vasca da battesimo per immersione la grande scafa in pietra, nella quale conservavasi anticamente il molto olio, che contribuivasi in forza di legati. Divulgò pure l'idea, comunemente accettata, che il piccolo villaggio di Cella abbia ricevuto questo nome dall’abitarvi due frati di Moggio destinati ad ufficiar nella Pieve e ad esercitar la cura d’anime nella vallata. A sostegno di questa idea non vi è altro che il nome di Cella, e questo nome così solo dice troppo poco. Per abitarvi due frati occorreva qualcosa di più d’una semplice cella, ed il luogo avrebbe dovuto chiamarsi, se mai convento o romitorio o con qualche altro più appropriato. Chiamasi Cella un villaggio in Forni di sopra ed uno in Verzegnis, e non v’è memoria che v’abbiano abitato frati. Ritengo più vicino al vero il credere che il nome di Cella sia stato dato a tali località perché forse vi si trovava il deposito delle decime od altre contribuzioni in natura alle quali erano tenuti gli abitanti. In questo caso il nome sarebbe stato dato nel senso suo più naturale.

Poco in su ascende la parte nota degli officianti in S. Maria, ma vi si vede subito, che di frati vi è appena vestigio. Inoltre la pieve e più antica dell’abbazia, almeno come cura, e deve credersi avesse per pastori preti e non frati. E ritenendo (come mi par più naturale) che fin dal principio o non troppo più tardi fosse sul colle la Pieve, prima ancora che ne divenisse pievano l’abate di Moggio; mi sembra non si possa dubitare che nella piccola conca appié del colle, dove ridividevansi i popoli, non vi fossero mancate delle abitazioni con qualche necessaria osteria, un gruppo di case insomma, che non avrà aspettato la supposta venuta dei frati di Moggio per avere un nome. Si aggiunga che, se residenza abituale degli ufficianti fosse stata Cella, sarebbe stato più naturale li avessero chiamati vicarii dal lato di Cella, mentre, ogniqualvolta è da distinguersi dagli altri quel che abitava sulla destra del Degano, lo si chiama sempre vicario dal lato di Luincis. E benché l'attuale canonica di Luincis abbia l’aspetto d’essere costruita nella seconda metà del secolo XVI od al più tardi nella prima del seguente, non si trova memoria scritta la quale ci faccia sospettare che in alcun tempo il vicario abbia abitato altrove.

Chiudendo questa digressione, che mi è parsa necessaria di fronte ad un’opinione accettata comunemente, ma troppo alla leggera, torno alle vicende della chiesa.

Questa verso il 1430 venne incendiata, ed il 13 aprile 1431 il cameraro della Pieve e due rappresentanti del comuni affidarono a mastro Stefano quondam Simone di Mena, l’incarico di ricostruirla per 68 marche aquileiesi ed un paio di scarpe. (Gortani - Canal Pedarzo; Guida della Carnia). Ma forse il lavoro non si fece che più tardi, perché una pietra incastrata esternamente porta la data 1464. Che verso questo anno si lavorasse intorno la chiesa si ha un argomento anche in legati fatti nel 1471 pro coopertura ecclesiae sanctae Mariae de Gorto (Wolf ex perg. Pieve).

Sul colle presso alla parrocchiale esistevano anche le chiese di S. Giovanni, S. Elena e S. Michele. Chiamavansi chiese, ma doveano essere cappelline assai piccole. Nel 1534 Nicolò e Lorenzo quondam mastro Ropil di Stejermarck fecero una cua alla chiesa di S. Giovanni. La fraterna di S. Michele ed Elena aveva lassù anche una sua casa ricordata il 12 settembre 1557.

Del 1567 è un quadro rappresentante la Madonna col Bambino S. Gio. Battista e S. Pietro, dipinto da Giuseppe Furnio di S. Vito, quadro che tuttora vedesi alla Pieve. Anche questa come tante altre chiese parrocchiali aveva la sua tomba per i sacerdoti avanti l’altar maggiore, come si legge nell’alto di morte del vicario Luchini (1614). Verso il 1630 il cameraro riscuoteva annualmente gli affitti o legati annui venete lire 440:12 (carte Pieve).

Essendo stato vietato di tener banchi di ragion privata nella Pieve, per lasciar la chiesa libera da impacci, che nascerebbero dal continuar nell’uso di quelli, ch’erano stati fatti da alcuni particolari per loro comodità, li 8 decembre 1665 i sindaci della confraternita di S. Michele e S. Elena «per diversi rispetti... et in riguardo della sua matura età et impotenza» concedono a Francesco Foschiano di poter «accomodarsi a sua elettione drio l’ Banco della confraternita predetta giacente avanti l’altare del sacratissimo Rosario, overo drio l’altro ai piedi del Banco delle Candele, et che possa beneficiarsi in vita sua a beneplacito, et non altro» (carta lacerata della Pieve).

Li 11 ottobre 1671 Valentino Rupil riceve L. 24 per caparra di scandola pel tetto della chiesa di S. Michele e S. Elena. Il 14 agosto 1674 viene allogata a Zuane Pittone d’Imponzo l’opera di indorar gli angeli e le figure dell’altare di S. Giovanni eretto appresso la Veneranda Pieve.

