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CAPO III. - L’Arcidiaconato.

Il primo documento noto che parli dell’arcidiaconato di Gorto è un atto del 4 decembre 1344. È il prete notaio, che, in un’assunzione di testi riguardo ad un legato, dice: «Coram me notario presbitero Carisinano, vicario in Archidiaconatu de Gorto venerabilis viri domini Gilberti Abbatis Mosacensis». (perg. Luincis).

Da quando esisteva questo Arcidiaconato? chi avealo istituito? chi era l’arcidiacono?

La Pieve di Gorto era stata data all’abazia senza il diritto di tenervi placiti, ossia d’esercitarvi la giurisdizione arcidiaconale. Credo debbasi tenere la sentenza del Nait, il quale afferma che l’arcidiaconato nostro fu un parto spurio dell’abazia. Egli sostiene che gli abati, secondando la tendenza ad allargare la giurisdizione propria, abbiano introdotto arbitrariamente questa nuova carica. Di fallo si parla prima d'un arcidiaconato di Gorto, e dobbiamo aspettar sessant’anni prima di trovar memoria di placiti, od altri quaranta innanzi che compaia un arcidiacono col suo bravo nome.

Di placiti in Gorto parlasi per la prima volta il 4 gennaio 1404. Gli abitanti del Canal Pedarzo non volevano intervenire ai placiti, e l'abate Tomaso de' Cavalcanti pretendeva per ciò una multa d’un soldo per fuoco. I Canalotti ne sporgono gravame: ma l'abate col capitolo dei frati decide (giudice in causa propria) che debbano pagare 40 soldi all'anno all’arcidiacono che terrà il placito (not. Flanduno di Gemona — Coll. Gortani).

A scanso di malanni peggiori e di spese per aver giustizia, quei di S. Canziano avranno finito coll’adattarsi anche a questa angheria; ma il fatto della loro riluttanza all’intervenire ai placiti indica che questi eran per loro una novità e che non vedevano nell’abate il diritto d'introdurla.

È però cosa degna di nota che quanto è finora conosciuto dei placiti tenuti dall’arcidiaconato di Carnia non ne presenta uno solo che abbia avuto luogo nella vallata gortana. Come può spiegarsi il fatto? L’abate di Moggio, pievano di Gorto, era sotto certi rapporti qualcosa di più del semplice arcidiacono e dei vicari-diaconi di Carnia, e perciò questi, o per deferenza o più probabilmente perché capivano troppo bene come una eventuale loro sentenza contro il pievano di Gorto non sarebbe stata di leggeri subita e l’esigerne un’esecuzione forzata avrebbe suscitati vespai, procurati grattacapi e nessun vantaggio al giudice, visitando la Carnia cominciarono a lasciar in disparte Gorto. E così all’abate restò libero il campo di fare, disfare, sentenziare ed istituire come agli parve meglio.

Abbiamo veduto l’abate concedere cappellani, frazionare la sua pieve, esonerare da obblighi, imporne degli altri, sentenziare fra preti e popoli. La semplice autorità di pievano non poteva portar tanto, egli agiva di fatto per sé o per mezzo dei suoi vicarii da vero arcidiacono senza portarne il nome. Era lui perfino quando trattavasi di costruir chiese nuove. Così Rodolfo diede licenza il 9 aprile 1391 a quei di Osais di costruir la loro di S. Leonardo, ed il 24 aprile 1430 il Cavalcanti concedeva a quei di Sostasio di edificare la chiesa di S. Gottardo. Il 15 febbraio 1490 dava a Don Giorgio di Parma l’investitura del beneficio di S. Canziano con tutte le formalità canoniche. Tenendo per sé il giudicare delle cose di maggior importanza, diede poi anche il nome d’arcidiacono a quello dei vicarii curati, ch’era incaricato di tenere i placiti, come chiaro risulta dal seguente regesto, che tolgo di peso dal Nait, pag. 106:

1442, 9 aprile. Luincis, P. Simone pievano di Moggio, vicario sostituto dal Rev. Antonio de Nordis Vicario Generale dell’Abate commendatario di Moggio, investe dell’arcidiaconato della pieve di S. Maria di Gorto p. Flumiano officiante in detta chiesa, che altra volta lo aveva rinunciato; riservate tuttavia le cause matrimoniali e le altre cause gravi (Ioppi, ex Nicolao de Paculinis not. de Venzono; Bolla d’inivest. in Arch. Arcid. di Tolmezzo).

E siccome a bove maiore discit arare minor, pare che anche l’arcidiacono di Gorto, seguendo i metodi dell’abate suo padrone, tendesse ad allargare i propri poteri entrando un po’ fin nel campo dell’autorità civile. Difatti il 7 maggio 1451, avendo il Gastaldo della Carnia per ordine del Luogotenente di Udine inibito a tutti di recarsi dall’Arcidiacono di Gorto per far giudicare le loro cause, ed avendo i procuratori del Canal di Gorto supplicato per il ritiro di tale inibizione; il Luogotenente la ritira, rimettendo le cose nello stato e grado primiero circa le cause spirituali, ma non affermando, sì bene revocando che l’arcidiacono di Gorto possa condannare alcuno in giorni festivi di alcun litigio fatto (ex Bart. Ianise not. di Tolm., Nait p. 106).

Il 17 ottobre 1475, Fra Leonardo Priore e Vicario dell’abazia di Moggio scrive al Gastaldo e Consiglieri di Tolmezzo lamentandosi che, mentre un tempo dimostraronsi figli fedeli della chiesa di San Gallo, adesso agiscano contro di essa e della sua giurisdizione spirituale. «Imperciocché, come abbiamo saputo, in questi giorni avete fatto sequestrare sotto pena di lire 25 al venerando diletto nostro fra Giovanni le entrate ed i redditi nell’arcidiaconato della Valle di Gorto presso i camerari debitori; perciò maggiormente ci meravigliamo ed in certo modo non potemmo credere queste cose. Perciò vi esortiamo in Cristo ed in virtù di santa obedienza che vogliate e dobbiate levare tali sequestri; avvertendovi che, se lo stesso fra Giovanni ha fatto qualche cosa contro di voi ed in offesa della giurisdizione vostra, siamo pronti a rivocare tutto ciò».

Il domani il Gastaldo, Cameraro e Consiglio di Tolmezzo rispondono: «Abbiamo ricevuta la lettera della Paternità Vostra portataci dal venerabile fra Giovanni beneficiato in Canal Pedarzo ed ivi asserto arcidiacono.... Quanto al sequestro di fra Giovanni, sappia la paternità vostra che noi udimmo moltissimi reclami, provando dispiacere pei modi, coi quali disonestamente esso fra Giovanni ha agito ed agisce nell’ufficio suo con usurpare la giurisdizione nostra.... Abbiamo udito che il detto fra Giovanni non fa ciò che gli spetterebbe per il suo ufficio, ma la fa da giudice quasi generale delle cause temporali fra i laici, scrive mandati, impone pene, tormenta gli uomini per pene illecite ed immeritate in cause, delle quali non dev’essere giudice, toglie pegni, usa molte insolenze, e s’arroga un ufficio che non gli spetta. Siamo disposti a prestar favore ed aiuto in ciò che s’appartiene all’ufficio dell’arcidiaconato, e non vogliamo in alcun modo sopportare quelle cose ch’egli fa e non tocca a tal ufficio. E perciò aderendo ai predetti richiami, avendo compassione dei poverissimi nostri distrettuali.... affinché esso fra Giovanni non perseveri nel suo proposito, desista da quanto ha cominciato, e rimetta allo stato primiero ciò che ha iniziato, abbiam fatto sequestrare i suoi beni, e vogliamo che restino sequestrati finch’egli abbia restituito quanto ha estorto agli abitanti e rievocato quanto ha fatto in pregiudizio della nostra giurisdizione» (ex registr. litt. Com. Tulm. Coll. Gortani — V. Nait, p. 106).