Fin dal 24 settembre 1655 un Cristoforo Grifo da Venezia «si obliga di dare, e consignar finito in tutta perfettione... in tempo di mesi due un’organo col tremulo, flauto, sette registri, et con tutti gl'altri annessi, per prezzo di ducali cento ottanta correnti, e quello condurre, e mettere nella Chiesa di Ovaro in Cargnia» (cioè nella Pieve. - Carta P). Nel 1682 Gio. Batta Spinoto avea suonato l'organo per lungo corso di tempo a S. Maria, e la somma di lire 118:16 ricevute per ciò dal cameraro le impiegò nell’ acquisto della pace d’argento, che i governatori della chiesa mai avevan voluta comprare.

L’anno 1687 vide sorgere la chiesa di Loreto sopra Muina, che ebbe però breve durata.

Il 28 luglio 1700 ad un’ora avanti giorno cominciò la terra a tremare, e, andando il terremoto facendosi sempre più forte, pareva giunto (come scrisse Don G. Ellero curato di Lauco) il giorno del Giudizio. I danni nella Carnia furono gravissimi. Nella cura di Luincis perirono schiacciati sotto le rovine delle loro case atterrate Giacomo Micoli di 30 anni col figliuoletto Mattia di tre mesi, Mattiussa di 7 anni e Giacoma di 4, figlie di Natale Feranda abitante a Muina; Leonardo di 12 e Pasqua di 14 figli del sig. Giacomo Ruis di Agrons. L’Ellero afferma che «la Ven. Pieve di Gorto vide con sue gravi rovine il total diroccamento della chiesa della B. V. del Carmine sopra Muina. Ovaro, Mione, Cella, et altri luoghi di detta Pieve furono gravemente travagliati nelle case de’ particolari, con morte di diverse persone soffocate dalle rovine». L’Ellero è troppo sommario nella sua relazione. Il patriarca Dionisio Delfino venuto in visita un anno dopo il disastro ordina che «debba esser risarcita la Veneranda Chiesa e suo Campanile della Pieve dirocata e dirocato dal Teribile Terremoto.... Che sieno demolite le tre Chiese rouvinate dal terremoto sopra il cemeterio, et l’altari di queste siano trasferiti nella visina Parochiale, dovendo conservare li materiali in luoco decente con sopra una croce, perché apparisca luoco sacro, o pure conseruarli nel cemeterio: che con questi materiali sia fatta una sacristia dietro l’Altare Maggiore, o in. quella parte che si crederà più opportuno» (c. Pieve).

Pare si debba in realtà ritenere che i guasti alla parrocchiale non fossero tanto grandi, mentre quei delle tre chiesette, probabilmente costruite con muro più debole, dovettero esser ben rilevanti, se si decretò la demolizione totale di tutte tre. Anche il campanile quantunque robustissimo avea fortemente sentite le tremende scosse, imperciocché era «da aggiustare La faciatta uerso mezanote cioè di retirare drentro la muraglia aconsentita e sfasa, cioè dalla Tera sino alle Campane et rinouare gli rivolti Cornisone et Balconate fare lotangolo et Pignia di motone di alteza un terzo di più del corpo del Campanile». Mattia Canciani di Piano si assunse di far questo lavoro per ducati 200 di maestranza «e alquanta segala che si trova nel banco della Pieve». I governatori poi dovean mantenere ai suoi ordini tre manovali e provvedere tutto il materiale necessario. Il Canciani poi dovea garantir l’opera per dieci anni, salvo disgrazie di fulmini e terremoti (carta Pieve).

Ma, trattandosi di sottostare a spese, eran nate controversie tra le borgate. Riguardo al restauro della chiesa occorse un decreto del Gastaldo di Tolmezzo, che ordinò sotto pena di lire cento che i comuni si convocassero al luogo solito per dar il comparto alla contribuzione. Liariis e Muina ricusavano di concorrere pel restauro del campanile (ma forse dissentivano solo quanto al modo di restaurarlo), Il cameraro ed i rappresentanti delle ville soggette alla Pieve volevano che al riatto del campanile provvedesse il Quartiere ossia l'amministrazione civile dell’intera vallata. Il Quartiere non volea saperne di tale spesa, se ne avviò lite; e, poiché questa minacciava di andar per le lunghe, i governatori della chiesa decisero di adoperar per intanto denaro di questa, senza pregiudizio però del proseguimento della lite. Come poi questa andasse a finire non si sa.

All’esterno la Pieve presenta un aspetto di severa e venerabile antichità, ed a chi vi entra si mostra di aspetto moderno. Tal colore deve esserle stato dato nel restauro fatto dopo il memorabile terremoto sopprimendo lo stile gotico in uso nelle chiese antiche.

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Scarica questo file (Pieve Gorto e filiali.pdf)La pieve di S. Maria di Gorto e le sue antiche filiali[Stab. commerciale tipografico librario A. Moretti e G. Percotto, Udine, [1914].]68 Downloads
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