Il Nait, nel sostenere che l’arcidiaconato di Gorto è di origine illegittima ed intrusa, osserva anche che «la stessa Abazia, finché sussistette, non trovò conveniente di noverarlo fra gli officii da lei dipendenti, riconosciuti dall’autorità patriarcale», e cita in prova l’elenco da lei presentato al Sinodo Diocesano del 1595, ed altrettanto afferma riguardo ai posteriori.

L’ elenco addotto suona così:

In Vicariatu Modii:

  • Presbiter Petrus Locatellus Vicarius Curatus
  • Camillus Andriussius Curatus Resiutae
  • P. Michael Morandinus Curatus Resiae
  • P. Mathias Michael Curatus Clausae
  • P. Joseph Bernardis Curatus Pontabiae
  • P. Franciscus de Tomasiis Plebanus Cavatii
  • P. Blasius Prodoruttus Curatus Amari
  • P. Nicolaus Morandinus Plebanus Osopii
  • P. Jo. Baptista Tramelich Curatus Peonis
  • P. Antonius Joaninus Plebanus Ignani
  • P. Franciscus Riga Curatus Noiaretti a Corniz
  • P. Blasius de Tomasii Curatus Flaibani
  • P. Franciscus de Thimeu Vic, Cur. Plebis S. Mariae Gorti residens in villa Luincis
  • P. Franciscus Luchinus Vic. Cur. supradictae Plebis residens in Ovaro
  • P. Leonardus Miraius Curatus S. Georgii
  • P. Sebastianus a Pietra Curatus Rigolali
  • P. Dominicus Bergognini Curatus Sigilletti
  • P. Bartolomeus Vinotolus Plebanus Sappatae
  • P. Nicolaus de Threu Curatus Monaii
  • P. Valentinus Merica Curatus Cerciventi
  • P. Mathias d’Augustinis Curatus Canalis S. Canciani.

Praemissa politia sacerdotum exercentium curam animarum sub Vicariatu Modii concordat cum alia consimili praesentata occasione Sinodi Dioecesanae Ill.mi et Rev.mi D.D. Francisc. Barbari anno 1595 existen. in hoc Archivio Patriarchali. Ita est. Jo. Baptista Coronella Cancellarius Patriarchalis Aquilejensis (ex Archiv. Arciv. di Tolmezzo.Nait, p. 108-109).

(Qui, per togliere un’inesattezza sfuggita al Coronella e fatta pubblica dal Nait, osservo di passaggio che la data 1595 apposta al documento è certamente errata e devesi porre in vece sua l’anno 1605, nel quale fu dal patriarca Barbaro tenuto un altro sinodo diocesano. Senza far il giro di troppe parrocchie, si noti che a Luincis nel 1595 era vicario Don Gio. Pietro Corvetta, che vi si trova dal 3 marzo 1587 al 22 novembre 1603, e Don Francesco Timeus comincia 13 febbraio 1604; ad Ovaro dal 1595 al 1602 è un Don Giacomo Mirai, gli succede Don Vito Fabris, il 19 aprile 1604 la vicaria è vacante, e poi si presenta il Luchini. A Prato troviamo dal 14 aprile 1595 al 28 agosto 1598 Don Francesco Cleva, il sinodo fu intimalo il 16 agosto 1595, e Don Matteo Agostinis compare nei registri al 6 gennaio 1603).

È evidente che, qualora fosse stato legittimo ossia riconosciuto dall’autorità patriarcale, l’arcidiaconato avrebbe dovuto costituire un gruppo di sacerdoti a parte, un vicariato foraneo a sé. Invece Don Leonardo Mirai, che troviamo chiamato arcidiacono dal 1604 al 1612, qui non è segnato se non come semplice curato di S. Giorgio.

Certo il fatto che uno dei vicarii curati di Gorto chiamavasi arcidiacono e teneva placiti, non poteva essere ignoto alla curia patriarcale; ma poiché, quantunque non canonicamente costituito in autorità, tale arcidiacono faceva quanto difficilmente avrebbe potuto far l’abate troppo lontano, si dovette giudicare opportuno lasciar che la cosa passasse.

Esiste nell’archivio parrocchiale d'Ovaro un libro di resoconti de placiti, che va dal 1616 al 1684. È assai misera cosa. Il più delle volte i giurati della cristianità non han nulla da riferire, spesso non si curano di comparire, le poche accuse portate innanzi si riducono a qualche infrazione di leggi puramente ecclesiastiche.

Una cosa affatto nuova, e che, essendo a corto di documenti, non saprei come spiegare, trovo nell'anno 1693. Essendo morto il 12 marzo di quell’anno l’Arcidiacono Daniele Carlevaris, vicario di Ovaro, il 5 aprile i capitani di Gorto elessero in loro arcidiacono Don Giovanni Fedele, curato di S. Giorgio, e costituirono il notaio Giacomo Mirai loro procuratore per la presentazione al patriarca Giovanni Delfino. (not. Gio. Bat. Gonano. A.N.U.). Ciò mi ha sapore di un tentativo di svincolarsi un po’ da Moggio, e d’invadere un campo che deve restare esclusivamente religioso. Probabilmente questa nomina non ebbe effetto. Don Giovanni Fedele morì il 6 febbraio 1702, e trovasi Don Francesco Danelone col titolo di Arcidiacono fin dal 10 aprile 1695.

La soppressione dell’abazia doveva portare anche la caduta dell'arcidiaconato qual era istituito. Don Gio. Batta Benedetti, che chiamavasi arcidiacono fin dal 1757, nell’atto di morte (5 setr. 1780) è detto un tempo Arcidiacono del Canal di Gorto. Avendo però quella soppressione portata la necessità d’un nuovo ordinamento nel campo ecclesiastico, l'arcivescovo Giovanni Girolamo Gradenigo conservò o (per dir più esattamente) legittimò l’arcidiaconato gortano come vicaria foranea per le nostre parrocchie.

Il turno per anzianità fissato pel titolo di preposito, si crede passasse, per concessione o accondiscendenza del superiore, ad avere luogo nella nomina degli arcidiaconi. Le eccezioni che si potrebbero opporre a questa regola vengono facilmente spiegate con supposte rinunzie alla prerogativa da parte di qualche parroco già troppo vecchio.

Quest'ordine turnario però, a tacere d'altri, portava l’inconveniente che la sede arcidiaconale poteva andare a finire alle più lontane estremità. Così, mentre anticamente gli olii santi distribuivansi sempre dai due vicarii della Pieve, dopo, essendosi voluto far passare tal distribuzione come di spettanza dell’arcidiaconato, vedemmo radicalmente (a dir poco) far trottare fino a Cercivento per nevi e ghiacci tutti i messi di Gorto e quelli della lontana Sappada per avere ciò che con molto minore spesa, e senza tanti disagi di tanti, poteasi avere altrove.

Ma venne il I gennaio 1912, ed un decreto arcivescovile, «tolti affato i confini, i diritti e le dipendenze di qualsivoglia sorta vuoi personali vuoi territoriali» dava una sistemazione nuova dei vicariati foranei, e nominava vicario foraneo «Sac. PETRUM CECONI, pro parociis de Comeglians - Gorto - Luincis - Frassenetto - Monajo - Ovaro - Prato Carnico - Rigolato - Sappada, cura de Pesariis, et ipsarum filialibus». La parrocchia di Cercivento, benché contro i desideri di qualcuno, veniva assegnata alla circoscrizione, per essa tanto più comoda, che avea a vicario il parroco di Paluzza.

Il decreto stesso toglieva al pievano di Luincis anche il privilegio concessogli il 30 marzo 1810 di far il funerale ai parroci della vallata.

Il 9 aprile 1912 moriva Don Pietro Ceconi, parroco ed Arcidiacono di Comeglians; e con lui è pure morto od almeno caduto in catalessi anche l’Arcidiaconato di Gorto.

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Scarica questo file (Pieve Gorto e filiali.pdf)La pieve di S. Maria di Gorto e le sue antiche filiali[Stab. commerciale tipografico librario A. Moretti e G. Percotto, Udine, [1914].]33 Downloads
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